I fatti

Mentre scriviamo, fine maggio, a pochi giorni dalla manifestazione del 2 giugno a Coltano promossa dal movimento No Base, arriva un nuovo Decreto del Ministro della Difesa.

Il ministro Lorenzo Guerini, dopo avere più volte incontrato il Presidente della Provincia di Pisa, il Sindaco di Pisa e il Governatore della Regione Toscana, dopo l’iniziale DPCM di metà gennaio che individuava nell’area marginale del Parco di Migliarino Massaciuccoli e San Rossore la sede dei reparti speciali dei Carabinieri (ben prima dell’inizio del conflitto in Ucraina), ha emanato un nuovo decreto che «istituisce il tavolo interistituzionale per individuare soluzioni alternative di riallocazione sul territorio dell’intervento infrastrutturale individuato con il decreto del presidente del Consiglio del 14 gennaio».

Sono trascorsi solo pochi giorni da una partecipata assemblea cittadina (quasi 400 presenti in una città di 90 mila abitanti) promossa dalla Giunta di centro destra nella quale quasi la totalità dei cittadini si era espressa contro l’insana decisione di costruire una cittadella militare a Pisa e il Primo Cittadino aveva preso l’impegno di tenere conto della volontà popolare, ed è bene soffermarsi su quanto emerso in questa sede per comprendere la posta in gioco.

Tanto per il centro sinistra quanto per il centro destra la base militare va fatta a Pisa, non concordano su dove collocarla e dietro ad ogni proposta si nascondono altri obiettivi di natura urbanistica.

C’è chi vorrebbe approfittare dei 190 milioni di euro del Fondo Coesione e Sviluppo per ottenere contropartite come progetti di rigenerazione urbana a Coltano, chi pensa di recuperare edifici pubblici abbandonati sempre nel Borgo di Coltano, chi invece ipotizza lo spostamento della cittadella militare dalla parte opposta della città o con uno spezzatino della stessa (il progetto iniziale include anche centri sportivi e case) che includa anche un’area militare alla Bigattiera, a pochi km dalla base Usa di Camp Darby, e l’ex Expo di Ospedaletto; ipotesi molteplici, alcune delle quali investono anche il recupero delle caserme abbandonate (non è da oggi che Pisa rappresenta un territorio nevralgico per la guerra e la militarizzazione) dentro un progetto turistico e speculativo attorno a immobili di pregio, in una città nella quale circa 150 famiglie sfrattate sono ospitate in alberghi e B&B.

Il Comitato No Camp Darby ha aderito al movimento No Base ma conservando la propria autonomia, e la differenza di vedute con il variegato mondo contrario alla base è evidente. No Camp Darby ha da tempo denunciato il collegamento tra la militarizzazione dei territori e i progetti della “Bussola europea”, la costruzione di nuove basi avviene in prossimità di Hub dai quali partono armi e uomini per gli scenari di guerra e, a Pisa, all’aeroporto militare sorge da lustri una struttura predisposta a tale scopo. Sempre No Camp Darby ha organizzato una due giorni a metà maggio invitando anche economisti e ambientalisti per denunciare le nuove strategie di guerra e parlare della Resistenza nel Donbass e nell’occasione vi sono stati gli interventi della professoressa Laura Baldelli, della redazione nazionale, di “Cumpanis”, di Sara Reginella e di Fulvio Grimaldi (le registrazioni della due giorni sono reperibili sulla pagina FB di No Camp Darby).

Per No Camp Darby l’obiettivo è quello di impedire la militarizzazione dei territori a prescindere, richiamando l’attenzione sui nuovi equilibri strategici che porteranno alla nascita dell’esercito europeo e al neokeynesismo di guerra, al contempo la Cub mette in guardia la cittadinanza dal fatto che il problema non sia rappresentato solo dal progetto iniziale di collocare la base nel Parco ma richiama l’attenzione sulle aree inquinate attorno al Parco, sullo scempio dell’ex area industriale di Ospedaletto, limitrofa a Coltano, dove sorgeva l’inceneritore e dove decine di strutture industriali sono chiuse da tempo in attesa di bonifiche e riconversioni. Sempre il sindacato di base Cub rivendica una visione diversa del territorio, bonifiche e abbattimento di ecomostri in cemento armato mai finiti di costruire per rispondere alla vocazione agricola e di allevamento del territorio (ormai risalente a decine di anni fa) dentro un progetto che non sia ad uso e consumo di imprenditori forti del settore. Detto in altri termini, la lotta alla militarizzazione si coniuga con una differente visione della città e con un punto di vista di classe (riqualificando il territorio si potrebbero costruire cooperative per attività agricole e di allevamento senza impatto ambientale).

L’ennesimo intervento del ministro della Difesa si prefigge l’obiettivo di “rivedere” e superare parte del DPCM del premier Mario Draghi che dava il via alla costruzione della base in un’area di 73 ettari agricoli nei pressi dell’ex Centro Radar.

L’ultima ipotesi è quella di abbandonare il Centro Radar di Coltano (ora in stato di abbandono ma pensato un tempo per costruire un sistema di controllo delle comunicazioni), ma di investire comunque nell’area di Coltano nonostante l’opposizione della cittadinanza. E dopo anni di abbandono e di mancati investimenti, si torna a parlare di recupero e rigenerazione urbana delle strutture pubbliche a Coltano, una sorta di contropartita per costruire la base.

A tal riguardo riportiamo integralmente la nota diffusa dal comitato di No Camp Darby che aiuta a comprendere gli scenari attuali:

Siamo davanti a una farsa, anzi alla deliberata volontà di non ascoltare la cittadinanza che nell’assemblea alla Leopolda si era espressa contro la costruzione della cittadella militare a Coltano. Nel nuovo DPCM del Ministero della Difesa troviamo scritto che stanno valutando, con gli Enti locali, l’opportunità di inserire il borgo di Coltano nel progetto attraverso la rigenerazione urbana degli immobili di proprietà pubblica.

Se ci sono immobili pubblici in decadenza la responsabilità è politica di chi non ha mai voluto reperire fondi per la loro salvaguardia, analogo discorso va fatto per le bonifiche ad Ospedaletto tra capannoni e fabbriche abbandonate, corsi d’acqua inquinati e palazzi a più piani lasciati a metà da oltre un decennio.

È evidente che si voglia utilizzare la cittadella militare per ottenere contropartite e dimenticando che il territorio pisano è già “occupato” da innumerevoli siti militari.

Gli Enti locali stanno negoziando contropartite irricevibili con il Governo accettando di buon grado l’ennesima militarizzazione dei territori e magari presentando alla cittadinanza come una opportunità da cogliere, quella di ospitare una base militare che si andrà ad aggiungere a quelle esistenti.

Pisa non diventi un’area di guerra. Partecipiamo al Corteo del 2 giugno per dire no alla militarizzazione del territorio e per investire fondi per le bonifiche e il recupero delle aree abbandonate.

Questi i fatti, mentre prosegue la mobilitazione e il parlamentare della Lega, Ziello, tuona contro un presidio apericena promosso da No Base nel centro cittadino chiedendo al ministero degli Interni se ci sono state le canoniche autorizzazioni e in caso contrario individuare e punire gli organizzatori.

Un’esternazione tipica della Lega che ogni conflitto trasforma in questione di ordine pubblico ma con l’alleanza di centro sinistra che tace sull’assenso accordato alla costruzione della base trasformando la vertenza in trampolino di lancio per la prossima campagna elettorale (tra un anno di vota per l’elezione a Sindaco di Pisa).

La base militare a Pisa non si deve costruire, ma non sono dello stesso avviso centro sinistra e centro destra che concordano invece con la Bussola europea e per questo pensano di edificare una cittadella militare vicino alla base Usa di Camp Darby e all’Hub militare dell’aeroporto, tutti insieme appassionatamente, per favorire il rapido trasporto di armi e militari verso le aree di guerra dei prossimi anni.

Ecco la ragione per la quale scendere in piazza il 2 giugno e non limitarsi solo alla querelle su dove collocare la cittadella militare, recuperando invece un punto di vista articolato del nesso tra militarizzazione e Bussola europea, tra progetti urbanistici e un’idea di città che non sia ad uso e consumo delle servitù militari e di processi speculativi.