Lenin ci ha lasciato tre fondamentali contributi nel campo della filosofia.

Il primo è Cosa sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici? scritto tra la primavera e l’estate del 1894. In quest’opera Lenin difende l’interpretazione materialistica contenuta nel Capitale contro un filosofo soggettivista. Quindi, un’opera che nasce da un intento fortemente polemico ma molto istruttiva per comprendere non solo lo “scheletro” del testo di Marx, ma soprattutto il metodo e la “carne” storica – come si esprime Lenin – che riveste questo scheletro. Questa precisazione fa comprendere alcuni passaggi che possono sembrare in contraddizione con il pensiero di Engels. In particolare il passo seguente, letto senza il giusto inquadramento storico e soprattutto senza tenere conto dell’avversario contro cui è rivolto, può suscitare un equivoco.

L’idea del determinismo, stabilendo la necessità delle azioni umane, rigettando la favola sciocca del libero arbitrio, non sopprime affatto la ragione, né la coscienza dell’uomo, né l’apprezzamento delle sue azioni. All’opposto, soltanto dal punto di vista del determinismo è possibile dare un apprezzamento rigoroso e giusto, invece di attribuire tutto ciò che si vuole al libero arbitrio. Nello stesso modo anche l’idea della necessità storica non compromette per nulla la funzione dell’individuo nella storia: tutta la storia si compone appunto delle azioni di individui che sono indubbiamente dei fattori attivi. La questione reale che sorge quando si deve giudicare l’attività sociale di un individuo, consiste nel sapere: in quali condizioni il successo è assicurato a questa attività? quali sono le garanzie che questa attività non rimanga un atto isolato, sommerso in una marea di atti contrastanti? [N.d.R sottolineatura nostra]

Lenin deve contrastare le ubbie soggettivistiche del suo rivale e in particolare se si pone l’accento sulla “necessità”, senza in quella frase inserirla in un contesto dialettico, l’equivoco può nascere. Vediamo dal prosieguo della frase che l’attacco di Lenin è sferrato contro la pretesa di un “libero arbitrio” onnipotente, tanto caro ai soggettivisti e tanto libero da risultare del tutto sconnesso dagli “atti contrastanti” che lo circondano. Nel prosieguo del testo si legge:

Ciò che Marx ed Engels chiamavano metodo dialettico – in contrapposto al metodo metafisico – non è null’altro che il metodo scientifico in sociologia, consistente nel considerare la società come un organismo vivente, in continuo sviluppo (e non come qualche cosa di meccanicamente concatenato, che ammette, per conseguenza, ogni sorta di combinazioni arbitrarie di singoli elementi sociali), per lo studio del quale è necessaria l’analisi obiettiva dei rapporti di produzione che costituiscono una data formazione sociale e la ricerca delle leggi del suo funzionamento e del suo sviluppo.

Questa frase fuga ogni dubbio sull’assimilazione, anche in giovane età, di Lenin con il determinismo meccanicistico. Sebbene Lenin non avesse potuto leggere la Dialettica della Natura, egli padroneggiava già completamente la dialettica avendo assimilato le altre opere di Engels. Il lettore sarà quindi indirizzato a seguire i testi di Lenin, tenendo conto anche della terminologia in riferimento al corretto pensiero di Lenin.

Riteniamo che – oltre allo specifico contributo che diede alla difesa del materialismo dialettico – Lenin abbia avuto il merito inestimabile di aver traghettato il genuino marxismo dentro la cultura rivoluzionaria russa, evitando così il grave rischio che si potesse sviluppare un marxismo “in salsa russa” in cui, sotto una fraseologia marxista, persistessero vecchie ideologie populiste, arcaiche e antiscientifiche, anche se sotto spoglie moderne. 

Come ha sottolineato lui stesso: «Non si può comprendere appieno il Capitale di Marx, specialmente il suo primo capitolo, senza aver letto e compreso l’intera Logica di Hegel». (Lenin, Quaderni filosofici)

Materialismo ed Empiriocriticismo

Il secondo e il più noto testo filosofico di Lenin è Materialismo ed Empiriocriticismo, scritto nel 1908. 

In quel periodo la Russia era sconvolta dalla tempesta controrivoluzionaria, il terrore aveva raggiunto l’apice. Lenin viveva in esilio a Ginevra. I partiti rivoluzionari e d’opposizione erano distrutti, il pensiero progressista perseguitato. In campo ideologico s’affermava sempre più il dominio delle correnti idealistiche e reazionarie; la teologia si stava prendendo la rivincita. Negli ambienti progressisti cominciavano a delinearsi indirizzi di pensiero tendenti a conciliare il marxismo con le varie correnti dell’idealismo. La corrente revisionista più importante nella Russia di quel periodo fu l’empiriocriticismo, tesi avallate da Aleksandr Bogdanov in accordo col pensiero empiriocriticistico di Ernst Mach e Richard Avenarius, per via del quale s’era innescata una diatriba tra Lenin e Georgij Plechanov, considerato il “padre del marxismo russo”.

In generale, gli empiriocriticisti russi affermavano di essere marxisti, ma al tempo stesso sostenevano che il marxismo doveva liberarsi della metafisica precritica per diventare un marxismo del XX secolo.

Partendo dalla filosofia, gli esponenti di questa corrente arrivavano all’agnosticismo e all’empirismo anche nel campo delle scienze sociali e della politica e, quindi, alla negazione della lotta rivoluzionaria.

Tuttavia l’indirizzo positivista in Russia non era né autoctono né autonomo, ma faceva parte del vasto movimento positivista che dominava gli ambienti scientifici e intellettuali d’Europa. Occorreva quindi che Lenin allargasse il suo obiettivo: e infatti nella sua opera egli criticò a fondo la filosofia positivista e idealista dell’epoca e al tempo stesso sviluppò e approfondì la filosofia del materialismo dialettico.

Dopo la morte di Marx e di Engels, il pensiero marxista presentava qua e là sintomi di degenerazione. I suoi teorici erano andati progressivamente limitandosi al campo dell’economia; il revisionismo dominava il pensiero progressista europeo; l’eclettismo si era imposto sulla dialettica; era di moda tentare di conciliare il marxismo con il kantismo e con il positivismo; in nome dell’«ortodossia» si elaboravano le teorie più grossolane, che prendevano i nomi di economismo, oggettivismo ecc.; la teoria della rivoluzione socialista e la teoria del socialismo erano accantonate a favore di concezioni meccanicistiche sul trapasso al socialismo.

L’obiettivo principale che Lenin si propose fu quello di difendere il materialismo dialettico e di svilupparne la teoria in relazione alle nuove condizioni createsi all’inizio del XX secolo. Questa era la funzione di Materialismo ed empiriocriticismo.

Materialismo ed empiriocriticismo è in primo luogo un libro di lotta e ne ha tutte le caratteristiche: è un libro che serve con passione un obiettivo politico-ideologico concreto. Questo non vuol dire che Lenin identifichi il livello filosofico con il livello politico: egli sa mantenersi al livello della filosofia, pur mettendo in luce le radici sociali e politiche, e le implicazioni politiche, della filosofia. Nello stesso tempo sviluppa la sua stessa concezione e quindi, giustamente, nella prefazione alla seconda edizione definisce il suo libro, indipendentemente dalla polemica con i seguaci russi di Mach, come un sussidio alla conoscenza della filosofia del marxismo, del materialismo dialettico, come anche delle conclusioni filosofiche tratte dalle più recenti scoperte delle scienze naturali.

I sedicenti marxisti, contro cui si scaglia Lenin, hanno travisato completamente il materialismo dialettico, cadendo nell’idealismo soggettivo per finire a fare compagnia ai filosofi solipsisti di oltre due secoli prima di lui – come il filosofo, teologo e vescovo anglicano George Berkeley (1685, 1753) – che negano persino l’esistenza della realtà esterna. Lenin quindi ha sentito la necessità di ristabilire i punti essenziali del materialismo dialettico all’interno del suo partito, capendo che quella deviazione fosse foriera dei peggiori disastri nella teoria e quindi nella pratica del partito.

In quest’opera Lenin aderisce in modo scrupoloso ed esplicito all’insegnamento di Engels. In particolare l’accusa di Lenin a questi pretesi marxisti è quella di cadere nel “kantismo”. 

Il contributo di Kant all’evoluzione della scienza e del pensiero filosofico è stato ampiamente riconosciuto da Engels. E allora come mai Lenin se la prende con costoro? La risposta è semplice. Se le domande di Kant erano quelle giuste, le risposte mancarono l’obiettivo. Quando queste risposte vengono riproposte a distanza di un secolo esse assumono un significato reazionario. 

L’opera va inquadrata all’interno della polemica. Se i tratti materialisti sono preponderanti rispetto a quelli dialettici, contrariamente a Engels, in cui i tratti dialettici sono preponderanti su quelli materialisti, è solo perché essi combattevano nemici diametralmente opposti, la metafisica dei materialisti meccanicisti Engels, l’idealismo e l’agnosticismo dei positivisti Lenin.

In filosofia vi sono correnti che considerano la “realtà” non come qualcosa che esiste concretamente e indipendentemente fuori da noi, ma delimitano il significato di “realtà” alla parte che risulta conoscibile.

È ovvio che c’è un diaframma tra la realtà e il riflesso che di essa si crea nella nostra coscienza, è ovvio che non ci può essere perfetta identificazione, ma il punto di vista degli empiriocriticisti riporta il pensiero umano indietro di secoli, a Kant, e ancora prima a Berkeley e a Hume, e addirittura a Platone. Secoli di sofferti avanzamenti, coronati dall’affermazione del materialismo dialettico e dal corretto rapporto tra teoria e pratica, vengono vanificati. 

E, infatti, è proprio questo il desiderio di questi filosofi, quello di distogliere gli intellettuali e i lavoratori dal riconoscere nel materialismo scientifico la visione del mondo più rivoluzionaria, ma nel contempo più aderente alle necessità dello sviluppo sociale e scientifico della società del domani, che non può che essere che il socialismo-comunismo.

Porre dei limiti aprioristici invalicabili alla conoscenza umana, significa aprire le porte alla superstizione, a una visione antiscientifica del mondo. Per somma ironia, costoro che abbracciano queste ideologie sono quelli che invece si ammantano di “scientificità” e irridono i materialisti come idolatri di una realtà inconoscibile e quindi di essere loro dei metafisici adoratori di un nuovo dio: la materia. Si sostituiscono, quindi, i modelli alle teorie, si sostituiscono le formule ai ragionamenti, si rinuncia all’interpretazione razionale della realtà, in nome di un’astratta neutralità della scienza.

Lenin, passo per passo, mostra che le “nuove” posizioni dei sedicenti marxisti russi che hanno abbracciato l’empiriocriticismo, in realtà sono rimasticature di vecchie posizioni che finiscono per scivolare nel “solipsismo”. Questa visione del mondo, nel suo ipercriticismo, esalta talmente il dubbio da negare non solo le comuni categorie di causa, di materia, di movimento, ma persino che la realtà esista nel senso comune del termine. Ora ciò va al di là del criticismo di Kant e dell’agnosticismo di Hume, ma sconfina in un mondo in cui ognuno non è sicuro neanche dell’esistenza dell’attrezzo che usa, del compagno che ci sta al lato: un film di fantascienza dove tutto è sogno. I nuovi confini aperti dalle scoperte nel campo della microfisica dell’inizio del secolo scorso avevano gettato lo scompiglio nel mondo scientifico e non mancarono i filosofi che cercarono di approfittare di questa confusione per portare un attacco al cuore del materialismo scientifico. 

Come abbiamo detto, molti pretesi marxisti russi abboccarono all’amo, non avendo ben compreso la lezione di Engels. Lenin contro questa deviazione si scaglia in modo violento, seppellendo questa deviazione nel modo più definitivo. Tant’è che ancor oggi il testo di Lenin è considerato l’opera filosofica più elevata nella confutazione di questa filosofia.

Non solo a metà del secolo scorso questo dibattito infiammò l’accademia di tutto il mondo, compresa quella sovietica, ma oggi le più recenti scoperte nel campo della microfisica portano alcuni a reinterpretare e ripresentare visioni filosofiche che ripercorrono gli stessi argomenti sbaragliati da Lenin oltre cento anni fa.

Per esempio, oggi si ritorna a parlare di “scomparsa della materia”, come se la relazione tra materia ed energia negli stati microscopici possa far scomparire la materia. Si parla del fatto che la realtà sperimentale presenta effetti a distanza non spiegabili all’interno delle teorie attualmente elaborate, come del fatto che la realtà – quella nostra di tutti i giorni – non sia in alcun modo interpretabile, se non attraverso modelli che confliggono con la nostra razionalità. 

In quel caso, anziché aumentare lo sforzo per avvicinare la razionalità al modello, si sceglie di buttare via la razionalità e tenersi un modello, come se il sarto incolpasse il cliente di non andare bene al vestito che ha confezionato.

Vogliamo riportare la seguente efficace sintesi di questo testo fondamentale:

«… sebbene guardato con estrema diffidenza o addirittura ignorato da gran parte degli studiosi non-marxisti (e anche da alcuni marxisti), esso ha indicato al pensiero filosofico-scientifico del nostro secolo alcune prospettive la cui importanza è oggi difficilmente negabile. Ci limiteremo a ricordarne tre: 1) una prospettiva realistica, secondo cui non è possibile negare l’esistenza di una realtà esterna, irriducibile ai nostri stati di coscienza; 2) una razionalistica, secondo cui la ragione umana è in grado, partendo dai dati sensoriali, di costruire teorie – in particolare teorie scientifiche – che ci fanno conoscere in maniera via via meglio approssimata la realtà, pur senza portarci mai ad una conoscenza assoluta e totale di essa; 3) una pragmatica, che si impernia su due punti: mentre per un lato dichiara l’infondatezza delle teorie che pretendessero non tenere conto della verifica pratica dei propri risultati, per un altro lato denuncia implacabilmente la sterilità delle azioni che volessero raggiungere le proprie mete senza fondarsi su conoscenze vere della realtà (sia pure «vere» di una verità relativa, cioè conoscenze che riescono a conseguire la maggiore approssimazione possibile del reale, relativamente a una data situazione storica)». (Geymonat L., Storia del pensiero filosofico e scientifico)

Quaderni Filosofici

«I Quaderni filosofici, pubblicati per la prima volta in URSS nel 1929-30, raccolgono riassunti e commenti critici annotati da Lenin – a proprio uso personale – durante la lettura di varie opere di argomento filosofico. I primi risalgono al 1895 e riguardano la Sacra famiglia di Marx ed Engels; altri, non sempre esattamente databili ma da farsi in ogni modo risalire a tempi più recenti, riguardano due scritti di Feuerbach, alcune storie della filosofia, articoli sul problema della conoscenza ecc. Gli appunti di gran lunga più significativi sono quelli annotati durante la lettura (1914-15) di alcune fondamentali opere di Hegel: la Scienza della logica, le lezioni di Storia della filosofia e quelle di Filosofia della storia». (Geymonat L., Storia del pensiero filosofico e scientifico)

In un brevissimo passaggio Lenin pone l’accento sulla natura dinamica della dialettica, sul fatto che questa dinamicità venga da un motore interno e non esterno, dal fatto che il movimento sia una costante di tutta la realtà e che le fasi di stasi siano transitorie. Ciò apre una prospettiva non nuova rispetto a Marx ed Engels, ma più esplicita e costituisce un ulteriore ponte tra il materialismo dialettico e quello storico, attraverso l’osservazione che questa dinamicità si riscontra nella storia: della natura così come della società umana e in tutta la realtà.

Marx nel Capitale analizza dapprima il rapporto più semplice, abituale, fondamentale, più diffuso, più ricorrente, riscontrabile miliardi di volte, della società (mercantile) borghese: lo scambio delle merci. L’analisi discopre in questo fenomeno semplicissimo (in questa «cellula» della società borghese) tutte le contraddizioni (respective l’embrione di tutte le contraddizioni) della società moderna. L’ulteriore esposizione ci mostra lo sviluppo (sia la crescita che il movimento) di queste contraddizioni e di questa società, nel S [sommatoria, n.d.r.] delle singole parti, dal suo inizio alla sua fine.

Tale deve essere il metodo di esposizione (respective di studio) della dialettica in generale (poiché la dialettica della società borghese è in Marx soltanto un caso particolare della dialettica). Cominciare dal più semplice, abituale, diffuso, ecc., da una proposizione qualsiasi. 

In questi appunti possiamo notare che Lenin indica nel Capitale di Marx, anzi proprio nel suo incipit, l’esempio più illuminante di come si sviluppa l’esposizione dialettica. 

Lenin non solo ci fa cogliere l’essenziale della dialettica e della corretta relazione che si istaura tra generale e particolare, ma sottolinea però che la dialettica non è solo esposizione, perché quello che compie Marx nel Capitale è un vero processo di astrazione, da una serie di fenomeni particolari al distillato essenziale dopo avere tralasciato le caratteristiche accidentali. Lenin prosegue infatti dicendo:

Gli opposti (l’individuale è l’opposto dell’universale) sono quindi identici: l’individuale non esiste altrimenti se non nella connessione che lo congiunge con l’universale. L’universale esiste soltanto nell’individuale, attraverso l’individuale. Ogni individuale è (in un modo o nell’altro) universale. Ogni universale è (una particella o un lato o l’essenza) dell’individuale. Ogni universale abbraccia solo approssimativamente tutti gli oggetti individuali. Ogni individuale entra in modo incompleto nell’universale, ecc., ecc. Ogni individuale è collegato da migliaia di trapassi agli individuali (cose, fenomeni, processi) di un’altra specie, ecc. Già qui si dànno elementi, embrioni del concetto di necessità, di connessione oggettiva della natura, ecc. Accidentale e necessario, fenomeno ed essenza sono già, qui presenti, perché, nel dire: Ivan è un uomo, Zučka è un cane, questa è una foglia d’albero, ecc., tralasciamo come accidentali una serie di tratti, separiamo l’essenziale dall’apparente e opponiamo l’uno all’altro. La formazione di concetti (astratti) e l’operare con essi già include in sé la rappresentazione, la convinzione, la coscienza delle leggi della connessione oggettiva del mondo. È assurdo distaccare la causalità da questa connessione. 

Nel Capitale si applica a una sola scienza la logica, la dialettica, la teoria della conoscenza (non occorrono tre parole: sono una stessa cosa) del materialismo. (Lenin, Quaderni filosofici, sottolineature nostre)

Si badi bene però che la dialettica è gnoseologia, ma ridurre il marxismo alla gnoseologia, ossia al metodo, è mutilarlo. Significa privarlo dell’oggetto reale del proprio agire nel pensiero e nella realtà.

Nel XX secolo vi sono state diverse correnti filosofiche che hanno voluto compiere questa operazione. In particolare è stata attaccata l’interpretazione del materialismo dialettico e storico come “visione del mondo” – visione del mondo ovviamente della classe proletaria e della sua avanguardia, il Partito Comunista – così come avanzata e promossa nel testo di Stalin Materialismo storico e materialismo dialettico. Questo attacco risulta particolarmente insidioso, perché tende a confinare il marxismo nell’ambito del metodo e negare tutti i risultati positivi che esso ha conseguito nell’acquisizione delle conoscenze in ambito sociale e scientifico.

Concludiamo queste brevi riflessioni con le parole del grande filosofo e militante comunista che ha difeso più di ogni altro in Italia il pensiero filosofico di Lenin e la sua eredità, Ludovico Geymonat.

«Per dimostrare che, qualificando le sensazioni come “copie” della realtà, Lenin non abbia inteso farne degli assoluti, ci sembra sufficiente ricordare gli sviluppi che la teoria del riflesso ricevette nei Quaderni filosofici. Questi sviluppi si possono riassumere in due punti: 1) nell’estensione della teoria del riflesso dalle sensazioni all’intera conoscenza; 2) nell’esplicita affermazione del carattere attivo del riflesso. Il primo punto è di particolare interesse perché esclude qualsiasi privilegiamento delle sensazioni; in altri termini: se l’intera conoscenza “è il rispecchiamento della natura da parte dell’uomo”, ciò significa che la capacità di rispecchiare non è attribuita ai soli dati percettivi (nel quale caso essi assumerebbero un carattere di autentica assolutezza), ma ai processi conoscitivi che sono qualcosa di molto più complesso, anzi di essenzialmente fluido in quanto articolantisi in più atti percettivi e in elaborazioni teoriche che spingono a nuove osservazioni. Il secondo punto è direttamente collegato al primo: se il rispecchiamento non è attribuibile alle sole percezioni ma ai processi conoscitivi nella loro interezza, ne segue che esso “non è un rispecchiamento semplice, immediato, totale, bensì è il processo di una serie di astrazioni, di formulazioni, della formulazione di concetti, leggi, ecc., i quali concetti, leggi ecc. abbracciano anche condizionatamente, approssimativamente, le leggi universali della natura eternamente in movimento, in sviluppo”». (L. Geymonat, Primi lineamenti… in AA. VV., Attualità del materialismo dialettico)

Testi consigliati

  • AA. VV., Attualità del materialismo dialettico, Ed. Riuniti, 1974.
  • Bizakis E., Fisica contemporanea e materialismo dialettico, Lavoro Liberato, 1974
  • Geymonat L., Storia del pensiero filosofico e scientifico, Garzanti.
  • Omelyanovskij M. E., Fock V. A. e altri, L’interpretazione materialistica della meccanica quantistica, Feltrinelli, 1972.
  • Svyecnikov G. A., Marxismo e casualità in fisica, Mazzotta, 1975.