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“… non può morire la nostra morte”. Sono versi di Franco Matacotta, forse il più intenso cantore dei valori della Resistenza italiana al nazi-fascismo, e dei valori di tutte le altre resistenze (all’aridità di cuore, all’incapacità di battersi nella lotta di classe, alla ripugnanza di spezzare il pane con le sorelle e i fratelli).

Nasce a Fermo, nel 1916. Il medesimo anno che vede due grandi figure della nostra letteratura, Sibilla Aleramo e Dino Campana, entrambi quarantenni o giù di lì, vivere il loro intenso e violento amore, che durerà un breve biennio ma li segnerà a fuoco.

Franco Matacotta cresce in un ambiente popolare, dove il comunismo è anche poesia e la poesia è anche comunismo. Lo stesso dove è maturato Luigi Di Ruscio. Non ha ancora vent’anni quando incontra Sibilla Aleramo, dopo un fitto carteggio e dopo aver pubblicato con la casa editrice di Curzio Malaparte i suoi “Poemetti”.

Dell’incontro sentimentale e culturale con Sibilla Aleramo troviamo echi e risonanze nel diario “Un amore insolito”, pubblicato da Feltrinelli nel 1979, dopo la morte della Aleramo (a Roma, nel 1960) e di Matacotta (a Genova, nel 1978). L’amore insolito, nella definizione della Aleramo, fu quello tra lei, avanti negli anni e nella fama, e lo studente universitario fermano, non ancora ventenne, che usò le carte di Dino Campana conservate nei cassetti di casa Aleramo per scrivere la sua tesi di laurea su Ungaretti, Aleramo e Campana.

Quindi quel rapporto insolito ma profondo, accompagnò il giovane poeta che aveva fatto la Resistenza nelle sue tappe successive.

Nonostante l’immediato dopoguerra fosse caratterizzato da un reale interesse del partito comunista per gli intellettuali, ricambiato coralmente da questi ultimi, non è facile trovare tra i poeti di quella generazione qualcuno che con maggiore impegno ha saputo dare alla lotta di liberazione il valore che ebbe, assieme all’aura di fiduciosa speranza, di ottimismo della volontà democratica, che è possibile ritrovare nel “Canzoniere di libertà”, nei “Versi copernicani” o in “La terra occupata” o in “Fisarmonica rossa”.

Alcuni versi, alcuni passaggi, sono davvero commoventi. “Va’ rosignolo, cantalo forte. Non può morire la nostra morte”. “Ricordatevi, ragazzi futuri, vigilate il governo, / sparate sulle strade se la libertà è assassinata”. E anche: “Mi chiamano poeta impegnato, / ma la poesia non è un Monte di Pietà. / Sì, nei dolori del mio popolo amato / sono impegnato, è la verità”. “La mia chitarra non suona, o padrone, / per il tuo pugno di biada. / La mia chitarra suona impazzita / per la febbre dei giorni futuri, / del mio popolo la lotta accanita / canta, o canzone, sui muri”.

I “versi copernicani” che non a caso pubblica Vallecchi, nel 1957, nella Firenze del suo amico Vasco Pratolini, che nel 1955 aveva vinto il Viareggio con “Metello” e al quale la raccolta è dedicata, nascevano dagli avvenimenti dell’autunno del ‘56 in Ungheria. “Viviamo in uno stagno. Ed è per questo / che in un’aria di tedio e di stanchezza / ciò ch’è più marcio torna a risalire”.

Il 1960 per Matacotta è un anno orribile. A gennaio muore Sibilla Aleramo. Nel luglio muore il primogenito Massimo, che viveva in Ancona, presso i nonni materni. Manca per una decina di giorni il funerale del figlio. Quando finalmente arriva in Ancona, accompagnato da Pratolini, suo figlio è già sepolto.

Quelle due morti segnarono il nostro profondamente. Rinunciò alla sua avventura nella Milano che aveva considerato la capitale e il motore di ogni progresso culturale e civile (la stessa città che descriverà in quello stesso anno anche Luciano Bianciardi ne “L’integrazione”, e pochi anni dopo nel suo testo più famoso, “La vita agra”).

Echi dell’abbandono del mito milanese si possono trovare nei versi di “La peste di Milano”, raccolta uscita in Ancona nel 1975, per le edizioni dell’Astrogallo e con prefazione di Franco Fortini, dopo anni di silenzio passati insegnando dapprima in Osimo, e successivamente a Genova e a Levanto.

Il libro, articolato in tre parti, si apre con I Milanesi, due poemetti composti tra il 1959 e il 1961, Dinanzi alla tomba di un fascista, e La peste di Milano, da cui prende il titolo la raccolta.

La città lombarda viene rappresentata – con giudizi più ostili di quelli, già molto negativi, del Bianciardi – nei suoi aspetti più sordidi e deteriori, metropoli inospitale di una umanità dedita solo alla ricerca del massimo profitto: “capitale usuraia”. E luogo d’esilio.

Quando uscì “La peste di Milano e altri poemetti” era in edicola da due anni il periodico di ricerca sociale, politica e culturale affidato alla mia direzione: “Marche oggi”.

Nel numero di gennaio 1976 “Marche oggi”, per la penna del poeta falconarese Aldo Severini, uscirono due pagine di recensione sotto il titolo: “Il ritorno di Matacotta”.

Così scriveva Aldo Severini: “Matacotta, che si era distinto per il suo impegno civile e morale, che traeva i motivi del suo poetare dall’asse ideale della Resistenza (e che della Resistenza fu, forse, l’unico poeta: in estensione e in intensità; certo il più genuino interprete di quella epopea) ritorna – e riprende, per così dire – con un suo preciso discorso.

Il “movente” è diverso: allora la carica di riscossa, l’anelito, l’ansia, la passione, la ricerca di una nuova dimensione umana, ora la delusione, l’amarezza, il disgusto (che sta anche per rifiuto) di una società che è cresciuta in modo distorto, anomalo, una specie di mostriciattolo.

Abbiamo detto “un discorso che continua”, poiché Matacotta resta, anche sul piano formale (vedasi l’uso delle quartine e della rima) legato al suo lavoro di venti-trenta anni fa. Segno di una coerenza indubbiamente che potrebbe definirsi anche emblematica”.

E più avanti Aldo aggiungeva: “La riapparizione di Matacotta è per la letteratura, e per noi marchigiani in particolare, un avvenimento di rilievo. Lasciarlo passare sotto silenzio significherebbe ancora una volta restare nel sottobosco della cultura provinciale, relegati in un ruolo che ci tarperebbe le ali e le energie”.

Non commettemmo quell’errore. Ma ne commettemmo parecchi altri, se è vero, come purtroppo è vero, che “nella considerazione nazionale solo il Molise esiste meno delle Marche” (Diego Bianchi, sul “venerdi” di Repubblica del 2 ottobre 2020).

L’anno seguente, sempre nelle eleganti e preziose edizioni dell’Astrogallo di Ancona, nella collana “il margine” diretta da Carlo Antognini, uscì il “Canzoniere d’amore”, il canto del cigno del combattente di “Fisarmonica rossa”.

 L’ampia e convincente introduzione è firmata dal suo coetaneo Giuliano Manacorda, e il volume è arricchito da quattro disegni di Pericle Fazzini. L’anno seguente, il 27 aprile, la morte lo raggiunge a Genova, dopo aver combattuto con un male progressivo e incurabile.

  E quando ho letto sulla stampa quella pessima notizia, mi sono tornati in mente, direi quasi sulla punta della lingua, i suoi versi: “Va’, rosignolo, cantalo forte / non può morire la nostra morte”.