Carlos Berbeci, rettore della Uneti, ci riceve nel suo ufficio a Caracas, nella sede dell’Università Nazionale sperimentale delle Telecomunicazioni e Informatica. Ascoltandolo, si capisce perché l’imperialismo consideri il socialismo bolivariano “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”: la minaccia che proviene dalle classi popolari quando si impadroniscono del sapere borghese per farne uno strumento di emancipazione collettivo.

Nato in una famiglia povera dello Stato Portuguesa, Carlos, quarant’anni, fin da piccolo si faceva portare davanti a un bancomat sognando di scoprirne il meccanismo di funzionamento. Amava la tecnica e i congegni elettronici e si appassionò subito alle nuove tecnologie. “Ho cominciato a programmare i computer a 16 anni – racconta –, poi mi sono formato in molti campi relativi al software, al sistema di ingegneria elettronica, alla rete e alle telecomunicazioni”. Studi che nella IV Repubblica erano riservati a chi poteva permettersi di pagare una università privata. Così, i genitori dovettero chiedere un prestito per consentirgli di seguire la sua passione.

 

D. E poi, com’è andata?

R. Poi, è arrivata la rivoluzione e un cambio di indirizzo. Allora, facevo parte di un gruppo di giovani. Ognuno di noi era competente in un determinato campo, nel mio caso la tecnologia e l’innovazione, la ricerca per lo sviluppo. Abbiamo incontrato la straordinaria visionarietà di Hugo Chávez. Abbiamo fatto parte di quel gran movimento per il software libero che si sviluppò allora in Venezuela e che fu la punta di lancia del comandante. Ci ha insegnato a capire che la tecnica non è neutra e che dovevamo farne uno strumento per la trasformazione sociale. Da lì cominciammo a esercitarci in quel che sognavamo allora, il “governo elettronico”, a creare soluzioni innovativi per l’amministrazione pubblica, per i municipi, le governazioni. Cominciavamo a intendere cosa volesse dire il comandante insegnandoci che la tecnologia doveva essere uno strumento di protezione del popolo per accompagnarlo nel processo di costruzione al socialismo, e che dovesse avere un peso importante nella trasformazione della società.

D. La serrata petrolifera padronale, seguita al golpe del 2002, è stata uno spartiacque, perché quando i tecnici di alto livello si sono portati via i codici di accesso alle macchine di Pdvsa, si è dovuto far appello agli hacker fedeli al processo. Come lo avete vissuto?

R. Il nostro processo rivoluzionario ha attraversato varie tappe importanti, che è necessario tener presente e analizzare per comprendere come sia stato possibile resistere, combattere con creatività, impegno e determinazione, e rialzarci sempre come stiamo facendo ora dopo anni di un feroce bloqueo che aveva come obiettivo riportarci indietro e metterci in ginocchio, e che non è finito. Allora, quel che accadeva nel Paese, ruotava in gran parte intorno al petrolio e alle alleanze con alcune multinazionali infiltrate nella nostra impresa petrolifera, che ebbero gioco facile a voltare le spalle alla rivoluzione e a sabotarne il motore principale dall’interno. Con quelli che sono restati, i patrioti, abbiamo recuperato. Da lì abbiamo capito che quando il comandante ci parlava di indipendenza tecnologica, non si trattava di una frase o di una speranza per il futuro, ma che dovevamo chiederci concretamente in quale direzione stessimo andando e con quali strumenti. Sono state approvate leggi importanti a cominciare dal decreto 3.390, che stabilisce come l’amministrazione pubblica dovesse impiegare prioritariamente software libero, sviluppando “con standard aperti, nei suoi sistemi, progetti e servizi informatici”. Una cornice importante, che indica l’importanza dell’indipendenza tecnologica, pur considerando che agiamo in un contesto informatico prevalente di tutt’altra natura, e che ci troviamo in un’altra tappa. L’imperialismo ha inferto duri colpi all’intera nostra economia. Nel processo di recupero che stiamo portando avanti grazie alla linea ben definita dal presidente Maduro, abbiamo compiuto alcuni passi importanti sulla via dell’indipendenza tecnologica, che vale la pena ricordare.

D. Quali?

R. Il presidente ha preso molto sul serio la necessità di sviluppare piattaforme tecnologiche per la protezione del popolo. Da lì nasce il Carnet de la Patria, subito contestato dall’opposizione che ne ha visto una maniera di schedare i non chavisti. Invece, come si è dimostrato, quel semplice pezzetto di plastica si è rivelato un utile strumento di organizzazione sociale. Si tratta di un documento digitale riferito a uno specifico codice che consente di accedere a molti importanti servizi e aiuti erogati direttamente dal governo. Un po’ come il vostro codice fiscale. Poi nascono altre piattaforme, fra cui la Piattaforma Patria, un importante sollievo contro la guerra economica mediante il quale il governo ha erogato sussidi diretti e bonus. Noi non avevamo una carta d’identità elettronica e questo meccanismo di innovazione digitale è poi tornato molto utile anche durante la pandemia, perché ha consentito di avere a disposizione dati certi in tempi reali: per fare ricerca, per individuare i focolai del virus e intervenire, come abbiamo fatto efficacemente, grazie anche all’apporto dei medici cubani, che ci hanno trasmesso il proprio metodo di lavoro. La Piattaforma Patria è diventata uno dei principali riferimenti per le politiche di Stato, e possiamo mostrarla al mondo con orgoglio. Oggi riusciamo a integrare questo sistema con la banca digitale. Inoltre, nel 2019, il presidente Maduro ha lanciato anche un altro importantissimo strumento, il Petro, una cripto-moneta che rivoluziona il mercato economico globale.

D. Perché?

R. Abbiamo creato un cripto-attivo sovrano usando la Blockchain, una catena di blocchi che sfrutta le caratteristiche di una rete informatica di nodi e consente di gestire in sicurezza un registro di dati e informazioni per fare transazioni in maniera aperta, condivisa e distribuita senza necessità di un controllo centralizzato. Sappiamo che è proprio dal sistema di controllo centralizzato che i terminali imperialisti hanno potuto bloccare la nostra economia e ora stanno cercando di farlo con la Russia. La tecnologia Blockchain permette creare un sistema totalmente diverso, che elude la loro capacità di bloccare le nostre risorse finanziarie, pertanto è un’arma molto pericolosa per il potere. Non a caso, Trump ha subito sanzionato il Petro, mentre altri cercavano di sminuirne l’importanza. Ma se non fosse stato importante, perché sanzionarlo? Il Venezuela ha costruito e sviluppato questo sistema e lo ha messo a disposizione del mondo, e siamo riusciti a entrare fra i primi paesi che pensano in maniera disruptiva. Di fronte all’attacco alla moneta, all’inflazione indotta, al furto del nostro denaro che veniva poi immesso in modo inorganico dai paesi limitrofi come la Colombia, per pervertire la nostra economia, non potevamo competere ad armi pari con l’imperialismo, usando mezzi tradizionali. Abbiamo dovuto innovare e inventare ponendoci in un’ottica globale, ricavandone anche attenzione mediatica: com’è possibile – ci si è chiesti – che il piccolo Venezuela, assediato e prostrato si ponga all’avanguardia nella ricerca di soluzioni? Con questo non possiamo risolvere il problema economico, ma possiamo cominciare a vedere le cose in modo diverso per costruire un vero sistema di protezione economica della nazione, com’è stato fatto, per esempio, portando il salario a un Petro, ancorato al barile di petrolio e ad altri minerali preziosi che possiede il nostro paese.

D. A quale modello vi siete ispirati, forse alla Cina o alla Russia?

R. A nessuno dei due. La Cina ha creato la propria moneta digitale, la cripto-yuan però in base al sistema Cbdc, Central Bank Digital Currency, ovvero all’emissione di monete digitali da parte della Banca Centrale: come una moneta fiduciaria, solo che in una piattaforma digitale. Una cripto-moneta, come il Petro, invece, è creata da un algoritmo criptografico che la sviluppa con una formula algoritmica o all’interno di un mining, che fa valere il potere di hashing che fornisce alla rete: quanto più potente è il computer che possiede i mining, tanto più lo sarà il potere di transazione in una catena di blocchi. Questa transazione è quella che chiamiamo cripto-moneta. Per ogni blocco che si può validare, c’è una ricompensa e si convalida mediante un consenso. La metà più uno dei partecipanti testimonia che quel che hai lì è reale, che non sei una persona venuta a sabotare. Il Cbdc, a meno di non sviluppare un sistema proprio come sta facendo la Cina e come stiamo facendo anche noi, si può bloccare, la cripto-moneta no. Studiare il Blockchain è importante non solo sul piano economico, ma anche per ciò che definiamo la comunicazione decentralizzata. Se vai alla pagina petro.gob.ve. puoi scaricare il libro bianco. La sua importanza è che, in questo angolo di mondo, abbiamo messo in moto un meccanismo, stiamo usando il mining per produrre attivi digitali e dare risorse al popolo. Adesso è attiva la nuova piattaforma Ven, attraverso la quale vengono forniti importanti servizi al Paese. Il Venezuela sta creando un suo ecosistema per dare il gran salto all’economia digitale.

D. E quali sono gli ostacoli?

R. Occorre un processo di formazione profondo. Così come si è fatto con le misiones che hanno insegnato a scrivere a tutti, accompagnando gli studi fino a quelli universitari, occorre insegnare l’economia digitale a livello capillare, portarla negli angoli più remoti del Paese, affinché il popolo, anche quello più umile, se ne appropri. Sarebbe bello lanciare una Gran Misión che si chiami Misión economia digitale Hugo Chávez Frías e che consenta al popolo di appropriarsi della tecnologia disruptiva, di una conoscenza che non è più appannaggio degli oligarchi che possono pagare grosse somme perché i propri figli apprendano la tecnica e la usino a fini di lucro. Per questo, occorre trasformare tutta l’organizzazione sociale nell’ambito delle “3R.nets” (Resistere, Rinascere, Rivoluzionare tutto), lanciate dal presidente per una Nuova Epoca di Transizione al Socialismo. A queste, come ha detto il semiologo Fernando Buen Abad, occorrerebbe aggiungerne una quarta, la Rapidità. L’essenza della nostra rivoluzione, è il popolo, che ha imparato a reagire con prontezza e inventiva a ogni circostanza, noi ci limitiamo a fornire un modello, semplicemente una guida verso la trasformazione. All’Uneti ci impegniamo per farlo. Come femminista, sto cercando anche di stimolare di più la partecipazione delle ragazze, ancora al di sotto delle aspettative in questo settore, a differenza di quel che avviene nella ricerca scientifica, per esempio. Se impariamo a difenderci, dopo sarà molto più difficile applicarci un “pacchetto cileno”, perché saremo più avvertiti.

D. Come si articola l’Uneti con l’Università internazionale della Comunicazione?

R. La Uicom, diretta da una compagna di grande esperienza com’è la rettora Tania Diaz, è una università d’avanguardia. Fra tecnologia, innovazione e comunicazione possiamo creare una mescolanza perfetta per un progetto di avanguardia non solo per il Paese, ma a livello globale, insieme ai popoli che lottano per un obiettivo comune.