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Unità dei comunisti e ricostruzione del partito comunista

 

Unità dei comunisti

e ricostruzione del partito comunista

Dall’esperienza che si è sviluppata nell’arco di 30 anni, consegue che il processo di unità dei comunisti per la ricostruzione di un forte e radicato Partito Comunista non può essere il risultato di una semplice sommatoria organizzativa e volontaristica di pezzi di organizzazioni e di partiti

di Vladimiro Merlin

segretario regionale PCI Lombardia

Unità dei comunisti e ricostruzione del partito comunista: questi due concetti appaiono immediatamente collegati, specie in un momento come quello attuale, di difficoltà dei partiti comunisti, in Italia e in Europa. Il ragionamento è semplice e sorge spontaneo: siamo deboli, soggetti ad una forte offensiva mediatica e ideologica da parte del pensiero dominante, per poter essere più incisivi e riuscire ad innescare un processo di crescita è necessario unire i comunisti. Purtroppo l’esperienza politica ci ha insegnato che non è così semplice. L’esperienza più importante, in tal senso, è stata quella prodotta dal PRC; a 30 anni di distanza, dalla sua nascita, si può farne un bilancio e trarne degli insegnamenti.

Il PRC nacque sull’onda della reazione politica alla “Fine del Comunismo” e allo scioglimento del PCI; tutte, ma proprio tutte, le tendenze comuniste confluirono in quel soggetto politico (da PCI a DP, dai trotskisti ai marxisti-leninisti ecc.). La prima conseguenza di questa situazione fu un forte eclettismo, politico, ideologico e culturale che si concretizzò, per quanto riguarda la forma partito, in un partito di correnti organizzate. Bisogna dire che, in una prima fase, anche tra molti che provenivano dall’esperienza del PCI, questa modalità fu guardata con interesse. L’involuzione del PCI che lo aveva portato allo scioglimento e alla sua trasformazione in PDS, inducevano a pensare che, forse, una dialettica di correnti potesse mantenere maggiormente vivo il dibattito politico interno e contribuire a contrastare eventuali tendenze liquidazioniste che potessero ripresentarsi. Ma, come vedremo, la pratica delle correnti organizzate, assieme all’eclettismo, sono state le cause principali del fallimento del PRC.

Il PRC nasce bene, forte, con un consistente radicamento sociale, nei sindacati e nella classe lavoratrice, con risultati elettorali complessivi al di sopra del 5%, che in diverse situazioni significative arrivarono anche al 10 e al 15%. Con una tendenza alla crescita, che lo porterà verso l’8,5% (un dato che si confermerà anche dopo la scissione tra PRC e PdCI, sommando i risultati dei 2 partiti).

Ma l’eclettismo impedisce la formazione di una forte e condivisa identità politica e, persino, di una reale condivisione delle prospettive politiche. Sempre di più le correnti organizzate creano micro universi differenti all’interno del partito, poco o nulla comunicanti tra loro e sempre più profondamente divergenti. La lotta tra le correnti interne al partito prende sempre più il sopravvento sulla lotta e le iniziative politiche rivolte all’esterno; la formazione dei gruppi dirigenti è sempre più condizionata, o meglio conformata sulle appartenenze e le alleanze tra correnti. La segreteria di Bertinotti, che non abbiamo qui la possibilità di approfondire, diede un contributo determinante al processo degenerativo che si era avviato, sia quando al congresso di Venezia si definì non il segretario di tutto il partito, ma della sola sua maggioranza (che era al 55%), sia introducendo il concetto utilizzato ripetutamente a ogni piè sospinto che “niente è più come prima”. L’intento era quello di dare un taglio netto a tutta l’esperienza storica del movimento operaio e comunista, ma mentre dichiarava obsolete e inattuali tutte le esperienze e le categorie storiche e politiche precedenti non proponeva dei concetti sostitutivi che, messi a confronto con i precedenti, potessero permettere di valutare se, realmente, “niente fosse più come prima”, lasciando completamente disorientati i militanti e il partito.

L’approdo reale di quella deriva di pensiero è diventato evidente dopo la frantumazione del PRC e la cessazione del suo ruolo di segretario, ma non riguarda le cose di cui stiamo scrivendo. Il risultato di queste e altre dinamiche è stato che, dopo circa 20 anni dalla sua nascita, tutte le componenti politico/ideologiche e i gruppi organizzati che erano confluiti nel PRC si sono separati in una decina di tronconi diversi: PRC, SEL, PdCI, PC, Sinistra Anticapitalista (poi suddivisa in 2 parti), PCL (anch’esso, poi, suddiviso in 2 parti) Falce e Martello, gruppi m-l, recentemente una parte in Sinistra Italiana.

È assolutamente evidente il fallimento totale del concetto eclettico di unità dei comunisti che è stato alla base della formazione del PRC. È anche, molto significativo che, oggi, nessuno dei molti pezzi usciti dal PRC pensi seriamente di riunificarsi con qualcuno degli altri. Se c’è un unico elemento politico, paradossalmente condiviso, tra tutti quelli che sono usciti dal PRC, è la non proponibilità di un percorso unitario, sul piano della soggettività politica, con nessuno degli altri.

Un altro concetto, che era alla base del rassemblament del PRC, si è dimostrato profondamente errato: si tratta dell’idea che le differenze e le divisioni del movimento comunista del passato fossero, oggi, superate da una realtà molto cambiata e, quindi, accantonabili. In realtà quelle differenze, profonde, caratterizzano fortemente anche la situazione di oggi, divaricando le analisi che si fanno, le prospettive politiche che ne derivano e la valutazione delle contraddizioni che sono in campo, sia sul piano internazionale che su quello sociale, sia sul piano economico che sul rapporto con le istituzioni, sia sulla forma partito che sul rapporto con i movimenti di massa, come pure sul tema delle alleanze sociali e politiche.

Da questa esperienza, che si è sviluppata nell’arco di 30 anni, ne consegue che il processo di unità dei comunisti per la ricostruzione di un forte e radicato Partito Comunista, non può essere il risultato di una semplice sommatoria organizzativa e volontaristica di pezzi di organizzazioni e di partiti. Deve essere, invece, necessariamente, un percorso politico, che va costruito e praticato, che deve condurre i soggetti politici e i compagni coinvolti a condividere identità politica, cultura e pratica politica, in modo da creare una solida base su cui avviare il processo di ricostruzione di un forte e radicato Partito Comunista. Questa impostazione del processo di unità dei comunisti non è un modo artificioso per giustificare una chiusura verso processi unitari, al contrario, è, precisamente, il modo per renderli stabili e duraturi. Un processo politico, come quello ora accennato, non si produce da solo, richiede la chiara e precisa volontà di perseguirlo e praticarlo, richiede che si producano iniziative e pratiche politiche che sviluppino una reale condivisione politica tra i soggetti e i militanti coinvolti, e questo è, in primo luogo, compito e responsabilità dei gruppi dirigenti.

Prima di passare ad altri aspetti, relativi alla questione dell’unità dei comunisti e della ricostruzione del Partito Comunista, vorrei, di sfuggita, toccare un’altra questione che riguarda il tema delle aggregazioni a sinistra, che è cosa diversa dall’unità dei comunisti, ma che vorrei esaminare in questo contesto perché ha coinvolto, o visto protagonisti, partiti od organizzazioni che si definiscono comuniste. Parlo dei tentativi, vari in Italia, di produrre forzature unitarie tra soggetti politici “e singoli individui” a partire da aggregazioni elettorali. Per citare solo due esempi: la lista L’Altra Europa con Tsipras e Potere al Popolo. Ambedue  sono nate come liste elettorali unitarie di sinistra, tra soggetti politici non solo comunisti, entrambe, però, subito dopo le elezioni hanno cercato di costituirsi in soggetto politico “unico” della sinistra italiana, “unico”, ovviamente, nella volontà di chi, di volta in volta, cercava di appropriarsi dell’esperienza politica unitaria, per piegarla alla propria prospettiva e visione politica, “unico” in quanto i vari soggetti e partiti politici che avevano costituito la lista unitaria dovevano sciogliersi o assoggettarsi alla nuova “entità”.

Come, in parte, ho già accennato, un elemento comune tra queste esperienze, e alla concezione politica che le sottende, è l’intento di produrre soggettività politiche non comuniste, ma di sinistra più o meno “radicale” o “sociale”. In questo senso non riguardano strettamente il tema di questo contributo, se non per il fatto che i promotori di questi tentativi sono stati partiti e organizzazioni comuniste, come per esempio, il PRC, che da diversi anni a questa parte ne ha prodotte diverse, sia a livello nazionale che locale, tutte più o meno rapidamente fallite, e anche in malo modo, ma, nonostante ciò, con grande perseveranza continua a riproporle. Questo aspetto, che ho sommariamente evidenziato, conferma quanto detto precedentemente riguardo alla questione dell’unità dei comunisti, è chiaro che è difficile pensare ad una unità politica, in un unico partito, con soggetti che non hanno la prospettiva di ricostruire un forte e radicato partito comunista, ma di rimpiazzarlo con un partito di sinistra, sostituendone l’identità e la cultura, ritenute ormai “superate” e non più “attuali”, con altre più generiche ed eclettiche.

Ritornando al tema di questo intervento, il percorso di unità dei comunisti prima ipotizzato è, certamente, la premessa necessaria per avviare il processo di ricostruzione del partito comunista in Italia, ma non è risolutivo, non è sufficiente, di per sé, per raggiungere l’obiettivo. Non è possibile, oggi, nel nostro paese, ricostruire un forte e radicato partito comunista se non si riesce a farlo vivere nella forma e nei modi che Gramsci definì “intellettuale collettivo”.

Le sconfitte ed i fallimenti che hanno subìto i comunisti in Italia, da dopo lo scioglimento del PCI ad oggi, hanno determinato non solo la frantumazione in più partiti politici ma anche una progressiva perdita di radicamento sociale, di militanza politica e un’esclusione quasi totale dai livelli istituzionali. Questa situazione, che si è andata sempre più aggravando negli ultimi anni, è stata, nello stesso tempo, causa ed effetto di una sorta di arroccamento in se stessi, di inasprimento dogmatico. Quando parlo di inasprimento dogmatico non mi riferisco solo ad una ripetizione meccanica dei “principi” del marxismo leninismo, la deriva dogmatica ha investito anche quei settori dell’universo comunista italiano più disponibili e permeabili alla “innovazione”, i quali, però, come abbiamo visto prima, si costruiscono un proprio schema “ideologico” e interpretativo, che cercano di sovrapporre alla realtà cercando di piegarla ad esso.

Nonostante i ripetuti e clamorosi fallimenti, da circa 30 anni a questa parte, continuano a riproporli, evidenziando un dogmatismo che si rifiuta di fare un bilancio delle esperienze e di fare i conti con la realtà. Ma anche i comunisti, che vogliono rimanere tali, sono stati investiti da questi processi e, nel nostro caso, non si è trattato, tanto o solo, di riproporre meccanicamente schemi del passato. Anche quando si è cercato di attuare un percorso con le caratteristiche cui accennavo prima e si è riusciti ad avviare un processo di costruzione di una analisi e di una linea politica che, almeno secondo la mia opinione, si possono ritenere complessivamente valide e rispondenti alla attuale fase politica, nazionale e internazionale, si è finito con l’incorrere nel dogmatismo nel momento in cui le si è cristallizzate in “principi universali”, dati una volta per tutte.

La realtà, pur mantenendo le caratteristiche fondamentali del sistema sociale in cui viviamo, cioè del capitalismo nella sua fase imperialista, produce continui cambiamenti sul piano sociale, economico, politico, culturale e del processo storico, e le contraddizioni che produce in ognuno di questi ambiti, e nell’intreccio e nell’influenza reciproca tra di loro, si modificano e si evolvono continuamente, nel nostro tempo, con una velocità enormemente più elevata che nei secoli passati. Questi processi producono dei cambiamenti nell’ordine e nell’importanza di queste contraddizioni, la loro forma e la loro gerarchia si modificano, contraddizioni che nella fase precedente potevano essere secondarie diventano principali e viceversa, oppure, pur restando immutate, cambiano la propria forma.

Per fare un esempio, molta parte dei lavoratori e degli operai oggi, in Italia, non ha una coscienza di classe, e pur essendo questa la contraddizione fondamentale della società in cui viviamo, per un partito comunista non è la stessa cosa sviluppare un’azione politica  (né la forma e i  contenuti di questa) in un contesto in cui la maggior parte della nostra classe sociale di riferimento condivideva una cultura riformista-borghese (come poteva essere anni fa rispetto al PDS-PD) o, viceversa, nel contesto attuale in cui è egemonizzata dalla cultura della destra (leghista, o addirittura di Fratelli d’ Italia).

In sostanza una linea politica, anche valida, ma che non sa calarsi e articolarsi nella realtà, cogliere le contraddizioni, le modalità e le forme in cui si esprimono in quel momento, che non sa capire e rapportarsi con il sentire della nostra classe sociale di riferimento e anche di quelle parti di classi sociali che possono essere potenzialmente nostre alleate, diventa una riproposizione astratta di “principi”, una specie di riproposizione del dogma, che non riesce a incidere e scardinare l’egemonia del pensiero dominante e condurre i nostri referenti sociali verso l’acquisizione della coscienza di classe e della necessità del cambiamento sociale. È, quindi, un compito complesso e difficile quello che abbiamo davanti: se vogliamo ricostruire un forte e radicato partito comunista, non basta elaborare, una volta per tutte, una buona linea politica, è un compito che non può essere realizzato se il partito che se lo assume non riesce, o non vuole riuscire, a far vivere le forme e i modi di quello che Gramsci definì “intellettuale collettivo”. Gramsci, con una metafora riferita al partito, sottolineava come dei generali senza un esercito non possono condurre una guerra ma, contemporaneamente, anche un esercito senza generali, o meglio, con dei generali inadeguati, ugualmente non può vincere una guerra. Anche se, aggiungeva, un gruppo di generali capaci può radunare, attorno a sé, un esercito. Sottolineava, poi, anche l’importanza dei quadri intermedi, ufficiali e sottufficiali.

Uscendo dalla metafora militare, emerge chiaramente la visione del partito come di un corpo funzionale complesso e articolato in cui il corretto rapporto tra le parti è essenziale affinché il tutto funzioni e sia efficace. Il problema non è chi elabora e chi deve eseguire, il punto è come si formano le analisi, come si articolano da esse la linea politica e la sua materializzazione nella iniziativa politica. In un partito comunista, oggi, perché sia un corpo vivo, un intellettuale collettivo, vi deve essere un flusso continuo, dal basso verso l’alto, poi dall’alto verso il basso, e ancora dal basso verso l’alto, un ciclo continuo senza soluzione di continuità.

Oggi la società in cui viviamo, almeno in un paese come l’Italia, è molto più articolata e complessa di quella con cui si rapportava Gramsci, parte di questa articolazione e complessità è frutto di una azione cosciente del sistema capitalista (sia a livello nazionale che internazionale), parte è il risultato delle lotte del movimento operaio e comunista. L’elaborazione di Gramsci sul partito come intellettuale collettivo è, oggi, non solo ancora attuale, ma, di più, è diventata una necessità imprescindibile per ogni partito comunista che non si voglia condannare alla marginalità dei piccoli numeri ed alla irrilevanza. Solo la base del partito, essendo formata da componenti di tutte le stratificazioni sociali, e in particolare, ci si augura, di lavoratori e lavoratrici, vivendo direttamente le loro condizioni di vita e le loro contraddizioni, articolate, oltretutto, in relazione alla realtà geografica e sociale (nord, sud, grandi città, piccoli centri, forme dei rapporti di lavoro ecc.) può comprenderle, coglierne le aspirazioni e i bisogni, nelle forme in cui si presentano in quel momento o in quella fase.

Riportandole nel dibattito, ai vari livelli, nel partito, può mettere in condizione il gruppo dirigente, se è un gruppo dirigente capace, di cogliere a fondo una realtà che altrimenti potrebbe solo parzialmente conoscere e capire, e se il gruppo dirigente ne ha le capacità, su questa base, può essere in grado di produrre una analisi e una sintesi politica in grado di orientare l’azione del partito in modo che riesca ad agire efficacemente sui nostri referenti sociali, contrastando l’egemonia politica e culturale dell’avversario, e indirizzandoli verso la coscienza della necessità del cambiamento sociale. Ovviamente il processo non si può interrompere dopo i primi due passaggi, le analisi e la linea politica devono tornare verso il basso, confrontarsi nuovamente con la realtà sociale, e ritornare verso l’alto per correggere gli errori o per adeguarsi ai cambiamenti che possono essersi prodotti nel frattempo. Vi è una cartina di tornasole che permette di capire se si è riusciti ad attivare un processo di questo tipo, ed è molto semplice: se un dirigente nelle conclusioni di una riunione ripete esattamente quanto ha detto nella relazione introduttiva significa che non si sta attuando la pratica dell’intellettuale collettivo ma , al contrario, esprime una concezione per cui l’elaborazione cala dall’alto, già definita e perfetta e va solo spiegata ai militanti che poi devono semplicemente metterla in atto.

Il partito per funzionare come intellettuale collettivo deve avere, però, un altro presupposto: il dibattito deve essere ampio e vivo, al suo interno, a tutti i livelli. Se le decisioni, come è giusto, si prendono, poi, a maggioranza, e devono valere, verso l’esterno, le regole del centralismo democratico, all’interno del partito, il dibattito deve essere libero, chi sostiene posizioni che, in una fase, sono di minoranza deve poter continuare a sostenerle senza subire emarginazioni, esclusioni dai gruppi dirigenti, attacchi politici palesi od occulti nel partito. Solo se la linea politica è concepita in modo astratto e dogmatico, come un insieme immutabile, una specie di Bibbia, allora si può pensare che chi sostiene una posizione diversa debba essere emarginato o allontanato dal partito, in quanto fattore inquinante, liberandosi del quale il partito si può sviluppare meglio e più rapidamente. L’esperienza, invece, insegna che la catena non è mai finita, anche dopo essersi liberati dei “fattori inquinanti”, si creano nuove differenze e divergenze che, se continuano ad essere mal gestite, continuano a riprodurre nuove contrapposizioni e nuove lacerazioni, anche quando i numeri si riducono a quantità minimali.

Certamente quanto appena detto non vale più nel momento in cui le differenze non riguardano  solo alcuni aspetti, nel quadro di un complesso condiviso, ma producono analisi e indirizzi completamente o prevalentemente diversi, se non addirittura contrapposti; in questi casi, una contraddizione secondaria, che continuamente può manifestarsi in una entità collettiva, come un partito, evolve in contraddizione principale, non è più ricomponibile nella prassi dell’intellettuale collettivo, ma diventa una contraddizione antagonista che non può più essere ricomposta. Ma non può essere questo il caso di ogni contraddizione che si apre nel partito, altrimenti si torna ad un’altra prassi politica. È compito e responsabilità di ogni gruppo dirigente capire e gestire correttamente le contraddizioni che, continuamente, si aprono nel partito, pena il fallimento del proprio ruolo e il deperimento del partito. In questo caso si aprono dinamiche esiziali per ogni partito comunista: il conformismo del consenso al gruppo dirigente e alla linea della maggioranza, per preservare la “posizione” raggiunta nel partito o per arrivarci, il timore di esprimere critiche o posizioni politiche diverse, la selezione dei gruppi dirigenti per “fedeltà” e “affidabilità” al gruppo dirigente ristretto o al segretario.

Tutto questo, ovviamente, impedisce al partito di essere un intellettuale collettivo, come sarebbe necessario, e le conseguenze non sono che un bel modello astratto non si realizza, ma che non si realizza la ricostruzione di un partito comunista forte e radicato, che i processi politici regrediscono, e ci si riduce a piccole cose rinchiuse in se stesse.

La regressione della condizione sociale e di vita che il capitalismo ha prodotto negli ultimi decenni, è enorme e sotto gli occhi di tutti, in particolare per quanto riguarda i lavoratori e le lavoratrici. Come è possibile che, in Italia, nessuno dei tanti partiti comunisti in campo sia riuscito, fino ad ora, a raccogliere una parte significativa del malcontento sociale che ne è scaturito? Come è possibile che addirittura questi settori sociali, in primis gli operai, siano passati da una cultura comunista, o quantomeno di sinistra e antifascista, all’adesione alla cultura della destra, anche fascista?

Certo, la caduta dell’Unione Sovietica ha pesato, anche lo scioglimento del PCI, ma, come abbiamo visto, alla nascita del PRC settori sociali consistenti hanno mantenuto la loro collocazione politica, è stato il fallimento delle esperienze successive che, negli ultimi 30 anni ha condotto alla situazione attuale. Ma le contraddizioni e le sofferenze che, quotidianamente il capitalismo produce, dovrebbero fornire una base su cui l’azione dei comunisti può svilupparsi e ottenere dei risultati, certo graduali e con i tempi necessari, ma anche considerando gli ultimi anni questa tendenza non si vede, un motivo ci deve essere e i comunisti, basandosi su una concezione marxista e quindi scientifica, dovrebbero porsi le domande e cercare le risposte, non accontentarsi di sopravvivere. Dato che siamo comunisti non pensiamo che l’esperienza storica e l’elaborazione politica del movimento comunista siano superate, anzi, pur nella necessità di aggiornarle e calarle nella realtà attuale, riteniamo che siano tuttora valide, ricche di spunti e strumenti utili per capire e cambiare la società di oggi, le uniche in grado di abbattere il capitalismo.

Se, dunque, i problemi e le difficoltà non vengono da lì, evidentemente arrivano da qualche altra parte, ed è nostro dovere capire da dove arrivano e come intervenire per cambiare la situazione. Il tema del processo di unità dei comunisti è, senza dubbio, fondamentale nella fase che stiamo attraversando in Italia, per ambire alla ricostruzione di un partito comunista che riconquisti un ruolo politico significativo e un adeguato radicamento sociale, ma è stato tentato anche dopo l’esperienza del PRC, è importante capire in che modo va sviluppato e come risolvere i problemi che hanno impedito, fino ad ora, il suo dispiegarsi.