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Il 17esimo Congresso del PCI si tiene a Firenze dal 9 al 13 aprile del 1986. Ufficialmente è indetto in anticipo in relazione alla grave sconfitta del PCI alle elezioni regionali dell’anno precedente, in verità le contraddizioni interne al Partito stanno esplodendo: tutta la fase involutiva caratterizzata dal distacco del PCI dal fronte comunista e antimperialista internazionale e dalla stessa cultura marxista, leninista, gramsciana e togliattiana è già in gran parte avvenuta, come già lo sono l’accettazione berlingueriana dell’“ombrello della NATO”, la ratifica della “fine della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre” e la proposta del “compromesso storico”, di cui il PCI sta pagando pesantemente i prezzi politici. Enrico Berlinguer è morto a Padova l’11 giugno del 1984 e in questo 17esimo Congresso si assiste al tentativo finale dell’ala migliorista guidata da Giorgio Napolitano (che trova ormai vaste ed egemoniche complicità nel Partito) di riposizionare il PCI sul fronte internazionale della sinistra moderata, di distaccarlo definitivamente dal fronte comunista e collocarlo a tutti gli effetti nel Partito della Sinistra Europea. Questo Congresso sarà quello che eleggerà Alessandro Natta segretario e sarà anche quello dei noti emendamenti al Documento Congressuale di Cossutta e Cappelloni, sostenuti in modo determinante dall’area di “Interstampa”, emendamenti tendenti a lottare contro la “mutazione genetica” del PCI. È segno probante che alla negativa torsione politica, nel PCI, va accompagnandosi una significativa caduta di livello morale, quando i gruppi dirigenti del Partito fanno pressione sul segretario Natta, ricoverato in ospedale per un lieve infarto nel 1988, facendogli capire che non è più gradito e che si vuole una “svolta”. Natta, ancora ricoverato, si dimette e “la svolta” sarà rappresentata dal fatto che al suo posto sarà indicato Achille Occhetto, già vicesegretario. Natta, tenuto all’oscuro dell’elezione di Occhetto, saprà di tutto ciò in ospedale, nonostante che Pajetta gli avesse garantito che il suo ruolo di segretario sarebbe continuato.

L’articolo che segue è scritto da Alessandro Vaia (1907-1991), che da giovanissimo pagò con cinque anni di dura galera il suo antifascismo militante, che fu Comandante della guerra di Liberazione prima in Spagna e poi in Italia, che fu costruttore del PCI milanese dopo la Liberazione, che fu dirigente del PCI vicino a Pietro Secchia e per questo poi emarginato nel Partito. Che si mise poi alla testa, con Interstampa e la Casa Editrice Aurora, della lotta contro la socialdemocratizzazione del PCI. L’articolo, particolarmente significativo al fine di comprendere la decisiva parte finale della storia del PCI, fu pubblicato proprio sul numero 12 di Interstampa, nel dicembre del 1988.

La proposta di Tesi per il 17° Congresso del PCI

Verso l’altra sponda

del guado?

di Alessandro Vaia

Interstampa, dicembre 1988

 

Il recente dibattito al Comitato Centrale sulle tesi congressuali del PCI è stato accolto con grande interesse ed è stato ampiamente commentato da tutta la stampa nazionale. Commenti particolarmente impegnati sono stati dalla “Repubblica” che, specie negli ultimi tempi, si è distinta nello stimolare il PCI, anche con dure critiche, a passare l'eterno guado, a raggiungere l'altra sponda, dove l'attenderebbe la legittimazione di partito come tutti gli altri, per fare il suo ingresso nella grande famiglia dell'occidente. La condizione di appartenere all'occidente non è evidentemente un'espressione geografica, ma un modo abbastanza scoperto di qualificare il sistema capitalistico, si trovi esso ad est come il Giappone, o a ovest come gli USA.

Il giornalista della “Repubblica, fine avvocato della borghesia nostrana, ha riassunto in tre punti principali la sua piena soddisfazione:

1) Il dibattito è stato veramente ampio, perfino impietoso, con la sua minuziosa pubblicità.

2) Esso conferma il giudizio negativo sull'URSS e respinge la tesi che proponeva di indicare negli USA il maggiore pericolo per la pace e la distensione.

3) Il mercato, santuario sacro della borghesia, è ormai riconosciuto un “dato”, un “principio”.

Il giornalista della “Repubblica” ha colto alcune caratteristiche essenziali di questa prima fase del dibattito congressuale che segna un punto a vantaggio dei liquidatori del PCI. I quali hanno ricevuto in questa impresa l'aiuto, forse insperato, di qualche vecchio e autorevole comunista che per la costruzione del partito ha sacrificato gran parte della sua giovinezza.

 

* La pretesa di ribadire nelle nuove tesi la sentenza pronunciata oltre tre anni fa nei confronti dell'Unione Sovietica, ha l'assurda caparbietà di una abiura. Questo insistere sull'esaurimento della forza propulsiva di una rivoluzione che in tempi brevi, e sappiamo quanto tempestosi, ha realizzato una trasformazione politica, economica, sociale e culturale che non ha precedenti nella storia, ha un significato che va molto al di là di qualsiasi giudizio politico e storico. Esso esprime la determinazione ad ergere una barriera nei confronti del promo paese socialista del mondo, affinché sia ben chiaro e fuori discussione che la collocazione del PCI nel mondo occidentale, capitalistico, ha carattere definitivo e irreversibile.

* Il rifiuto di raccogliere in un emendamento una semplice formulazione come quella del superamento del capitalismo e poi di trasformarla in una frase pasticciata, incomprensibile, vaga e priva di significato, è oltremodo significativo a questo proposito.

Quando si afferma (tesi 1) che “il superamento del capitalismo è concepito dai comunisti italiani non per grandi rotture traumatiche come fu nel passato” – e fin qui si tratta di un concetto che risale a più di trenta anni fa – “bensì attraverso un intreccio complesso di forme economiche in cui un modo di produzione e di vita venga a prevalere sull'altro”, si fa un'esercitazione accademica per imbrogliare le carte che non ha neppure la dignità dell'utopia.

Pur richiamandosi ancora nella parte introduttiva al “Manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels, gli estensori di questa tesi non solo hanno posto in soffitta la lotta di classe, ma hanno perfino ignorato il potere economico, politico e culturale dei grandi monopoli in cui il “modo di produzione e di vita”, da loro imposto all'intera società, non sarà mai abbandonato volontariamente, qualunque sia “l'intreccio” escogitato dalla più fervida immaginazione. Del resto anche negli altri punti del documento, come per magia, il monopolio e le multinazionali nella forma moderna del capitalismo monopolistico di Stato, non solo non detengono più il potere effettivo, ma sono addirittura scomparse

 

* La concezione del socialismo “fluido” o “non cristallizzato” si riduce in definitiva al nesso tra la “democrazia” e l'azione per “rendere effettivi ed estendere tutti i diritti individuali e collettivi”; il che non è piccola cosa, se si pensa anche soltanto al diritto al lavoro che rimane insoddisfatto, ma che non può, da solo, essere spacciato per socialismo.

Una società nella quale il mercato è considerato base permanente dell'economia anche per il futuro (e per garantirlo è stato approvato un emendamento apposito di Napolitano) dove “opera l'iniziativa privata, un settore pubblico e un forte settore cooperativo e associativo”, sarebbe lo specchio di quello che già esiste nella realtà attuale italiana. I comunisti italiani verrebbero quindi chiamati a battersi e sacrificarsi per mantenere le attuali strutture e non già per cambiare questa società di classe, di oppressione, di sfruttamento e di giustizia...

 

* Illuminante nell'orientamento complessivo delle tesi è il rifiuto della proposta del compagno Fieschi, poi sostenuta da Luciana Castellina, da Ingrao e altri, di introdurre nelle tesi una precisa indicazione sulla responsabilità preminente dell'amministrazione Reagan nel promuovere la guerra spaziale, ostacolo principale all'avvio di una politica di disarmo e di superamento dei blocchi.

La testarda opposizione ad accogliere questo emendamento, con argomenti che mal nascondono la preoccupazione di non dispiacere all'“alleato” dell'Italia, si è conclusa escogitando una frasetta all'italiana di nessuna incisività. A giusta ragione Fieschi ha osservato che “il non precisare su questo punto le responsabilità americane” è “una posizione più arretrata di quella delle socialdemocrazie europee e della comunità democratica degli USA. Sullo stesso argomento è stato respinto anche l'emendamento di Cossutta, rivolto a precisare le responsabilità dei dirigenti statunitensi nel perseguire “una politica di predominio economico, politico, militare su scala mondiale”.

Delle tante novità annunciate dalle tesi (alcune delle quali vecchie di un secolo poiché risalgono ai primi conati del revisionismo), questa è veramente nuova; nessun congresso del PCI, neppure il 16° che pure si è spinto molto avanti nel distanziarsi dalle posizioni antimperialiste, è giunto all'abbandono perfino del termine imperialismo, cosa avvenuta questa volta nel dibattito sulle tesi al Comitato Centrale.

* Nel quadro dell'orientamento generale delle tesi, trova un posto particolare il capitolo relativo ai rapporti con la sinistra europea, di cui si dice che “il PCI è parte integrante”.

Nessuna modifica al vocabolo “integrante”, tra l'altro riferito alla sola sinistra europea con esclusione di tutto il resto del mondo, è stata accolta. Con buona pace del compagno Giancarlo Pajetta, che ha risposto come appare dal resoconto dell'Unità in modo secco e duramente intimidatorio all'emendamento Cossutta, l'ostinazione di mantenere la dizione proposta fa parte della marcia di avvicinamento avviata da tempo verso l'organizzazione dell'Internazionale socialista e al contemporaneo e sempre più netto distacco dal movimento comunista mondiale di cui si nega perfino l'esistenza.

 *  I temi dei rapporti con gli USA sono ritornati anche nel dibattito sulla tesi 15. La compagna Castellina ha risollevato il problema di fondo, qualificante per un partito comunista.

Essa osserva che nella censura della politica statunitense e nell'individuazione della sua pericolosità, la posizione espressa nelle tesi è più arretrata anche rispetto a certi documenti dell'Internazionale socialista. Nell'emendamento Castellina si afferma, tra l'altro, che negli ultimi anni è emerso un problema nuovo: quello della pretesa egemonica degli USA e si precisa che “questa ricerca del dominio mondiale ha utilizzato la contrapposizione Est-Ovest accentuando gli aspetti ideologici ed esasperando la denuncia della pretesa minaccia espansionistica sovietica per risaldare i vincoli di subalternità degli stessi alleati”. Si afferma che l'incontro di Ginevra “è la prova di quali siano le forze che quella politica imperialistica contrastano”.

L'emendamento, accolto naturalmente dal “netto dissenso” di Napolitano (il quale respinge l'affermazione che la politica reaganiana sia una tendenza di lungo periodo) e dalla ripulsa altrettanto netta di Boffa, è stato invece sostenuto dal compagno Luporini che considera la tesi 15 una “bambagia difensiva”, viziata dalla “ricerca di un principio di legittimazione”. La conclusione di Natta di rifare il testo della tesi 15 è sotto i nostri occhi. Un testo annacquato, ibrido che non porta chiarezza.

* Un altro tema che ha suscitato un interessante dibattito, e che avrà certamente un ampio seguito nei congressi di base, è quello sindacale; in particolare la ricerca e l'indicazione delle cause e delle responsabilità della crisi sindacale. I numerosi emendamenti presentati che sottolineavano i motivi soggettivi della crisi e in particolare la politica verticistica, incurante della partecipazione dei lavoratori alla formulazione delle piattaforme rivendicative e del loro consenso alle decisioni conclusive, sono stati fondamentalmente respinti. In contrasto con la discussione in atto da tempo e con i pronunciamenti dei lavoratori nelle stesse sedi sindacali, si è voluto attribuire ai soli fattori “oggettivi”, cioè ai mutamenti nel processo produttivo, la causa fondamentale della crisi del sindacato. Perché poi il movimento sindacale non abbia saputo adeguare le sue iniziative e le sue piattaforme rivendicative alla mutata situazione, rimane inspiegabile. Ingrao ha mantenuto il suo emendamento al punto B della tesi 33; egli pone l'esigenza di “rifiutare ogni pratica oligarchica, e la ricerca consapevole e continua di un confronto di massa”. In esso però si ignora che non esistono solo le responsabilità dei dirigenti sindacali ma anche, e forse più, quelle dei dirigenti del partito.

*La parte molto ampia che affronta i problemi della società italiana e le proposte di alleanze per un'alternativa democratica, ha trovato un momento di acceso dibattito attorno alla proposta di un “governo di programma”, illustrato dalle tesi e di un “governo costituente “sostenuto da Ingrao. Il tema è complesso e meriterebbe un'ampia trattazione che non è possibile affrontare in modo adeguato nei limiti di questo articolo. Tuttavia non si può non osservare che entrambe le proposte sembrano subordinare all'obiettivo di far parte di una formazione governativa, anche di “transizione” o “a termine”, la reale analisi delle forze in campo espresse non solo dai partiti ma soprattutto dai poteri condizionati dalla grande finanza, dei monopoli, e dai loro legami tradizionali. Non sembra inoltre che entrambe le proposte tengano in gran conto l'esperienza francese di un governo di sinistra a maggioranza socialista che pure aveva elaborato e in parte attuato un serio programma di riforme, e che sta attraversando momenti difficili, tali da mettere in discussione il suo stesso avvenire. E poco sembra che si sia tenuto in conto l'esperienza negativa della “solidarietà democratica”, che sarebbe potuto risultare catastrofica se non fosse stata interrotta, sia pure con ritardo.

* Ora le tesi passano al dibattito nelle sezioni e nelle federazioni.

È un impegno pesante per i comunisti che devono studiarle e comprenderle. Alcune parti appaiono in contraddizione con altre, alcuni temi sono ripetuti con diverse parole senza evidenti ragioni. È importante, a mio parere, che la lettura delle tesi sia accompagnata dalla conoscenza dei termini del dibattito dal quale sono emerse divergenze e anche contrapposizioni che solo in parte si riflettono negli emendamenti.

È importante anche comprendere che la forma definitiva che assumerà questo documento dopo il congresso nazionale inciderà in grande misura sugli sviluppi futuri del partito comunista, sulla sua identità e sulla sua capacità di influire in senso progressivo sul movimento operaio e democratico in Italia.