Russia: chiunque abbia familiarità con la sua storia moderna, almeno in termini generali, associa la parola “agosto” ad una serie di tragici eventi. E soprattutto ricorda le terribili responsabilità che ebbe Mikhail Gorbaciov per il crollo dell’Unione Sovietica, 30 anni fa, nell’agosto 1991, dopo essere stato eletto presidente dell’URSS un anno e mezzo prima e dopo aver assicurato al popolo il proprio impegno per il socialismo e l’unità dello Stato sovietico, per poi tradire apertamente e clamorosamente le forze patriottiche e di sinistra che   cercavano di difendere l’unità dell’URSS e la sua storia socialista.

Fu attraverso questo tradimento di Gorbaciov che si giunse all’ultimo e fatale passo verso la distruzione del primo Stato mondiale di operai e contadini, uno Stato di giustizia sociale. 

La sua costruzione e le sue realizzazioni hanno rappresentato l’apice della nostra storia millenaria. E il suo crollo ha portato alla caduta dell’economia interna, alla distruzione dell’industria e della scienza, al degrado della sanità e dell’istruzione, all’eliminazione delle garanzie sociali, che non avevano eguali al mondo. 

Ancora oggi, stiamo raccogliendo i frutti amari di questa catastrofe che ha derubato il popolo delle straordinarie conquiste socialiste di cui i nostri padri andavano giustamente orgogliosi. E che hanno difeso con il sangue, che l’intera Unione Sovietica ha difeso, sacrificando decine di milioni di vite nei campi della Guerra Civile e della Grande Guerra Patriottica.

Anniversario del tradimento e della distruzione

La liquidazione dell’URSS fu ufficialmente annunciata nel dicembre 1991. I presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia di allora firmarono i cosiddetti accordi di Belavežskaja (Accordo di Minsk), per i quali nessuno mai votò e che i cospiratori mai discussero con nessuno. 

Ma la strada per giungere a questa ignobile azione, che è divenuta uno dei più grandi crimini politici nella storia dell’umanità, fu aperta nell’agosto dello stesso anno da Gorbaciov e dai suoi più stretti collaboratori. La loro mancanza di volontà, la loro mancanza di princìpi e la loro inclinazione all’inganno li costrinsero a schierarsi, infine, dalla parte degli avversari esterni all’URSS, alle forze imperialiste. Gorbaciov e i suoi accoliti contribuirono così a distruggere, assieme all’Unione Sovietica, tanta parte del sistema socialista mondiale. 

All’inizio del 1991 era già chiaro, a coloro che valutavano la situazione in modo razionale e responsabile, che attraverso la degenerazione ideologica, ideale e morale di un gruppo di traditori appartenenti all’élite dominante, il Paese veniva messo nelle mani di avidi e ciechi seguaci del capitalismo selvaggio, pronti a sacrificare la Patria per i propri interessi egoistici e di carriera. 

Il 23 luglio 1991 fu pubblicato l’Appello la “Parola al popolo”, firmato da me e da un gruppo di autorevoli industriali, militari e personaggi della cultura, conosciuti in tutto il Paese. Questo Appello, segnato da un grande amore per il sistema socialista, dalla decisione di lottare per la Patria e dalla speranza per il risveglio della società, evocava fortemente, prima della tempesta, l’atmosfera che segnava quei giorni che preparavano il tragico autoscioglimento dell’Unione Sovietica. Si scriveva nell’Appello: 

Cari russi! Cittadini dell’URSS! Compatrioti! 

Siamo di fronte ad un dolore enorme e senza precedenti.

La Patria, il nostro Paese, lo Stato socialista che la nostra Storia e i nostri gloriosi combattenti per la Rivoluzione ci hanno consegnato, oggi periscono, si spezzano, vengono gettati nell’oscurità e nel nulla. E questa morte avviene con il nostro silenzio, con la nostra connivenza e con il nostro consenso…

Cosa ci è accaduto, fratelli?

Perché governanti astuti e dal linguaggio forbito, apostati, avidi e ricchi arraffatori di denaro, si prendono gioco di noi, si burlano delle nostre convinzioni, approfittano della nostra ingenuità, prendono il potere, tolgono ricchezza, tolgono case, fabbriche e terre al nostro popolo, tagliano a pezzi il Paese, litigano tra loro, ci prendono in giro, demonizzano il nostro glorioso passato, cancellano il nostro futuro, ci condannano ad una miserabile vita, riportano la classe operaia alla schiavitù capitalista e fanno genuflettere il nostro Paese, la nostra Storia alle forze imperialiste, ora onnipotenti? 

Ma, ahimè, questo Appello non è stato ascoltato, preso in considerazione da coloro da cui dipendeva il destino del Paese, in quel crocevia storico. E gli sforzi di chi allora tentò di salvarci, di salvare l’URSS e il socialismo, non furono sufficienti. 

Un mese dopo il tentativo di rivolta del gruppo di compagni e dirigenti del Comitato statale per lo Stato di Emergenza (GKČP) che intendevano salvaguardare l’unità dell’URSS e lo stesso socialismo sovietico, Gorbaciov dichiarò illegale lo stesso GKČP, che era stato costituito appositamente – dopo il referendum per la conservazione dell’unità del Paese Sovietico, nel marzo 1991, al quale i cittadini avevano risposto affermativamente –  per garantire l’adempimento di quella volontà popolare.

Una volontà di massa che i “cacciatorpediniere” in azione misero minacciosamente in discussione, che i gangli degenerati del potere puntarono a cancellare inquinando la documentazione referendaria e incitando apertamente i provocatori separatisti che operavano in diverse Repubbliche sovietiche. Il capo dello Stato, Gorbaciov, obbligato a fermare i processi che contraddicevano la volontà popolare, si schierò, poi, dalla parte delle forze dissolutrici, trasferendo loro completamente l’iniziativa politica. 

Offrendo loro, in ultima analisi, il potere per dilaniare l’URSS.

Alla Federazione Russa e ad altre Repubbliche furono attribuiti rapidamente poteri autonomi, rafforzando le autorità locali a discapito dell’unità sovietica e accelerando i processi separatisti già condotti dai leader antisovietici, filo-occidentali e russofobi. 

Il lavoro degli organismi sindacali era praticamente paralizzato e con ciò si raggelava anche l’azione della classe operaia sovietica, che si sarebbe schierata contro i processi dissolutivi.

I nemici dell’URSS e del sistema sovietico, muovendosi al ritmo dei gruppi economici e finanziari del capitalismo occidentale e dei servizi speciali occidentali, fecero di tutto affinché l’accordo criminale stilato nella foresta di Belavežskaja non potesse più incontrare la resistenza di coloro che avrebbero dovuto proteggere la legge e lo Stato.

Nonostante le gigantesche e inevitabili perdite demografiche, economiche, sociali e geopolitiche, che ogni persona sana di mente riconosce essere state causate dal crollo dell’URSS e dalla cancellazione del socialismo, gli antisovietici di ogni tipo – dai liberali filoccidentali agli pseudo patrioti che idolatrano i carnefici della Guardia Bianca come Kolchak e Denikin – cercano di giustificare il crimine dell’autodissoluzione dell’URSS. 

Non si stancano mai di ripetere il mantra della propaganda: la ragione della distruzione dello Stato sovietico sarebbe dovuta al fatto che il suo sistema politico ed economico è sopravvissuto alla sua stessa validità e ha smesso di adattarsi alla società. Ma quando un tale sistema sopravvive davvero, perde prima di tutto la fiducia e il sostegno dei cittadini. E se la spiegazione del crollo dell’URSS, data da coloro che giustificano questo crollo, fosse vera, verrebbe meno il consenso del popolo.

Su di esso, 113 milioni di persone si sono espresse per il socialismo e l’inviolabilità dei confini sovietici: il 78% di coloro che hanno preso parte al voto referendario. Quattro giorni dopo che ebbe luogo, il Soviet Supremo dell’URSS adottò una risoluzione, che enunciava: la volontà espressa dai cittadini è la volontà più alta. Questa è la volontà del popolo vittorioso, del popolo creatore, del popolo ascetico, che ha mostrato una nuova via di sviluppo per l’intero pianeta.

Al giorno d’oggi, dopo ogni elezione, ci sono molte prove documentali di frodi e falsificazioni che minano la credibilità dei risultati delle votazioni. Ma dopo aver esaminato i risultati del referendum di tutta l’Unione, anche i più ardenti oppositori dell’URSS non sono riusciti a trovare alcun elemento per sostenere che si fosse svolto illecitamente. La volontà della maggioranza assoluta era incondizionata. E quelli a cui ciò non piaceva decisero di scavalcarla, usando ipocriti metodi farisaici, menzogne ​​e magie. Nonostante la decisione del corpo supremo del potere – il Soviet Supremo – la cerchia più stretta di Gorbaciov iniziò a elaborare frettolosamente un trattato “Sull’Unione delle Repubbliche Sovrane”. Contrariamente a quanto sosteneva la maggioranza dei cittadini sovietici, l’adozione di un simile trattato avrebbe dovuto significare il rifiuto del socialismo e l’effettiva eliminazione di un unico Stato.

Su suggerimento del primo e ultimo presidente dell’URSS, Gorbaciov, che si è rivelato essere dalla parte dei suoi distruttori, non è stata attuata la politica dei sostenitori dell’Unione, per la quale il popolo si è espresso, bensì l’illegale piano di Eltsin e della sua cricca. Fino all’agosto 1991, sono rimasti, in parte, dietro le quinte di questo processo. Ma, alla fine, lo hanno preso nelle loro mani, dopo che vennero accusati, insieme a Gorbaciov, del tentativo di un colpo di stato alcuni leader sovietici del Comitato Statale per lo stato di emergenza che stavano solo cercando di fermare l’illegalità e impedire la dissoluzione imminente dell’Unione sovietica. E più sono evidenti le perdite subìte dal paese a causa del fatto che il piano antisovietico sia stato attuato, più sono coloro che hanno riconosciuto la correttezza storica dei sinceri difensori del socialismo e dello Stato sovietico.

La liquidazione dell’URSS era assolutamente illegale e illegittima. I veri comunisti, che sono rimasti fedeli all’idea socialista e al giuramento sovietico, lo hanno sempre ricordato e non lo dimenticheranno mai. Nel marzo 1996, il Partito Comunista della Federazione Russa ha presentato una mozione alla Duma di Stato per denunciare gli “Accordi di Belavežskaja” e riconoscere il crollo del Paese sovietico come azione criminale e legalmente non valida. La maggior parte dei deputati ha votato a favore. In risposta, Eltsin e le forze di sicurezza, dietro le cui spalle si nascondeva, hanno minacciato di sciogliere il Parlamento e dichiarare lo stato di emergenza. Il regime criminale capitalista, che ha messo radici nel Paese all’inizio degli anni ’90, ha rifiutato di riconoscere la decisione del principale organo legislativo del Paese. Ma questa decisione non è stata annullata.

Sono sicuro che verrà il momento in cui il verdetto legittimo che abbiamo emesso sulla perfida distruzione dello Stato sovietico sarà riconosciuto incondizionatamente come giusto da tutta la società. E anche i responsabili di questo crimine saranno puniti per questo. E saranno per sempre iscritti nei libri di storia come traditori della Patria.

Crollo sotto le spoglie della modernizzazione

A differenza della Russia di oggi, l’Unione Sovietica non ha dovuto affrontare la sfida di divenire una delle principali economie mondiali e far uscire dalla povertà decine di milioni di cittadini. L’URSS, incontrovertibilmente, condivideva il primato economico del pianeta con gli Stati Uniti, e semplicemente non c’erano mendicanti nella società sovietica. Il capitalismo ci ha portato inflazione e una pericolosa dipendenza da merci e tecnologie straniere. Il Paese sovietico non conosceva tali problemi. Era riuscito ad assicurarsi la vera sovranità, sia politica che economica. Ma nessuno Stato può svilupparsi con successo senza modernizzare l’economia, senza rinnovare e migliorare i princìpi di governance. I teorici della dottrina comunista, Marx ed Engels, e i loro eminenti seguaci, i fondatori del Paese sovietico, Lenin e Stalin, hanno giustamente insistito su questo.

I loro slogan erano, per molti aspetti, in sintonia con quelli proclamati dall’attuale leadership russa: crescita economica più rapida, accelerazione della produzione industriale e dello sviluppo sociale e aumento del benessere dei cittadini. Solo a quel tempo il nuovo Segretario generale e il suo entourage non proponevano slogan anticrisi: precipitare in una crisi sistemica avvenuta qualche anno dopo, allora era addirittura impossibile da immaginare. All’inizio, la nuova agenda era legata al compito di rafforzare ulteriormente lo Stato sovietico, rafforzare il suo potere economico e l’autorità nel mondo e ottenere successi sociali ancora più straordinari. È naturale che il Partito Comunista e la società abbiano risposto con entusiasmo agli appelli costruttivi e ai piani di riforme in ritardo.

Il Paese, che in un primo momento percepì la perestrojka come un passo verso il raggiungimento di nuove vette del suo sviluppo, aveva alle spalle un’eccezionale esperienza di modernizzazione leninista-stalinista. Questa ha permesso di effettuare un cambiamento senza precedenti e, fino ad oggi, non ripetuto da nessuno in tutti i settori più importanti. Una svolta, che nelle attuali condizioni di crisi è difficile persino immaginare per chi non ha familiarità con la storia sovietica. È proprio per il fatto che i cittadini della Russia di oggi conoscono il meno possibile la storia e il meno possibile la ricordano, che le sue pagine migliori sono nascoste alle giovani generazioni, e coloro che ci inculcano che il crollo dell’URSS e il rifiuto del socialismo erano naturali sono opportunisti. Il contrasto tra la realtà capitalista di oggi e le conquiste di quel tempo eroico è troppo evidente e rivelatore.

Da tre decenni, ormai, non riusciamo a superare le conseguenze della sconfitta dell’industria nazionale, che dai primi anni ’90 è in uno stato di crisi cronica, costantemente sotto finanziata, tecnologicamente arretrata e a bassa produttività. Nei primi 30 anni della sua esistenza, sotto la guida leninista-stalinista, l’URSS ha aumentato la produzione industriale di quasi 13 volte, mentre gli Stati Uniti l’hanno solo raddoppiata negli stessi tre decenni e il Regno Unito l’ha aumentata del 60%. E questo nonostante le colossali perdite che il nostro Paese ha subìto, nella prima metà del XX secolo, durante due guerre civili e mondiali!

Da oltre 20 anni le autorità promettono di garantire una crescita economica stabile e affidabile. Ma questo traguardo resta irraggiungibile con il percorso attuale, imposto al Paese per farne una materia prima appendice dell’Occidente, e rimane immutato tuttora. Negli ultimi 10 anni, la crescita media annua dell’economia russa non ha raggiunto nemmeno l’1%. Ai propagandisti antisovietici piace speculare sulla “stagnazione” sovietica degli anni ’70 e dei primi anni ’80. Ma la vera stagnazione che porta al degrado, al ritardo e alla perdita di competitività nel mondo di oggi, ci ha colpito proprio ora. Mentre nello Stato sovietico, per 12 anni, dal 1928 al 1940, il prodotto sociale lordo, cioè il volume dell’economia, è cresciuto del 450%! La sua crescita media annua è stata del 12-15%, una mezza dozzina di volte più veloce di quella attuale.

Al giorno d’oggi, alle persone viene costantemente promesso un aumento della prosperità. Ma, in realtà, sta crescendo solo tra una manciata di miliardari e milionari in dollari. I redditi reali di lavoratori, pensionati, famiglie con figli sono in continuo calo da sette anni consecutivi. Venti milioni di cittadini, cioè uno su sette, sono poveri, vivono al di sotto della soglia di povertà. La maggior parte degli altri vacilla sull’orlo della povertà. Lo stipendio abituale non raggiunge i 30 mila rubli. Nel Paese sovietico, i redditi reali dei cittadini erano in costante crescita. Gli anni di guerra più duri furono un’eccezione. Ma già 5 anni dopo la Vittoria, questa cifra è aumentata del 40% rispetto a quella prebellica.

Nella Russia di oggi, milioni di persone non hanno un lavoro fisso o sono completamente disoccupate. Il programma di incentivazione dell’occupazione e di sostegno alle medie e piccole imprese annunciato dalle autorità sta chiaramente fallendo. Solo nella prima metà del 2021, 545mila imprese individuali hanno cessato di esistere, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Invece, l’economia sovietica ha permesso di sconfiggere completamente la disoccupazione e garantire a tutti un lavoro nella loro specializzazione. Ciò è stato direttamente facilitato dalla rapida crescita del numero di nuove imprese. Solo durante il primo piano quinquennale del dopoguerra, in URSS furono avviate più di 6mila strutture industriali ed energetiche.

Uno dei principali problemi che il capitalismo ci ha arrecato è la crescente commercializzazione della sanità e dell’istruzione. Stanno trasformandosi sempre più in un’industria al servizio dei ricchi. Un’istruzione dignitosa e un’assistenza sanitaria efficace sono, sempre più, fuori dalla portata della maggior parte dei cittadini. Ciò minaccia direttamente la sicurezza demografica della Russia e mina il suo potenziale intellettuale. La modernizzazione leninista-stalinista, invece, ha fornito a ogni cittadino sovietico istruzione e cure gratuite. In epoca sovietica, non si poteva parlare di una carenza di personale altamente qualificato in questi settori, come si rileva oggi. Anche al culmine della guerra, nel 1942, il governo sovietico stanziò il 6% del bilancio statale per l’istruzione, il doppio di quanto stanziato oggi per la sfera educativa. E nel vittorioso 1945, questa cifra aumentò di 2,5 volte e ha raggiunto il 17%. Anche dopo essere sopravvissuto a una terribile guerra distruttiva, lo Stato sovietico ha indirizzato una quota di fondi di bilancio cinque volte più significativa per sostenere l’istruzione rispetto allo Stato attuale.

Analizzando le statistiche mondiali, gli esperti giungono a tale conclusione: Quest’estate la Russia si è classificata seconda al mondo per mortalità da coronavirus. Solo l’Indonesia ci ha superato in questo triste indicatore. Negli anni ’30, l’URSS era in prima linea nella creazione dei vaccini antivirali più efficaci. Ed è riuscita a sradicare pericolose malattie infettive che il mondo aveva precedentemente considerato incurabili.

Un risultato diretto della crisi causata dal rifiuto del socialismo è stata la catastrofe demografica che ha colpito il nostro Paese. Dal crollo dell’Unione Sovietica, la popolazione più numerosa del paese, i russi, si è ridotta di oltre 20 milioni ed è diventata l’unica Nazione in pericolo tra le Nazioni più grandi del mondo. Ci è stata promessa una crescita demografica per molti anni. Ma in realtà, il catastrofico declino della popolazione è solo in crescita. Nei due anni precedenti, ammontava a un milione di persone. Nell’era sovietica – con l’eccezione dei tempi duri della guerra, quando l’URSS ha perso 27 milioni dei suoi cittadini – c’è stata una crescita demografica costante e rapida in Russia. Se alla vigilia della Grande Guerra Patriottica, 111 milioni di persone vivevano negli attuali confini russi, 10 anni dopo la Vittoria questo numero è stato ripristinato – nonostante il colossale danno demografico inflitto al nostro popolo dagli invasori nazisti. In altri cinque anni, la popolazione russa è aumentata di 8 milioni rispetto al periodo prebellico. E nei successivi tre decenni sovietici, nei primi anni del XX secolo è cresciuta di quasi 30 milioni e più del doppio della popolazione della Russia.

Tutti questi risultati eccezionali, grazie ai quali il Paese si è sviluppato rapidamente ed è stato in grado di vincere la guerra più terribile, si basavano sul sistema sociale ed economico del socialismo, costruito grazie alla modernizzazione leninista-stalinista, una vera modernizzazione dello Stato e una società finalizzata al rafforzamento e alla prosperità. L’idea iniziale che la perestrojka di Gorbaciov avrebbe seguito lo stesso percorso e si sarebbe basata sulle lezioni degli illustri fondatori dello Stato sovietico si è rivelata falsa, come la stessa “modernizzazione” della seconda metà degli anni ’80, i cui organizzatori hanno usato gli slogan del rinnovamento come una foglia di fico, coprendo l’ignoranza manageriale e la volontà di abbandonare le conquiste socialiste.

Gorbaciov e il suo entourage lasciarono la sfera ideologica alla mercé della “quinta colonna” liberale, che intentò una massiccia campagna di calunnia contro Lenin, Stalin e la storia sovietica. L’economia sovietica, altamente sviluppata e diversificata, cominciò a ridursi a un’appendice di materia prima. E il mercato dovrebbe essere sottratto al controllo dello Stato e lasciato alla mercé di funzionari e speculatori corrotti ombra, che solo ieri hanno agito illegalmente, nel costante timore di una giusta punizione! Furono loro che, durante gli anni della perestrojka, iniziarono a smantellare il capitale iniziale con l’archiviazione di traditori di alto rango; nel tempo formarono una classe di oligarchi che privatizzarono le materie prime e le risorse produttive del paese, prosciugandone l’economia, depredando e sfruttando coloro con il cui lavoro è stato creato un capitale favoloso, che sfugge impunemente, tra banche estere e offshore.

Le politiche di Lenin e Stalin avevano gettato le basi per la prosperità economica e sociale dello Stato sovietico. La politica di Gorbaciov che ha portato alla distruzione di questo potere, e che consisteva nell’anticomunismo strisciante e nell’antisovietismo con il pretesto di rinnovare il socialismo, ha posto le basi per il sistema di degrado nella cui morsa il nostro Paese è stato per tre decenni.

Scuola di chiacchiere

Le ragioni della distruzione dell’URSS non possono essere ridotte solo all’influenza ostile dell’Occidente, che per decenni ha condotto una “guerra fredda” contro lo Stato sovietico e il sistema socialista, o alla degenerazione ideologica e morale di quei dirigenti le cui attività all’interno del Paese hanno contribuito al suo crollo. Una combinazione di una serie di fattori esterni e interni ha portato a questo.

L’Occidente non è stato in grado di rompere il sistema sovietico finché non ha potuto contare sull’appoggio di un gruppo di leader guidati da Gorbaciov ed Eltsin che lo hanno tradito. Questi due presunti avversari hanno effettivamente agito in modo sincrono, nella stessa direzione distruttiva. Ma sarebbe un errore vedere in Gorbaciov e nel suo entourage figure dotate di abilità speciali, pur essendo al servizio del “male”. Il “successo” dei traditori si è rivelato essere il “successo” dei mediocri, dei bugiardi e delle nullità morali che si sono comprati le lusinghe e il patrocinio degli storici oppositori della nostra Patria.

Quasi 250 anni fa, il drammaturgo britannico Richard Sheridan scrisse la sua opera più famosa, The School for Scandal (La scuola della maldicenza), che ha avuto successo in tutto il mondo e non ha ancora lasciato il palcoscenico. In essa, l’autore ha ridicolizzato gli intriganti dell’alta società senza princìpi che distruggono la reputazione e la vita di altre persone con l’aiuto di pettegolezzi e calunnie. Da allora, la Scuola della maldicenza è stato un termine familiare per le persone la cui occupazione principale è quella di intrigare e calunniare. Se immaginiamo un’opera teatrale veritiera su Gorbaciov, allora, per analogia con la creazione di Sheridan, dovrebbe chiamarsi “La scuola delle chiacchiere”. Sono state proprio le sue lezioni che questa figura, che non si distingueva per conoscenze e abilità serie in nessun campo, ha imparato meglio. E le ha usate attivamente, ingannando la “festa e gli invitati”.

Chiunque guardi oggi alle trascrizioni dei discorsi di Gorbaciov sulle questioni più importanti di politica interna ed estera si convincerà che l’abbondanza di parole si combina con l’assoluta indeterminatezza del pensiero. Con la capacità di non dire nulla di concreto. Questa è l’unica capacità in cui il Segretario generale, e poi Presidente, non aveva eguali. Ma tutte le chiacchiere sono un sintomo di impotenza intellettuale, narcisismo, inganno e doppiezza. E quando una persona del genere è a capo di un grande Stato, i problemi su scala nazionale, e persino globale, diventano inevitabili.

Queste qualità hanno predeterminato il percorso politico di Gorbaciov, che si è concluso con il tradimento e la vergogna. Grazie ad esse, considerava ogni rinnovamento non come un passaggio responsabile e verificato, ma solo come un modo per mettersi in mostra davanti al pubblico. Si è comportato in modo disordinato e incoerente, così come pensava. Non poteva e non voleva fare affidamento su una squadra di manager seri, perché lo superavano moralmente e intellettualmente, e ha fatto del suo meglio per liberarsene, portando con sé i più ingannevoli, limitati e cinici. Era avido di adulazione – e si è rivelato essere il gancio con cui, sia i liberali antisovietici all’interno del Paese che i “partner occidentali” lo hanno catturato con successo.

Gorbaciov andò ai suoi primi negoziati con l’allora presidente americano, Reagan, come capo di uno Stato che aveva assicurato una solida parità nucleare con gli Stati Uniti, uno Stato che era completamente indipendente finanziariamente ed economicamente, era il leader del Commonwealth unito dei paesi socialisti, rispettato in tutto il mondo, e che era diventato il principale punto di riferimento per i combattenti per il progresso e la giustizia sociale del pianeta. Pochi anni dopo, ha scambiato tutti i vantaggi e le conquiste dello Stato sovietico con le dubbie lodi dei politici americani e dell’Europa occidentale. E con gli applausi della cricca russofoba e antisovietica, che ha accolto con favore la resa dell’URSS.

Questo lupo mannaro politico non solo spalancò le porte al capitale transnazionale e agli affari criminali locali, che si precipitarono a impadronirsi dell’economia sovietica e a distruggerla; non solo ha tradito i compagni di ieri ed è stato connivente con le dilaganti forze anticomuniste nell’Europa orientale, e poi negli Stati baltici sovietici, in Georgia, Armenia e Moldova. Cominciò anche a distruggere la proprietà strategico-militare del paese, firmando trattati che mettevano l’Unione Sovietica in condizioni di disparità rispetto agli Stati Uniti e ai suoi alleati. Gorbaciov ha anche chiuso gli occhi sulle perdite pericolose che avrebbe comportato per noi la fine “solenne” della “guerra fredda”, che l’Occidente non pensava di finire e che continua ancora oggi.

Grazie agli sforzi di Gorbaciov, il Patto di Varsavia sull’amicizia, la cooperazione e l’assistenza reciproca degli Stati socialisti fu sciolto. Ma, nello stesso tempo, in risposta, non ha nemmeno accennato alla liquidazione del blocco della NATO. Gorbaciov accettò il ritiro delle truppe sovietiche dalla DDR e l’unificazione della Germania, ma rifiutò di insistere sulle garanzie legali del suo non allineamento con il blocco militare del Nord Atlantico, la spina dorsale europea, di cui alla fine entrò a far parte Né ha chiesto tali garanzie ai Paesi dell’Europa orientale, dove, grazie al suo “non intervento attivo”, le forze anticomuniste filoamericane hanno preso il potere. Si rassegnò con tranquillità al fatto che la completa eliminazione dei nostri missili a medio raggio, avvenuta nel quadro degli accordi sovietico-americani, fosse accompagnata solo dalla conservazione, ma non dalla distruzione di armi simili all’estero.

Gorbaciov è un tipico rappresentante della razza dei mediocri carrieristi e opportunisti, la cui capacità di adulare, camuffare e schivare, purtroppo, a volte, raggiunge livelli molto alti. Una volta all’apice del potere, divenne non un leader degno di un grande Paese con una storia gloriosa, ma il leader di un gruppo di quegli stessi opportunisti cinici e senza scrupoli che per lungo tempo si sono finti comunisti per il desiderio di una carriera. E non gliene importò niente del Paese e del Partito, non appena apparve qualcuno che poté guidare la loro infida marcia.

Non importa quanto piccolo e insignificante nelle sue qualità sia lo stesso Gorbaciov, il suo caso mostra ancora una volta quanto sia grande il ruolo dell’individuo nella storia. A volte diventa decisivo. Lenin e Stalin confermarono questa legge con i loro straordinari risultati, lasciando in eredità ai loro discendenti un potente e prospero Paese vittorioso! Gorbaciov ed Eltsin hanno confermato la stessa legge con un tradimento politico e morale senza precedenti, lasciandoci in eredità un capitalismo predatorio, un’economia devastata dal capitale straniero e locale, “riforme” che hanno calpestato i diritti sociali dei cittadini e vulnerabilità rispetto a un nemico esterno che rimane tale ancora oggi.

Questa vulnerabilità è, infatti, riconosciuta nella nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, firmata a luglio dal presidente Putin. Vi si afferma: “Paesi ostili stanno cercando di utilizzare i problemi socio-economici esistenti nella Federazione Russa per distruggere la sua unità interna… Vengono sempre più utilizzati metodi indiretti volti a provocare instabilità a lungo termine all’interno della Federazione Russa”.

La conclusione è corretta. Ma qui viene taciuta la cosa principale – su ciò che dà origine ai problemi all’interno della Russia, e che i nostri avversari esterni usano per i propri interessi. Sono problemi generati da una politica socio-economica senza sbocchi e distruttiva, impostaci tre decenni fa e ancora perseguita all’interno del Paese. I risultati di questa politica hanno già portato a una pericolosa spaccatura nella società. Questa stessa politica è una delle principali fonti di instabilità a lungo termine.

Nella stessa Strategia, si riconosce giustamente che i tradizionali valori spirituali e morali russi includono “il lavoro creativo, la priorità dello spirituale sul materiale, l’umanesimo, la misericordia, la giustizia, il collettivismo, l’assistenza reciproca e il rispetto reciproco”. Pertanto, la Strategia riconosce esattamente proprio quei valori morali che i veri comunisti hanno sempre difeso come i più importanti. Queste sono le priorità su cui è stato costruito il sistema socialista. Ma ciò richiede anche il riconoscimento che il rifiuto, da parte del governo, di queste priorità, avvenuto in seguito al crollo doloso dell’URSS e alla distruzione del sistema socialista, era criminale. E che oggi il Paese ha bisogno di un tale potere e di una tale politica che aiutino a trasformare queste priorità nella base per la costruzione dello Stato.

La storia recente lo ha dimostrato in modo convincente. Solo coloro che beneficiano di ulteriori imbrogli della società continuano a sfidare l’ovvietà. Coloro che sono ancora vicini ai metodi ingannevoli della scuola delle chiacchiere di Gorbaciov e al coraggio ubriaco di Eltsin.

Riconoscere gli errori del passato è la chiave per un futuro dignitoso

Il compito vitale della rinascita del socialismo può essere risolto solo a condizione che impariamo con fermezza non solo le lezioni vittoriose ed eroiche ma anche quelle amare della Storia, analizzando onestamente gli errori commessi in passato per evitare che si ripetano in futuro. Pertanto, parlando della distruzione dell’URSS, è necessario comprenderne appieno le cause. E per rispondere alla domanda: perché nelle alte sfere del potere che era responsabile dello sviluppo, della sicurezza e della conservazione dello Stato sovietico, entro la fine del XX secolo, hanno messo radici coloro che erano in grado di distruggerlo? E perché le loro azioni traditrici non hanno incontrato una resistenza davvero accanita nella società?

Un crimine così grande come la liquidazione di un enorme Stato non è mai il risultato della volontà di un individuo o di un gruppo di cospiratori. E non può essere causato da un solo motivo. La distruzione dell’Unione Sovietica, che ha portato alle conseguenze della crisi “tettonica”, della collisione deformante, non solo nello spazio eurasiatico, ma in tutto il pianeta, è stata causata dall’intreccio di molti fattori negativi che si erano accumulati nel tempo.

Questo processo latente ha origine nel cosiddetto disgelo di Krusciov che seguì la morte di Stalin. Ai tempi di Krusciov apparvero i primi segni di una pericolosa revisione della teoria marxista-leninista come dottrina viva e creativa, che dimostrava che solo una società che combina la fermezza dei princìpi con uno sviluppo costante e armonioso può raggiungere il vero successo. Anche al più alto livello del Partito, il grande obiettivo dell’edificazione comunista, che ispirò il popolo a gigantesche trasformazioni socio-economiche e all’eroica lotta contro gli invasori fascisti, fu in gran parte ridotto a un contenuto puramente materiale. Burocrazia, carrierismo, arroganza e intrighi cominciarono a mettere radici all’interno dell’apparato statale. I seguaci di Krusciov iniziarono a usare la teoria marxista-leninista in modo completamente distorto, piegandola ai propri obiettivi e ai propri interessi.

Un colpo diretto al socialismo fu il rapporto di Krusciov sul culto della personalità di Stalin, che di fatto cancellò tutte le conquiste dei tre decenni precedenti. In effetti, era un chiaro esempio di una grossolana distorsione della storia sovietica. Un esempio di ciò che si è trasformato in una pratica di propaganda costante sotto Gorbaciov, e rimane la stessa pratica oggi.

Questa falsificazione, che colpì lo stesso PCUS e la società sovietica, fu seguita di fatto da una rottura dei rapporti con la Cina. La distruzione del Commonwealth dei due maggiori Stati socialisti ha causato gravi danni al movimento comunista mondiale e all’unità dei suoi sostenitori, ha indebolito le posizioni strategiche dell’URSS nell’arena mondiale.

Il tempo ha dimostrato che la Cina, abbandonata l’astuta revisione del marxismo-leninismo e riuscendo a preservare l’unità del Partito Comunista e del popolo, è diventata una prima potenza mondiale con un’economia che cresce molte volte più velocemente di quelle americane ed europee. È la Repubblica popolare cinese, sotto la guida dei comunisti, che oggi mostra un esempio convincente di come l’Unione Sovietica potrebbe svilupparsi nel XXI secolo se evitasse gli errori fatali della seconda metà del XX secolo. E stiamo raccogliendo i frutti velenosi delle “trasformazioni” criminali cresciute sulle rovine del Paese sovietico, distrutto da aspiranti riformatori.

A metà degli anni ’60, dopo la rimozione di Krusciov dal potere, si sperava che gli errori commessi sarebbero stati eliminati e presi in esame. E all’inizio queste speranze erano giustificate. Le iniziative apertamente assurde e incompetenti nella sfera economica nazionale sono state annullate. Ma parallelamente, nuove tendenze pericolose stavano guadagnando forza. Persone estranee agli ideali comunisti cominciarono a penetrare negli organi di governo sindacali e repubblicani, usando la tessera del Partito come passaggio al potere, inclini a disattendere non solo la disciplina di partito, ma anche i princìpi della giustizia sociale e della legalità socialista. Hanno osservato con calma come le figure dell’economia sommersa, dei saccheggi, degli speculatori e delle tangenti stavano rafforzando le loro posizioni, allora nascoste.

Cominciò così la formazione di una compagine criminale borghese, direttamente interessata allo smantellamento del sistema sovietico, che le impediva di commettere apertamente e impunemente i suoi crimini. La sua ideologia era strettamente intrecciata con l’ideologia della “quinta colonna” – antisovietici e russofobi travestiti che penetrarono nell’apparato del Partito, nei media, nella sfera della scienza e della cultura sull’onda delle “rivelazioni” antistaliniste degli anni 1950-‘60. Anche la loro attività inespressa non è passata senza lasciare traccia. In occasione di eventi ufficiali, hanno continuato a giurare fedeltà al socialismo. Ma dietro le quinte, i postulati della propaganda occidentale, i miti sulla superiorità del modello capitalista, sulla presunta prosperità universale degli abitanti degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale, e sulla disponibilità dei benefici del “libero mercato” per tutti, sono stati costantemente trasmessi.

La Russia ha appreso il vero costo di questi falsi miti quando il capitalismo feudale ha fatto irruzione nelle nostre vite, distruggendo il destino di milioni di persone, distruggendo l’economia, cancellando le garanzie sociali e mietendo un infausto raccolto di estinzione e impoverimento. Al giorno d’oggi, questi miti sono sempre più ostinatamente smascherati dalle migliori menti d’America e d’Europa, Joseph Stiglitz, Nouriel Roubini, Tom Piketty, che chiamano il mondo a svoltare a sinistra come unica salvezza dalla catastrofe globale. Ma negli ultimi decenni del secolo scorso, sia nelle file del Partito che nella società nel suo insieme, ahimè, c’erano molte persone ingenue e miopi che erano pronte a credere alle invenzioni del “paradiso capitalista”. E non si rendevano pienamente conto dei vantaggi che offre a una persona il sistema socialista che garantisce il diritto al lavoro e pensioni dignitose, istruzione e cure gratuite, protezione affidabile della maternità e dell’infanzia.

Anche dopo la morte di Stalin, i giochi dietro le quinte della “quinta colonna” non hanno potuto annullare le straordinarie conquiste socialiste, cancellare il gigantesco potenziale di una società di giustizia sociale, che ha continuato a ottenere enormi successi. Basta ricordare con quali indicatori l’URSS si è avvicinata alla metà degli anni ’80 per realizzare appieno ciò che abbiamo perso a causa della perestrojka, che si è trasformata in un pogrom capitalista di ladri nei primi anni ’90. E si deve ammetterlo: solo i pazzi, i ladri e coloro che davvero odiano il nostro Paese possono affermare che la “scelta capitalista” è stata corretta e logica.

Sebbene i paesi del Commonwealth socialista costituissero solo una piccola parte degli Stati del pianeta, a quel tempo producevano il 40% della produzione mondiale. L’Unione Sovietica ne rappresentava un quinto, la Federazione Russa il 9%. E oggi la nostra quota nella produzione mondiale è inferiore al 2%. Il tasso di crescita del reddito nazionale a metà degli anni ’80 era inferiore al 3% annuo negli Stati Uniti e superiore al 4% in URSS. Nello Stato sovietico, erano quindi più di quattro volte avanti rispetto a quelli attuali. La produzione industriale negli Stati Uniti è cresciuta meno del 3% annuo e in Unione Sovietica oltre il 5%. Più di 500 associazioni di ricerca e produzione hanno lavorato nell’economia nazionale del nostro paese, il che ha permesso di introdurre attivamente le più recenti potenzialità nell’economia. In URSS c’erano 1200 istituti di ricerca industriale indipendenti e uffici di progettazione. Un lavoratore scientifico su quattro nel mondo era un cittadino sovietico. In termini di aspettativa di vita, il Paese sovietico era davanti non solo agli Stati Uniti, ma anche a Stati come Francia, Belgio, Finlandia.

Tali cifre impressionanti erano una prova convincente dell’efficacia del sistema socialista. Ciò ha ulteriormente aumentato l’odio e l’aggressività degli oppositori del socialismo nei confronti del nostro Paese e dei suoi alleati. E li ha costretti a intensificare le azioni ostili volte a minare il sistema, che era un’alternativa convincente al capitalismo, che negli anni ’70 ha iniziato a subire una crisi su larga scala.

Il crollo dell’URSS e il rifiuto del socialismo si sono rivelati vantaggiosi solo per il capitale transnazionale, l’establishment politico occidentale, ad esso strettamente associato, e i loro cinici tirapiedi all’interno del nostro Paese. Le “élite” occidentali erano pronte a salvare il sistema capitalista che scivolava nell’abisso distruggendo l’economia socialista autosufficiente, conquistando nuovi mercati di vendita e trasformando Stati indipendenti di successo in appendici di materie prime. E l’attuazione di questi piani distruttivi non ci ha portato altro che disastri e traumi. Anni dopo, anche l’economista americano di fama mondiale, il premio Nobel Joseph Stiglitz, riconobbe onestamente il disastro economico a cui portò in Russia l’abbandono del socialismo.

Questo è il risultato finale delle “riforme” avviate dalla “squadra” Gorbaciov-Eltsin, che faceva affidamento sulla classe ombra degli antisovietici e dei russofobi degenerati e sulla parte della società che credeva ingenuamente nei loro falsi miti.

Coloro che oggi gettano fango sul socialismo e sull’era sovietica usano spesso un astuto stratagemma: accettando di ammettere che Gorbaciov e i complici intorno a lui hanno svolto un ruolo distruttivo e hanno distrutto il potente Stato, questi signori sostengono che tali “capi della perestrojka” sono stati formati dal sistema socialista stesso e rifletteva i suoi “vizi”. Ma questa non è altro che una vile sostituzione di concetti. Sì, questi capisquadra della distruzione sono maturati nelle profondità del sistema sovietico, proprio come i furfanti, i bugiardi e gli ipocriti esistono nelle profondità di ogni società. Ma non è stato il socialismo a renderli così. Furono resi tali dalla parte anticomunista residua e latente, per poi sprizzare odio nei confronti del socialismo. Odio generato dal fatto che essi non erano in grado di essere in sintonia con gli standard culturalmente elevati del socialismo e con le sue leggi morali. E così si sono allontanati da esso scegliendo la strada della sua degenerazione e della sua distruzione.

Il tempo lavora per il socialismo

Il nostro Paese ha pagato un tragico prezzo per il trionfo di questi scellerati. Ma l’era oscura del tradimento e della distruzione ha mostrato chiaramente chi è chi, ha permesso di separare i trasformisti e gli ipocriti dai veri sostenitori del socialismo, pronti a difenderlo fino alla fine. Non si sono spezzati sotto la pressione della “perestrojka”, non si sono tirati indietro davanti agli assassini di Eltsin che hanno sparato al Soviet Supremo eletto dal popolo nel 1993 e calpestato la Costituzione sovietica, e oggi combattono gli eredi degli anni ’90 del “partito di potere” che continuano a imporre un distruttivo corso neoliberista alla Russia.

Sono coloro che sono rimasti fedeli all’idea di giustizia sociale, che hanno difeso il Partito dei Comunisti nei tribunali e nelle manifestazioni di protesta, che continuano a lottare con tenacia per i diritti dei lavoratori, uniti sotto la bandiera del Partito Comunista. E oggi abbiamo tutto il diritto di dire: solo affidandoci al nostro Partito e ai suoi alleati, al nostro programma “10 passi al potere dei lavoratori”, possiamo ottenere una svolta nella rotta fallimentare, far fronte alla crisi sistemica e attuare una politica che ci permetterà di superare le conseguenze devastanti dei crimini commessi 30 anni fa dai traditori antisovietici.

L’idea di un nuovo socialismo, con cui oggi ci rivolgiamo a un popolo ingannato e derubato dalle “riforme” capitalistiche, è una sintesi dell’esperienza eccezionale del passato, delle moderne conquiste scientifiche e tecniche e del superamento dei problemi chiave del nostro tempo sulla base dello sviluppo creativo, del lavoro onesto e della giustizia sociale. Essa è alla base del nostro desiderio di ottenere la rinascita di uno Stato socialista potente e veramente indipendente. Senza di essa, è impossibile salvare il Paese dalle sfide esterne e interne che ci minacciano di catastrofi.

La conseguenza più dura del crollo del sistema socialista è stata la trasformazione del nostro Paese da prima potenza industriale e scientifica, come era in epoca sovietica, in un Paese con un’economia debole e unilaterale incentrata sulla sfera dei bassi servizi di qualità, sul settore delle materie prime, controllato non dallo Stato, ma dall’avida oligarchia. Il nostro attuale ritardo è aggravato dal fatto che il settore finanziario e creditizio, che opera anche in linea con la politica di rapina e degrado, è stato effettivamente sottratto al controllo statale. Un’alternativa a ciò è la nazionalizzazione delle industrie di importanza strategica proclamata nel nostro programma e il ritorno delle risorse finanziarie del Paese sotto il controllo reale dello Stato e della società.

L’attuale sistema distruttivo ha consegnato all’oblio la verità più importante: l’unica fonte affidabile di ricchezza nazionale e di vera vitalità dello Stato è il lavoro produttivo dei cittadini, basato sulla loro interazione creativa. Tale lavoro dovrebbe poggiare sul progresso scientifico e sulle nuove tecnologie. Questo viene completamente trascurato sia dai proprietari privati, che hanno concentrato l’economia nelle loro mani, sia dal potere che si è ritirato dalla sua gestione, e che oggi svolge il ruolo di sentinella del capitale oligarchico. Solo il nostro programma oggi si basa su questi principi fondamentali di creazione e sviluppo.

Uno dei principali vizi del sistema del capitalismo selvaggio è la perdita della connessione tra attività economica e progresso scientifico e tecnologico, senza la quale lo sviluppo e un futuro dignitoso dello Stato e della società sono, in linea di principio, impossibili. Ciò è direttamente facilitato dalla distruzione dell’unico sistema educativo russo-sovietico, che porta al degrado intellettuale e tecnologico. Il sistema attuale costringe letteralmente la società a vivere di interessi momentanei, avulsi da compiti strategici, che non implicano una visione chiara del futuro.

Questa visione è offerta dal programma del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF). Ciò è stato pienamente confermato dalla Conferenza scientifica e pratica internazionale “Immagine del futuro” tenutasi a Oryol alla fine di febbraio, alla quale abbiamo partecipato attivamente. Le sue conclusioni chiave sono il fallimento del sistema capitalista in Russia e nel mondo e la necessità categorica di tornare ai principi socialisti di gestione, pianificazione e sviluppo socio-economico.

Il Paese ha distrutto il sistema di pesi e contrappesi, fornito da strutture e organizzazioni pubbliche indipendenti capaci di resistere alla corruzione e all’illegalità. Nell’era sovietica, un tale sistema ha svolto un ruolo enorme. Si basava su organizzazioni sociali ed era, di fatto, onnipresente. Si basava sul controllo popolare, sui sindacati, sull’industria, sulle organizzazioni giovanili e femminili. Non solo ha contribuito a rafforzare l’unità della società, ma ha anche protetto i diritti civili e lavorativi delle persone. Facciamo affidamento su questa esperienza nella nostra politica e nel nostro programma. Il desiderio del Partito Comunista della Federazione Russa di far rivivere lo Stato di giustizia sociale e lo Stato di diritto si riflette direttamente nel lavoro del quartier generale delle azioni di protesta, dell’Unione della gioventù comunista di Lenin, dell’Unione femminile panrussa – Speranza di Russia e altre organizzazioni.

La convinzione che i nostri sforzi saranno coronati da nuove vittorie del socialismo si basa sull’esempio eroico dei comunisti dell’era leninista-stalinista. E sulla profonda adesione del nostro popolo agli ideali socialisti, che si rivela nella storia secolare dei popoli russi e di altri che si sono riuniti nella vastità della nostra Patria. Questo impegno è radicato nella loro coscienza collettivista e comunitaria.

Un vivido e convincente esempio di ciò sono le imprese popolari che lavorano in stretta collaborazione con noi, che nelle difficili condizioni odierne dimostrano i risultati economici più impressionanti, offrono un esempio di giustizia sociale e dimostrano di fatto i vantaggi dei principi socialisti di gestione. I guardiani di alto rango dell’oligarchia hanno paura di questo esempio come del fuoco. Ecco perché, complice la loro sottomissione, i criminali razziatori stanno effettuando un attacco banditesco contro le imprese popolari. La paura stessa di un esempio convincente dell’efficacia e del successo dei metodi di gestione socialisti è la vera ragione per cui le autorità stanno cercando di rimuovere dalle elezioni alla Duma di Stato il candidato del Partito Comunista della Federazione Russa, il direttore della azienda statale Lenin, uno dei leader più talentuosi del paese, Pavel Grudinin.

Il metodo di gestione delle imprese popolari, che è portato avanti dal collettivo di lavoro, è un metodo per usare il mercato non come un bazar criminale, come lo è oggi, ma come regolatore efficace dell’economia. Questa è una delle differenze chiave tra il mercato sotto il socialismo e il mercato sotto il capitalismo oligarchico predatore.

L’opposto distruttivo di questo principio è la totale denazionalizzazione dell’economia, attuata dagli annientatori del sistema sovietico attraverso la privatizzazione a favore dei disonesti. La proprietà dello Stato è stata venduta a poco prezzo e le risorse del Paese, una volta nelle mani dell’oligarchia, non servono allo sviluppo della Russia. Secondo il piano di ulteriore denazionalizzazione, adottato quattro anni fa, anche le imprese unitarie statali, comprese quelle che gestiscono il settore abitativo e comunale, sono ora soggette a privatizzazione totale o parziale. Questo è un chiaro rischio di collasso nel sistema di gestione degli alloggi e dei servizi comunali e delle infrastrutture delle regioni. Siamo convinti che l’unica alternativa a tale politica può essere la nazionalizzazione di industrie e imprese di importanza strategica. E l’invalidazione di tutte le operazioni di privatizzazione dei grandi proprietari.

Altrettanto chiaramente e coerentemente, nel nostro programma, approvato e integrato dai maggiori esperti dell’Oryol International Economic Forum, vengono identificate misure che contribuiranno a un cambiamento fondamentale nella situazione della crisi nel settore sociale. Quando il Paese ha dovuto affrontare nuove minacce causate dalla pandemia di coronavirus, il Partito Comunista della Federazione Russa ha pubblicato un programma di ripresa in campo medico, contenente un elenco delle misure urgenti che abbiamo chiesto alle autorità.

La criminale “ottimizzazione” nel campo dell’assistenza sanitaria deve essere eliminata una volta per tutte. È urgente portare la questione delle misure di emergenza nel campo della demografia e della medicina alla discussione del Consiglio di Stato e del Consiglio di sicurezza e adottare un programma nazionale per il rilancio dell’assistenza sanitaria domestica. È necessario iniziare con un aumento consistente del suo finanziamento. Oggi è il 3,5% del PIL. Questa cifra dovrebbe essere portata almeno al 6-7%. E in tre anni si dovrebbe aumentare la spesa del settore sanitario di almeno 3 trilioni di rubli.

Insistiamo: è necessario abbandonare la perversa riforma delle pensioni e tornare alla pensione di vecchiaia, aumentare i bassissimi benefici sociali per i “figli della guerra” e stabilire un livello minimo ufficiale di sussistenza nel Paese di almeno 25mila rubli. Ai prezzi correnti, questa è la soglia minima per la sopravvivenza di base.

Questi sono gli obiettivi e i princìpi che il Partito Comunista della Federazione Russa ha chiesto che si rispecchiassero nella Costituzione aggiornata, alla cui bozza abbiamo introdotto 15 importanti emendamenti, sociali, economici e politici. Le autorità, a guardia degli interessi oligarchici, hanno avuto paura di questi emendamenti, che erano nell’interesse della maggioranza assoluta, e li hanno messi sotto il tappeto. Ma i comunisti continuano a lottare per l’attuazione del programma di rilancio anticrisi. Con questo programma, andremo alle prossime elezioni di settembre. E invitiamo i cittadini a votarlo come l’unico possibile oggi.

Coloro che non sono indifferenti al destino del Paese, al proprio futuro e al futuro dei propri cari non hanno il diritto di continuare a fidarsi delle promesse ripetutamente fallite di Russia Unita e dei suoi assistenti politici, il Partito Liberal Democratico, i socialdemocratici e l’opposizione liberale. Tutti questi sono gli eredi dei distruttivi anni ’90, i guardiani del percorso oligarchico, i difensori degli esiti distruttivi del golpe antisovietico e antipopolare di tre decenni fa.

Voglio ricordare ancora una volta l’appello che risuonò alla vigilia di quei tragici eventi nella “Parola al popolo” che ho preparato: “Diciamo No! a distruttori e invasori. Mettiamo un limite alla nostra ritirata sull’ultima linea di resistenza. Stiamo avviando un movimento nazionale, chiamando nelle nostre file coloro che hanno riconosciuto la terribile sventura che è accaduta al paese … Tutti coloro che sono, nelle città e nei villaggi, nelle steppe e nelle foreste, ai margini dei grandi oceani che lavano il paese – svegliatevi, difendete l’unità e respingete i distruttori della Patria!”.

Oggi ripetiamo queste parole come un appello ai cittadini che dovranno dire “No!” alle elezioni di settembre, al percorso distruttivo e a quelli che si arricchiscono su di esso a spese del popolo. A chi lo conduce con l’aiuto di bugie, intimidazioni e falsificazioni. Sono convinto che questa sia la nostra ultima possibilità di cambiare la situazione in modo pacifico e civile.

Dobbiamo mostrare volontà, responsabilità e solidarietà. Questa è la garanzia della rinascita socialista, per la quale lottiamo e per la quale lotteremo.