Nel mese di settembre, si è potuto riflettere sulla realtà e le sfide dell’America Latina a partire da due grandi incontri internazionali: il vertice della Celac, la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici, che si è concluso in Messico, e l’Assemblea annuale dell’Onu, in corso fino a ottobre. Il vertice Celac si è svolto all’insegna dell’unità nella diversità, almeno nelle intenzioni di quei paesi, a partire da Cuba e Venezuela, che spingono per l’integrazione del continente e per i rapporti sud-sud, e si muovono per la costruzione di un mondo multicentrico e multipolare, fuori dall’egemonia a senso unico voluta dall’imperialismo nordamericano. 

Unità nella diversità, dunque. Un proposito che, diversamente articolato perché rivolto più ai popoli che ai governi, il presidente venezuelano Nicolas Maduro aveva già espresso a conclusione del Congresso Bicentenario, e che ha ripetuto anche in Messico con un discorso concreto e prospettico al tempo stesso. Un discorso nel solco di Hugo Chávez, grande promotore delle alleanze sud-sud, e nello spirito di Simon Bolivar. 

A mostrare, però, quanto grande sia la diversità – di intenti, vedute e scelte politiche – con alcuni degli Stati membri (16 i presenti, sui 33 complessivi, ovvero tutti quelli americani, esclusi Stati Uniti e Canada), è bastato il rumoroso ostruzionismo dei presidenti neoliberisti di Uruguay e Paraguay, e i commenti in rete della Colombia. A loro ha risposto per le rime il presidente cubano Miguel Diaz Canel, ricordando che, prima di parlare dei presunti problemi in casa d’altri, avrebbero dovuto occuparsi di quelli in casa propria, considerando il forte rifiuto che ricevono le loro politiche. 

In Uruguay, infatti, si è appena svolta una gigantesca manifestazione durante uno sciopero generale per i diritti del lavoro e contro le politiche securitarie di Lacalle Pou, che la rete sociale ha da tempo ribattezzato “lacayo pou”, che significa “lacchè pou”. 

Quanto alla “democrazia” del governo paraguaiano di Mario Abdo Benitez, nel cui paese il 10 ottobre si svolgeranno le municipali, con appena il 13 per cento di candidate donne, ne sanno qualcosa i manifestanti che ricevono botte, arresti e repressione in un contesto ancora fortemente intriso dell’eredità della dittatura stroessneriana. Un’eredità evidente sia nelle figure che nei metodi di governo. Mario Abdo Benitez, detto Marito, è figlio del segretario privato del dittatore Alfredo Stroessner, il cui percorso non ha mai rinnegato. 

Il 2 settembre del 2020, in quella che Benitez salutò come una riuscita operazione militare nella quale, dopo uno scontro con la guerriglia dell’Esercito popolare paraguayano, erano state abbattute due combattenti, risultò che ad essere state “abbattute” in quella zona di frontiera, erano state due bambine argentine di 11 anni, figlie di prigionieri politici. Una terza ragazzina, Lichita, ferita, era riuscita a scappare ma da allora è scomparsa e le organizzazioni popolari e per i diritti umani continuano a chiedere che ricompaia, e viva. 

Più che a sacro furore democratico, quindi, gli attacchi del signor Benitez al Venezuela sono dovuti al debito mai pagato al governo bolivariano, che Benitez ha rinegoziato al ribasso con l’autoproclamato Juan Guaidó. 

Quanto alla Colombia di Ivan Duque, parlano gli omicidi quotidiani di oppositori, giornalisti, ex guerriglieri e leader ambientalisti in un paese che ha chiuso gli spazi di agibilità politica all’opposizione dai tempi dell’assassinio del leader liberale Eliecer Gaitán, nel 1948. A 5 anni dalla firma degli accordi di pace, gli ambientalisti uccisi sono già 600 e si contano 70 massacri dall’inizio dell’anno. Dopo mesi di proteste popolari, in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, la sinistra cerca di unirsi nel Patto storico, e ora è scesa in campo anche la ex senatrice colombiana Piedad Cordoba. Per il 28 settembre, il comitato di sciopero ha convocato nuove manifestazioni, mentre per i primi di ottobre ne sono previste altre contro Bolsonaro, in Brasile. 

Bolsonaro, che cerca di giocarsi la carta internazionale, rilanciando gli organismi fedeli a Washington, l’anno scorso ha annunciato l’uscita dalla Celac del Brasile, la seconda più grande economia latinoamericana dopo il Messico. I governi di Uruguay, Paraguay e Colombia, invece, sono rimasti, ma per rivendicare appieno il loro ruolo di portatori d’acqua di Washington. Di sicuro, per quanto subalterni, si sentono più affini a quella classe oligarchica che, in Europa, al di là della retorica stucchevole sui sacrifici comuni, ingrassa sulle sofferenze che provocano quei sacrifici alle classi popolari per le “riforme strutturali” volute dai decisori sovranazionali. 

Il presidente messicano Amlo ha detto che la Celac potrebbe prendere a modello “qualcosa di simile alla Ue, ma con caratteristiche legate al contesto”. Di quale ispirazione può essere l’Unione europea per i paesi del sud? Nella Ue non esiste “unione” ma competizione sfrenata: basata sulla compressione del costo del lavoro, sull’assenza di sovranità e sui processi di privatizzazione che monetizzano al rialzo le politiche pubbliche a vantaggio dei pochi. Mentre aumentano le “piccole patrie” xenofobe e si erigono muri contro la libera circolazione delle persone, a essere senza frontiera sono solo i movimenti del capitale finanziario. E per raggiungere quel “pareggio in bilancio” agitato come una scure sulle conquiste operaie, le classi popolari devono pagare il “debito sovrano”, come grottescamente viene chiamato il tributo che, da veri sudditi, devono versare ai loro grassatori. 

Il sogno bolivariano della “Patria grande” implica un altro indirizzo. A partire dal congresso di Panama, Bolivar prevedeva la costruzione di un blocco multinazionale dei popoli americani di tradizione ispanica, che permettesse di unire le risorse umane, naturali e economiche e formare alternative valide agli imperi europei e al nascente impero anglo-americano. Il suo progetto fu respinto dalle oligarchie nazionali. 

Quel blocco si sarebbe creato a partire dalle rivoluzioni indipendentiste dell’epoca che avevano trionfato in tutta l’America ispanica, tranne che a Cuba e Porto Rico. L’ultima battaglia del Libertador Simon Bolivar e del maresciallo Antonio José de Sucre fu per liberare l’Alto Perù (la Bolivia). Tuttavia, il 3 ottobre del 1821, nel suo discorso di fronte al Congresso della Gran Colombia, a Rosario de Cucuta, Bolivar dichiarò: “Preferisco il titolo di cittadino a quello di Libertador, perché questo emana dalla guerra, quello emana dalle leggi. Cambiami, Signore, tutti i miei titoli con quello di buon cittadino”. 

A quell’epoca, Marx, che avrebbe criticato la nozione astratta di cittadino in base alla divisione in classe della società, aveva 3 anni, e poi verrà sviato dalle fonti dell’epoca nel suo giudizio su Bolivar. Il congresso di Panama venne chiamato anche anfizionico, in omaggio alla Lega Anfizionica dell’Antica Grecia, per sottolineare un’idea di integrazione basata su regole condivise. Quell’unità sudamericana, che avrebbe facilitato anche accordi di difesa comune, si frammentò allora in nove stati totalmente distanti dalle loro realtà nazionali e regionali, agganciati agli interessi strategici dei nuovi imperi mondiali. 

Agli interessi imperialisti è saldamente agganciata la Colombia di Ivan Duque, il primo stato latinoamericano entrato a far parte della Nato dal 2018. Duque ha appena firmato un memorandum di intesa con la Ue, che lo considera un “partner strategico” nonostante i quotidiani massacri che il suo narco-governo perpetua contro il popolo colombiano. Lo ha fatto nell’ambito dell’Assemblea annuale dell’Onu, in corso a New York, durante la quale Biden ha “lodato il coraggio” di chi destabilizza i governi di Cuba, Venezuela, Nicaragua perché si riconosce “nella vera democrazia” modello USA. E, nel frattempo, il capo del Comando Sur è atterrato a Bogotà, per rafforzare il suo principale gendarme in America Latina, i cui aerei hanno violato ancora una volta lo spazio venezuelano. 

Anche nell’Assemblea Generale dell’Onu si è levata la voce dei paesi socialisti contro lo strangolamento del debito: un “debitocidio”, lo ha definito il presidente argentino, il cui paese, nella morsa dei fondi avvoltoio che i governi di Cristina Kirchner avevano respinto, ha dovuto pagare la prima gigantesca tranche al Fondo Monetario Internazionale, pattuita dal precedente governo di destra. 

Al centro, anche il rifiuto delle misure coercitive unilaterali imposte dall’imperialismo nordamericano in spregio delle norme internazionali. L’appoggio che su questo tema, Cuba Venezuela e Nicaragua hanno riscontrato da parte di quei governi, come Russia e Cina, che si muovono per la costruzione di un mondo multicentrico e multipolare, ha mostrato anche in questo contesto la crisi di egemonia in cui si dibatte l’imperialismo Usa, la crisi strutturale del modello che rappresenta. Contro la retorica sui diritti umani, strombazzata a partire dai pulpiti che meno avrebbero dovuto permetterselo, sono emersi i dati dei rapporti indipendenti sulle conseguenze delle “sanzioni”, e sulle gravi illegalità imposte dagli Stati Uniti con la complicità dei governi e delle istituzioni subalterne. 

Un esempio eclatante riguarda il diplomatico venezuelano Alex Saab, sequestrato sull’isola di Capo Verde, gravemente malato e in procinto di essere estradato illegalmente negli Usa per la subalternità delle istituzioni capoverdiane. Una vicenda che sta pesando anche sulle trattative in corso in Messico tra l’opposizione golpista diretta dagli Usa e il governo bolivariano, che esige la liberazione del diplomatico, e che ha chiesto il sostegno della Celac nella difesa del processo di pace.

Intanto, da Cuba, arriva un nuovo allarme sui tentativi di destabilizzazione messi in campo da Washington attraverso i suoi Miami Boys. Sul sito La pupilainsomne, il giornalista Fabian Escalante denuncia che i gusanos hanno convocato per l’11 ottobre uno “sciopero nazionale” e, per la metà di novembre, quando Cuba prevede la riapertura al turismo internazionale, contano di organizzare una cosiddetta marcia contro la violenza. Le piattaforme web, lautamente finanziate dalle agenzie nordamericane, sono già alacremente al lavoro.

Quanto alla Celac, se aver indotto anche i governi neoliberisti presenti a firmare la dichiarazione finale, che comprende questioni come il debito estero o la condivisione dei vaccini è stato sicuramente importante, ancor più importante è far sì che non rimangano lettera morta. E qui la parola passa alla forza organizzata e cosciente del potere popolare. 

A ottobre, invece, Durante il III Forum Cina-Celac su Scienza, Tecnologia e Innovazione, il Vice Ministro venezuelano per la Ricerca e l’Applicazione della Conoscenza, Francisco Durán, ha criticato l’aspirazione a una crescita economica perpetua poiché – ha detto – non è fattibile e ha causato una evidente crisi ambientale a livello planetario. È però ancora possibile rettificare, ha aggiunto, a patto di stabilire quali siano i bisogni reali e quali i bisogni fittizi che non giustificano l’impatto ambientale. 

Una visione che deriva dall’idea marxista, espressa a suo tempo da Chávez, che per cambiare il clima occorra “cambiare il sistema”. In questa chiave, conviene ricordare quanto scriveva Karl Marx sul New York Daily Tribune in un articolo dell’11 maggio del 1858. “Niente è più facile che essere idealista a nome degli altri. Un uomo sazio può facilmente burlarsi del materialismo dell’affamato, che chiede un semplice tozzo di pane invece di idee sublime”. Conviene ricordarsene quando, come sta accadendo a proposito della “transizione ecologica”, sono i governi capitalisti, responsabili della devastazione del pianeta in nome del profitto, a innalzare la bandiera della “coscienza verde”. 

E infatti, con la medesima sfacciataggine con la quale il Parlamento Europeo ha assegnato il Premio Sakharov “per la libertà di opinione” a golpisti e nazisti venezuelani, gli Stati Uniti hanno consegnato al presidente colombiano Ivan Duque un premio milionario per la sua “difesa dell’ambiente”. In Colombia, solo durante il 2020 sono stati ammazzati 65 leader ambientalisti, mentre il governo disattende sfacciatamente anche l’Accordo di Escazú, un patto firmato da 24 paesi latinoamericani che, almeno sulla carta, impegna a mostrare maggior trasparenza nell’informazione sui progetti ambientali e a creare le condizioni necessarie per proteggere chi difende l’ambiente. 

A Milano, fino al 2 ottobre si sono incontrati delegati di oltre 40 paesi per preparare il prossimo vertice sul clima (Cop26), in programma per novembre a Glasgow. A discutere nello Youth4Climate, sono stati anche 400 giovani, delegati di 186 paesi, che hanno elaborato un documento per la Cop26. Per l’occasione, anche i rappresentanti dei grandi gruppi multinazionali che puntano sulle energie rinnovabili per rilanciare il ciclo di accumulazione capitalista, si sono mascherati di verde. 

A sostenerli, un’apposita campagna mediatica che, nascondendo gli interessi di classe e la rincorsa all’aumento del saggio di profitto, che comunque non preserverà il sistema da un nuovo inceppamento nel suo processo di valorizzazione, cerca di presentare i “sacrifici” come necessari e generali. Invece, ad aumentare non sono i salari, ma le tariffe dell’elettricità e del gas. Un aumento su cui pesano anche gli obblighi imposti dallo scambio delle quote di emissione dell’Unione Europea per ridurre la dipendenza dal carbone. 

La prevista riconversione ecologica, che implica anche una transizione digitale, provocherà altri licenziamenti, altri incidenti sul lavoro, una ulteriore compressione dei salari e altre aggressioni o ricatti ai paesi del sud che possiedono risorse strategiche. Intanto, petrolio, gas, carbone rappresentano oltre l’80% del consumo mondiale e la principale fonte di energia usata per produrre la quantità gigantesca di elettricità usata nel settore digitale (tra l’1% e il 3% del consumo mondiale di elettricità, che potrebbe moltiplicarsi per cinque entro il 2030), è… il carbone. E l’inquinamento digitale marcia a un ritmo ancora maggiore di quello attuale. 

La “coscienza verde” della borghesia finisce dove inizia il suo portafoglio. Fino a quando le classi popolari decideranno di presentarle il conto.