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USA e NATO: pericolo mondiale

di Manlio Dinucci

(e a cura della redazione di “Cumpanis”)

Il compagno Manlio Dinucci è sicuramente il più acuto e profondo conoscitore e analizzatore – in Italia, ma non solo – delle strategie e delle pulsioni belliche dell’imperialismo USA e della NATO. Unendo, con la sua autorizzazione, solo alcuni dei suoi articoli usciti in questo 2020 (e un primo, importante articolo del 2018) su “Rete Voltaire, “Il Ponte”, “il Manifesto”, “Byoblu.com”, Remo contro”, “No Guerra No Nato”, “Intopic”, possiamo mettere a fuoco un quadro complessivo segnato sia dalla determinata volontà USA e NATO al ricorso continuo all’azione bellica e al riarmo per affrontare le controversie internazionali, che lo stesso drammatico pericolo di guerra su vasta scala che questa volontà produce. Pericolo contro il quale, purtroppo, oggi non è presente, a livello di massa, un quanto mai necessario movimento contro la guerra.

 

 

 

Iniziamo con un articolo di Dinucci del 6 novembre 2018 sul MUOS di Niscemi in Sicilia

“Muos siciliano solo ‘maxi radar’? Promesse, frottole e scemenze”

 

Cos’è veramente il Muos

Muos, «Mobile User Objective System», è il nuovo super sistema di comunicazioni satellitari dell’apparato offensivo statunitense su scala planetaria. Altro che radar! La Lockheed Martin, quattro satelliti in orbita geostazionaria (più uno di riserva), collegati a quattro stazioni terrestri, due negli Stati uniti (Hawaii e Virginia), una in Sicilia e una in Australia, attraverso cui comunicare e controllare il mondo.

Sicilia strategica. «Le quattro stazioni sono collegate l’una all’altra da una rete terrestre e sottomarina di cavi in fibra ottica -scrive Manlio Dinucci - Quella di Niscemi è direttamente connessa alla stazione in Virginia». Il Muos,16 volte più potente dei precedenti sistemi

 

Dal Pentagono sul mondo

«La stazione Muos di Niscemi non è quindi un «maxi radar siciliano» a guardia dell’isola ma un ingranaggio essenziale della macchina bellica planetaria degli Stati uniti. Se la stazione fosse chiusa, come ha promesso disinvoltamente il M5S in campagna elettorale, dovrebbe essere ristrutturata l’architettura mondiale del Muos».

Dinucci senza pietà, e scemenza allo scoperto. E il Muos svelato - spiega - «Trasmetterà simultaneamente a frequenza ultra-alta in modo criptato messaggi vocali, video e dati. Sottomarini e navi da guerra, cacciabombardieri e droni, veicoli militari e reparti terrestri, statunitensi e alleati, saranno così collegati a un’unica rete di comando, controllo e comunicazioni agli ordini del Pentagono, mentre sono in movimento in qualsiasi parte del mondo, regioni polari comprese».

 

Non solo Muos e Niscemi

Va anche detto, che ruolo analogo lo svolgono anche le altre principali basi Usa/Nato in Italia.

-La Naval Air Station Sigonella, a poco più di 50 km da Niscemi, è la base di lancio di operazioni militari principalmente in Medioriente e Africa, effettuate con forze speciali e droni.

-La ‘Jtags’, stazione satellitare Usa dello «scudo anti-missili» schierata a Sigonella, «una delle cinque su scala mondiale» sempre l’attento Dinucci. «Serve non solo alla difesa anti-missile ma alle operazioni di attacco condotte da posizioni avanzate».

-Ancora: il Comando della Forza Congiunta Alleata, a Lago Patria (Napoli), ammiraglio Usa che comanda anche le Forze Navali Usa in Europa e quelle per l’Africa da Napoli-Capodichino.

-Camp Darby, il più grande arsenale Usa nel mondo fuori dalla madrepatria, rifornisce le forze Usa e alleate nelle guerre in Medioriente, Asia e Africa.

-La 173a Brigata aviotrasportata Usa, di stanza a Vicenza, opera in Afghanistan, Iraq, Ucraina e altri paesi dell’Europa Orientale.

-Le basi di Aviano e Ghedi, dove sono schierati caccia statunitensi e italiani sotto comando Usa, con bombe nucleari B61 che dal 2020 saranno sostituite dalle B61-12, e che fanno parte integrante della strategia nucleare del Pentagono».

 

Qualcuno oggi al governo non aveva promesso di far aderire l’Italia al Trattato Onu, liberando l’Italia dalle armi nucleari Usa?

 

 

 

Proseguamo con un articolo di Dinucci del 6 gennaio 2020 dal titolo

“Qual è la vera minaccia nucleare in Medio Oriente”

 

Monopolio della Bomba e dell'informazione. L’arsenale segreto di Israele, sistematicamente rimosso dai titoli e dalle analisi, non è sottoposto ad alcun controllo poiché Tel Aviv non aderisce al Trattato di non-proliferazione, sottoscritto invece da Teheran. Ma la risposta militare dell’Iran non è paragonabile a quella dell’Iraq

«L’Iran non rispetta gli accordi sul nucleare» (Il Tempo), «L’Iran si ritira dagli accordi nucleari: un passo verso la bomba atomica» (Corriere della Sera), «L’Iran prepara le bombe atomiche: addio all’accordo sul nucleare» (Libero): così viene presentata da quasi tutti i media la decisione dell’Iran, dopo l’assassinio del generale Soleimani ordinato da Trump, di non accettare più i limiti per l’arricchimento dell’uranio previsti dall’accordo stipulato nel 2015 con il Gruppo 5+1, ossia i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Usa, Francia, Regno Unito, Russia, Cina) più la Germania.

Non vi è quindi dubbio, secondo questi organi di «informazione», su quale sia la minaccia nucleare in Medio Oriente. Dimenticano che è stato il presidente Trump, nel 2018, a far ritirare gli Usa dall’accordo che Israele definiva «la resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran». Tacciono sul fatto che vi è in Medio Oriente un’unica potenza nucleare, Israele, la quale non è sottoposta ad alcun controllo poiché non aderisce al Trattato di non-proliferazione, sottoscritto invece dall’Iran.

L’arsenale israeliano, avvolto da una fitta cappa di segreto e omertà, viene stimato in 80-400 testate nucleari, più abbastanza plutonio da costruirne altre centinaia. Israele produce sicuramente anche trizio, gas radioattivo con cui fabbrica armi nucleari di nuova generazione. Tra queste mini-nukes e bombe neutroniche che, provocando minore contaminazione radioattiva, sarebbero le più adatte contro obiettivi non tanto distanti da Israele. Le testate nucleari israeliane sono pronte al lancio su missili balistici che, con il Jericho 3, raggiungono 8-9 mila km di gittata. La Germania ha fornito a Israele (sotto forma di dono o a prezzi scontati) quattro sottomarini Dolphin modificati per il lancio di missili nucleari Popeye Turbo, con raggio di circa 1.500 km. Silenziosi e capaci di restare in immersione per una settimana, incrociano nel Mediterraneo Orientale, Mar Rosso e Golfo Persico, pronti 24 ore su 24 all’attacco nucleare.

Gli Stati Uniti, che hanno già fornito a Israele oltre 350 cacciabombardieri F-16 e F-15, gli stanno fornendo almeno 75 caccia F-35, anch’essi a duplice capacità nucleare e convenzionale. Una prima squadra di F-35 israeliani è divenuta operativa nel dicembre 2017. Le Israel Aerospace Industries producono componenti delle ali che rendono gli F-35 invisibili ai radar. Grazie a tale tecnologia, che sarà applicata anche agli F-35 italiani, Israele potenzia le capacità di attacco delle sue forze nucleari.

Israele – che tiene puntate contro l’Iran 200 armi nucleari, come ha specificato l’ex segretario di stato Usa Colin Powell nel 2015 – è deciso a mantenere il monopolio della Bomba in Medio Oriente, impedendo all’Iran di sviluppare un programma nucleare civile che potrebbe permettergli un giorno di fabbricare armi nucleari, capacità posseduta oggi nel mondo da decine di paesi. Nel ciclo di sfruttamento dell’uranio non esiste una netta linea di demarcazione tra uso civile e uso militare del materiale fissile. Per bloccare il programma nucleare iraniano Israele è deciso a usare ogni mezzo. L’assassinio di quattro scienziati nucleari iraniani, tra il 2010 e il 2012, è con tutta probabilità opera del Mossad.

Le forze nucleari israeliane sono integrate nel sistema elettronico Nato, nel quadro del «Programma di cooperazione individuale» con Israele, paese che, pur non essendo membro della Alleanza, ha una missione permanente al quartier generale Nato a Bruxelles. Secondo il piano testato nella esercitazione Usa-Israele Juniper Cobra 2018, forze Usa e Nato arriverebbero dall’Europa (soprattutto dalle basi in Italia) per sostenere Israele in una guerra contro l’Iran. Essa potrebbe iniziare con un attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani, tipo quello effettuato nel 1981 contro l’impianto iracheno di Osiraq. Il Jerusalem Post (3 gennaio) conferma che Israele possiede bombe non-nucleari anti-bunker, usabili soprattutto con gli F-35, in grado di colpire l’impianto nucleare sotterraneo iraniano di Fordow.

L’Iran, però, pur essendo privo di armi nucleari, ha una capacità militare di risposta che non possedevano la Jugoslavia, l’Iraq o la Libia al momento dell’attacco Usa/Nato. In tal caso Israele potrebbe far uso di un’arma nucleare mettendo in moto una reazione a catena dagli esiti imprevedibili.

 

 

 

L’articolo di Dinucci del 13 gennaio 2020 affronta in modo chiaro la questione della nuova mobilitazione NATO

“Chiamata alle armi, la NATO mobilitata su due fronti”

 

Il piano USA è chiaro: sostituire, totalmente o in parte, le truppe Usa in Iraq con quelle degli alleati europei, che verrebbero a trovarsi nelle situazioni più rischiose. Mentre sul piano orientale, per «difendere l’Europa dalla minaccia russa», sis ta preparando l’esercitazione Defender Europe 20

Natonome: così il presidente Trump, che si vanta del proprio talento nel creare acronimi, ha già battezzato lo spiegamento della Nato in Medio Oriente, da lui richiesto per telefono al segretario generale dell’Alleanza Stoltenberg. Questi ha immediatamente acconsentito che la Nato debba avere «un accresciuto ruolo in Medio Oriente, in particolare nelle missioni di addestramento». Ha quindi partecipato alla riunione dei ministri degli esteri della Ue, sottolineando che l’Unione europea deve restare a fianco degli Stati uniti e della Nato poiché, «anche se abbiamo fatto enormi progressi, Daesh può ritornare». Gli Stati uniti cercano in tal modo di coinvolgere gli alleati europei nella caotica situazione provocata dall’assassinio, autorizzato dallo stesso Trump, del generale iraniano Soleimani appena sbarcato all’aeroporto di Baghdad. Dopo che il parlamento iracheno ha deliberato l’espulsione degli oltre 5.000 soldati Usa, presenti nel paese insieme a migliaia di contractor del Pentagono, il primo ministro Abdul-Mahdi ha chiesto al Dipartimento di Stato di inviare una delegazione per stabilire la procedura del ritiro. Gli Usa – ha risposto il Dipartimento – invieranno una delegazione «non per discutere il ritiro di truppe, ma l’adeguato dispositivo di forze in Medio Oriente», aggiungendo che a Washington si sta concordando «il rafforzamento del ruolo della Nato in Iraq in linea con il desiderio del Presidente che gli Alleati condividano l’onere in tutti gli sforzi per la nostra difesa collettiva».

Il piano è chiaro: sostituire, totalmente o in parte, le truppe Usa in Iraq con quelle degli alleati europei, che verrebbero a trovarsi nelle situazioni più rischiose, come dimostra il fatto che la stessa Nato, dopo l’assassinio di Soleimani, ha sospeso le missioni di addestramento in Iraq. Oltre che sul fronte meridionale, la Nato viene mobilitata su quello orientale. Per «difendere l’Europa dalla minaccia russa», si sta preparando l’esercitazione Defender Europe 20, che vedrà in aprile e maggio il più grande spiegamento di forze Usa in Europa degli ultimi 25 anni. Arriveranno dagli Stati uniti 20.000 soldati, tra cui alcune migliaia della Guardia Nazionale provenienti da 12 Stati Usa, che si uniranno a 9.000 già presenti in Europa portando il totale a circa 30.000. Essi saranno affiancati da 7.000 soldati di 13 paesi europei della Nato, tra cui l’Italia, e 2 partner, Georgia e Finlandia. Oltre agli armamenti che arriveranno da oltreatlantico, le truppe Usa impiegheranno 13.000 carri armati, cannoni semoventi, blindati e altri mezzi militari provenienti da «depositi preposizionati» Usa in Europa. Convogli militari con mezzi corazzati percorreranno 4.000 km attraverso 12 arterie, operando insieme ad aerei, elicotteri, droni e unità navali. Paracadustisti Usa della 173a Brigata e italiani delle Brigata Folgore si lanceranno insieme in Lettonia.

L’esercitazione Defender Europe 20 assume ulteriore rilievo, nella strategia Usa/Nato, in seguito all’acuirsi della crisi mediorientale. Il Pentagono, che l’anno scorso ha inviato altri 14.000 soldati in Medio Oriente, sta dirottando nella stessa regione alcune forze che si stavano preparando all’esercitazione di guerra in Europa: 4.000 paracadutisti della 82a Divisione aviotrasportata (comprese alcune centinaia da Vicenza) e 4.500 marinai e marines della nave da assalto anfibio USS Bataan. Altre forze, prima o dopo l’esercitazione in Europa, potrebbero essere inviate in Medio Oriente. La pianificazione della Defender Europe 20, precisa il Pentagono, resta però immutata. In altre parole, 30.000 soldati Usa si eserciteranno a difendere l’Europa da una aggressione russa, scenario che mai potrebbe verificarsi anche perché nello scontro si userebbero non carri armati ma missili nucleari. Scenario comunque utile per seminare tensione e alimentare l’idea del nemico.

 

 

 

L’articolo del 27 gennaio parla, drammaticamente, dell’Orologio dell’Apocalisse

“La politica 100 secondi a mezzanotte”

 

La lancetta dell’«Orologio dell’apocalisse» – il segnatempo simbolico che sul Bollettino degli Scienziati atomici statunitensi indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare – è stata spostata in questi giorni in avanti a 100 secondi a mezzanotte.

È il livello più alto di allarme da quando l’«Orologio» fu creato nel 1947 (come termine di paragone, il massimo livello durante la guerra fredda fu di 2 minuti a mezzanotte). La notizia è però passata in Italia quasi inosservata o segnalata come una sorta di curiosità, quasi fosse un videogioco.

Si ignora il fatto che l’allarme è stato lanciato da un comitato scientifico di cui fanno parte 13 Premi Nobel. Essi avvertono: «Siamo di fronte a una vera e propria emergenza, uno stato della situazione mondiale assolutamente inaccettabile che non permette alcun margine di errore né ulteriore ritardo».

La crisi mondiale, aggravata dal cambiamento climatico, rende «realmente possibile una guerra nucleare, iniziata in base a un piano oppure per errore o semplice fraintendimento, che metterebbe fine alla civiltà». La possibilità di guerra nucleare – sottolineano – è stata accresciuta dal fatto che, l’anno scorso, sono stati cancellati o minati diversi importanti trattati e negoziati, creando un ambiente favorevole a una rinnovata corsa agli armamenti nucleari, alla loro proliferazione e all’abbassamento della soglia nucleare. La situazione – aggiungono gli scienziati – è aggravata dalla «cyber-disinformazione», ossia dalla continua alterazione della sfera dell’informazione, da cui dipendono la democrazia e il processo decisionale, condotta attraverso campagne di disinformazione per seminare sfiducia tra le nazioni e minare gli sforzi interni e internazionali per favorire la pace e proteggere il pianeta. Che cosa fa la politica italiana in tale situazione estremamente critica? La risposta è semplice: tace. Domina il silenzio imposto dal vasto arco politico bipartisan responsabile del fatto che l’Italia, paese non-nucleare, ospiti e sia preparata a usare armi nucleari, violando il Trattato di non-proliferazione che ha ratificato.

Responsabilità resa ancora più grave dal fatto che l’Italia si rifiuta di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari votato a grande maggioranza dall’Assemblea dell’Onu. All’Articolo 4 il Trattato stabilisce: «Ciascuno Stato parte che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi». Per aderire al Trattato Onu, l’Italia dovrebbe quindi richiedere agli Stati uniti di rimuovere dal suo territorio le bombe nucleari B-61 (che già violano il Trattato di non-proliferazione) e di non installarvi le nuove B61-12 né altre armi nucleari. Inoltre, poiché l’Italia fa parte dei paesi che (come dichiara la stessa Nato) «forniscono all’Alleanza aerei equipaggiati per trasportare bombe nucleari, su cui gli Stati uniti mantengono l’assoluto controllo, e personale addestrato a tale scopo», per aderire al Trattato Onu l’Italia dovrebbe chiedere di essere esentata da tale funzione.

Lo stesso avviene con il Trattato sulle forze nucleari intermedie affossato da Washington. Sia in sede Nato, Ue e Onu, l’Italia si è accodata alla decisione statunitense, dando in sostanza luce verde alla installazione di nuovi missili nucleari Usa sul proprio territorio.

Ciò conferma che l’Italia non ha – per responsabilità del vasto arco politico bipartisan – una politica estera sovrana, rispondente ai principi della propria Costituzione e ai reali interessi nazionali.

Al timone che determina gli orientamenti fondamentali della nostra politica estera c’è la mano di Washington, o direttamente o tramite la Nato. L’Italia, che nella propria Costituzione ripudia la guerra, fa così parte dell’ingranaggio che ci ha portato a 100 secondi dalla mezzanotte della guerra nucleare.

 

 

 

Il 24 marzo Dinucci scrive del nuovo riarmo missilistico USA-NATO

“Alla nostra salute ci pensa il dottor Stranamore”

 

La testata nucleare a bassa potenza W76-2, già installata su missili lanciati da sottomarino (lo annuncia il Pentagono il 4 febbraio), può essere installata anche su missili balistici con base a terra a ridosso del territorio nemico (Il generale Andrew M. Rohling alla presentazione dell'esercitazione Defender Europe a gennaio)

Di fronte al Coronavirus – dichiara lo US European Command (Comando Europeo degli Stati Uniti) – «nostra prima preoccupazione è proteggere la salute delle nostre forze e dei nostri Alleati».

Annuncia quindi di aver ridimensionato come numero di soldati l’esercitazione Defender Europe 20. Essa però continua.

Il 16 marzo, il Comando precisa che «da gennaio lo US Army ha dispiegato dagli Stati uniti in Europa 6.000 soldati», con 12.000 pezzi di equipaggiamento (dagli armamenti personali ai carrarmati), e che è stato «completato il movimento di soldati ed equipaggiamenti da diversi porti alle aree di addestramento in Germania e Polonia». Oltre a questi, anche «9.000 soldati Usa con base in Europa» partecipano all’esercitazione.

Scopo dichiarato dagli Usa è «dispiegare una forza credibile di combattimento in Europa in appoggio alla Nato», evidentemente contro la «aggressione russa». Scopo reale – scrivevamo due mesi e mezzo fa sul manifesto (l’unico giornale che allora dava notizia della Defender Europe 20) – è seminare tensione e alimentare l’idea del nemico. Lo scenario dichiarato dell’esercitazione mai potrebbe verificarsi, anche perché uno scontro armato tra Nato e Russia sarebbe inevitabilmente nucleare. Questo è il vero scenario a cui si addestrano le forze Usa in Europa.

Lo conferma il generale Tod D. Wolters, capo del Comando Europeo degli Stati uniti e, in quanto tale, Comandante Supremo Alleato in Europa. In una audizione al Senato degli Stati uniti, il 25 febbraio 2020, dichiara che «le forze nucleari, suprema garanzia della sicurezza degli Alleati, sostengono ogni operazione militare Usa in Europa». Ciò significa che la Defender Europe 20 è una esercitazione non solo di forze convenzionali (non-nucleari), ma di forze nucleari.

Il 18 marzo è stato comunicato che due bombardieri B-2 Spirit da attacco nucleare, facenti parte della task force arrivata dagli Usa il 9 marzo, sono decollati da Fairford in Inghilterra per addestrarsi sull’Islanda e il Nord Atlantico insieme a tre caccia F-35 norvegesi.

Questi due tipi di aereo sono predisposti per l’uso delle nuove bombe nucleari B61-12, che gli Usa schiereranno tra non molto in Italia e altri paesi europei al posto delle attuali B-61. Che ruolo abbiano le forze nucleari Usa in Europa lo chiarisce Wolters nell’audizione al Senato.

Quando il senatore Fischer gli chiede che cosa pensi del non-primo-uso delle armi nucleari, il generale risponde: «Senatore, io sono sostenitore di una flessibile politica del primo uso». Colui che ha in mano le armi nucleari Usa/Nato in Europa dichiara in tal modo ufficialmente di essere sostenitore, in base a un criterio «flessibile», del loro primo uso per il first strike, l’attacco nucleare di sorpresa.

Di fronte a una dichiarazione di tale gravità, che spinge i generali russi a mettere il dito sul grilletto nucleare, completo silenzio da parte dei governi, dei parlamenti e dei grandi media europei.

Nella stessa audizione il generale Wolters afferma che «dal 2015 l’Alleanza ha posto maggiormente l’accento sul ruolo delle capacità nucleari» e che «il Comando Europeo degli Stati Uniti sostiene pienamente le raccomandazioni, contenute nella Nuclear Posture Review 2018, di schierare il missile balistico a bassa potenza W76-2».

La testata nucleare a bassa potenza W76-2, già installata su missili lanciati da sottomarino (lo annuncia il Pentagono il 4 febbraio), può essere installata anche su missili balistici con base a terra a ridosso del territorio nemico.

Essa è particolarmente pericolosa. «Armi nucleari di minore potenza – avvertono anche autorevoli esperti Usa – aumentano la tentazione di usarle per primi, possono portare i comandanti a premere perché, in un attacco, si usi la bomba nucleare, sapendo che la ricaduta radioattiva sarebbe limitata». Sarebbe invece come gettare un cerino acceso in una polveriera.

 

 

 

È del 30 marzo lo scritto di Dinucci che mette a fuoco il senso delle manovre strategiche
che si nascondono dietro la crisi pandemica

“Manovre strategiche dietro la crisi del coronavirus”

 

I paesi europei della Nato avvertiti da Washington: devono continuare ad aumentare i loro bilanci militari per «mantenere la capacità di difendersi». L’Italia dovrebbe quindi aumentare la propria spesa militare, già salita a oltre 26 miliardi di euro l’anno

Mentre la crisi del Coronavirus paralizza intere società, potenti forze si muovono per trarre il massimo vantaggio dalla situazione.

Il 27 marzo la Nato sotto comando Usa si è allargata da 29 a 30 membri, inglobando la Macedonia del Nord.

Il giorno dopo – mentre proseguiva l’esercitazione Usa «Difensore dell’Europa 2020», con meno soldati ma più bombardieri nucleari – è iniziata in Scozia l’esercitazione aeronavale Nato Joint Warrior con forze Usa, britanniche, tedesche e altre, che durerà fino al 10 aprile anche con operazioni terrestri.

Intanto i paesi europei della Nato vengono avvertiti da Washington che, nonostante le perdite economiche provocate dal Coronavirus, devono continuare ad aumentare i loro bilanci militari per «mantenere la capacità di difendersi», ovviamente dalla «aggressione russa».

Alla Conferenza di Monaco, il 15 febbraio, il segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che gli Stati uniti hanno sollecitato gli alleati a stanziare altri 400 miliardi di dollari per accrescere la spesa militare della Nato, che già supera ampiamente i 1.000 miliardi annui.

L’Italia deve quindi aumentare la propria spesa militare, già salita a oltre 26 miliardi di euro all’anno, ossia più di quanto il Parlamento abbia autorizzato a stanziare una tantum per l’emergenza Coronavirus (25 miliardi). La Nato guadagna così terreno in una Europa largamente paralizzata dal virus, dove gli Usa, oggi più che mai, possono fare ciò che vogliono.

Alla Conferenza di Monaco Mike Pompeo ha attaccato violentemente non solo la Russia ma anche la Cina, accusandola di usare la Huawei e altre sue compagnie quale «cavallo di Troia dell’intelligence», ossia quali strumenti di spionaggio. In tal modo gli Stati uniti accrescono la loro pressione sui paesi europei perché rompano anche gli accordi economici con Russia e Cina e rafforzino le sanzioni contro la Russia.

Che cosa dovrebbe fare l’Italia, se avesse un governo che volesse difendere i nostri reali interessi nazionali? Dovrebbe anzitutto rifiutare di accrescere la nostra spesa militare, artificiosamente gonfiata con la fake news della «aggressione russa», e sottoporla a una radicale revisione per ridurre lo spreco di denaro pubblico in sistemi d’arma come il caccia Usa F-35.

Dovrebbe togliere immediatamente le sanzioni alla Russia, sviluppando al massimo l’interscambio. Dovrebbe aderire alla richiesta – presentata il 26 marzo all’Onu da Cina, Russia, Iran, Siria, Venezuela, Nicaragua, Cuba e Nord Corea – che le Nazioni Unite premano su Washington perché abolisca tutte le sanzioni, particolarmente dannose nel momento in cui i paesi che le subiscono sono colpiti dal Coronavirus.

Dall’abolizione delle sanzioni all’Iran ne deriverebbero anche vantaggi economici per l’Italia, il cui interscambio con questo paese è stato praticamente bloccato dalle sanzioni degli Stati uniti.

Queste e altre misure darebbero ossigeno soprattutto alle piccole e medie imprese soffocate dalla forzata chiusura, renderebbero disponibili fondi da stanziare per l’emergenza, a favore soprattutto degli strati più disagiati, senza per questo indebitarsi. Il maggiore rischio è quello di uscire dalla crisi con al collo il nodo scorsoio di un debito estero che potrebbe ridurre l’Italia alle condizioni della Grecia.

Più potenti delle forze militari, quelle che hanno in mano le leve decisionali anche nel complesso militare-industriale, sono le forze della grande finanza internazionale, che stanno usando la crisi del Coronavirus per una offensiva su scala globale con le più sofisticate armi della speculazione.

Sono loro che possono portare alla rovina milioni di piccoli risparmiatori, che possono usare il debito per impadronirsi di interi settori economici. Decisivo in tale situazione è l’esercizio della sovranità nazionale, non quella della retorica politica ma quella reale che, sancisce la nostra Costituzione, appartiene al popolo.

 

 

 

Il 18 maggio Dinucci pubblica un’articolo di analisi sul controllo della popolazione

“Piano Usa: controllo militarizzato della popolazione”

 

La Fondazione Rockefeller ha presentato il «Piano d’azione nazionale per il controllo del Covid-19», indicando i «passi pragmatici per riaprire i nostri luoghi di lavoro e le nostre comunità».

Non si tratta però, come appare dal titolo, semplicemente di misure sanitarie. Il Piano – cui hanno contribuito alcune delle più prestigiose università (Harvard, Yale, Johns Hopkins e altre) – prefigura un vero e proprio modello sociale gerarchizzato e militarizzato. Al vertice il «Consiglio di controllo della pandemia, analogo al Consiglio di produzione di guerra che gli Stati uniti crearono nella Seconda guerra mondiale».

Esso sarebbe composto da «leader del mondo degli affari, del governo e del mondo accademico» (così elencati in ordine di importanza, con al primo posto non i rappresentanti governativi ma quelli della finanza e dell’economia). Questo Consiglio supremo avrebbe il potere di decidere produzioni e servizi, con una autorità analoga a quella conferita al presidente degli Stati uniti in tempo di guerra dalla Legge per la produzione della Difesa. Il Piano prevede che occorre sottoporre al test Covid-19, settimanalmente, 3 milioni di cittadini statunitensi, e che il numero deve essere portato a 30 milioni alla settimana entro sei mesi. L’obiettivo, da realizzare entro un anno, è quello di raggiungere la capacità di sottoporre a test Covid-19 30 milioni di persone al giorno.

Per ciascun test si prevede «un adeguato rimborso a prezzo di mercato di 100 dollari». Occorreranno quindi, con denaro pubblico, «miliardi di dollari al mese».

La Fondazione Rockefeller e i suoi partner finanziari contribuiranno a creare una rete per la fornitura di garanzie di credito e la stipula dei contratti con i fornitori, ossia con le grandi società produttrici di farmaci e attrezzature mediche. Secondo il Piano, il «Consiglio di controllo della pandemia» viene anche autorizzato a creare un «Corpo di risposta alla pandemia»: una forza speciale (non a caso denominata «Corpo» come quello dei Marines) con un personale di 100-300 mila componenti. Essi verrebbero reclutati tra i volontari dei Peace Corps e degli Americacorps (creati dal governo Usa ufficialmente per «aiutare i paesi in via di sviluppo») e tra i militari della Guardia Nazionale.

I componenti del «Corpo di risposta alla pandemia» riceverebbero un salario medio lordo di 40.000 dollari l’anno, per cui viene prevista una spesa statale di 4-12 miliardi di dollari annui. Il «Corpo di risposta alla pandemia» avrebbe soprattutto il compito di controllare la popolazione con tecniche di tipo militare, attraverso sistemi digitali di tracciamento e identificazione, nei luoghi di lavoro e di studio, nei quartieri residenziali, nei locali pubblici e negli spostamenti. Sistemi di questo tipo – ricorda la Fondazione Rockefeller – vengono realizzati da Apple, Google e Facebook.

Secondo il Piano, le informazioni sulle singole persone, relative al loro stato di salute e alle loro attività, resterebbero riservate «per quanto possibile». Sarebbero però tutte centralizzate in una piattaforma digitale cogestita dallo Stato Federale e da società private.

In base ai dati forniti dal «Consiglio di controllo della pandemia», verrebbe deciso di volta in volta quali zone sarebbero sottoposte al lockdown e per quanto tempo. Questo, in sintesi, è il piano che la Fondazione Rockefeller vuole attuare negli Stati uniti e non solo. Se venisse realizzato anche in parte, si produrrebbe una ulteriore concentrazione del potere economico e politico nelle mani di élite ancora più ristrette, a scapito di una crescente maggioranza che verrebbe privata dei fondamentali diritti democratici. Operazione condotta in nome del «controllo del Covid-19», il cui tasso di mortalità, secondo i dati ufficiali, è finora inferiore allo 0,03% della popolazione statunitense. Nel Piano della Fondazione Rockefeller il virus viene usato come una vera e propria arma, più pericolosa dello stesso Covid-19

 

 

 

È del 3 settembre questo articolo del Nostro sui “caccia” italiani schierati in Lituania

“Perché l’Italia schiera i suoi caccia in Lituania”

 

Si prevede che il traffico aereo civile in Europa calerà quest’anno del 60% rispetto al 2019, a causa delle restrizioni per il Covid-19, mettendo a rischio oltre 7 milioni di posti di lavoro. Cresce in compenso il traffico aereo militare. Venerdì 28 agosto, sei bombardieri strategici B-52 della US Air Force hanno trasvolato in un solo giorno tutti e 30 i paesi della Nato in Nordamerica ed Europa, affiancati nei diversi tratti da 80 cacciabombardieri dei paesi alleati. Questa grande esercitazione denominata «Cielo Alleato» – ha dichiarato il segretario gen rale della Nato Jens Stoltenberg – dimostra «il potente impegno degli Stati uniti verso gli Alleati e conferma che siamo in grado di scoraggiare l’aggressione».

Evidente l’allusione alla «aggressione russa» in Europa. I B-52, trasferiti il 22 agosto dalla base aerea Minot in Nord Dakota a quella di Fairford in Gran Bretagna, non sono vecchi aerei della Guerra fredda usati ormai solo per le parate. Continuamente ammodernati, hanno conservato il loro ruolo di bombardieri strategici a lungo raggio. Ora vengono ulteriormente potenziati. La US Air Force, con una spesa di 20 miliardi di dollari, doterà tra breve 76 B-52 di nuovi motori, che permetteranno ai bombardieri di volare per 8.000 km senza rifornimento in volo, trasportando ciascuno 35 tonnellate di bombe e missili a testata convenzionale o nucleare.

La US Air Force, lo scorso aprile, ha affidato alla Raytheon Co. la costruzione di un nuovo missile da crociera a lungo raggio, armato di testata nucleare, per i bombardieri B-52. Con questi e altri bombardieri strategici da attacco nucleare, compresi i B-2 Spirit, la US Air Force ha effettuato sull’Europa dal 2018 oltre 200 sortite, soprattutto sul Baltico e il Mar Nero a ridosso dello spazio aereo russo. A queste esercitazioni partecipano i paesi europei della Nato, in particolare l’Italia.

Quando il 28 agosto un B-52 ha sorvolato il nostro paese, gli si sono affiancati caccia italiani per simulare una missione congiunta di attacco. Subito dopo cacciabombardieri Eurofighter Typhoon dell’Aeronautica italiana sono partiti per schierarsi nella base di Siauliai in Lituania, supportati da un centinaio di militari specializzati. A partire da oggi 1° settembre vi resteranno per 8 mesi, fino all’aprile 2021, per «difendere» lo spazio aereo del Baltico. È la quarta missione Nato di «polizia aerea» effettuata nel Baltico dalla nostra Aeronautica. I caccia italiani sono pronti 24 ore su 24 allo scramble, al decollo su allarme per intercettare aerei «sconosciuti», che sono sempre aerei russi in volo tra qualche aeroporto interno e l’exclave russa di Kaliningrad attraverso lo spazio aereo internazionale sul Baltico.

La base lituana di Siauliai, in cui sono schierati, è stata potenziata dagli Stati uniti, che ne hanno triplicato la capacità investendovi 24 milioni di euro. Il perché è chiaro: la base aerea dista appena 220 km da Kaliningrad e 600 da San Pietroburgo, distanza che un caccia tipo l’Eurofighter Typhoon percorre in pochi minuti.

Perché la Nato schiera a ridosso della Russia questi e altri aerei a duplice capacità convenzionale e nucleare? Non certo per difendere i paesi baltici da un attacco russo che, se avvenisse, significherebbe l’inizio della guerra mondiale termonucleare.

Lo stesso avverrebbe se gli aerei Nato attaccassero dal Baltico le città russe limitrofe. La vera ragione di tale schieramento è quella di accrescere la tensione, fabbricando l’immagine di un pericoloso nemico, la Russia, che si prepara ad attaccare l’Europa. È la strategia della tensione attuata da Washington, con la complicità dei governi e dei parlamenti europei e della stessa Unione europea. Tale strategia comporta un crescente aumento della spesa militare a scapito di quella sociale.

Un esempio: il costo di un’ora di volo di un caccia Eurofighter è stato calcolato dalla stessa Aeronautica in 66.000 euro (compreso l’ammortamento dell’aereo). Una somma, in denaro pubblico, superiore a due retribuzioni medie lorde annue. Ogni volta che un Eurofighter decolla per «difendere» lo spazio aereo del Baltico, brucia in un’ora, in Italia, due posti di lavoro.

 

 

 

Il 28 settembre esce questa riflessione di Dinucci relativa alla partita mondiale che si gioca attorno ai gasdotti

“Gasdotto esplosivo nel Mediterraneo”

 

La vera partita che si gioca nel Mediterraneo orientale è geopolitica e geostrategica, e coinvolge le maggiori potenze mondiali

Nel Mediterraneo orientale, nei cui fondali sono stati scoperti grandi giacimenti offshore di gas naturale, è in corso un aspro contenzioso per la definizione delle zone economiche esclusive, al cui interno (fino a 200 miglia dalla costa) ciascuno dei paesi rivieraschi ha i diritti di sfruttamento dei giacimenti. I paesi direttamente coinvolti sono Grecia, Turchia, Cipro, Siria, Libano, Israele, Palestina (i cui giacimenti, nelle acque di Gaza, sono in mano a Israele), Egitto e Libia.

Particolarmente teso è il confronto tra Grecia e Turchia, ambedue membri della Nato. La posta in gioco non è solo economica. La vera partita che si gioca nel Mediterraneo orientale è geopolitica e geostrategica, e coinvolge le maggiori potenze mondiali. In tale quadro si inserisce l’EastMed, il condotto che porterà nella Ue gran parte del gas di quest’area. La sua realizzazione è stata decisa al summit, svoltosi a Gerusalemme il 20 marzo 2019, tra il premier israeliano Netanyahu, il premier greco Tsipras e il presidente cipriota Anastassiades.

Netanyahu ha sottolineato che «il gasdotto si estenderà da Israele all’Europa attraverso Cipro e Grecia» e Israele diverrà così una «potenza energetica» (che controllerà il corridoio energetico verso l’Europa), Tsipras ha sottolineato che «la cooperazione tra Israele, Grecia e Cipro, giunta al sesto summit, è divenuta strategica».

Lo conferma il patto militare stipulato dal governo Tsipras con Israele cinque anni fa (il manifesto, 28 luglio 2015). Al summit di Gerusalemme (i cui atti sono pubblicati dall’Ambasciata Usa a Cipro) ha presenziato il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, sottolineando che il progetto EastMed varato da Israele, Grecia e Cipro, «partner fondamentali degli Usa per la sicurezza», è «incredibilmente tempestivo» poiché «Russia, Cina e Iran stanno tentando di mettere piede in Oriente e in Occidente».

La strategia Usa è dichiarata: ridurre e infine bloccare le esportazioni russe di gas in Europa, sostituendole con gas fornito o comunque controllato dagli Usa. Nel 2014 essi hanno bloccato il SouthStream, che attraverso il Mar Nero avrebbe portato in Italia gas russo a prezzi competitivi, e tentano di fare lo stesso con il TurkStream che, attraverso il Mar Nero, porta il gas russo nella parte europea della Turchia per farlo arrivare nella Ue.

Allo stesso tempo gli Usa cercano di bloccare la Nuova Via della Seta, la rete di infrastrutture progettata per collegare la Cina al Mediterraneo e all’Europa. In Medio Oriente, gli Usa hanno bloccato con la guerra il corridoio energetico che, in base a un accordo del 2011, avrebbe trasportato, attraverso Iraq e Siria, gas iraniano fin sul Mediterraneo e in Europa. A questa strategia è accodata l’Italia, dove (in Puglia) arriverà l’EastMed che porterà il gas anche in altri paesi europei.

Il ministro Patuanelli (M5S) ha definito il gasdotto, approvato dalla Ue, uno dei «progetti europei di interesse comune», e la sottosegretaria Todde (M5S) ha portato l’adesione dell’Italia all’East Med Gas Forum, sede di «dialogo e cooperazione» sul gas del Mediterraneo orientale, cui partecipano – oltre a Israele, Grecia e Cipro – Egitto e Autorità palestinese. Ne fa parte anche la Giordania, che non ha giacimenti offshore di gas non affacciandosi sul Mediterraneo, ma lo importa da Israele. Sono invece esclusi dal Forum Libano, Siria e Libia, cui spetta parte del gas del Mediterraneo orientale. Hanno preannunciato la loro adesione Stati uniti, Francia e Ue.

La Turchia non vi partecipa per il contenzioso con la Grecia, che la Nato però è impegnata a dirimere: «delegazioni militari» dei due paesi si sono incontrate già sei volte al quartier generale Nato a Bruxelles. Intanto, nel Mediterraneo orientale e nel limitrofo Mar Nero, è in corso un crescente dispiegamento delle Forze navali Usa in Europa, con quartier generale a Napoli Capodichino. La loro «missione» è «difendere gli interessi Usa e Alleati, e scoraggiare l’aggressione». Stessa «missione» per i bombardieri strategici Usa B-52, che volano sul Mediterraneo orientale affiancati da caccia greci e italiani.

 

 

 

Lo scorso 5 ottobre Dinucci denuncia l’ampliamento dell’aeroporto militare di Ghedi

“A Ghedi si prepara la nuova base per gli F-35 nucleari”

 

Nell’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) stanno iniziando i lavori per realizzare la principale base operativa dei caccia F-35A dell’Aeronautica italiana armati di bombe nucleari. La Matarrese spa di Bari, che si è aggiudicata l’appalto con un’offerta di 91 milioni di euro, costruirà un grande hangar per la manutenzione dei caccia (oltre 6000 m2) e una palazzina che ospiterà il comando e i simulatori di volo, dotata di un perfetto isolamento termoacustico «al fine di evitare rivelazioni di conversazioni». Verranno realizzate due linee di volo, ciascuna con 15 hangaretti al cui interno vi saranno i caccia pronti al decollo.

Ciò conferma quanto pubblicammo tre anni fa (il manifesto, 28 novembre 2017), ossia che il progetto (varato dall’allora ministra della Difesa Pinotti) prevedeva lo schieramento di almeno 30 caccia F-35A. L’area in cui verranno dislocati gli F-35, recintata e sorvegliata, sarà separata dal resto dell’aeroporto e top secret. Il perché è chiaro: accanto ai nuovi caccia saranno dislocate a Ghedi, in un deposito segreto che non compare nell’appalto, le nuove bombe nucleari statunitensi B61-12. Come le attuali B-61 di cui sono armati i Tornado PA-200 del 6° Stormo, le B61-12 saranno controllate dalla speciale unità statunitense (704th Munitions Support Squadron della U.S. Air Force), «responsabile del ricevimento, stoccaggio e mantenimento delle armi della riserva bellica Usa destinate al 6° Stormo Nato dell’Aeronautica italiana».

La stessa unità dell’Aeronautica Usa ha il compito di «sostenere direttamente la missione di attacco» del 6° Stormo. Piloti italiani vengono già addestrati, nelle basi aeree di Luke in Arizona e Eglin in Florida, all’uso degli F-35A anche per missioni di attacco nucleare sotto comando Usa. Caccia dello stesso tipo, armati o comunque armabili con le B61-12, sono dislocati nella base di Amendola (Foggia), dove hanno già superato le 5000 ore di volo. Vi saranno, oltre a questi, gli F-35 della U.S. Air Force schierati ad Aviano con le B61-12. Il nuovo caccia F-35A e la nuova bomba nucleare B61-12 costituiscono un sistema d’arma integrato: l’uso dell’aereo comporta l’uso della bomba. Il ministro della Difesa Guerini (Pd) ha confermato che l’Italia mantiene l’impegno ad acquistare 90 caccia F-35, di cui 60 di modello A a capacità nucleare. La partecipazione al programma dell’F-35, quale partner di secondo livello, rafforza l’ancoraggio dell’Italia agli Stati uniti.

L’industria bellica italiana, capeggiata dalla Leonardo che gestisce l’impianto degli F-35 a Cameri (Novara), viene ancor più integrata nel gigantesco complesso militare-industriale Usa capeggiato dalla Lockheed Martin, la maggiore industria bellica del mondo, costruttrice dell’F-35.

Allo stesso tempo l’Italia – Stato non-nucleare aderente al Trattato di non-proliferazione che gli vieta di avere armi nucleari sul proprio territorio – svolge la sempre più pericolosa funzione di base avanzata della strategia nucleare Usa/Nato contro la Russia e altri paesi. Dato che ciascun aereo può trasportare nella stiva interna 2 B61-12, solo i 30 F-35A di Ghedi avranno una capacità di almeno 60 bombe nucleari. Secondo la Federazione degli scienziati americani, la nuova bomba «tattica» B61-12 per gli F-35, che gli Usa schiereranno in Italia e altri paesi europei dal 2022, essendo più precisa e in posizione ravvicinata agli obiettivi, «avrà la stessa capacità militare delle bombe strategiche dislocate negli Stati uniti». Vi è infine la questione, ancora indefinita, dei costi.

Il Servizio di ricerca del Congresso degli Stati uniti, nel maggio 2020, stima il prezzo medio di un F-35 in 108 milioni di dollari, precisando però che è «il prezzo dell’aereo senza motore», il cui costo è di circa 22 milioni. Una volta acquistato un F-35, anche a prezzo minore come promette per il futuro la Lockheed Martin, inizia la spesa per il suo continuo ammodernamento, per la formazione degli equipaggi e per il suo uso. Un’ora di volo di un F-35A – documenta la US Air Force – costa oltre 42000 dollari. Ciò significa che solo le 5000 ore di volo effettuate dagli F-35 di Amendola sono costate, alle nostre casse pubbliche 180 milioni di euro.

 

 

 

Da “Intopic”, il 18 ottobr

 “Dal Recovery Fund 30 miliardi per il militare”

 

Mentre la «crisi del Coronavirus» continua a provocare anche in Italia devastanti conseguenze socioeconomiche, una parte ingente del «Fondo per la ripresa» viene destinata non ai settori economici e sociali più colpiti, ma ai più avanzati settori dell’industria bellica.

In base al Recovery Fund l’Italia dovrebbe ricevere nei prossimi sei anni 209 miliardi di euro, di cui circa 81 come sovvenzioni e 128 come prestiti da rimborsare con gli interessi.

Nell’attesa, i Ministeri della Difesa e dello Sviluppo Economico hanno presentato un elenco di progetti di carattere militare per l’ammontare di circa 30 miliardi di euro (Analisi Difesa, Fondi anche per la Difesa dal Recovery Fund, 25-09-2020).

I progetti del Ministero della Difesa prevedono di spendere 5 miliardi di euro del Recovery Fund per applicazioni militari nei settori della cibernetica, delle comunicazioni, dello spazio e dell’intelligenza artificiale.

Rilevanti i progetti relativi all’uso militare del 5G, in particolare nello spazio con una costellazione di 36 satelliti ed altre. I progetti del Ministero dello Sviluppo Economico, relativi soprattutto al settore militare aerospaziale, prevedono una spesa di 25 miliardi di euro del Recovery Fund.

Il Ministero intende investire in un caccia di sesta generazione (dopo l’F-35 considerato di quinta generazione), il Tempest, denominato «l’aereo del futuro».

Altri investimenti riguardano la produzione di elicotteri/convertiplani militari di nuova generazione, in grado di decollare e atterrare verticalmente e volare ad alta velocità. Si investirà allo stesso tempo in droni e unità navali di nuova generazione, e in tecnologie sottomarine avanzate. Grossi investimenti si prevedono anche nel settore delle tecnologie spaziali e satellitari.

Diverse di queste tecnologie, tra cui i sistemi di comunicazione in 5G, saranno a duplice uso militare e civile. Poiché alcuni dei progetti di carattere militare presentati dai due dicasteri si sovrappongono, il Ministero dello Sviluppo Economico ha redatto un nuovo elenco che permetterebbe di ridurre la propria spesa a 12,5 miliardi di euro.

Resta comunque il fatto che si sta programmando di spendere a fini militari tra 17,5 e 30 miliardi di euro tratti dal Recovery Fund, che vanno rimborsati con gli interessi.

Oltre a questi vi sono più di 35 miliardi stanziati a fini militari dai governi italiani per il periodo 2017-2034, in gran parte nel bilancio del Ministero dello Sviluppo Economico. Essi si aggiungono al bilancio del Ministero della Difesa, portando la spesa militare italiana a oltre 26 miliardi annui, equivalenti a una media di oltre 70 milioni di euro al giorno, in denaro pubblico sottratto alle spese sociali.

Cifra che l’Italia si è impegnata nella Nato ad aumentare a una media di circa 100 milioni di euro al giorno, come richiedono gli Stati uniti. Lo stanziamento a tal fine di una ingente parte del Recovery Fund permetterà all’Italia di raggiungere tale livello.

In prima fila, tra le industrie belliche che premono sul governo perché aumenti la fetta militare del Recovery Fund, c’è la Leonardo, di cui il Ministero dello Sviluppo Economico possiede il 30% dell’azionariato.

La Leonardo è integrata nel gigantesco complesso militare-industriale Usa capeggiato dalla Lockheed Martin, costruttrice dell’F-35 alla cui produzione partecipa la stessa Leonardo con l’impianto di Cameri.

La Leonardo si autodefinisce «protagonista globale nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza», con la missione di «proteggere i cittadini». Dimostra come intende farlo usando la sua influenza e il suo potere per sottrarre ai cittadini risorse vitali dal «Fondo per la ripresa», per una ulteriore accelerazione nella «ripresa» dell’industria bellica.

Risorse che saremo sempre noi a pagare. maggiorate dagli interessi. Pagheremo così «l’aereo del futuro», che ci proteggerà assicurandoci un futuro di guerra.

 

 

 

È del 20 ottobre scorso l’articolo di Dinucci, che parla del continuo rafforzamento della NATO

“Nuovo commando USA per la battaglia navale NATO in Europa”

 

A Norfolk in Virginia (Usa) è nato un nuovo comando Nato: il Joint Force Command Norfolk, definito «Comando Atlantico», un clone del Joint Force Command Naples con quartier generale a Lago Patria (Napoli). La sua costituzione era stata approvata dal Consiglio Nord Atlantico a livello dei ministri della Difesa (per l’Italia Elisabetta Trenta del primo Governo Conte), nel giugno 2018. Come il comando Nato di Napoli, agli ordini dell’ammiraglio che comanda le Forze navali Usa in Europa di cui fa parte la Sesta Flotta, il comando Nato di Norfolk è agli ordini dell’ammiraglio che comanda la Seconda Flotta Usa. L’«area di responsabilità» della Seconda Flotta copre la metà occidentale dell’Oceano Atlantico e dell’Artico, mentre l’altra metà è coperta dalla Sesta Flotta delle Forze navali Usa. Il nuovo comando «Alleato» di Norfolk rientra quindi di fatto, come quello di Napoli, nella catena di comando del Pentagono.

Con quale motivazione è stato creato il Comando Atlantico? Per condurre la «Quarta battaglia dell’Atlantico», dopo quelle delle due guerre mondiali e della guerra fredda, contro «sottomarini russi che minacciano le linee di comunicazione marittima fra Stati uniti ed Europa nel Nord Atlantico». Secondo tale strategia, enunciata in particolare dall’ammiraglio Foggo che è stato a capo del comando Nato di Napoli, sottomarini russi sarebbero pronti ad affondare le navi che collegano le due sponde dell’Atlantico, così da isolare l’Europa prima dell’attacco russo. Scenario da film hollywoodiano sulla Seconda guerra mondiale, in cui gli U-Boot tedeschi affondano i mercantili diretti dagli Stati uniti all’Europa. Scenario fantapolitico: mentre la Battaglia dell’Atlantico della Seconda guerra mondiale durò 5 anni, la «Quarta battaglia dell’Atlantico» durerebbe 5 minuti. Se per assurdo sottomarini russi affondassero nell’Atlantico navi degli Stati uniti e dei loro alleati europei, sarebbe l’inizio della guerra totale con uso da ambo le parti di missili e bombardieri nucleari. Quale sarebbe allora il ruolo del Comando Atlantico? «Il Nord Atlantico è vitale per la sicurezza dell’Europa. – dichiara Stoltenberg, segretario generale della Nato – Il nostro nuovo Comando Atlantico garantirà che le rotte cruciali per i rinforzi e i rifornimenti dal Nord America all’Europa restino sicure». In altre parole: l’Europa, esposta a quella che Usa e Nato definiscono «aggressione russa», avrebbe bisogno, per resistere, che gli Stati uniti le inviino in continuazione forze militari, armamenti e rifornimenti. Le forze navali degli alleati europei devono quindi affiancare quelle statunitensi e, agli ordini del nuovo Comando Atlantico, dare la caccia a fantomatici «sottomarini russi che minacciano le linee di comunicazione marittima fra Stati uniti ed Europa nel Nord Atlantico».

 

È una sorta di gioco della battaglia navale. Molto costoso poiché comporta l’aggiunta di altri stanziamenti alla spesa militare complessiva dei paesi Nato, che già supera ampiamente i 1.000 miliardi di dollari annui in denaro pubblico sottratto ai reali bisogni dei cittadini. Molto pericoloso poiché serve da messinscena per far crescere nell’opinione pubblica l’idea del nemico, ossia di una Russia che minaccia l’Europa e si prepara a isolarla tagliando le sue linee di comunicazione marittima con gli Stati uniti. Fabbricando tale scenario, si giustifica il crescente schieramento in Europa di forze e armi statunitensi, anche nucleari, affiancate da quelle dei paesi europei della Nato, con la conseguenza che anche la Russia accresce le proprie forze, anche nucleari. Poiché il primo governo Conte ha approvato due anni fa la costituzione del nuovo Comando Atlantico della Nato, vorremmo sapere che cosa ne pensa il secondo governo Conte. Vorremmo inoltre sapere se in parlamento qualcuno sia stato consultato prima che l’Italia approvasse la costituzione del nuovo comando Nato, decisa dal Pentagono; o almeno se in parlamento c’è qualcuno a conoscenza del fatto che, oltre che dal comando di Napoli agli ordini di un ammiraglio Usa, la marina italiana dipende ora anche da quello di Norfolk, anch’esso agli ordini di un ammiraglio Usa.

 

 

 

Da “il Manifesto”, 10 novembre 2020, è tratto l’ultimo articolo di Dinucci sulla politica estera della nuova amministrazione USA

“La politica estera di Joe Biden”

 

Quali sono le linee programmatiche di politica estera che Joe Biden attuerà quando si sarà insediato alla Casa Bianca? Lo ha preannunciato con un dettagliato articolo sulla rivista Foreign Affairs (marzo/aprile 2020), che ha costituito la base della Piattaforma 2020 approvata in agosto dal Partito Democratico.

Il titolo è già eloquente: «Perché l’America deve guidare di nuovo / Salvataggio della politica estera degli Stati uniti dopo Trump». Biden sintetizza così il suo programma di politica estera: mentre «il presidente Trump ha sminuito, indebolito e abbandonato alleati e partner, e abdicato alla leadership americana, come presidente farò immediatamente passi per rinnovare le alleanze degli Stati uniti, e far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo».

Il primo passo sarà quello di rafforzare la Nato, che è «il cuore stesso della sicurezza nazionale degli Stati uniti». A tal fine Biden farà gli «investimenti necessari» perché gli Stati uniti mantengano «la più potente forza militare del mondo» e, allo stesso tempo, farà in modo che «i nostri alleati Nato accrescano la loro spesa per la Difesa» secondo gli impegni già assunti con l’amministrazione Obama-Biden.

Il secondo passo sarà quello di convocare, nel primo anno di presidenza, un «Summit globale per la democrazia»: vi parteciperanno «le nazioni del mondo libero e le organizzazioni della società civile di tutto il mondo in prima linea nella difesa della democrazia».

Il Summit deciderà una «azione collettiva contro le minacce globali». Anzitutto per «contrastare l’aggressione russa, mantenendo affilate le capacità militari dell’Alleanza e imponendo alla Russia reali costi per le sue violazioni delle norme internazionali»; allo stesso tempo, per «costruire un fronte unito contro le azioni offensive e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina, che sta estendendo la sua portata globale».

Poiché «il mondo non si organizza da sé», sottolinea Biden, gli Stati uniti devono ritornare a «svolgere il ruolo di guida nello scrivere le regole, come hanno fatto per 70 anni sotto i presidenti sia democratici che repubblicani, finché non è arrivato Trump».

Queste sono le linee portanti del programma di politica estera che l’amministrazione Biden si impegna ad attuare. Tale programma – elaborato con la partecipazione di oltre 2.000 consiglieri di politica estera e sicurezza nazionale, organizzati in 20 gruppi di lavoro – non è solo il programma di Biden e del Partito Democratico. Esso è in realtà espressione di un partito trasversale, la cui esistenza è dimostrata dal fatto che le decisioni fondamentali di politica estera, anzitutto quelle relative alle guerre, vengono prese negli Stati uniti su base bipartisan.

Lo conferma il fatto che oltre 130 alti funzionari repubblicani (sia a riposo che in carica) hanno pubblicato il 20 agosto una dichiarazione di voto contro il repubblicano Trump e a favore del democratico Biden. Tra questi c’è John Negroponte, nominato dal presidente George W. Bush, nel 2004-2007, prima ambasciatore in Iraq (con il compito di reprimere la resistenza), poi direttore dei servizi segreti Usa.

Lo conferma il fatto che il democratico Biden, allora presidente della Commissione Esteri del Senato, sostenne nel 2001 la decisione del presidente repubblicano Bush di attaccare e invadere l’Afghanistan e, nel 2002, promosse una risoluzione bipartisan di 77 senatori che autorizzava il presidente Bush ad attaccare e invadere l’Iraq con l’accusa (poi dimostratasi falsa) che esso possedeva armi di distruzione di massa.

Sempre durante l’amministrazione Bush, quando le forze Usa non riuscivano a controllare l’Iraq occupato, Joe Biden faceva passare al Senato, nel 2007, un piano sul «decentramento dell’Iraq in tre regioni autonome – curda, sunnita e sciita»: in altre parole lo smembramento del paese funzionale alla strategia Usa.

Parimenti, quando Joe Biden è stato per due mandati vicepresidente dell’amministrazione Obama, i repubblicani hanno appoggiato le decisioni democratiche sulla guerra alla Libia, l’operazione in Siria e il nuovo confronto con la Russia.

Il partito trasversale, che non appare alle urne, continua a lavorare perché «l’America, ancora una volta, guidi il mondo».