Washington dal 1972 ha immaginato nei confronti della Cina una catena clamorosa e incredibile di propositi irrealizzabili, degni solo di una superpotenza arrogante e ignorante, massimamente nella variabile neoconservatrice affermatasi dal 1974 con la presidenza di Gerald Ford, una disgrazia epocale che ha portato alla Casa Bianca personaggi che hanno incarnato il più deleterio e nefasto potere economico e finanziario come Dick Cheney e Donald Rumsfeld, autori di errori tanto clamorosi da essere oggi alla base del declino irreversibile dell’Occidente. 

Gli statunitensi, infatti, hanno immaginato di trasformare i cinesi in miti sottoposti, ubbidienti in politica internazionale, asserviti nel fornire manodopera a basso costo e qualificatissima, piegati al peggior dogmatismo del liberismo, ancorché dietro la facciata di una bandiera rossa. Henry Kissinger, osannato in tutto l’Occidente come un genio della politica, è il primo artefice di questo disastro, dentro cui gli statunitensi si sono tanto crogiolati da concedere ai comunisti cinesi di entrare nel 2001 nel WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, mentre hanno tenuto alla porta la Russia dieci anni di più, nonostante negli anni ’90, sotto comando statunitense, Eltsin a Mosca avesse privatizzato anche la carta igienica. Ma si sa: a Washington pensano da sempre che i russi siano cattivi. 

Conoscere il marxismo è necessario per capire la Cina 

Solo chi non conosce la cultura cinese e quella marxista poteva immaginare che Pechino si sarebbe piegata a svolgere il ruolo del cagnolino che porta le pantofole al padrone. Solo chi non abbia nessuna consapevolezza di che cosa sia una nazione socialista, massimamente con un miliardo e trecento milioni di abitanti, può sottovalutarne con tanta superficialità la potenza del sistema scolastico e produttivo. 

    La Cina, senza mai venire meno alla sua indipendenza, alla sua dignità nazionale, con un profondo spirito patriottico, ha applicato gli insegnamenti di Deng Xiaoping, prima al suo interno, confermando che senza sviluppo delle forze produttive non vi è socialismo; poi a livello internazionale, imparando a essere determinante senza pretendere di essere riconosciuta come tale, ma mostrandosi sempre in piena e aperta cooperazione con gli altri. 

    Tali scelte e tali comportamenti in meno di mezzo secolo – la stagione delle riforme denghiane inizia nel 1978-79 quando, di fatto, l’apparato che aveva immobilizzato per oltre un decennio il Paese viene marginalizzato e con esso Hua Guofeng – hanno fatto della Cina la prima potenza economica, politica e militare del pianeta, obbligandola a dichiarare apertamente il suo obiettivo, ovvero la costruzione di un nuovo ordine mondiale in cui tutte le nazioni cooperino per l’edificazione di un futuro multipolare e di pace. 

     Si giunge così al presente, con una Cina che, grazie al suo sistema sociale socialista, è stata meno colpita di altre realtà statuali dalla pandemia, capace di difendere la propria spinta produttiva più e meglio degli altri, come dimostrano i dati del primo semestre del 2020 del Prodotto interno lordo mondiale, una resistenza che non ha pregiudicato la collaborazione sino-africana e i progetti asiatici di edificazione della Nuova Via della Seta.

Una nuova guerra fredda

   Tutto questo ha radicalizzato l’aggressione mediatica occidentale contro la Cina, nell’estate 2020 il popolo cinese e il suo governo sono diventati, più ancora del solito, il conclamato nemico, colpevole di tutti i mali, antidemocratico, autoritario, repressivo, con le parole del Segretario di statunitense Mike Pompeo, una nazione… marxista-leninista. 

   Da un lato ci fa piacere che si siano accorti che la Cina è un paese socialista (noi lo confermiamo da decenni), dall’altro l’invenzione di notizie espressamente anti-cinesi e la falsificazione della realtà a fini diffamatori ci pare la  tragica conseguenza di un Occidente appiattito sugli interessi della Nato e delle multinazionali che essa difende, incapace di giocare un ruolo nella costruzione di un mondo multipolare, di cui Cina, Russia, Iran e Venezuela sono oggi i massimi protagonisti e promotori.

    Tra le tante accuse mosse alla Cina vi è quella di avere un potere monolitico. La solidità e la stabilità di un governo non ci paiono un difetto, tuttavia reputare il Partito Comunista Cinese un luogo in cui qualcuno decide e tutti tacciono e obbediscono è ridicolo, quanto falso. 

     Il Partito Comunista Cinese è una grande struttura con oltre novanta milioni di iscritti, una gioventù con oltre settanta milioni di aderenti e 130 milioni sono i pionieri, ovvero i ragazzi tra i sei e i quattordici anni. Il dialogo, la discussione, il confronto tra linee politiche differenti è vivace e a tratti accesso, ma pubblicamente emerge sempre la grande capacità di sintesi di cui le scelte del Partito sono il risultato. 

     Il Partito non è per nulla burocratico, i criteri di selezione e di promozione premiano a tutti i livelli i più meritevoli, il centralismo democratico è funzionale all’armonia che il Partito deve trasmettere alla popolazione e al ruolo internazionale che la Cina è chiamata ad assolvere. 

      Non è un caso se il primo ministro Li Keqiang, molto vicino alla Federazione Giovanile Comunista Cinese, ha posto più di altri il tema dell’esercito, ovvero della centralità delle forze di terra rispetto al grande sviluppo che hanno avuto con Xi Jinping la marina e l’aviazione, necessarie per difendere lo sviluppo marittimo della nuova Via della Seta e garanti di quelle nazioni nell’oceano Pacifico e in quello Indiano che si attendono dal governo cinese un aiuto difensivo tanto di carattere generale, quanto specifico per i loro commerci. 

Tra l’altro, una quota rilevante della società cinese appartiene a quella borghesia sopravvissuta al maoismo e cooptata patriotticamente da Deng Xiaoping nell’impetuoso sviluppo dell’economia nazionale, oggi il governo ne limita gli eccessi, ne condanna la scarsa disciplina politica e lo sguardo più ai consumi di modello occidentale che all’identità patriottica, la richiama alla necessità fondamentale di reinvestire gli utili nelle attività produttive, non in ville, piscine e automobili di lusso. Le modalità di questa svolta sono un altro tema altamente dibattuto nel Partito. Durissimo e necessario è stato l’intervento del governo contro coloro hanno utilizzato Hong Kong per moltiplicare gli utili e non pagare le tasse, così come contro coloro che hanno fomentato il separatismo dell’enclave con la speranza di danneggiare l’intera società cinese. 

     Resta il fatto che il generale Qiao Liang, già autore un ventennio fa con Wang Xiangsui del capolavoro di strategia militare “Guerra senza limiti”, teorizzatore dei conflitti asimmetrici e delle guerre ibride, a maggio ha dichiarato ad Asia Times che “se i cinesi devono ballare con i lupi”, saranno i cinesi stessi a “deciderne il ritmo”; il richiamo confuciano al parlar per metafore tanto caro a Deng Xiaoping non solo mostra una certa ricerca della continuità con il passato, ma anche una piena consapevolezza delle sfide del presente. Il generale, tra l’altro, ha ricordato che la guerra commerciale contro l’export cinese bloccherebbe l’economia statunitense, dipendente per ogni tipo di componentistica dalla Cina, non solo per la tecnologia avanzata e di precisione, ma anche per esempio per comunissimi ventilatori. 

Nessuna illusione su Biden rispetto a Trump 

     Peraltro, gli Stati Uniti non sono in grado né di riconvertire parte della loro produzione in tempi brevi per sopperire al mancato arrivo di prodotti semi-lavorati, né possono reperire sul mercato mondiale un numero altrettanto considerevole di manodopera specializzata e impiantare in tempi brevi le catene produttive; non esiste, infatti, al mondo nazione con tanti milioni di operai specializzati e tecnici laureati quanti ne dispone la Repubblica Popolare Cinese. 

   Anche sul fronte più avanzato della ricerca scientifica e tecnologica la Cina non ha paragoni con nessun altro paese della terra, solo in matematica e in ingegneria i laureati cinesi sono cinquanta milioni ogni anno, in India meno della metà, pur a parità di popolazione, negli Stati Uniti meno di mezzo milione. Le conquiste cinesi nell’intelligenza artificiale e nelle telecomunicazioni lo dimostrano, con grande agitazione dei sistemi di controllo sociale messi in atto dai governi occidentali, che si vedono superati e surclassati. 

     Joe Biden, navigato golpista e guerrafondaio come ha dimostrato negli anni della presidenza Obama, oramai si presenta in ogni dibattito come un falco anticinese più duro del presidente Donald Trump, e non muterà lo scontro in atto, sotto tutti i punti di vista una guerra economica, commerciale, mediatica, culturale, che rischia, con tutta evidenza, di deflagare.