«La moneta unica è una “scatola di ferro” entro la quale tutti i popoli e i paesi vengono imprigionati, indipendentemente dalle loro realtà, bisogni e potenzialità», ha affermato Jerónimo de Sousa nel dibattito “20 anni di circolazione dell’euro: passato, presente e futuro”, promosso il 26 maggio dal Partito Comunista Portoghese, PCP.

Recupero della sovranità monetaria: un obiettivo possibile e necessario per lo sviluppo del Paese

Il Segretario generale del Partito ha chiuso la sessione svoltasi in un auditorium ISCTE, durante il quale sono intervenuti 19 relatori per tutta la giornata. Al mattino hanno preso la parola Sérgio Ribeiro, Pedro Carvalho, José Lourenço, Eugénio Rosa, Graciete Cruz, Sofia Neves da Silva e rappresentanti dei partiti comunisti di Boemia e Moravia, Ludvik Sulda, I4C dall’Irlanda, Thomas Pringle e Vera Polycarpou di AKEL Cipro. I temi trattati hanno spaziato dalla campagna contro l’adesione alla moneta unica ai suoi impatti di bilancio, politici, economici, sociali e legati al mondo del lavoro, compresi il significato dell’euro come progetto di classe e l’offensiva del sistema capitalista di fronte alla propria crisi strutturale.

Nel pomeriggio sono intervenuti João Ferreira do Amaral, Carlos Carvalhas, João Rodrigues, Paulo Coimbra, Ricardo Cabral, Nuno Teles e Miguel Tiago, che hanno tracciato le evoluzioni del sistema monetario internazionale, l’impatto delle successive crisi, le possibilità e le opzioni per il futuro.

Jerónimo de Sousa ha poi riassunto le questioni fondamentali di un’iniziativa che ha messo a fuoco i problemi e riflettuto sulle soluzioni. Rimarcando, in primo luogo, i diversi aspetti della “corsa” verso l’euro, tra i quali il fatto che “i rappresentanti sociali e politici delle grandi imprese, hanno mascherato i loro interessi di classe dietro l’argomentazione secondo la quale l’adesione alla moneta unica sarebbe un «grande obiettivo nazionale»”. Proseguendo, Jerónimo de Sousa, nel sottolineare che “molte illusioni sono crollate in questi due decenni” ed è ora evidente che “l’ingresso nell’euro, a cui il PCP si era opposto, ha danneggiato molto il Paese e la permanenza continua a danneggiarlo molto (…)”, affermando che “lo sviluppo del Paese ha bisogno, come soluzione strutturale, del recupero della propria sovranità monetaria”.

Aprendo i lavori, guidati prima da Vasco Cardoso e, nel pomeriggio, da João Ferreira (entrambi della Commissione politica del PCP), Sandra Pereira, deputata del PCP al Parlamento europeo, ha evidenziato l’estrema attualità del dibattito, poiché “dopo 30 anni del Trattato di Maastricht e a 20 anni dall’entrata in circolazione della moneta unica, siamo ora nelle condizioni per trarre conclusioni».

“Questi 20 anni sono stati caratterizzati da periodi di recessione, stagnazione, (…) da battute d’arresto nella sfera sociale e lavorativa” e crescenti fenomeni di “subordinazione politica, limitazioni alla sovranità nazionale e all’indipendenza”, ha concluso João Ferreira, aprendo la sessione pomeridiana. Aggiungendo che “nessuna discussione seria sul futuro del Paese può ignorare la valutazione dei costi di ingresso e di permanenza nell’euro, né le forme e i tempi della rottura con questo strumento di assoggettamento”.

Vasco Cardoso ha poi rimarcato il fatto che “per la liberazione del Paese dalla moneta unica, il Portogallo può e deve intervenire a livello Ue e a livello nazionale (…), portando avanti un’iniziativa ampia e sfaccettata che “deve garantire l’indipendenza della Banca del Portogallo nei confronti della BCE” e mettendo in campo “una lotta per l’adozione di un quadro di misure transitorie che garantiscano la stabilità e il regolare funzionamento dell’economia, la difesa del reddito e del risparmio della popolazione, la lotta alla fuga di capitali e il corretto funzionamento degli scambi di mercato estero in vista delle nuove condizioni dell’economia portoghese”.

Nell’evidenziare gli elementi centrali che devono essere curati in un processo di uscita dalla moneta unica, Vasco Cardoso non ha mancato di sottolineare che, “negli ultimi 20 anni, la realtà non è rimasta invariata. Abbiamo avuto paesi che hanno lasciato l’Unione Europea, vi sono processi in corso, come il rapporto tra Regno Unito e Irlanda, c’è un’intera discussione su decisioni future e sviluppi dei trattati, con forze, entità e paesi che vanno posizionandosi secondo i propri interessi. La realtà è in movimento e il Paese non può stare fermo. Il peggio che potrebbe capitarci sarebbe, ancora una volta, che i governi portoghesi siano semplici spettatori delle decisioni di terzi”.

Ha affermato nel dibattito Sergio Ribeiro: “Il voto del PCP al Parlamento europeo quando è stata creata l’Unione economica e monetaria non era contrario alla stabilità dei prezzi, all’equilibrio di bilancio, al controllo del debito. Era però un voto contrario al futuro uso di strumenti e istituzioni dirette ad imporre strategie che, come si affermò nella nostra dichiarazione, avrebbero continuato – come è avvenuto – ad aumentare la concentrazione della ricchezza, rendendo strutturale la disoccupazione, inasprendo asimmetrie e disuguaglianze, creando maggiori e nuove povertà, attacco ai diritti sociali, diminuzione della sovranità nazionale e aumento dei deficit democratici. Aggravando – si diceva! – la crisi finanziaria e provocando sempre più ravvicinati ed esplosivi cicli economici critici”.

Ha poi affermato nel dibattito Pedro Carvalho: “In un contesto di stagnazione dei tassi di accumulazione, specie nei paesi al centro del sistema capitalistico mondiale, la risposta, da parte del capitalismo, è stata quella di un’offensiva di classe globale. Un’offensiva che ha triplicato l’estrazione generale di ricchezza: attraverso l’aumento del plusvalore generato nel processo produttivo; attraverso gli interessi pagati al capitale finanziario tramite un indebitamento volto a garantire, nel breve termine, livelli di consumo in un contesto di contenimento salariale e più alti livelli di tassazione convertiti in fonti di finanziamento del capitale, trasformando il debito privato in debito pubblico”.

E così si è espresso José Lourenço: “Il PIL è praticamente fermo dalla nostra adesione all’euro e, in particolare, dall’entrata in circolazione della moneta unica, nel 2002. In questo periodo siamo cresciuti ad una media annua di appena lo 0,4 per cento, mentre la media dell’euro era dell’1 per cento e quella dell’UE dell’1,2 per cento. (…) L’investimento, nonostante i molti miliardi di euro di fondi comunitari, è stata la variabile della spesa nazionale che ha sofferto di più. Se, alla vigilia dell’entrata in circolazione della moneta unica, gli investimenti complessivi nella nostra economia rappresentavano il 27 per cento del PIL, 20 anni dopo questo dato è solo del 20 per cento”.

Eugenio Rosa: “Nel 2001, i salari rappresentavano il 38,8 per cento del PIL. Nel 1975 arrivarono a rappresentare circa il 50 per cento. Nel 2015 rappresentavano solo il 34 per cento, e nel 2019 sono leggermente aumentati, ma non sono tornati al livello precedente all’entrata in circolazione della moneta unica”.

Graciete Cruz: “Sarà con il contributo della lotta organizzata operaia, sempre decisiva per fermare e interrompere processi distruttivi e conquistare avanzamenti, che si creeranno le condizioni per dare un altro orientamento al Paese, salvandolo dall’arretratezza e dalla dipendenza da cui è colpito. Aprendo la strada alla difesa degli interessi sovrani del Portogallo e ponendo, al centro delle opzioni politiche, i diritti e le aspirazioni dei lavoratori e delle persone, si imprimerà un nuovo percorso nella valorizzazione del lavoro e dei lavoratori, nel cambiamento in positivo dello spirito dei diritti e nella difesa e il rilancio dei settori produttivi nazionali, dei servizi pubblici e delle funzioni sociali dello Stato”.

Sofia Neves da Silva: “All’inizio del secondo decennio dell’euro, i lavoratori e le persone stavano perdendo sempre più potere d’acquisto e diritti. Le condizioni di vita erano inasprite e le economie alla periferia dell’euro erano sempre più indebolite. La speranza che fosse possibile un futuro migliore, tuttavia, ha alimentato lotte che avrebbero impedito un’ulteriore perdita di diritti e di reddito. Ma la macchina propagandistica dell’UE era ben oliata e la moneta unica non poteva fallire. Approfittando della crisi e puntando il dito contro gli Stati membri e un processo di integrazione incompleto – in particolare per quanto riguarda l’euro, il settore bancario e finanziario – le istituzioni europee cercano di andare ancora oltre nel processo di integrazione capitalista”.

Ludvik Sulda, PC di Boemia e Moravia: “Anche i rappresentanti dell’attuale governo di destra non erano, alla fine del 2021, favorevoli alla fissazione da parte della Repubblica Ceca di una data per l’adesione alla zona euro (…). Gli economisti cechi ritengono che l’adozione dell’euro non sarebbe vantaggiosa. Il motivo principale è la perdita della politica monetaria indipendente e della funzione di stabilizzazione valutaria della Banca nazionale, nonché lo stato attuale delle finanze pubbliche”.

Vera Polycarpou, AKEL di Cipro: “Rispetto all’adozione di una moneta comune c’era e c’è tuttora uno scandaloso silenzio. (…) In nome dell’euro e della sua ‘sopravvivenza’, qualunque decisione della Commissione Europea e della BCE deve essere adottata, a prescindere dai costi sociali. In nome del corretto funzionamento del mercato, al consiglio di Bruxelles sono stati conferiti poteri che privano gli Stati membri del diritto di decidere su questioni relative alle loro politiche fiscali e monetarie”.

Thomas Pringle, I4C Irlanda: “Mario Draghi ha detto al Parlamento europeo che “abbiamo bisogno di un federalismo pragmatico che comprenda tutte le aree interessate dalle trasformazioni in corso, dall’economia all’energia e alla sicurezza”. Se ciò richiede l’avvio di un percorso che porti alla revisione del trattato, dobbiamo accettarlo”. Ha anche affermato che l’Europa deve muoversi verso “decisioni a maggioranza qualificata” che lasceranno paesi come l’Irlanda indietro e alla mercé dei grandi stati”.

Joao Ferreira do Amaral: “Se si mantiene l’attuale quadro monetario dell’Unione Europea, non c’è nulla che possa impedire che i prossimi vent’anni siano uguali o peggiori degli ultimi venti. Al contrario, le difficoltà della zona euro, in cui oggi tre delle quattro maggiori economie (Francia, Italia, Spagna) hanno più del 100 per cento del proprio PIL in debito pubblico, lontano dal benchmark del 60 per cento, creano pressioni nella zona euro verso un quadro politico recessivo”.

Carlos Carvalhas: “Attualmente, se i dollari che circolano nel mondo tornassero negli Stati Uniti, non ci sarebbero né oro, né patrimonio, né beni e servizi che potrebbero ad essi corrispondere. Il dollaro si è radicato attraverso decenni di dominio degli Stati Uniti ed è comunemente accettato nelle transazioni internazionali. Il che non significa che non abbia i piedi di argilla…vLa posizione di completo follow-through dell’UE in relazione alla politica americana dimostra anche che detenere riserve in euro non fornisce alcuna garanzia…”.

João Rodrigues: “Dichiarando una guerra economica globale con una delle principali potenze economiche del globo (la Cina), il blocco euro-atlantico potrebbe aver accelerato, contro la sua volontà, l’affermazione di un mondo multipolare… I mercati sono la fonte della razionalità degli Stati – questa è la teoria neoliberista. Ebbene, i mercati hanno iniziato a parlare e in Portogallo hanno gridato forte alla vigilia dell’intervento della troika… Dieci anni dopo, il debito portoghese supera il 120 per cento del PIL (…), ma il tasso di interesse a dieci anni rimane allo 0,25 per cento. Per salvare l’eurozona, la Bce è stata costretta ad americanizzarsi, cioè ad assumere il principio che, in definitiva, controlla la banca centrale”.

Paolo Coimbra: “Secondo me, le condizioni di base per l’uscita di un Paese dalla zona euro sono date dalla capacità e dagli strumenti per utilizzare una politica monetaria articolata, al fine di garantire la piena occupazione senza inflazione, tenere conto della bilancia dei pagamenti e sviluppare rapidamente il modello di specializzazione dell’economia”.

Ricardo Cabral: “La preoccupazione di questi architetti della politica monetaria era di garantire che l’euro non venisse utilizzato per promuovere trasferimenti di bilancio tra Stati membri ricchi e poveri. E, di conseguenza, il finanziamento monetario degli Stati membri è stato concepito per realizzarsi solo attraverso l’intermediazione del sistema di private banking di ciascuno Stato membro, in primo luogo senza alcun requisito a livello, tra virgolette, di ‘qualità’ del debito pubblico degli Stati membri ma, a partire dal novembre 2005, con requisiti di rating da parte di quattro agenzie private internazionali. In altre parole, sarebbe il settore privato a imporre la necessaria disciplina di bilancio agli Stati membri”.

Nuno Teles: “La sfida che si pone è quella di pensare di uscire dall’euro non solo riflettendo sulle difficoltà di una scelta di questo tipo, ma anche in termini di nuove e positive possibilità per le economie periferiche. Questo ci costringe a pensare alla pianificazione economica, perché un paese che è monetariamente sovrano può gestire il credito e pianificare l’economia in termini di desideri e bisogni. Nel caso del Portogallo, la reindustrializzazione, basata sulla valorizzazione del lavoro, il cambiamento climatico e la transizione energetica”.

Miguel Tiago: “Vent’anni di circolazione dell’euro hanno causato danni incalcolabili. Oltre a questi costi politici ed economici provenienti dell’adozione di una moneta unica, definita essenzialmente in termini di moneta della principale economia dell’UE, ci sono gli sviluppi che l’UE ha imposto, con l’accettazione di diversi governi sottomessi, in vari ambiti di economia e finanza. L’Unione Bancaria è una di queste evoluzioni e, in sintesi, configura l’adeguamento della struttura di vigilanza e regolamentazione bancaria alla configurazione di una banca in via di riorganizzazione, in un’ottica di concentrazione pressoché totale del capitale bancario”.