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Nella stessa misura in cui riceviamo avvisi di nuovi incrementi nei danni che provoca il COVID-19, crescono sia lo stupore, che la battaglia della comunità scientifica per trovare una cura per sconfiggere l’epidemia, per permettere di riorganizzare la vita sugli esempi di solidarietà umana nei luoghi colpiti. Anni fa la madre di uno dei miei migliori amici, epidemiologa di professione, ha condiviso con me uno straordinario regalo: l’istallazione del software Net-Logo. Adesso che lei non c’è più e il mondo intorno a noi ha cambiato a una tale velocità da sembrare piuttosto la conseguenza di un delirio paranoico, capisco e rimpiango tutte le conversazioni che abbiamo avuto su un tema sul quale lei aveva il vantaggio di essere esperta, e tutto quanto ho potuto ascoltare e apprendere. In quelle conversazioni ci univa il reciproco interesse per le teorie della complessità (di quella Cattedra lei era un membro).

Il Net-Logo permetteva di costruire scenari nei quali, mediante l’introduzione di dati e l’orientamento di una determinata azione, era possibile fare previsioni circa la trasformazione dello scenario in questione. Per l’epidemiologa rappresentava uno strumento utile per affrontare un simile evento; per l’esperto in scienze sociali offriva l’opportunità di conoscere il funzionamento di un’applicazione messa al servizio dei modelli matematici dell’evoluzione e, in termini narrativi, di una determinata trama o circostanza. Ho preso spunto da questo ricordo personale perché, quando la sera mi unisco ai miei vicini nell’applauso quotidiano per i lavoratori della salute che sono in prima linea contro il coronavirus, con me c’è anche la madre del mio amico insieme a tutti quelli – dai più diversi saperi –  che si impegnano perché Cuba sia un paese migliore.

 

La sorprendente capacità di adattamento a nuove circostanze che ci caratterizza, crea una specie di miraggio grazie al quale ci dedichiamo tanto a fare attenzione agli orrori associati alla pandemia che non pensiamo nemmeno a quanto ridicolmente piccola è la distanza fra le prevenzioni del presente e l’ultimo momento in cui la vita è stata diversa: tre mesi appena. Per una malattia che ha avuto il primo caso il 27 dicembre 2019, la velocità dell’espansione è stata spettacolare; parallelamente, le vie di trasmissione sono così assolutamente tipiche dei gesti quotidiani (toccare la bocca, il naso, gli occhi) che sono state sufficienti a disarticolare la quotidianità così come la conoscevamo.

Ciò merita più di un commento.

Il primo forse è che da anni, negli scontri e nelle minacce della così detta Guerra Fredda, ci eravamo abituati a scommettere sulla sparizione della specie umana a causa dello scoppio della guerra nucleare. Per questo scontro fra potenti (cioè per far parte del ristretto gruppo di paesi capaci di combattere a questo livello) era imprescindibile possedere un’elevata quantità di specialisti con formazione e addestramento all’uso e allo sviluppo di questo tipo di energia; inoltre, supponendo di disporre delle attrezzature necessarie, era imprescindibile anche la costruzione dell’istallazione per fare prove di laboratorio, per fabbricare armi e provarle insieme alla protezione di tutto ciò. In altre parole, era necessaria una tale capacità industriale e una tale quantità di fondi che la maggior parte delle nazioni del pianeta non potranno mai far parte di una cosa simile; quindi, la possibilità di scatenare la catastrofe, a prescindere dal suo effetto globale di annichilimento, si trovava nelle mani delle dirigenze politiche di poco più di una decina di paesi.

La successiva ondata d’inquietudine, per quel che riguarda un danno generalizzato per la vita umana, è scaturita dalle ricerche sull’assottigliamento della cappa di ozono, sugli effetti della contaminazione industriale a grande scala, oltre alle teorie del riscaldamento globale e del cambio climatico. Anche qui sono i paesi di maggiore sviluppo industriale ed economico a causare il maggior danno alla natura attraverso il taglio dei boschi, le emissioni di gas inquinanti, la contaminazione delle sorgenti, ecc. Lo scontro nucleare era concepito in due varianti essenziali: come uno scambio incontrollato che poteva solamente condurre all’estinzione immediata o come quello che, a un certo momento, la classe politica statunitense ha annunciato come “guerra nucleare limitata”. Quanto al cambio climatico, una delle sue caratteristiche principali e contrarie all’effetto immediato del grilletto nucleare, è la sua gradualità; così, il controllo qui si riferisce alla quantità e alla forma in cui le risorse naturali e la natura stessa vengono sfruttate e “curate” attraverso accordi politici, leggi e normative, fissazione di limiti e convenzioni, oltre alla vigilanza permanente. Ciò ha luogo nel lungo ciclo che va dall’estrazione al trasporto, alla lavorazione, alla trasformazione, al consumo e al trattamento dei rifiuti. Tutti e due questi modi di “pensare la catastrofe” sono stati superati senza bisogno di distruggere le opere dell’uomo, senza sparare un colpo e senza una rivolta della natura, nel breve spazio di tre mesi.

Nella narrativa del presente ci sono un dolore esteso e migliaia di persone morte, ospedali al collasso, medici e personale di infermeria che sono eroi, racconti di commovente solidarietà umana, esempi di paranoia e qualche schizzo di egoismo. Che il territorio di una battaglia globale sia il corpo umano è una sorpresa che non ci aspettavamo e per la quale le risposte sono state trovate strada facendo; dalla velocità con cui corpi sono stati controllati a Wuhan (una concentrazione enorme, di undici milioni di persone, chiuse dentro il perimetro della città, in casa, vigilati, le strade disinfettate) fino al rifiuto di quei politici che hanno ridotto il pericolo al contagio di un’influenza qualunque. La terribile statistica secondo la quale oggi, 6 aprile 2020 (per un avvenimento iniziato a fine 2019), quasi la metà del pianeta sta attraversando stadi di reclusione (totale o parziale) dettati dai governanti, ci mostra il profondo significato che acquistano gli avvenimenti per una lettura del futuro segnata da indici biopolitici.

Tutta una catasta di libri, film, cartoni animati, serie televisive, ecc., ha costruito l’immagine della società umana sorpresa da una “ribellione delle macchine”, grazie alla quale davamo sfogo all’ansia per l’accelerato sviluppo tecnologico; detto altrimenti, la “ribellione” (robot che si mettono ad agire come enti con vita propria, ecc.) obbligava a distribuire l’esistenza in poli opposti e irriconciliabili. Le opposizioni del presente collocano il corpo e la macchina in questi stessi poli opposti, ma il senso è completamente diverso perché il punto di partenza è la porosità del corpo rispetto alla malattia e perché stavolta la macchina non attacca ma, semplicemente, smette di funzionare e così i corpi “sono un di più”, non sono più funzionali per la catena produttiva, perdono il loro “posto”. Questo è il senso delle notizie impressionanti che parlano di dieci milioni di disoccupati negli Stati Uniti (cinque milioni di persone in cassa integrazione in Francia) o dell’aumento di quelli che sono chiamati a “puntellare” la crisi mediante il condono globale dei debiti fra paesi, la moratoria nel pagamento delle tasse, l’assunzione di decreti che stimolino la gratuità universale delle cure mediche, fra altre iniziative di cambiamento.

In molti, molti sensi si tratta di una prova, e la prova agisce su due livelli simultanei.

Pensare la pandemia equivale e muove il suo primo passo nel riconoscere la facilità con la quale un sistema di salute, presumibilmente solido, cade a pezzi (solamente aumentando la cifra di ricoveri ospedalieri oltre quanto permesso da qualsiasi progetto razionale del rapporto fra malattia e salute); partendo da questo presupposto, insieme a quanto già detto, bisognerebbe dunque immaginare cosa succederebbe all’umanità (o alle sue strutture) nel caso di una guerra biologica estesa, una guerra nucleare o di catastrofi ecologiche massicce o continue. Quale paese sarebbe in grado di rispondere a eventi di simile grandezza riuscendo anche a proteggere o ad offrire “cura” o “salvezza” alla sua popolazione (o, in generale, all’umanità)? Passerà molto tempo prima che questo colpo all’orgoglio guerresco potrà essere elaborato ed è nostra responsabilità, nel momento in cui si sarà trovata una cura o un sollievo sicuro per la malattia, che non ci si dimentichi dello stupore, della sensazione di caos, della paura e delle angosce del presente.

Un altro aspetto del problema, la progressione del contagio, come già sta succedendo, metterà in evidenza la forza, l’integralità, la fragilità o le discontinuità nei sistemi sanitari dove sarà arrivata la malattia; in parole semplici, ciò significa che la qualità della cura e la sofferenza saranno “distribuiti” secondo piramidi di ricchezza/povertà, specialmente se il tempo della pandemia si prolungherà (c’è chi dice che solo dopo l’estate la cosa cambierà). Contemporaneamente, la malattia si “infiltra” nelle classi sociali, e sentiamo quotidianamente notizie di famosi, di qualunque tipo, che hanno contratto il virus, persone che presumibilmente dovrebbero muoversi in spazi “sicuri”, per dimostrare quanto sarebbe pericoloso abbassare la guardia rispetto alla possibilità del contagio o come sia difficile vivere una vita più o meno normale, confidando nel fatto che staremo sempre in ambienti di protezione assoluta, come da ospedale o da laboratorio.

Un universo come quello descritto scuote non poche certezze e, insieme all’incertezza e ai timori che risveglia, attiva anche il meccanismo della solidarietà; è così che abbiamo presenziato alla storia raccapricciante della nave da crociera che vaga fra i porti come fosse un vascello fantasma, alla quale nessuno permette di toccare terra, e anche al gesto solitario di Cuba che accoglie la nave e facilita il ritorno a casa dei passeggeri. O quando, per settimane, la fiducia infantile di Trump sulla supremazia statunitense, con un atteggiamento che si può intendere solo se si tratta la ricerca scientifica come fosse un film di avventure, ha sottostimato l’importanza del coronavirus (in attesa, forse, dell’intervento provvidenziale di qualche super laboratorio con una soluzione quasi divina per il nuovo problema). O quando il personale delle unità di terapia intensiva, stravolto dalla quantità di pazienti e senza attrezzature sufficienti per averne cura, deve scegliere chi connettere ai respiratori; sicuramente si prova orrore a dover cominciare a calcolare, oltre gli orrori del presente, cosa potrebbe accadere in uno scenario post nucleare o dopo inondazioni massicce causate dal cambio climatico, vuoi per le piogge, vuoi per l’innalzamento del mare. Partendo dalla disponibilità di respiratori artificiali, abbiamo sentito il vicegovernatore del Texas dichiarare pubblicamente che le persone di più di 70 anni (un gruppo notevolmente vulnerabile) dovrebbero essere disposti a morire pur di mantenere il sogno americano.

Come in un immenso scenario, ogni gesto acquista risonanza al di là del suo valore sicché una frase o una decisione rivelano la base culturale che sostiene la vita di un paese, il sistema di valori che la dirigenza politica difende e – dato che si tratta dell’intersezione fra salute, malattia, sistemi sanitari, vita e morte –  diventa prioritario il posto che in tutto questo occupa la persona. Inoltre, in situazioni di crisi globale, i gesti, le dichiarazioni o le analisi non solo rivelano cosa è stato il passato (cioè per quali ragioni si è arrivati fin qui) e le posizioni del presente senza che – come se si togliesse un velo –  si comincino a intravvedere fessure nel futuro; se c’è qualche punto in cui ciò è visibile, è certamente nelle terribili dichiarazioni circa l’obbligatorietà di scegliere fra dichiarare una reclusione obbligatoria e paralizzare l’economia (con il conseguente danno alla produzione, al commercio e al consumo) o mantenere un’attività economica più o meno regolare mentre si “normalizza” la pandemia e si accetta che una certa quantità della popolazione si ammalerà e le toccherà perfino morire.

Nella stessa misura in cui l’epidemia si estende, vengono provate le risposte e le possibilità dei sistemi di salute in tutti quei paesi in cui compare la malattia. Semplicità nel meccanismo di trasmissione; alta mortalità per gruppi vulnerabili come i diabetici, gli ipertesi, i cardiopatici, gli asmatici e le persone di più di 70 anni; obbligo di adottare, come le strategie primordiali per frenare l’espansione della pandemia, il distanziamento fisico fra le persone e la reclusione in casa; tutti questi sono dei dati per avvicinarsi, nel piano “reale”, a un disordine che sta appena cominciando. Il fatto di mettere città o paesi interi in quarantena, economie paralizzate, unità di terapie intensive scoppiate, approvvigionamento sanitario insufficiente, trasformazione nella struttura del lavoro (oltre ai trasporti e alle comunicazioni) quando aumenta la quantità di lavoro in casa, sono situazioni di impatto al momento di pensare sia a quel che è successo che all’oggi e, soprattutto, al futuro immediato.

Quanto alla battaglia simbolica, si tratta di un conflitto la cui essenza è o sta nel rapporto (o nel non riuscire a rapportarsi) dell’individuo con la sua realtà culturale, sociale, politica e nazionale immediata parallelamente alla sua posizione rispetto ai legami e alle gerarchie internazionali in tutti gli ordini. L’enorme massa di teorie, postulati, documenti, testi, interventi critici di ogni tipo a favore della limitazione del potere degli apparati statali (insieme alla presunta capacità del duetto mercato-società civile per riempire con la sua azione gli spazi vuoti del potere) sono stati ridotti in polvere in corrispondenza dell’intensità della crisi. La complessità dei compiti (economici, legislativi, politici, organizzativi, ecc.) è tale che l’azione dello Stato non solo è nucleare e convocante, ma non ha sostituto.

La crisi è talmente enorme da assorbire l’economia, contrarre al minimo lo spazio pubblico, confinare le persone negli scarsi metri quadrati dei loro mondi domestici, trasferire il posto di lavoro verso la casa, confondere il meccanismo della socialità così come veniva praticato, generare una tale quantità di discorsi incrociati o contraddittori, una tale ansia da generare numerosi avvertimenti da parte degli psicologi che raccomandano di non passare più di un’ora al giorno a leggere, ascoltare o vedere notizie sul coronavirus e sui suoi effetti. Politica, cultura, direttive, parlamenti, congressi, partiti leaders, sistemi sociali, tutto è in gioco: si tratta di una crisi di legittimità insomma, come bene hanno detto in molti, una multicrisi.

 

Il filosofo Slavoj Žižek ha sostenuto trattarsi della fine dell’ordine neoliberale e insieme dell’opportunità di rifare il mondo sulla base di principi comunisti. Qualche settimana dopo ha chiarito che l’dea doveva essere intesa piuttosto come una provocazione per immaginare un mondo dove, al posto dell’egoismo corporativo dell’esercizio della volontà di dominio mondiale da parte di politici al servizio dei grandi poteri, predominasse una realtà basata sul patto, sulla cooperazione su basi mutuamente vantaggiose, sulla solidarietà e sullo sviluppo coordinato. Da qui si sono moltiplicati gli interventi che, dalla filosofia, accettano come punto di partenza il fatto che ci troviamo in una situazione inedita e critica, un giro di boa per il sistema sociale dominante nel pianeta che, in base alle sue numerose fratture, il coronavirus ha messo nell’angolo: il capitalismo. Qui i pronostici da un lato parlano dell’intensificarsi del sistema che conosciamo con il correlato di un incremento del controllo elettronico della vita e l’aumento della frammentazione sociale in un mondo dove l’isolamento in casa dovrebbe essere la norma in un eterno ciclo lavoro-approvvigionamento rapido-reclusione domestica; dall’altro ci prospettano la sostituzione del sistema con una specie di “capitalismo dal volto umano” che includerebbe una minore enfasi nel guadagno, maggiori programmi di attenzione sociale, di collaborazione e di azioni coordinate su scala planetaria, tanto per l’attenzione sociale alla persona che per lo sviluppo. Alla metà o in cima a queste due proposte, come una specie di Nemesi dell’orrore, si trova o fluttua l’idea della rivoluzione, il fatto che le grandi masse possano “scoprire”, o “si risveglino all’idea” che le insufficienze del capitalismo non sono accidentali, ma che ne costituiscono l’essenza e la natura, ragion per cui è il sistema che deve essere spazzato via affinché la vita sia realmente umana.

Come parte dell’inedito, una recentissima compilazione sul tema circola in rete a nome di una nuova casa editrice chiamata, con un certo humor, ASPO (Isolamento Sociale Preventivo e Obbligatorio). La compilazione, che reca la data di marzo 2020, si intitola Zuppa di Wuhan e riunisce testi apparsi in diverse pubblicazioni on line firmati da Giorgio Agamben, Slavoj Žižek, Jean-Luc Nancy, Franco “Bifo” Berardi, Santiago López Petit, Judith Butler, Alain Badiou, David Harvey, Byung-Chul Han, Raúl Zibechi, María Galindo, Markus Gabriel, Gustavo Yáñez González, Patricia Manrique e Paul B. Preciado.

Se diamo per scontato che l’economia mondiale sta soffrendo e continuerà a soffrire di una severa crisi, e se non c’è un calcolo chiaro che permetta di fissare una data per la fine dell’espansione, del controllo e dell’eliminazione dell’attuale pandemia, che potrebbe significare tutto ciò per un paese piccolo come Cuba, povero, con un’economia sottosviluppata, con una forte ed essenziale base agricola, nelle condizioni di assedio che il Governo degli Stati Uniti impone all’Isola? Come vivere una crisi come quella presente? Che cosa è transitorio e che cosa deve restare? Dove si troveranno le forze? Cosa dovrà essere cambiato con saggezza e insieme con rapidità? Quali sono le potenzialità che la società cubana possiede per affrontare una sfida come questa; alcune magari dimenticate, ignorate o a stento messe in pratica? Che trasformazioni culturali e in quali (o in tutti)  livelli? Quali nuovi modi di pensare, di relazionarci, di comunicare e di produrre? Quali nuove interazioni con il mondo? Quante strutture esistenti dovranno essere utilizzate in forme nuove? Come dibatteremo, interverremo, parteciperemo, penseremo tutti noi? Le crisi richiedono poteri centrali forti; le proiezioni dell’economia cubana propongono molta più autonomia e responsabilità per le strutture municipali, che cosa possono fare in ogni direzione le municipalità, i Consigli Popolari, i quartieri, per resistere, attenuare, creare, produrre, restituire, contribuire? In un paese dove sono state create organizzazioni di massa (Federazione delle Donne Cubane e Comitati di Difesa della Rivoluzione) a livello di quartiere; in una situazione in cui si chiede alla popolazione di restare il più possibile in casa; in un contesto nel quale non è possibile sapere quando apparirà un vaccino che immunizzi dalla malattia, che cose nuove e rivoluzionatrici si potranno fare, che ancora non abbiamo scoperto, quanto all’uso delle nuove tecnologie? Come potremo raccogliere la testimonianza di tutto quanto si sta facendo in questi giorni, e quello che si farà?

Le domande sono tante e l’unica risposta possibile si ottiene combinando l’analisi profonda, la disposizione al cambiamento e la responsabilità sociale e politica. Confesso di essermi emozionato quando ho visto, in televisione, la direzione del paese riunirsi con un gruppo di ricercatori e di professori universitari analizzando insieme, pensando, ragionando sulle decisioni prese fino a quel momento per affrontare il COVID-19 e sono stato ancora più contento quando hanno detto che quelle riunioni sarebbero continuate; cioè che la confluenza fra scienza e politica saranno potenziate, oltre l’evento, come pratica quotidiana ad ogni livello.

Dobbiamo reinventare la comunicazione, la produzione-circolazione e consumo della cultura, l’uso dei mezzi di comunicazione di massa, l’utilizzo delle reti, il lavoro, la produzione di beni, l’istruzione, le pratiche culturali, le nozioni sull’autosostentamento, l’agire dei poteri municipali.

Ci dobbiamo reinventare come cittadini del paese a un livello superiore.

Un abitante del mio quartiere – vivo a Cojimar – ha messo un cartello sulla porta di casa in cui annunciava di essere disposto a cucire mascherine per chi ne fosse ancora sprovvisto; quando sono uscito a prendere il pane abbiamo parlato di questo, a vari metri di distanza fra noi due e tutti e due con mascherina, mi ha detto una frase meravigliosa: “Se non facessimo questo, che saremmo?”. Perché si tratta anche di reinventare la solidarietà e la convivenza attraverso azioni assistenziali concrete: fare mascherine, andare a fare la spesa per gli anziani che da soli non possono, condividere una pietanza, chi ha un’automobile chiedere al vicino o al dirimpettaio se gli serve qualcosa, e non semplicemente uscire di casa per risolvere necessità personali e basta. Invece di aspettare che il debole chieda, la crescita umana sta nell’offrire a chi si sa che non possiede.

Dobbiamo reinventarci come vicini di un isolato o un quartiere a un livello superiore.

Ciò permette di usare un’angolatura altrettanto nuova per definire, interrogare, analizzare, interpretare le immagini quotidiane di telegiornali in cui l’attuale Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, circondato dalle alte cariche del suo governo, interviene davanti alla stampa su questo o quell’aspetto dell’impatto del COVID-19 nel suo paese. Sono immagini tristi, penose, di un gruppo fondamentalmente criminale, sociopatico. A non poche persone, di questo trattano le lealtà politiche, risulterà duro o sgradevole, ma… quando calcoli che il tuo paese potrebbe avere un quarto di milione di morti a causa dell’epidemia, in solo poche settimane (e sei il paese più potente economicamente di tutti i tempi)… che matematica utilizzi per l’altro che punisci, chiamalo come vuoi, con “embargo” o con blocco?, che cosa pensi che succederà lì? Che tipo di operazione mentale, se non quella del sociopatico, ti serve per separare – esattamente ora, quando non proteggere equivale a ecatombe – tutte queste pressioni che continui a esercitare dalle morti che, insistendo nell’ostilità, puoi provocare in maniera diretta?

Dovremmo andare oltre e chiedere in che modo si stanno manipolando, calcolando, disegnando modelli matematici di quel che potrebbe succedere (o comincia a succedere) in paesi con sistemi di sanità deboli? Quali sono le iniziative di accordi internazionali che in questo momento pensano a proteggere e salvare le persone dovunque siano, senza importare il paese, la situazione politica o la classe sociale a cui appartengono? Dove sono i progetti globali? Tutta questa serietà sociopata, tutto questo apparente controllo della situazione, sono gesti fatti per le telecamere, per i voti elettorali, per gli archivi della Storia ma in verità equivalgono a nulla perché la crisi è globale e, cosa che rende anche più grotteschi i personaggi, ha appena quattro mesi. In una dichiarazione spaventosa, Trump ha avvisato della possibilità che si sommino fra i 100.000 e i 240.000 morti prima di poter controllare il contagio; ma se la statistica di mortalità è calcolata a livello del 5% (fino ad ora il più elevato nel mondo) sulla massa totale di ospedalizzati, ciò significa che sarebbe necessario “disporre” di circa 5 milioni di persone portatrici del virus.

Almeno due particolari rendono queste cifre spaventose. Il primo è che stiamo parlando di una quantità che deve essere sommata, in questione di settimane, a un sistema ospedaliero che dovrà anche continuare a funzionare per il resto delle malattie. Il secondo, che nel momento in cui un simile pronostico si avverasse, quanti portatori continueranno a restare “fuori” dai calcoli? In altre parole, esiste qualche possibilità che i milioni di reclusi, nel momento del “picco” del contagio, sia identico alla massa di persone contagiate nel paese? O ci sono decine, centinaia di migliaia che restano “fuori” e continuano a contagiare? In società con sistemi di salute più o meno solidi, ma con un alto livello di sviluppo, dove è possibile fare prove rapide in maniera massiccia, dove non si vive in condizioni di affollamento, dove non ci sono ampi settori sottoalimentati e dove esistono (o è possibile “armare”, dal nulla e con rapidità e alta qualità) reti ospedaliere, le matematiche per frenare un’epidemia come quella attuale, funzionano. L’enigma, però, sta in come tradurre equazioni simili in paesi con sistemi di salute deboli? Come detenere il contagio lì?

Se, per norma generale, ciò che è umano si dimostra nell’offerta e non nella concessione o nel condizionamento, all’interno di un cambio radicale come una crisi di salute mondiale, le politiche di ostilità e di forza si rivelano a se stesse come esempi di una miseria morale mostruosa. A un simile oscurantismo o dimenticanza politicizzata dell’altro, preferisco i medici del mio paese che offrono tempo e dedizione ad aiutare lì dove ce ne è bisogno e dove vengono richiesti; il governo del mio paese, usando le poche risorse che abbiamo per proteggere e salvare persone; per trovare vie nuove.

Ci dobbiamo reinventare come persone.

Conversazione sul coronavirus

«All’oscurantismo o dimenticanza politicizzata dell’altro, preferisco i medici del mio paese, che offrono tempo e dedizione ad aiutare lì dove ce ne è bisogno e dove vengono richiesti; preferisco il governo del mio paese, che usa le poche risorse che abbiamo per proteggere e salvare persone;

per trovare vie nuove».

 

di Víctor Fowler

Poeta e saggista cubano, collabora con numerose pubblicazioni cubane e straniere.

(traduzionedi Alessandra Riccio)