Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

La questione comunista

Per un dibattito sull’organizzazione

di classe del proletariato

di Vittorio Gioiello

direttore del CESPI

Scopo di queste note è tornare a definire i termini di una rivoluzione democratica che riproponga obiettivi e strumenti di una lotta sociale e politica coerente con una strategia di attacco ad un capitalismo, che ripropone sempre e comunque una dittatura di classe, avvalendosi anche di più “moderne” manifestazioni del rapporto tra capitale finanziario e capitale industriale per proseguire il suo dominio sociale.

Vale la pena accompagnare l’indagine sui punti di forza essenziali e irrinunciabili, perché si possa parlare con un minimo di attendibilità di lotta ideale e politica, affinché il movimento democratico, come portatore dei valori della classe degli sfruttati ed alienati, possa attestarsi non già semplicisticamente e subalternamene nell’agone politico-istituzionale, ma, al contrario, proporsi come portatore di una interpretazione di esigenze storiche profonde di rivoluzione culturale e sociale, facendole valere come leva antagonistica non alle forze di “governo” della società capitalistica, ma all’insieme della struttura del capitalismo e dei suoi rapporti con le istituzioni.

Ciò comporta la ripresa di una discussione che, in modo non separato ma strettamente interdipendente, conduca l’analisi critica dell’attuale fase cosiddetta “postmoderna”, “postfordista” e “postindustriale” – con tutti i suoi specifici contenuti volti a demistificare la tesi secondo cui, a causa della rivoluzione tecnologica, il lavoro sarebbe ormai obsoleto; il capitale, in quanto transnazionale, sarebbe sempre più “astratto”, e, a sua volta, anche lo stato-nazione sarebbe assorbito in una sorta di empireo, che renderebbe inutile, perché priva di presupposti reali, la lotta sociale e politica sul territorio: discussione che aggredisca la questione del ruolo della soggettività organizzata in questa fase, in cui la cosiddetta sinistra pensa e opera, non solo in Italia, in termini nettamente più arretrati di quelli assunti a suo tempo dalle socialdemocrazie.

In tale contesto occorre domandarsi perché e come un partito comunista possa e debba rientrare in campo per combattere anzitutto l’ambiguità di una opposizione destra-sinistra, che è il contorno di un’omologazione politico-istituzionale agli interessi di classe del capitalismo internazionale e nazionale.

Per riaprire un discorso che non sia naturalmente solo “politologico”, o “istituzionale”, o “giuridico”, improntato a quella che, non a caso, si enfatizza come ingegneria istituzionale, occorre nel contempo respingere la denigrazione del ruolo del “partito politico”, che, a partire dalla fine degli anni settanta, è stata condivisa anche a sinistra, accettando di attestarsi sulla critica della cosiddetta “forma-partito”, che, di per sé, è valsa a cancellare la differenza storica tra partiti di massa di matrice “classista” e partiti di massa di natura “interclassista”, per scontare l’equiparazione tra “stato-macchina” e “partito-apparato” e di lì rilanciare la falsa immagine del partito di “opinione”, volto a mascherare la mediazione tradizionale svolta dalla politica e dalle istituzioni nell’interesse del capitalismo, prima e dopo la costituzione del “partito reazionario di massa”.

Precisato, quindi, che il partito politico non è la “forma” della politica, ma è il portato della lotta di classe, che ha determinato la fondazione dello strumento di lotta del proletariato, cui ha risposto, in senso interclassista, da un lato l’ideologia cattolica con la contraddittorietà clerico/popolare, e dall’altro lato l’ideologia fascista, coniugando con il corporativismo di stato dittatura di classe e dittatura politica , si tratta di rileggere, con rinnovata coscienza critica dei nessi tra sociale-politico-istituzionale, le cause della contraddittorietà sempre più esiziale in cui, oltre al partito di tipo socialdemocratico, anche i partiti comunisti, al governo o all’opposizione nel “socialismo” e nella “democrazia”, sono caduti, a misura dell’abbandono progressivo dell’antagonismo di classe che, in modi diversi, ne avevano giustificato e caratterizzato la fondazione e lo sviluppo nella sempre più complessa dialettica sociale e politica.

La necessità di una più analitica discussione sul partito di massa, in quanto partito classista per la rivoluzione democratica, risulta allora prodotto di questa fase sempre più rischiosa che – dopo la crisi degli anni venti, che ha visto nascere, sulla crisi della socialdemocrazia, il partito bolscevico e, per reazione, il partito fascista e poi quello nazista; e dopo la crisi degli anni quaranta, che ha visto, sulle ceneri del nazismo, il passaggio ad un “antifascismo diseguale”,  come attestano le differenze tra il “caso italiano” e il “caso francese”, e soprattutto le mai approfondite differenze tra tali casi, segnati dalla presenza dei “due più forti partiti comunisti d’occidente” e il “caso tedesco”, improntato alla cosiddetta “economia sociale di mercato” – può preludere ad una ibridazione tra “interclassismo democratico” e “interclassismo neo-fascista” sotto le spoglie dell’unificazione euro-monetaria, se non si procede tempestivamente a porre al centro dell’elaborazione teorica del marxismo, arricchitasi sia con l’apporto leniniano sia con l’apporto gramsciano (e le varianti togliattiane), la questione comunista come luogo di verifica dell’interconnessione della lotta contro le forme sociali e politiche del capitalismo, e quindi dell’interrelazione tra “democrazia politica e formale” e “democrazia sociale e sostanziale”. Tutto ciò sul presupposto che si riproponga con chiara determinazione teorico-politica non un “antagonismo” verboso, ma una cosciente strategia per il socialismo, che non può comunque confondersi e liquidarsi con l’unica esperienza storica denominata “socialismo reale”.

Per quel che più direttamente si riferisce alle vicende del Pci, si è verificata una singolare contraddizione per cui, mentre sulla scia della togliattiana strategia della “democrazia progressiva” si sono sviluppate lotte sociali e politiche, che hanno concorso a caratterizzare la complessa fase degli anni ‘68-‘75 per la sollecitazione di forze “anti-istituzionali”, la maggior parte delle quali sono poi state recuperate all’interno del “riflusso” degli anni ottanta, successivamente, nel passaggio cruciale degli anni ‘76-‘78, che hanno fatto identificare il governo della “solidarietà nazionale” con la strategia berlingueriana del “compromesso storico”, si è fatta strada, in nome di una “alternativa di governo” contrapposta più o meno abilmente alla “alternativa al sistema capitalistico”, una concezione del partito, una linea teorica e politica destinata a palesarsi più che “revisionista”, “deviazionista”, avendo introiettato, per influsso di una “autonomia socialista” neo-conservatrice (il “craxismo”), tutta la miscela della “cultura d’impresa” che – con lo scioglimento del Pci nel Pds/Ds – risulta dominante nell’acquiescente confluenza alla filosofia dei Trattati europei.

Entrando nell’analisi specifica, poiché, parlando di forma-partito, si afferma che nel comune sentire dei cittadini il termine partito ha assunto connotati negativi e la diffusa identificazione tra “partitico” e “politico” (ancor meglio la confusione tra “apartitico” e “apolitico”) fa sì che la critica, la presa di distanza dai partiti si traduca in una repulsione per la politica, è evidente che non possiamo rimuovere acriticamente questo senso comune; anzi, indagarne le ragioni è il presupposto per la fondazione di un partito altro rispetto agli attuali.

Se la crisi dei partiti è crisi reale, non presunta, né frutto solo di qualche “marchingegno messo in campo dall’avversario”, dipende da ragioni attinenti lo sviluppo storico-sociale, occorre fare i conti con le varie interpretazioni della crisi del partito del movimento operaio, che sono quelle che più direttamente ci interessano.

A) l’opinione più diffusa la fa risalire ai mutamenti della composizione di classe intervenuti negli anni ‘70 e ‘80.

Parlando di riduzione del peso sociale della classe operaia, si afferma che lo sviluppo di nuovi movimenti (caratterizzati da culture e tematiche molto diverse da quelle della tradizione del movimento operaio) e le trasformazioni produttive riducono il ruolo della classe operaia centrale.

Si dice che, proprio per questo, nelle società industriali avanzate il declino dei partiti sia inevitabile. Il peso delle loro tradizioni li renderebbe troppo lenti dinanzi alla velocità di cambiamento, alla novità e varietà dei conflitti che si manifestano. Nascono, invece, movimenti collettivi nuovi, molto più flessibili, capaci di mobilitare i cittadini secondo interessi particolari, e di negoziare direttamente con le istituzioni la soddisfazione delle domande. Essi sopravanzano i partiti.

B) una seconda interpretazione collega più direttamente la crisi dei partiti agli sviluppi dello Stato sociale (meglio sarebbe dire Stato assistenziale).

Questa interpretazione si svolge nell’ambito della sociologia dei sistemi politici.

Sebbene la nostra sia stata la patria di Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto (oggetto della critica corrosiva di Gramsci) è solo negli anni ‘70 che si afferma come prevalente una tale lettura.

E le correnti prevalenti in questo campo sono: il neo-funzionalismo e le teorie dello scambio politico.

Sia il funzionalismo che le teorie dello scambio politico propongono una costituzione economicistica dei soggetti e sono specifiche del pensiero neoconservatore.

 Si afferma che tra le trasformazioni prodotte dagli sviluppi dello Stato sociale vi sia la formazione di un sistema politico che include la “rappresentanza e mediazione di tutti gli interessi organizzati”.

Si pone al centro delle attività e delle funzioni dello Stato sociale la formazione di un mercato politico, al quale accedono via via tutti i gruppi sociali. L’attività politica si allinea così ai meccanismi dello scambio. Lo stato regola interamente i flussi delle risorse (economiche, culturali, di potere), fatto salvo, naturalmente, il carattere privato dell’accumulazione.

Sistema politico e sistema dei partiti coincidono (lo Stato si configura sempre più come “Stato dei partiti”) e i partiti assumono sempre più la funzione di soggetti dello scambio politico. S’instaura fra loro una progressiva omologazione, cioè i partiti finiscono per differenziarsi solo in pochi punti programmatici, secondo i diversi interessi che essi rappresentano, nella gara per il controllo degli apparati e per la redistribuzione delle risorse. Ma, al culmine di questo processo, lo Stato sociale entra in crisi. È una crisi di risorse (dei redditi da ridistribuire) e questa crisi genera un crescente deficit di legittimazione dei partiti, che vengono colpiti nella loro funzione vitale di “rappresentanza degli interessi”. Il sistema dei partiti entra in crisi poiché essi non riescono più a mediare lo scambio politico, perché le risorse non lo permettono per un intreccio di stagnazione e inflazione che provoca una crisi fiscale dello Stato.

Queste due interpretazioni della crisi dei partiti condividono una concezione del partito politico come “rappresentanza degli interessi”. Appartengono entrambe, quindi, alla teoria dello scambio politico, del mercato politico; e nella lettura della crisi dei sistemi occidentali dipendono dalla teoria della governabilità.

Sono segnate, quindi, dal pensiero neo-conservatore e propendono per una risposta alla crisi dei sistemi politici in termini di “riduzione della complessità”, e auspicano che il sistema democratico italiano venga corretto in senso elitario.

 

 

 

La critica togliattiana

 

A riprova di come le classi dominanti ripropongono, seppur in forma mutata, le stesse chiavi interpretative, è interessante notare come Togliatti anticipa, negli anni ’60, la critica a queste interpretazioni della realtà sociale.

Parte dalla convinzione che le teorie della modernizzazione, ora venute in voga, non siano che manifestazioni apologetiche della “ideologia americana”.

Un inciso.

Va rammentato che l’attuale teorico della “modernizzazione” è Samuel P. Huntington, relatore nel 1973 alla allora costituenda Trilateral e, successivamente teorico dello “scontro di civiltà”.

La teoria della “modernizzazione” dice Togliatti è “il nemico che minaccia le giovani generazioni”. Poi, nell’intervento al Cc del giugno ‘61, dedicato alla “questione giovanile”, Togliatti sottolinea come la teoria dei “gruppi di pressione” miri a delegittimare i partiti di massa.

[P. Togliatti, Scritti sul centro sinistra, CLU SF, Firenze, 1975, p.701]

 

Nel dicembre ‘63, intervenendo al Cc dedicato alla preparazione della V Conferenza di organizzazione, egli torna sul tema in modo più elaborato.

Accoglie alcuni aspetti della critica della “partitocrazia” soprattutto per quanto attiene alle attività dei partiti di governo (“tendono a sostituire alla democrazia una specie di oligarchia di gruppi dirigenti”); ma respinge “la tendenza a ridurre (...) la funzione del partito politico e la sua importanza”, considerandola “nettamente reazionaria”.

“Non è concepibile, oggi, una società democratica nella quale non esista il partito politico”.

Quindi affronta di petto la concezione dei “gruppi di pressione”:

Considero antidemocratica e da respingersi la tendenza a sostituire al partito politico il cosiddetto gruppo di pressione e al sistema dei partiti un sistema di gruppi di pressione. Se si considerano le cose con attenzione, si può agevolmente scoprire che questa è la tendenza propria di quello che si è ormai soliti chiamare il neocapitalismo. Il punto di arrivo di questa tendenza è una società priva di democrazia politica, non mancano gli esempi nell’attuale mondo capitalistico.

 

L’attenzione cade sugli USA, dove, egli dice:

[…] gruppi di pressione sono diventati gruppi di potere e questi gruppi di potere è difficile sapere che cosa in realtà siano, come si dispongano e si colleghino con le forze reali della società, ma si sa che sono pronti a combattersi con tutte le armi, facendo ricorso anche ai mezzi più criminali. Nessun difetto di un sistema democratico fondato su una articolazione di partiti politici eguaglia questa vera degenerazione della vita politica e civile.

[P. Togliatti, Scritti sul centro sinistra, CLU SF, Firenze,1975, p.1382]

 

Infine, nell’intervento alla V Conferenza di organizzazione (Napoli, 15 marzo 1964) Togliatti riprende il concetto del “carattere di massa” come criterio della funzione democratica del partito, intendendo non solo l’adesione delle moltitudini, ma

[…] il contatto, il dialogo con le masse lavoratrici, con il popolo, cioè non solo con i propri iscritti nel chiuso delle proprie assemblee di sezione e di federazione, ma con le masse popolari e con le altre forze politiche che si collocano sul terreno della democrazia

[…] Questo contatto – egli dice – non deve essere sollecitato a scopo agitatorio, ma per chiamare le masse popolari alla discussione, all’esame e a decisioni relative a misure programmatiche e politiche che debbono essere prese per risolvere problemi vitali per tutta la nazione…

Il partito di massa, così operando, estende il terreno stesso della rappresentanza.

[P. Togliatti, Scritti sul centro sinistra, CLUSF, Firenze, 1975, p.1457]

 

C) una terza interpretazione pone l’accento sul progressivo “svuotamento delle istituzioni rappresentative”.

Si dice che la “internazionalizzazione dell’economia” sottrae sempre più alle istituzioni “liberal-democratiche” poteri decisionali sulle risorse e sui modelli di sviluppo nazionali (si pensi ai vincoli derivanti dalle alleanze militari, a quelli derivanti dal Fmi o dalla Banca Mondiale). Si crea un sistema transnazionale che modella e condiziona le principali agenzie nazionali della comunicazione e i sistemi nazionali di rappresentanza.

Il sistema dei media funziona secondo le “regole del mercato” e alimenta, di fatto, l’identificazione della politica con la rappresentanza corporativa degli interessi in vista dello scambio. Ne discende nel senso comune delle grandi masse, una tendenza alla omologazione dei partiti. Questa tesi tende, quindi, ad affermare un impoverimento insuperabile della funzione dei partiti e un loro tendenziale esaurimento a vantaggio dei grandi gruppi d’interesse multinazionali e delle Agenzie di comunicazione da essi controllate.

La risposta è quella del partito leggero, non nel senso del partito di pochi (questa semmai sarebbe una conseguenza non voluta), ma nel senso di:

- un partito in cui iscritti e militanti perdono peso effettivo rispetto all’elettorato;

- che non ha identità politico-culturale forte e caratterizzata;

- che utilizza le competenze così come le offre il mercato intellettuale;

- che aggrega forze su programmi specifici;

- che, in sostanza, si propone di ascoltare, interpretare la società, più che trasformarla, strumento più che soggetto, soprattutto rappresentanza istituzionale e collettore elettorale.

È il tipo di partito che domina oggi in occidente. È un “partito leggero” che sopperisce alla fragilità dei suoi legami di massa e alla precarietà del suo tessuto connettivo con una forte accentuazione del ruolo personale del leader; che è gestito da apparati di potere non meno stabili e separati di quelli antichi (parlamentari quasi inamovibili, tecnici dell’informazione e dell’amministrazione, amministratori locali, manager delle cooperative, burocrazie sindacali); che deve costruire il suo consenso prevalentemente con l’uso dei media (o meglio cercandone il non disinteressato sostegno) e mediando corporazioni varie.

La conseguenza diretta è il tipo di consenso elettorale che non può reggere a prove di governo aspre, dunque una necessaria autoriduzione dei programmi, un “ascolto della società” che seleziona e rispetta i fondamentali rapporti di forza esistenti. Con ciò il riferimento va non solo ai partiti conservatori e centristi, ma anche al Partito Democratico Americano.

La risposta è debole, quindi, non solo perché rimuove “l’autonomia politico-culturale” e “l’antagonismo”, ma, soprattutto, perché si colloca tutta entro quel quadro, messo precedentemente in evidenza, che conduce alla crisi dei partiti.

Tenuto conto, allora, della specificità del “caso italiano”, va riconosciuto come nel programma di ricerca dei gramsciani Quaderni vi sia, tuttora, il punto di riferimento più ricco per ulteriori analisi.

(Le citazioni sono tratte dai “Quaderni del carcere”, Einaudi, Torino, 1975)

 

 

 

Il partito politico come moderno “Principe”

 

Il partito è per Gramsci il momento della soggettività, della coscienza, che interviene nel processo politico e storico: lo conosce – in quanto ha i mezzi per sviluppare questa conoscenza –, agisce su di esso, cerca di indirizzarlo, di piegarlo verso un determinato obiettivo. Ciò significa che il processo rivoluzionario non è mai soltanto un fatto oggettivo, ma un evento in cui, alla corposa realtà della struttura economica, dei rapporti di forza sociali, si intreccia l’elemento soggettivo, il partito appunto.

Il processo rivoluzionario va visto in rapporto al blocco storico: si svolge in esso ed è comprensibile solo se si considera il blocco storico nel suo insieme.

Il processo rivoluzionario si svolge, secondo Gramsci, quando il rapporto tra superstrutture e struttura si rompe: quando un certo tipo di Stato, un certo sistema di leggi, il blocco di potere dominante, non corrispondono più allo sviluppo della società civile. Quando il “gruppo sociale” che ha la “supremazia” vede dissociarsi la sua capacità di direzione dal suo dominio.

Si presenta come crisi di egemonia del blocco di potere dominante e quando il gruppo sociale, escluso dal potere, emerge con una capacità dirigente che è premessa e condizione per salire al governo e al potere.

Di questo processo il partito è l’elemento decisivo.

Il recupero di Machiavelli, con cui inizia la riflessione dei Quaderni, l’evocazione del “moderno Principe”, non è solo una metafora, riferita al partito vuole indicare ciò che è avvenuto in quattro secoli: il passaggio del protagonismo politico dagli individui, da gruppi ristretti di potere, a grandi masse. E insieme anche il mutamento che ciò comporta nell’etica dell’agire politico”.

Nel partito come intelligenza e volontà collettiva, “le volontà collettive parziali” tendono a diventare “universali e totali”.

Il processo che nel partito si compie è indicato: si parte da una coscienza di classe, che già comincia a superare il momento corporativo, per proiettare la visione del partito verso un progetto totale che investe tutta la società nazionale e quella internazionale. Nel partito coscienza internazionalista e coscienza nazionale non si disgiungono; anzi, proprio per dar corpo al proprio internazionalismo, la classe operaia deve in un certo senso “nazionalizzarsi”.

“Nel partito politico gli elementi di un gruppo sociale economico superano questo momento del loro sviluppo storico (corporativo, egoistico-passionale) e diventano agenti di attività generali, di carattere nazionale e internazionale” (Q. p. 1522)

 

Per Gramsci la possibilità di diventare classe egemonica si incarna nella capacità di elaborare in modo omogeneo e sistematico una volontà collettiva nazionale-popolare; e solo quando si forma questa volontà collettiva si può costruire un nuovo “blocco sociale” rivoluzionario, nel cui seno la classe operaia (libera da corporativismi) assuma il ruolo di classe dirigente.

Appare così il ruolo di sintesi, di mediazione, che il partito assume, non solo nei confronti dei vari organismi particolari della classe operaia (sindacati, ecc.) ma anche nei riguardi dei vari movimenti delle classi subalterne. Questi organismi e movimenti – grazie alla mediazione del partito – divengono le parti del corpo unitario del nuovo “blocco storico”.

Ma dato che una volontà collettiva può essere suscitata e sviluppata quando esistono le condizioni oggettive adeguate, il partito deve realizzare: “un'analisi storica (economica) della struttura sociale del paese dato” come condizione per elaborare una linea politica capace di incidere effettivamente sulla realtà.

Il processo è complesso.

Il partito nasce da un atto di “scissione”, guidato dallo “spirito di scissione”. È l’atto con cui una classe sociale subalterna comincia a distinguersi dal gruppo dominante; comincia a prendere coscienza di sé.

Non si ritrova nelle gerarchie di istituzioni e di idee in cui, sino a quel momento, era stata inglobata. Lo “spirito di scissione” va oltre la coscienza sindacale dei propri interessi: mette in discussione una società, un potere, una cultura.

“Lo spirito di scissione” guida al progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica; lo “spirito di scissione” [...] deve tendere ad allargarsi dalla classe protagonista alle classi alleate potenziali: tutto ciò domanda un complesso lavoro ideologico, la prima condizione del quale è l’esatta conoscenza del campo da svuotare del suo elemento di massa umana”. (Q. p.333)

 

È indicato il processo secondo cui si forma l’egemonia. Con il formarsi dell’egemonia si passa dalla scissione alla unificazione, ad una nuova unità, che è un nuovo blocco di potere, teso a divenire un nuovo blocco storico.

La formazione di una volontà collettiva si lega organicamente a ciò che Gramsci chiama, ripetutamente, “riforma intellettuale e morale”.

Il partito non lotta solo per il rinnovamento politico, economico e sociale, ma anche per una rivoluzione culturale, per la creazione e lo sviluppo di una nuova cultura.

Come pochi marxisti del suo tempo, Gramsci comprende pienamente che il fronte culturale – insieme con i fronti economico e politico – è un terreno decisivo nella lotta delle classi subalterne per l’egemonia.

Senza una nuova cultura, le classi subalterne continueranno a subire passivamente l’egemonia delle vecchie classi dominanti e non potranno elevarsi alla condizione di classi dirigenti.

Gramsci ripete che la direzione politica è anche e necessariamente direzione ideologica: lottando per la diffusione di massa di una nuova cultura – di una cultura che raccolga e sintetizzi i momenti più elevati della cultura della modernità, che unisca cioè la profondità intellettuale del Rinascimento con il carattere popolare e di massa della Riforma – il “moderno Principe” creerà le condizioni per l’egemonia delle classi subalterne, per la vittoria nella “guerra di posizione” che conduce al socialismo.

Inoltre, poiché la costruzione piena della nuova società “regolata” implica in Gramsci la fine della divisione tra governanti e governati, ossia l’assorbimento dello Stato-coercizione da parte degli apparati del consenso della società civile, è imprescindibile sopprimere non solo l’appropriazione privata dei mezzi di produzione delle ricchezze materiali, ma anche l’appropriazione privata o elitaria del sapere e della cultura.

Solo così sarà possibile porre fine alla divisione tra “intellettuali” e “semplici” e, in questo modo, far venir meno l’appropriazione dei meccanismi di potere da parte di piccoli gruppi o di una burocrazia.

Il posto decisivo che la “riforma intellettuale e morale” occupa nella riflessione di Gramsci determina il ruolo rilevante che egli attribuisce agli intellettuali nella formazione e nella costruzione del partito politico.

Esistono – secondo Gramsci – due tipi principali di intellettuale:

“l’intellettuale organico”, che nasce in stretto legame con l’emergere di una classe sociale determinante nel modo di produzione economico, la cui funzione è dare omogeneità e coscienza a questa classe, “non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico”;

e gli “intellettuali tradizionali” che – essendo stati in passato una categoria di intellettuali organici di una data classe (per esempio, i “chierici”, i membri della chiesa, in relazione alla nobiltà feudale) – formano oggi, dopo la sparizione di questa classe, uno strato relativamente autonomo e indipendente.

Entrambi i tipi esercitano oggettivamente funzioni analoghe a quella del partito politico: essi danno forma omogenea alla coscienza della classe a cui sono organicamente legati, preparano l’egemonia di questa classe nell’insieme dei suoi alleati. Sono agenti del consolidamento di un “blocco sociale”.

Gramsci così descrive il nuovo intellettuale – l’intellettuale organico, il dirigente –, del movimento operaio:

[…] Il modo di essere del nuovo intellettuale non può più consistere nell’eloquenza, motrice esteriore e momentanea degli affetti e delle passioni, ma nel mescolarsi attivamente alla vita pratica, come costruttore, organizzatore, «persuasore permanentemente» perché non puro oratore – e tuttavia superiore allo spirito astratto matematico; dalla tecnicalavoro giunge alla tecnicascienza  e alla concezione umanistica storica, senza la quale si rimane «specialista» e non si diventa «dirigente» (specialista + politico). (Q. p.1551)

 

Qui, non sul terreno dei soli concetti, dei soli “pensieri”, ma nell’unità di pensiero e di azione si supera ogni filosofia speculativa.

“I partiti selezionano individualmente la massa operante e la selezione avviene sia nel campo pratico che in quello teorico congiuntamente, con un rapporto tanto più stretto tra teoria e pratica quanto più la concezione è vitalmente e radicalmente innovatrice e antagonista dei vecchi modi di pensare”. (Q, p.1387)

 

Non sarebbe concepibile, fuori da questa visione del rapporto tra teoria e pratica, il compito del partito della classe operaia come riformatore intellettuale e morale. Qui sta la natura di moderno Principe del partito. Partito e marxismo non sono separabili. Anzi, la filosofia della praxis è la protagonista di un processo di riforma che conclude la storia moderna:

La filosofia della praxis presuppone tutto questo passato culturale, la Rinascita e la Riforma, la filosofia tedesca e la rivoluzione francese, il calvinismo e la economia classica inglese, il liberalismo laico e lo storicismo che è alla base di tutta la concezione moderna della vita. La filosofia della praxis è il coronamento di tutto questo movimento di riforma intellettuale e morale, dialettizzato nel contrasto tra cultura popolare e alta cultura. Corrisponde al nesso Riforma protestante + Rivoluzione francese: è una filosofia che è anche una politica e una politica che è anche una filosofia. (Q. p.1860)

 

Riprendendo il filo del ragionamento, nella costituzione del nuovo soggetto politico decisiva è la formulazione di un progetto di trasformazione della società e il campo teorico del progetto è delimitato dalla combinazione che esso elabora dell’elemento nazionale e dell’elemento internazionale dello sviluppo.

Si pone, dunque, il compito dell’analisi differenziata (sempre per usare il linguaggio gramsciano) dei mutamenti su scala mondiale e la necessità d’una ricognizione nazionale delle forze in campo.

Questi, in sintesi, gli aspetti su cui focalizzare l’attenzione critica:

1) la segmentazione del corpo sociale. La stessa classe operaia si articola, per il decentramento, in sedi fisiche, funzioni produttive, livelli retributivi molto più differenziati. Cresce il peso di lavoratori-intellettuali, ma fortemente condizionati dalla cultura che li forma e dal ruolo che assolvono. Gli intellettuali in senso proprio sono parte organica di apparati potenti e strutturati. Gran parte della “povera gente” è costituita da emarginati (disoccupati, anziani, lavoratori precari). I “nuovi soggetti” legati a contraddizioni trasversali sono per loro natura fisicamente dispersi e spesso confliggenti.

2) il ruolo assunto dai mezzi d’informazione di massa non solo permette la manipolazione delle scelte politiche, ma informa culture, stili di vita, valori, anche e soprattutto delle classi subalterne.

3) il potere di fatto, dietro la apparente complessità, e anzi grazie ad essa, è molto concentrato, e si presenta con l’oggettività delle sole scelte apparentemente razionali e possibili.

 

È per questo che oggi più di ieri è necessaria una soggettività organizzata, autonoma, capace di autotrasformazione dei protagonisti stessi di un mutamento possibile. È la questione del partito non solo di massa, ma militante e intellettuale collettivo. E tutto questo con la consapevolezza che una soggettività antagonista, pur non esaurendosi nel partito, trova comunque nel suo ruolo un punto di unificazione.

Ciò che impone, appunto, una presa di posizione sui nuovi compiti del partito e sulla sua natura istituzionale nelle due facce complementari “esterna”/“interna”, tanto più che tenendo in scarsa considerazione la natura “sociale” del partito a misura del crescere a dismisura della sua funzione politico-istituzionale, si è finito per contribuire alla legittimazione di quelle degenerazioni proprie del rapporto partito-stato che hanno finito per agevolare una falsificante e interessata omologazione di comunismo e nazifascismo, donde quel “revisionismo storico” che è una delle armi ideologiche che la cultura al servizio del capitale sta usando con la connivenza dei transfughi del marxismo presentatisi come neofiti della liberaldemocrazia.

Per meglio aggredire la tematica che – in nome di un cosiddetto “neo-marxismo” – aveva fatto esasperare il problema dei rapporti da stabilire dialetticamente tra il partito e i movimenti sociali autonomi prodotti dallo sviluppo della crisi del capitalismo – sicché, a fianco, ma a detrimento progressivo delle organizzazioni del movimento operaio sono proliferati, con pericolosa separatezza da un partito peraltro sviato su percorsi integrazionisti, i movimenti pacifista, ambientalista, delle donne, solo quest’ultimo disponibile a riconoscere la coessenzialità della lotta anticapitalistica – occorre focalizzare quali sono i problemi teorici della “soggettività collettiva”, tenuto conto del ruolo fondamentale dell’ideologia e per essa delle lotte che si rendono necessarie per incidere democraticamente contro la cosiddetta “modernizzazione”, con riguardo alle due grandi strutture che condizionano la soggettività in modo sempre più pervasivo, anche qui come nel caso dell’impresa, in nome dell’economicità e quindi della privatizzazione: da un lato, le strutture formative – scuola e università – dall’altro lato, le strutture della comunicazione di massa.

Se non si rompe il carattere centralistico-burocratico della scuola (che la rende ormai incapace di creare alcuno spirito critico) ma senza cadere nella logica della scuola come strumento di trasmissione delle esperienze del capitale e del mercato, non è possibile che qualsiasi esperienza di massa superi il confine del particolarismo e del gruppo di pressione. Se non si affranca il sistema dei mezzi di comunicazione di massa non solo dai più pesanti poteri che lo dominano, ma dalla logica che li costituisce come puro mercato, la costituzione di una soggettività autonoma diventa insolubile.

Il punto è come si organizza l’opinione: attraverso l’iniziativa di un corpo militante diffuso e attraverso la sua presenza in movimenti di massa reali e non partitici, contro la tendenza ad affiancare la politica dell’immagine ad un corpo politico concentrato sul lavoro di autoriproduzione di se stesso e di propaganda elettorale.

Discende da tutto ciò la necessità di ripercorrere il dibattito sulla questione della “democrazia”, rivelatasi come punto irrisolto soprattutto della “prassi”, ma anche della teoria del movimento operaio, perché la lotta per il “potere” richiede non solo di non limitare all’ipotesi del ricorso alla violenza la ricerca del passaggio rivoluzionario – e non tanto per la cosiddetta riprovabilità di tale mezzo, quanto per la non risolutività di esso desumibile persino dagli esiti della rivoluzione d’Ottobre – ma di fare comunque i conti con la natura dei processi “riformatori” da attivare con congegni istituzionali e normativi che ripropongono l’analisi del rapporto tra strategia di lotta per il socialismo e forme e contenuti della transizione, ben sapendosi che le caratteristiche differenziali del “caso italiano” non ancora del tutto omologato come i casi tedesco e francese alle forme del dominio capitalistico, hanno chiamato in causa con la “democrazia progressiva” un passaggio intermedio, che, tuttavia, è stato sottoposto a durissima prova, proprio quando si è cercato di inserire “spezzoni” di riforma nel sistema di potere condizionato dal potere imperialistico americano.

In tal senso la questione della democrazia – proprio perché concerne la lotta contro la combinazione tra primato dell’impresa e primato dei vertici istituzionali dello stato, per fare delle assemblee elettive il tramite “reale” del soggetto antagonista – assume configurazioni che alla luce della storia del secolo ventesimo e delle sconfitte di diversa qualità delle lotte e delle esperienze vissute dai comunisti in tutto il mondo, impongono una discussione che attualizzi la teoria marxista dello stato e del diritto, senza separare i problemi della democraticità della via al socialismo dai problemi della democraticità dell’organizzazione sociale e politica del movimento operaio: e ciò sia perché va evitata quella sorta di “falsa coscienza” più che di cosiddetta “doppiezza”, derivante non già dal marxismo, ma dall’uso tatticistico della critica al potere borghese, fatto dai gruppi dirigenti comunisti con il pretesto che, operando in nome della classe operaia, i problemi della democrazia sono implicitamente risolti per il partito della rivoluzione; sia perché la rimozione della questione della democrazia “all’interno” del partito anticipa la sostanziale omologazione delle forme del potere “statale” del socialismo ai modelli antidemocratici già sperimentati dallo stato borghese.

 

Poiché il partito si trova in un punto di intersezione dei rapporti tra società e stato – ed è quindi una istituzione complessa, che è in parte espressione della società e in parte componente delle istituzioni cui fornisce elementi costitutivi del proprio apparato – si è dimostrato che si riverberano, nelle forme dello stato, i limiti del “burocratismo”, vissuti in un partito nel quale non si sviluppi la coscienza della necessità di prefigurare con la dialettica democratica di dirigenti e militanti – da considerare tutti come potenziali dirigenti – quella dialettica tra governanti e governati che – oltretutto – presenta problemi più complessi, quando si passa dal ruolo del partito di opposizione al partito di governo, mantenendo ben ferma la prospettiva strategica del socialismo e non solo quella della gestione congiunturale che – presa a sé – si risolve nella vieta “governabilità” borghese.

Qui il pensiero di Gramsci, in quanto espressione di un marxismo maturato nelle forme di esperienza della società di massa, si rivela ancora essenziale; nel parlare del centralismo democratico – in generale – sottolinea che si tratta di un centralismo “in movimento, per così dire, cioè una continua adeguazione dell’organizzazione al movimento reale, un contemperare le spinte dal basso con il comando dall’alto”: ciò che assume grande rilievo, se si tiene presente la stretta connessione che in concreto esiste tra sviluppo organico del gruppo dirigente dello stato e quel che avviene “in più ristretta scala nella vita dei partiti”, e quindi se si coniuga l’aspetto più avanzato della teoria marxista dello stato, espressa da Marx sulla base dell’esperienza della Comune, con l’aspetto più avanzato dell’esperienza politica della società di massa, vissuto dopo la rivoluzione d’Ottobre tramite il partito e la teorizzazione leniniana.

Nelle condizioni odierne della lotta anticapitalistica rimane in tutta la sua pregnanza la critica all’opportunismo, all’economicismo e al terrorismo, sul presupposto che la lotta per la democrazia politica, economica e sociale è lotta della classe operaia nei suoi rapporti, non solo con il potere dell’impresa, ma con lo stato come forza politica organizzata in quanto l’oppressione – e non solo la repressione – che il capitale esercita in forme politiche si esercita “sulle più diverse classi della società, nei più diversi campi della vita e dell’attività professionale, civile, privata, familiare, religiosa, scientifica, ecc.”.

Ma, nel contempo, se si vuole trarre una lezione dagli esiti nefasti della lotta anticapitalistica se valutati al cospetto del “caso sovietico” – che rimane un “caso”, nonostante gli intenti liquidazionisti di chi parla di fine del comunismo – si rende indispensabile andare più a fondo nell’analisi che, semplicisticamente, o addebita al “nemico di classe” responsabilità che hanno origini più complesse, o omologa addirittura dittatura staliniana e dittatura fascista, cancellando la natura di classe di “socialismo” e “fascismo”: e prendere di petto quella questione così lucidamente presente in Lenin quando – esaltando il ruolo dei “rivoluzionari professionali” – ha affrontato la contraddizione potenziale, che si profilava tra la centralizzazione dell’organizzazione e tutta l’attività del “movimento”, ciò che poteva risolversi più facilmente nel contrasto tra l’“autocrazia” russa e la natura “clandestina” dell’opposizione di classe che ha preceduto la rivoluzione, in circostanze nelle quali prevaleva sulle “forme esteriori della democrazia” la “fiducia completa e fraterna fra rivoluzionari”.

 

 

 

In conclusione, l’accento su due questioni

 

1. uno sviluppo pieno della partecipazione e della democrazia nel partito non può limitarsi alla garanzia della possibilità d’espressione delle diverse opzioni politiche o alla garanzia del dissenso, ma ha come referente essenziale il conoscere; allora, noi possiamo effettivamente costruire un partito comunista se, oltre a definirlo nei suoi caratteri di massa, lo definiamo come partito intelligente in tutte le sue articolazioni; intelligente nel senso di “intelligere”, capire, comprendere la realtà che lo circonda.

Da qui deriva, per esempio, la funzionalità della formazione politica, come momento necessario, come strumento essenziale in un processo di qualificazione e riqualificazione di quadri e militanti in un partito che deve essere, sempre più, intelligente.

Vi è poi un fattore, diciamo, oggettivo, una ragione di carattere generale, che ci obbliga a questo livello di costruzione del partito. È una ragione che concerne la nuova dislocazione e la nuova qualità del conflitto. Ed è il suo trasferirsi, sempre di più, all’interno dei modi di produzione, accumulazione e distribuzione del sapere.

2. la democrazia interna non è separabile da ciò che il partito è e vuole essere. Occorre studiare norme volte a garantire una funzionalità unitaria, democratica e non-verticistica, che è possibile conseguire mediante il riconoscimento del diritto di iniziativa e di proposta ai singoli militanti, anche definendo un “quorum” per la convocazione dei vari organismi e per le relative deliberazioni. Proprio agevolando lo sviluppo della dialettica tra tutti i compagni, è possibile sviluppare una democrazia pluralista e scongiurare la sclerotizzazione in gruppi o correnti organizzate, fenomeno tipico dei partiti governativi.

Va applicato il principio di maggioranza come strumento per perseguire le necessarie sintesi politiche, a cominciare dalle organizzazioni di base, nelle quali i militanti, partendo dai bisogni sociali rilevabili nei luoghi di vita sociale e di lavoro, sono in grado di elaborare gli strumenti di valutazione politica utili alle “decisioni finali” degli organi centrali. Solo così il superamento del centralismo democratico può evitare affermazioni e propaganda personale e di gruppo.