Dirò cosa ovvia, ma occorre premettere che politica e organizzazione non sono due campi separati dell’agire dei partiti ma hanno fra di loro uno stretto rapporto. L’organizzazione dipende dal contesto storico-sociale e dagli obiettivi politici che il partito intende perseguire. Questo vale ovviamente anche per un partito comunista che, in quanto tale, intende essere un avamposto delle classi lavoratrici, un loro educatore e mobilitatore. Perché la coscienza di classe non è un dato che si forma spontaneamente, ma è frutto di un’opera pedagogica che proprio il partito deve svolgere. Nel contempo esso deve essere, gramscianamente, un intellettuale collettivo che analizza la realtà ed elabora indirizzi politici utili al riscatto di queste classi nella realtà in cui si trovano. Riscatto che passa anche per l’individuazione di obiettivi immediati, ma senza perdere di vista, come invece hanno fatto le socialdemocrazie, il fine della liberazione dell’uomo dallo sfruttamento capitalistico e dell’edificazione di una società nuova. Strategia e tattica, guerra di movimento e, tornando al lessico gramsciano, guerra di posizione devono snodarsi sulla base della situazione concreta.

Nel panorama italiano in cui pesa drammaticamente l’assenza di un partito che abbia simili caratteristiche può essere utile ragionare su di un libro di pubblicazione relativamente recente. Si tratta della traduzione in italiano di un saggio del prestigioso dirigente comunista portoghese Álvaro Cunhal, pubblicato in Portogallo nel 1985, Il Partito dalle pareti di vetro con introduzione di Fosco Giannini e postfazione di Salvatore Tiné, uscita nel settembre 2020 per i tipi della Città del Sole. L’edizione italiana reca come sottotitolo “Il Partito Comunista come strumento del processo rivoluzionario e «anticipazione» del socialismo”.

Cunhal fu il principale costruttore del partito portoghese. Scienziato comunista di impostazione gramsciana e di elevata cultura umanistica, fu anche riservato artista.

Dopo un’analisi del contesto storico in cui operano i comunisti portoghesi – il saggio è scritto undici anni dopo la Rivoluzione dei Garofani, di cui il Partito Comunista fu tra i protagonisti – Cunhal va dritto a esaminare quali debbano essere le caratteristiche del “partito della classe operaia e di tutti i lavoratori”, un partito nuovo, di massa e di quadri.

I principali tratti ideologici del partito sono l’internazionalismo e l’antimperialismo, che non escludono, anzi fortificano il carattere patriottico del partito. I monopoli, per esempio, devono essere combattuti anche perché antipatriottici. Le sirene della propaganda borghese hanno continuamente esortato il partito portoghese ad abbandonare questi suoi caratteri ideologici per poter conquistare la sua autonomia e una rispettabilità che gli avrebbe permesso di poter essere considerato alla pari degli altri partiti. Al contrario, sostiene Cunhal, l’autonomia si conquista se non si rinuncia ai nostri principi marxisti-leninisti. Non c’è bisogno di sottolineare quanto sia distante questa impostazione dalle scelte omologanti dell’ultimo Pci e dei suoi immeritevoli eredi.

L’altro aspetto è l’antidogmatismo, da non confondere con il nuovismo e con l’adesione a tutte le mode culturali. Anche in questo caso sono evidenti le differenze con la sinistra italiana, compresa quella “di alternativa” e perfino con alcuni partiti che ancora si denominano comunisti.

La “regola d’oro” deve essere la partecipazione maggioritaria dei militanti operai nel corpo degli iscritti e negli organismi di direzione. Ma non meno importante è la pratica del lavoro collettivo, che escluda personalismi e garantisca un’effettiva democrazia interna, secondo la regola del centralismo democratico, che permetta effettivamente di mettere a sintesi le diverse opinioni in un dibattito libero e aperto in cui ci sia spazio per la critica e l’autocritica, evitando che i quadri vengano selezionati in base alla fedeltà anziché alle capacità.

La discussione e la ricerca devono tendere al raggiungimento della massima unità. Tale unità è garantita da due “norme organiche”: disciplina e proibizione delle frazioni.

Quindi, massima unità e massima democrazia. A tal fine debbono essere esclusi il culto della personalità, ogni privilegio del gruppo dirigente, l’arroganza del potere. Occorre evitare che le opinioni dei dirigenti oscurino il contributo dei molti e distruggano l’iniziativa e la creatività dei militanti. Perché l’elaborazione collettiva è una garanzia per limitare errori. Esemplare è l’affermazione che l’opinione del segretario debba contare quanto quella del semplice militante. E questa uguaglianza si rispecchia anche nel pari trattamento salariale di tutti i dirigenti, senza eccezione alcuna, come fatto altamente educativo.

Particolare attenzione deve essere posta alla formazione ideologica, ma non solo, dei quadri, alla loro selezione e crescita nello spirito del collettivo. Per quanto riguarda la selezione, il criterio deve essere quello della partecipazione alle lotte operaie e della fermezza. Un partito che per 48 anni era stato clandestino e oggetto di brutali persecuzioni inevitabilmente aveva subìto scosse nell’organizzazione. A tratti il segretariato era stato l’unico organo operativo e quasi sempre il principale, ma in alcuni periodi la totalità dei suoi membri venne arrestata e in altri lo fu la metà. Lo stesso Cunhal era stato prima incarcerato e sottoposto a dure torture, poi evaso ed esule. La discontinuità della direzione era stata, quindi, una inesorabile conseguenza. Ma la decisione assunta nel ’61 di mettere una parte del segretariato all’estero permise una certa continuità e lo sviluppo del partito, determinando l’ingresso di nuovi quadri. La stabilità, quindi, si è coniugata non con l’immobilismo ma col rinnovamento. Un rinnovamento che, tuttavia, ha consentito che tuttora nel corpo del partito e del quadro dirigente rimanga forte la presenza di lavoratori.

L’organizzazione del partito deve preferire la strutturazione in cellule di luogo di lavoro, lasciando alle cellule territoriali un ruolo residuale laddove non sia praticabile la via privilegiata.

Inoltre, il partito è descritto come una comunità ricca di coesione, di relazioni personali fraterne, di ricerca della verità, ove regna una morale superiore, tale da prefigurare i rapporti che caratterizzeranno il socialismo. Da qui il sottotitolo opportunamente scelto dai curatori dell’edizione italiana.

Questo sommario elenco dei principali contenuti del libro non ha la pretesa di dare ragione delle profonde, seppure scritte in maniera piana e comprensibilissima, argomentazioni del grande dirigente comunista. Il libro, invece, deve essere letto per intero, anche in considerazione dello stato pietoso in cui versano i comunisti in Italia.

Sono convinto infatti che, oltre a diverse ragioni oggettive di questa nostra condizione (il crollo del campo comunista, la frammentazione intervenuta nel mondo del lavoro, la pessima funzione svolta dall’ultimo Pci), la nostra condizione sia causata, anche attualmente, da una prassi antitetica a quella del Pcp che è, non a caso, il partito comunista più in salute dell’Europa occidentale.

Dove sono, infatti, nella miriade di partitini e gruppi comunisti, tormentati, nonostante la loro atomicità, da lotte intestine, la spinta all’unità, la disponibilità dei dirigenti ad ascoltare il corpo sociale, il farsi società del partito, la presenza nei luoghi di lavoro, il contrasto del frazionismo, la sintesi unitaria, la fermezza ideologica accompagnata all’elaborazione teorica non dogmatica e all’apertura verso le altre formazioni comuniste? E in che misura la dispersione in mille gruppi ininfluenti è dettata da ragioni politiche e strategiche profonde, che non sarebbe cosa deprecabile, invece che da anacronistiche divisioni sui “santini” della storia del movimento comunista, nella migliore ipotesi, o da logiche di effimero potere e sopravvivenza di gruppi dirigenti per lo più squalificati, nella peggiore?

In questo penoso panorama il Pcp e il contributo che Álvaro ci ha offerto possono essere una stella polare per consentire anche in Italia alle classi lavoratrici di mettere all’ordine del giorno il superamento dello sfruttamento capitalistico. Tale possibilità non si dà in assenza di un forte e credibile partito comunista in grado di egemonizzare e indirizzare i movimenti reali.

Per essere tale sono indispensabili i caratteri fondamentali dell’internazionalismo, dell’adesione ai principi del marxismo e all’insegnamento gramsciano sulla complessità delle società occidentali e la necessità di adeguare a tale complessità i caratteri del partito, la strategia e le tattiche.

Vanno invece combattute a fondo una serie di tendenze, anche nei partiti che ancora si definiscono comunisti, ad assumere ecletticamente alcune concezioni borghesi fuorvianti quali, per esempio, un tipo di femminismo disgiunto da un’analisi di classe della condizione femminile, il mito della fine del lavoro, la teoria della decrescita e un ambientalismo che prescindano da una critica del modo di produzione capitalistico e dall’obiettivo del suo superamento, un keynesismo che, oltre a essere stato uno strumento di conservazione del capitalismo, non ha più spazi, dopo la fine del campo socialista che costituiva un pungolo sul piano sociale, in un mondo globalizzato e nel contesto della spietata ricerca dei capitalisti di contrastare la caduta del saggio del profitto. Su questo piano si sono dimostrate nocive sia tali acritiche adesioni, sia l’incapacità o addirittura il rifiuto di elaborare una teoria marxista in grado di leggere il rapporto fra la contraddizione principale capitale-lavoro e le altre contraddizioni.

Il Pcp è il più forte dell’Europa occidentale anche in virtù del rifiuto della scelta eurocomunista che ha costituito un’omologazione di altri partiti comunisti, una rottura con il movimento comunista internazionale, un avvicinamento alla socialdemocrazia e un passaggio nel campo del polo imperialista europeo. Non a caso dallo sfacelo si sono salvati il Pcp e, in parte, il Pcf che vi aderì con maggiore cautela e tornò a posizioni internazionaliste negli anni ’80.

Il partito da ricostruire deve assumere, anche sul piano organizzativo, i caratteri essenziali delineati da Cunhal: centralismo effettivamente democratico, lotta al frazionismo, al leaderismo e ai personalismi, discussione politica aperta, selezione e formazione dei quadri, principalmente operai, spirito combattivo, rapporti umani fraterni e paritari fra i compagni, costituzione di cellule di lavoro ovunque sia possibile e ricorso a strumenti diversi, compresi quelli tecnologici, quando i lavoratori non operano nello stesso luogo.

Naturalmente, ogni partito deve rispondere anche alle particolarità della rispettiva realtà nazionale e non basta certo applicare le raccomandazioni di Cunhal, ma il libro ci offre un solido quadro di riferimento per approfondire la ricerca della migliore forma partito anche per l’oggi.

Vista l’inadeguatezza di tutte le formazioni comuniste esistenti che, spesso, più che la soluzione del problema costituiscono il problema stesso, è necessario, pur non disdegnando ogni tentativo di avvicinamenti reciproci fra tali formazioni, che questa costruzione avvenga partendo dalle lotte teoriche e pratiche per costruire un vasto fronte anticapitalista in cui i comunisti sappiano esercitare una loro profonda influenza.

Mi permetto di affermare infine, consapevole del rischio di attrarre qualche inimicizia, che la pars construens richiede anche una pars destruens e cioè lo smantellamento di una serie di particolarismi, diffidenze reciproche, convinzioni di autosufficienza, settarismi e logiche di fazione che si stanno dimostrando un serio ostacolo a ricomporre l’unità dei comunisti.