In questi ultimi giorni la stampa italiana, al pari di quella degli altri paesi dell’Unione Europea, ha dato particolare rilievo alle notizie provenienti dall’estremo nord, da Svezia e Finlandia. I due paesi infatti hanno avanzato la domanda di adesione alla NATO, abbandonando la loro tradizionale posizione di neutralità.

Quanto alla Finlandia, più che di neutralità si dovrebbe parlare di equilibrio acrobatico: infatti il paese dal 1810 al 1917 aveva fatto parte dell’impero zarista, e proprio all’inizio della rivoluzione sovietica nel dicembre del 1917, Lenin le aveva accordato l’indipendenza; ma nel 1918, sotto la guida del generale dell’esercito zarista Gustav Mannerheim, aveva chiesto l’aiuto della Germania per vincere la guerra interna contro i “punikki”, i “rossi” che auspicavano di unirsi alla rivoluzione sovietica; poi dal 1939 la Finlandia fu alleata di Hitler nella seconda guerra mondiale, sempre in funzione antisovietica, quando l’URSS la attaccò, giacché il territorio finlandese comprendeva allora metà del lago Ladoga, con il confine a pochi chilometri da Leningrado. Nel dopoguerra, lo storico presidente Urho Kekkonen – che restò in carica per 26 anni, dal 1956 al 1982 – portò avanti una politica di sapiente equilibrio fra le esigenze imposte dalla vicinanza alla grande potenza, con la quale esistevano intensi legami storici, economici e culturali, e dalla necessità di difendere la propria indipendenza e la propria integrità territoriale.

La Finlandia entrò a far parte dell’Unione Europea nel 1995, ma finora aveva sempre evitato di inserirsi nell’alleanza militare del Trattato Nord-Atlantico, appunto per non urtarsi con il grande vicino, la Russia, che da almeno due secoli determina le sorti della Finlandia: una distanza che poteva garantire la sicurezza del paese.

Recentemente i nuovi dirigenti finlandesi – la prima ministra Sanna Marin, del Partito socialdemocratico, e il Presidente della repubblica Sauli Niinistö – hanno ritenuto invece che la sicurezza del paese fosse meglio garantita dall’ombrello della NATO, ottenendo l’approvazione del Parlamento. Nel febbraio di quest’anno hanno inoltre deciso di compiere grandi esercitazioni militari, dapprima in Lapponia, e poi in tutto il paese, mentre in marzo era prevista la partecipazione, insieme alla Svezia, all’esercitazione NATO “Cold Response”; le esercitazioni sono proseguite in ambito nazionale e lunedì scorso, 30 maggio, i cacciabombardieri militari rombavano a bassissima quota sopra i tetti di Helsinki. E’ evidente che l’attuale situazione critica in Ucraina provoca una certa preoccupazione negli Stati confinanti con la Russia – Finlandia, Svezia, Norvegia – ma le esercitazioni militari, che pure sono rutinarie, in questo contesto assumono un significato poco tranquillizzante.

La popolazione fino a tre mesi fa era circa al 75% contraria all’ingresso nella NATO, e in una università di provincia un alto ufficiale dell’esercito, inviato per convincere i giovani studenti della nobiltà della guerra, aveva avuto come risposta: “se la guerra ti pare bella, fattela tu”. Nel giro di pochi mesi invece i dati si sono ribaltati, e il 75% della popolazione risulta ora favorevole all’ingresso nell’alleanza atlantica. Errori delle statistiche? Effetto della guerra in Ucraina? Potenza di persuasione dei mezzi di comunicazione di massa? Non sappiamo.

Ma davvero la sicurezza della Finlandia è più garantita sotto l’ombrello della NATO? Il paese condivide 1.340 chilometri di frontiera con la Russia, buona parte dei quali in territori praticamente spopolati e al buio per vari mesi all’anno: sulle deserte sponde del lago Inari, o nella lontana penisola di Kola, che cosa può succedere nell’oscurità dell’inverno? E inoltre sono stati presi degli accordi preliminari circa la sicurezza dei confini e il tipo di armi da installarvi? La prima ministra Sanna Marin ha dichiarato che la NATO “non ha alcun interesse a piazzare in Finlandia armi nucleari”, ma non esiste alcuna garanzia che Washington o, in sottordine, Bruxelles siano d’accordo, o che – anche se lo sono in questo momento – non cambino idea in futuro. In altri termini, la Finlandia potrebbe trovarsi in prima linea sul fronte di una guerra nucleare con il grande vicino. E’ questa la sicurezza finlandese?

Inoltre, l’espansione della NATO a est ha permesso di installare basi missilistiche strategiche in Polonia e in Romania, nelle vicinanze di Mosca; con l’ingresso della Finlandia nella NATO, le basi sarebbero ancora più immediatamente vicine, provocando in Russia un comprensibile timore di vulnerabilità strategica. Si tratta di un passo pericoloso nei confronti di una grande potenza nucleare.

Non si vuole essere amici di Putin, o voler giustificare in ogni modo l’intervento in Ucraina, ma la geografia ha il suo peso: la Finlandia di fatto si trova in prima linea su un eventuale futuro fronte di guerra nucleare fra est e ovest; una possibilità sempre meno astratta data l’attuale politica imperiale degli Stati Uniti. L’Alleanza della sinistra (Vasemmistoliitto) in cui è confluito anche il Partito comunista finlandese, ha votato a favore dell’ingresso nella NATO, affermando peraltro che “è necessaria una forte voce comune nordica affinché la NATO si sviluppi proprio come un’alleanza di difesa e non come un’organizzazione militare che usa la violenza per promuovere ‘pace e democrazia nel mondo’. Un tema in cui i paesi nordici possono fungere da ampio fronte interno”. Riusciranno i paesi nordici ad esercitare questo tipo di influenza sulla politica generale della NATO e degli Stati Uniti? E’ un interrogativo che in questo momento si rivela drammatico.

Di fronte al nuovo atteggiamento della Finlandia, la Russia ha già preso delle posizioni significative: alla Duma, il deputato russo Dmitry Novikov ha chiesto di rivedere l’accordo relativo al Canale del Saimaa. Nel 1962, per la prima volta nella sua storia, l’Unione Sovietica affittò una sia pur piccolissima parte del proprio territorio a un paese straniero: la Finlandia ebbe in uso 19,6 chilometri del Canale del Saimaa, un’arteria lunga in tutto 43 chilometri che collega il lago più grande del sistema di laghi del Saimaa con il Mar Baltico, mettendo in comunicazione diretta i centri industriali di quella regione con i mercati d’Europa. L’accordo era valido per 50 anni, e alla scadenza, nel 2013, è stato rinnovato fino al 2063. Ora nella Duma si chiede di rivederlo, e si tratta di un segnale che indica chiaramente quanto siano deteriorati i rapporti di buon vicinato che esistevano fra i due paesi. La denuncia dell’accordo peraltro non è di competenza della Duma, ma dei ministri degli esteri e dei trasporti.

L’accordo sul Canale del Saimaa prescrive espressamente che la Finlandia non ha alcun diritto di farvi passare imbarcazioni militari battenti bandiera finlandese né di altri paesi. Ciò significa che la NATO – se e quando la Finlandia vi entri – non avrà alcun diritto di far passare legalmente navi da guerra dirette verso le acque interne del paese. Il canale quindi non pone alcuna minaccia militare diretta alla Russia, sia pure soltanto sul piano legale. L’ambasciatore russo a Helsinki da parte sua ha dichiarato alla stampa che “se la Finlandia entra nella NATO, sarà necessario che la Russia prenda le misure necessarie a garantire i suoi interessi”. Quali siano le misure, però, non è stato precisato, e non sono di competenza del diplomatico.

La Russia ha parlato anche attraverso le parole del suo ambasciatore in Canada, Oleg Stepanov. In una intervista alla stampa finlandese, Stepanov ha affermato che “quali che siano le dichiarazioni della NATO, il fatto è che alle nostre porte è stata piazzata una macchina militare di tipo nucleare… I nostri buoni vicini si renderanno presto conto che quella regione, ora politicamente e militarmente tranquilla, è stata inclusa nell’arco delle tensioni fra NATO e Russia”. E ha aggiunto un monito: “Davvero i finlandesi e gli svedesi vogliono essere spinti a unirsi alla marcia geostrategica degli Stati Uniti contro la Russia? Noi siamo vicini, e a noi tre compete una responsabilità ben più alta di quella degli ideologi di Washington”.

Un richiamo, quello alla responsabilità, che è insieme politico ed etico, e va esteso a tutti i governanti, giacché in gioco, nel caso di una guerra nucleare, c’è l’esistenza stessa del genere umano.