Essere di sinistra, a volte comporta la necessità di andare contro corrente, opponendosi a tendenze regressive che ostacolano il lavoro di scavo della “vecchia talpa”.

Tutto quello che contribuisce a convincere compagne e compagni che alla fine, gira e rigira, bisogna fare i conti con i diritti del Pil, del prodotto interno lordo, e con l’esistenza di un modello di sviluppo che ha molte facce, certo, ma tutte riconducibili al primato dell’economia, va messo in discussione e ricondotto ai suoi giusti limiti e dentro i suoi giusti confini. 

Si parla fin troppo di economia verde e di riconversione ecologica. Da Bruxelles arrivano intimazioni indiscutibili su piani da attuare, che nascono dal pregiudizio che non esista altro sviluppo che quello economico, il quale tuttavia va calmierato e reso meno impresentabile, meno vorace, meno cementificatore e meno divoratore dei beni culturali ambientali con l’espediente (e la maschera) della “sostenibilità”. 

Lo sviluppo economico produce disuguaglianze sempre più marcate, tra continenti, ceti sociali e singoli individui, e questa tendenza appare “naturale” e incontrastabile. Tuttavia per renderla meno urticante e più digeribile, a volte viene mascherata con l’uso dell’aggettivo “sostenibile”. 

Il ponte sullo stretto di Messina è una mostruosità? Forse. Ma proviamo a vederlo come un segmento della riconversione ecologica e dello sviluppo sostenibile. Con la ferrovia che viene in soccorso alla gomma, e il traghetto sostituito da una mobilità – appunto – più “sostenibile”, e Grillo non dovrà più nuotare da Scilla a Cariddi, perché potrà usare il treno, che è un mezzo notoriamente “sostenibile”.

Chi non la pensasse così, o chi volesse evitare di doverla pensare così, può riprendere in mano un testo – “Uomini e parchi”, di Valerio Giacomini e Valerio Romani – che per alcuni anni è stato fondamentale e che ha fornito materia di riflessione alla mia generazione di fondatori e amministratori di parchi, convinti assertori dell’esistenza di un differente modello di sviluppo, diverso da quello puramente economico, da sperimentare all’interno dei parchi nazionali e regionali, per poi essere magari anche esportato nel resto del territorio, oltre i confini della perimetrazione burocratica, contaminandolo positivamente.

(Si veda a questo proposito l’interessante saggio di Carlo Alberto Graziani, pubblicato nel 2019 nel volume “Ambiente e territorio, i parchi tra crisi e rilancio” a cura di Renzo Moschini, edizioni ETS, Pisa, intitolato “Appunti per una riflessione critica sui parchi naturali”).

Valerio Giacomini : una lezione rimossa

Ma, tanto per cominciare, chi era Valerio Giacomini? Un compagno arrogante e fortemente disorientato, interrompendomi durante un incontro in una festa nazionale dell’Unità disse: “Io di Valerio conosco solo Calzolaio, e seguo i suoi insegnamenti”, credendo di contribuire ad una battaglia fondamentale. Valerio inteso come Calzolaio all’epoca era sottosegretario al ministero dell’Ambiente, in via Capitan Bavastro. E il mio maleducato disturbatore supponeva che Valerio facesse parte dell’area degli ambientalisti duri e puri, alla Franco Pedrotti, – ascendente W.w.f. o F.a.i. – assieme al quale, del resto, sono nati i singoli parchi marchigiani, e il coordinamento della rete dei suddetti sul territorio, almeno nel periodo non breve della mia presidenza del parco regionale del Conero, che svolsi diligentemente, applicando il motto che sarebbe piaciuto a Paul Lafargue, “sempre meglio che lavorare”. E veniamo al punto.

Valerio Giacomini nasce a Fagagna (Udine) nel gennaio 1914. Ma assai presto la sua famiglia si trasferisce a Brescia, che diventerà la sua città adottiva. Si laurea in Scienze a Pavia (1937) e nel 1940 è già assistente ordinario alla cattedra di Botanica di quell’ateneo. 

Arruolato nell’esercito è ufficiale. E in quanto tale dopo l’armistizio viene internato in un campo di concentramento in Germania. Essendosi rifiutato di collaborare con le Schutzstaffel (in arte, SS) all’esecuzione degli ebrei, è traferito in un campo di sterminio in Polonia e condannato a morire per inedia. Salvato in extremis dalle truppe alleate, finita la convalescenza in un ospedale militare americano, torna a Pavia, dove si specializza nello studio della “fitosociologia” ( branca della “fitogeografia”, che consente di utilizzare le comunità vegetali come indicatori di ambiente) sulle orme di Josias Braun-Blanquet, e dell’Ecologia.

Introduce e diffonde in Italia la fitosociologia, assieme al suo allievo Ruggero Tomaselli, e fonda la Società Italiana di Fitosociologia, rifondando e presiedendo altresì l’Associazione italiana architetti del paesaggio. Ricopre incarichi nazionali e internazionali nel campo della conservazione della natura, gettando le basi della concezione scientifica del paesaggio (“… il paesaggio è un insieme di ecosistemi …”), anticipando spesso concetti di ecologia del paesaggio.

Nel 1956 è professore ordinario di botanica nell’università di Sassari. Successivamente è nominato direttore degli istituti botanici delle Università di Catania, Napoli e Roma, dove si stabilisce definitivamente, e dove, dal 1975, è titolare della prima cattedra italiana di Ecologia. 

Un tumore al fegato lo stronca a Roma, all’alba del 6 gennaio 1981. Uno dei suoi ultimi incarichi internazionali è legato al programma Unesco “Man and biosphere”, (per gli specialisti: MAB) del quale si occupa intensamente in qualità di presidente della commissione italiana, creata presso il Consiglio nazionale delle ricerche. Come ha ricordato Francesco Di Castri, il MAB rappresentava una vera rottura rispetto a tutti i programmi precedenti. Non considerava l’uomo solo nei suoi aspetti biologici, genetici e democrafici, come nell’ IBP (il programma biologico internazionale, del 1964), ma come l’entità culturale e sociale sulla quale gravitava tutto il resto della biosfera.

Il libro “Uomini e parchi” (che richiama esplicitamente quel programma Unesco, già dal titolo), nasce dalla collaborazione interdisciplinare tra il famoso botanico ed ecologo e l’architetto Valerio Romani, docente tra l’altro di pianificazione del paesaggio presso la facoltà di architettura di Genova, nonché autore di testi molto significativi, come “Principi e metodi di progettazione dei parchi naturali”.

 

In coppia lavorarono alla realizzazione di alcuni importanti parchi naturali (Il Pollino, nazionale; dello Stelvio, nazionale; l’Alto Garda Bresciano; dei monti della Tolfa; delle Alpi Liguri, regionali. E altri ancora. Molti altri.

Stando alla testimonianza di Valerio Romani, “l’idea di “Uomini e libri”, e i concetti essenziali che esso esprime, presero forma compiuta nell’estate 1975. Non c’è ragione di dubitare della parola di quello che fu l’estensore unico di un testo pubblicato postumo, ma concepito sulla base di comuni riflessioni e di una impostazione che anche oggi appare di grande interesse e di assoluta modernità.

L’indice chiarisce, dopo una premessa e alcune considerazioni introduttive, che l’opera si occupa della “centralità dell’uomo nella pianificazione del territorio”, della finalità e delle funzioni dei parchi e delle riserve, della concezione sistemica, dei criteri generali di istituzione e progettazione. A seguire si leggeranno considerazioni sull’economia generale dei parchi, altre considerazioni giuridiche, istituzionali e amministrative, delle indicazioni metodologiche e alcune riflessioni conclusive. 

 

L’attualità di “Uomini e parchi”

Nel 1978 Giacomini aveva scritto: “… stiamo passando dai problemi facili ai problemi difficili, da una ecologia dilettantesca e improvvisata a una ecologia che tiene conto dei veri, dei grandi problemi dell’uomo e della biosfera”. E questo sarà il filo conduttore di “Uomini e parchi”; la ricerca di una risposta adeguata che non può esaurirsi nel campo naturalistico, ma si dilata a comprendere gli interessi del territorio stesso, inteso come habitat delle popolazioni umane. 

Sicché va ripensata e accantonata quella concezione del parco quale assetto idealizzato di recinti naturali. Con una implicita ma evidente contestazione anche a quei movimenti ambientalisti che vedono in ogni intervento una profanazione dell’uomo sulla natura vittima.

Una azione ecologica globale ha come caratteristica l’ampliamento dei propri orizzonti unendo e non separando, cogliendo i rapporti tra i fenomeni in una prospettiva unificatrice. Se la protezione attiva della natura non è confortata da motivazioni connesse al progredire della specie umana, essa perde ogni equilibrio scientifico, per avviarsi su strade incerte rispetto a quella di una “conservazione globale” attuabile solo con l’uomo e per l’uomo.

I nuovi parchi immaginati da Giacomini e da Romani debbono quindi misurarsi con problemi fino a ieri rigorosamente esclusi dalle loro finalità. E si comincia dai confini, dalla loro perimetrazione. Includervi zone antropizzate e centri urbanizzati non solo non è più considerato una profanazione o un’eresia, ma diviene nella maggior parte dei casi una necessità.

Questo ribaltamento ideale porterà importanti conseguenze pratiche. Non solo nelle Marche, dove il parco del Conero è al centro di un’area costiera più che urbanizzata, ma addirittura a Portofino, dove in un convegno organizzato dalla mia amica Franca Balletti più di venti anni fa illustri operatori dell’urbanistica e del paesaggio furono chiamati a dibattere sul tema “Il parco tra natura e cultura: conoscenza e progetto in contesti ad alta antropizzazione”.

E se in quella occasione tutti i relatori, da Pier Luigi Cervellati a Roberto Gambino, e da Guido Ferrara ad Alberto Magnaghi, si misurarono sul tema, fornendo elementi al futuro piano del parco di Portofino, l’apripista di ciascuno di quei preziosi apporti fu l’intuizione contenuta nel fondamentale testo di Giacomini e Romani, nonostante il volume in questione non figuri nella ricca bibliografia pubblicata con gli atti, nella quale Valerio Giacomini viene ricordato  per un saggio sulla pianificazione del territorio, e un volume dedicato alle scuole sull’utilità dell’insegnamento dell’ecologia.

Come per le peimetrazioni, “Uomini e parchi” si sbilancia senza sconti anche sugli strumenti di gestione. Se nella vecchia concezione dei parchi era sufficiente un elenco di divieti ed un minimo di vigilanza per farli rispettare, con i parchi “di nuovo conio” le cose si fanno più articolate. Intanto bisognerà evitare gli eccessi di un vincolismo fine a se stesso, per passare coraggiosamente alla pianificazione come momento della più generale pianificazione del territorio.

Le attività economico-sociali, segno inconfondibile di presenze umane, non sono più pregiudizialmente da considerarsi incompatibili e quindi estranee, e da estromettere da un territorio protetto, ma vanno anch’esse considerate come un valore, una risorsa da gestire con equilibrio, attraverso semmai una loro graduale riconversione. 

E’ questo un ruolo nuovo, di laboratorio di sperimentazione di nuovi modelli di futuro anche lavorativo, che nel 1991 sarà introdotto dal legislatore nazionale nella “legge quadro sulle aree protette” n. 394, quando all’articolo 14 prevede iniziative per la promozione economica e sociale, tra le quali è prevista “l’elaborazione di un piano pluriennale economico e sociale per la promozione delle attività compatibili” che peraltro pochissimi parchi si sono degnati di predisporre.

 Quando Giacomini e Romani discussero le idee che successivamente Valerio Romani pubblicò in volume, non solo la 394 era inesistente, ma i criteri correnti erano tali da rendere impensabile quel provvedimento. Del resto altre idee contenute nel volume, non sono ancora attualizzabili. Ad esempio quando viene posta la domanda “Tutto il territorio, dunque, deve essere considerato come un potenziale parco?” E la risposta è “prudentemente ma rigorosamente affermativa”.

Il centro studi Valerio Giacomini

Non è quindi un caso se nell’aprile 1997, per iniziativa del mio grande amico Renzo Moschini, fondatore della rivista “Parchi”, e mio predecessore nel ruolo di direttore della medesima, fu sottoscritto un protocollo d’intesa tra Federparchi, la Regione Lombardia ed il parco regionale Alto Garda Bresciano, che ha dato vita al centro studi Valerio Giacomini, con sede a Gargnano (Bs) che ha dato vita a convegni di grande spessore culturale, sia a Gargnano, nella villa Feltrinelli oggi di proprietà dell’Università degli studi di Milano, sia altrove.

Gli atti di quegli incontri completerebbero l’effetto Giacomini, se il progresso umano fosse lineare, e superato un gradino l’umanità ne affrontasse un altro, successivo, andando sempre avanti.

Come è purtroppo noto al lettore avvertito nella realtà il cammino del progresso è contorto, accidentato, zigzagante e contraddittorio. E anche per questa ragione di “Uomini e parchi” non solo si sa molto poco, ma il volume è esaurito, introvabile, e depennato perfino dalla voce Valerio Giacomini di Wikipedia e della Treccani. 

Quando Federparchi decise di ripubblicarla, a cura di Walter Giuliano, nel 2002, Valerio Romani inserì nella nuova edizione una “Prefazione alla sesta edizione” nella quale scrisse: “Devo sinceramente ammettere che, sino a qualche tempo fa, avevo smesso di credere nell’utilità di questo libro e persino nell’utilità dei parchi. Pensavo che queste idee, che tutti questi pensieri e intendimenti che ci avevano entusiasmato per anni non fossero più all’altezza dei tempi e dei problemi.

Avevo cominciato a pensare che la conservazione della natura, al giorno d’oggi, potesse essere più efficacemente perseguita attraverso due azioni separate, anche se complementari. Da un lato attraverso l’istituzione di Riserve, a limitata fruizione, e dall’altro potenziando l’educazione e la formazione scolastica e quella generale, collettiva.

Si sarebbero evitate tante disillusioni, tante speculazioni, tanti falsi interessi, tanto ecologismo da fine settimana. Tanta falsa politica dell’ambiente. Tanto ambientalismo televisivo.” 

Ma poi Romani conclude con l’ottimismo della volontà ringraziando chi ha voluto ripubblicare il libro, e augurando a tutti i lettori di saper continuare il cammino e l’opera di Valerio Giacomini, seguendone l’esempio scientifico e morale, poiché il suo lavoro non appartiene al passato, ma al futuro di tutti noi.

Confesso che anch’io, per le esperienze che mi sono cercato e le altre che mi sono cadute addosso a volte ho avuto la tentazione che ha irretito Valerio Romani. Se i parchi sono ridotti così male, non ha più senso considerarli il laboratorio dell’avvenire sostenibile del pianeta. O anche no. 

Le speranze varate nel loro testo fondamentale da Valerio Giacomini e da Valerio Romani stanno ancora a galla, sia pure come un gommone di migranti.

E’ un dovere nostro, della nuova sinistra, riprendere quel discorso e quel progetto, e farlo diventare una motovedetta, o un transatlantico. Evitando possibilmente di fare la fine del Titanic.

(12 maggio 2021)