Gli USA di Joe Biden stracciano violentemente, irridendola, la bandiera della lotta imperialista alla Donald Trump, tutta guerre doganali e neo-protezionismo, e fanno di nuovo garrire nel vento planetario quella della minaccia militare, dell’aggressione diretta alla Russia e alla Cina, della messa in campo delle truppe USA-NATO-Ucraina per la conquista del Donbass e della Crimea, con i marines collocati direttamente sul fronte russo, per una guerra “regionale” come  premessa inevitabile e preventivata alla guerra mondiale. 

Qualcuno può credere davvero, infatti, che un’eventuale e sempre più cercata, da Biden, guerra Ucraina-Russia, con gli USA e la NATO a dirigere le operazioni a Kiev, circoscriverebbe il fuoco in Crimea, nel Donbass, con una Cina, sul fronte antimperialista, silente e un Giappone, sul fronte filoamericano, dormiente?

Di nuovo risuonano ora, drammaticamente, come ai tempi delle guerre  in Vietnam, in Jugoslavia, in Iraq, in Libia, in Siria, in Afghanistan, le parole dense di denuncia e apprensione che pronunciò il presidente Dwight Eisenhower, nel suo discorso di saluto alla nazione il 17 gennaio 1961, quando, attraverso le radio e le televisioni, si rivolse al popolo americano e ai popoli del mondo avvertendoli del pericolo immane, per la pace mondiale, rappresentato dal “complesso militare-industriale” americano e dalla sua fame di guerra. 

Con l’espressione complesso militare-industriale-politico, coniata proprio in quello storico discorso di commiato, Eisenhower si riferiva all’intreccio inestricabile di affari e interessi tra i gruppi del capitalismo industriale militare americano, gli Stati ove queste industrie erano e sono tuttora collocate, le più alte gerarchie delle Forze Armate americane e gli influentissimi rappresentanti politici di questo fronte all’interno del Congresso, del Parlamento americano. Un complesso militare-industriale-politico che è stato sempre alla base delle 130 guerre che gli USA hanno condotto nei loro 250 anni di storia, con soli 29 anni di pace in due secoli e mezzo, e che di nuovo, con Biden, impone prepotentemente la linea all’America del nord. E che fa sì che la guerra non sia mai, per gli USA, un incidente di percorso, ma che essa sia consustanziale alla natura economica, politica e ideologica degli States.

E che l’ideologia e la pulsione alla guerra siano consustanziali alla natura degli USA non è solo dimostrato dallo stato perenne di mobilitazione bellica che ha segnato tutta la storia nordamericana, dal 4 luglio 1776, giorno della Dichiarazione di Indipendenza, sino ad oggi; dalla prima guerra di conquista contro il Messico del 1846 sino agli orrori bellici americani contemporanei. Tale consustanzialità trova le proprie, profonde radici, le proprie basi materiali, nella stessa struttura industriale militare USA, tanto potente da segnare di sé l’intera sfera economico-politica americana; tanto determinante da imporre una propensione continua alla guerra come fonte primaria per la riproduzione stessa del capitale nordamericano.

Già nel 1935, peraltro, il generale dei marines in pensione, Smedley D. Butler, in un suo libro che avrebbe conquistato la celebrità e il cui titolo era già emblematico (War is a racket, La guerra è un racket), smascherava la potente pulsione al profitto attraverso la quale i gruppi industriali bellici, la loro ristrettissima élite, determinavano le guerre americane. E le sofferenze dei Paesi e dei popoli aggrediti.

Si può, peraltro, rievocare la grande lezione del compagno e filosofo Domenico Losurdo, che sempre ribadiva che per comprendere appieno l’insopprimibile pulsione degli USA all’aggressione militare, alla loro violenza indiscriminata e sanguinaria, dovremmo forse ricordare il loro peccato originale, ovvero il fatto che questa nazione sia nata e si sia sviluppata a partire dal genocidio dei nativi americani e sullo scientifico sfruttamento degli schiavi africani.

Dal summit euroatlantico dei G7, del giugno 2021 in Cornovaglia, è sortita la “Dichiarazione finale” di Carbis Bay, una Dichiarazione di guerra tanto terrificante quanto sinora sottovalutata – non diciamo dalle forze di sinistra, ormai tanto consunte da rendere vacua persino la parola con la quale le si descrive, sinistra, appunto – ma persino dalle forze comuniste e anticapitalistiche europee e da quelle, ormai polverizzate e residue, del movimento contro la guerra. In tale Dichiarazione è stata, infatti, totalmente assunta, e codinamente firmata da tutto il fronte euroatlantico presente, la proposta di Biden volta alla costruzione di un fronte mondiale da schierare bellicosamente contro la Repubblica Popolare Cinese, un fronte vasto costituito dagli USA, dall’Ue, dal Canada, dalla Corea del Sud, dal Giappone, dall’India, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. E, mano a mano, dagli altri Paesi sudditi di Washington.

Il complesso militare-industriale-politico americano già denunciato dal generale Smedley D. Butler e dal Presidente Dwight Eisenhower, certamente è ciò che sta dietro all’oscura, inquietante, “Dichiarazione finale” di Carbis Bay. Ma è chiaro che, oggi, alla pulsione di guerra del complesso militare-industriale, si aggiunge, come fatto storico nuovo e determinante, la percezione, da parte dell’imperialismo americano, del proprio declino storico, del sorpasso di una nuova e titanica potenza economica e politica mondiale: la Cina.  

Peraltro, la volontà di guerra e di dominio planetario mondiale, da parte degli USA, non si ferma certamente presso i confini russi e cinesi: tutta l’America Latina, di nuovo, è terra di conquista e l’odierna pratica “golpista” americana – dal Brasile alla Bolivia, dal Venezuela a Cuba, per giungere all’attuale Perù di Pedro Castillo – tanto corrisponde alla natura profonda del suo complesso militare-industriale-politico, tanto le è consustanziale, che Joe Biden non deve nemmeno più mascherare le proprie intenzioni strategiche guerrafondaie sull’intero pianeta. Le rivela chiaramente, invece, come ha fatto durante tutta la campagna elettorale contro Trump, nel summit in Cornovaglia dello scorso giugno e nella stessa Dichiarazione finale di Carbis Bay.

La stessa NATO, già concepita dagli USA, dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia e l’autodissoluzione dell’URSS, come il nuovo braccio armato mondiale dell’imperialismo americano, sta ulteriormente rilanciando se stessa come “dominus” militare nel mondo e nell’intera aerea dell’Unione Europea, la quale Unione, lavorando per la costruzione del proprio esercito, già lo concepisce come retroguardia e intendenza delle Forze Armate USA e della NATO. 

Tutto ciò, quest’ombra vasta di guerra che sempre più s’allarga sui Paesi e sui popoli, è vero come una pietra e da nessuno contestabile, nella sua autenticità. Il punto, drammatico, è che pochi, troppo pochi, solo ristrettissime avanguardie, nel nostro Paese, ne traggono le conseguenze, tentando una risposta, una lotta, una mobilitazione. 

In Italia, Paese come pochi altri pericolosamente esposto ai venti di guerra, in virtù della sua totale, disonorevole, imbarazzante subordinazione agli USA e alla NATO; in Italia, dove pure l’ordine secco degli USA, volto a rafforzare le proprie BASI e le le Basi NATO – a partire dal rafforzamento del nucleare militare – risuona sinistro da Ghedi ad Aviano e Vicenza, dai Poligoni di Quirra, Teulada e Capo Frasca a Capodichino, da Camp Derby a Sigonella, vi è solo un silenzio raggelante, vasto, di massa, rispetto a tutto ciò. E nemmeno le forze comuniste, tranne pochi e sparuti militanti, sono in campo.

I governi Conte uno, Conte due, Draghi passano e si costituiscono, sempre uguali nella loro sottomissione agli ordini di guerra degli USA e della NATO e sempre uguali anche rispetto alle pressioni di Washington e dei gruppi capitalistici industriali militari italiani dirette a rialzare continuamente la spesa militare italiana (28,9 miliardi di dollari nel 2020, + 7,5% rispetto al 2019). Uno spostamento immenso di risorse sottratto, con ogni evidenza e senza un filo di retorica, alla spesa sociale, al welfare, alla scuola, alla sanità pubblica, alle pensioni.

Un complesso industriale-militare italiano (Finmeccanica-Leonardo, che controlla l’Augusta Westland, l’Oto Melara, la Breda Meccanica, le Officine Galileo, l’Aermacchi; la Fincantieri nella sua vasta parte di produzione di navi da guerra; la  Benelli Armi; la Belardinelli della Val Trompia; l’Europa Metalli, solo per citare alcuni di questi gruppi capitalistici di industria bellica) di grande potenza anche politica, in grado di determinare le strategie militari e di riarmo spesso totalmente immotivate,  dei governi italiani e delle Forze Armate italiane. Non solo attraverso la persuasione e la subordinazione ideologica al dio del profitto dell’industria militare, ma anche attraverso la corruzione, all’interno e all’esterno del Parlamento e nelle Commissioni Difesa della Camera e del Senato.

Mentre tutto ciò avviene (di nuovo non parliamo, non vogliamo più nemmeno parlare di “sinistra”) dove sono i comunisti italiani? Dispersi, divisi, in silenzio, passivi, inattivi su questo fronte cruciale della lotta contro la guerra e il riarmo.

Ma come fa questa loro divisione che porta alla passività a non colpire, a non stupire, a non allarmare l’intero movimento comunista italiano? Come fanno i gruppi dirigenti dei piccoli partiti comunisti, gruppi dirigenti che dovrebbero essere consapevoli sia della crescente militarizzazione del Paese che delle piazze drammaticamente vuote, del silenzio comunista, a rimanere fermi, arroccati nella loro idea di totale distanziamento di ogni partitino comunista dagli altri partitini comunisti? Della totale lontananza dei militanti comunisti del partito X da quella dei militanti comunisti del partito Y? Non sentono, questi gruppi dirigenti, quanto pesa su di essi la responsabilità della divisione dei comunisti, di fronte all’estendersi del pericolo della guerra e di quella militarizzazione generale in atto che il grande capitale italiano e i suoi governi utilizzerà anche contro il movimento operaio, per la repressione delle lotte? Per la fortificazione dell’ordine capitalistico? 

Estensione della militarizzazione sociale che sta guadagnando strada passo dopo passo, forse per molti inavvertitamente, ma in modo già evidente, peraltro, attraverso le modalità con le quali viene già dispiegata oscuramente la lotta contro il Covid, la certificazione verde, il green pass, l’obbligo per tutti – anche per chi deve condurre una lotta contro lo strapotere dei padroni nelle fabbriche e in ogni altra azienda, per chi deve difendere il proprio lavoro, la propria famiglia, la propria vita – di tacitarsi e subordinarsi.

Come non ricordare, a questo proposito, la potente denuncia del segretario generale del Partito Comunista Portoghese, Jeronimo de Sousa, nell’incipit della sua relazione introduttiva al XXI° Congresso del suo Partito, il 27 novembre 2020? In tale inizio di relazione, de Sousa rispose duramente a tutti gli attacchi che la destra e la borghesia portoghese avevano scagliato contro il suo Partito, reo di voler svolgere comunque, nella pandemia, pur con tutte le regole del distanziamento rispettate, il proprio Congresso. E la risposta del compagno de Sousa non lasciò dubbi: “Voi non siete preoccupati per la pandemia: volete solamente che i comunisti spariscano. In un modo o nell’altro. Voi volete utilizzare la pandemia come ulteriore strumento di restrizione degli spazi democratici e di possibilità di lotta e di resistenza del movimento operaio. Ma noi non solo celebreremo il nostro Congresso, ma non smetteremo mai un giorno, anche in questi giorni, di lottare, poiché voi non smettete mai, nemmeno in questi giorni, di comandare e sfruttare!”. 

Guerra, riarmo, militarizzazione sociale anche nel nostro Paese: un dirigente comunista è colui che nelle fasi più oscure e difficili, quando tutti gli altri non trovano la via d’uscita, sa alzare un braccio e indicare la strada da percorrere. C’è qualche dirigente comunista italiano odierno che, abbandonando la sterile difesa dell’incontaminazione del proprio partitino, della sua “splendida” solitudine, sa indicare la strada dell’unità dei comunisti? Nell’azione, nella lotta comune? Se c’è, si differenzi dagli altri, alzi il braccio e indichi la strada dell’unità!

Poiché la cultura dominante ha capovolto la gerarchia delle questioni, collocando sempre più quelle relative ai pericoli della guerra e del riarmo agli ultimissimi posti, abbiamo rovesciato questa tendenza, ricollocando la guerra e il riarmo al primo posto.

Ma è chiaro che anche la questione sociale, nel suo complesso, attraversa l’Italia come una tragedia da tempo annunciata.

La disoccupazione e la precarizzazione di massa; l’attacco continuo alle pensioni e al patrimonio pubblico (ultimo, quello di Draghi, pronto a convincere l’Ue che i soldi del Recovery Plan saranno riconsegnati a Bruxelles a partire da un ulteriore sforbiciata alle pensioni e da una nuova ondata di privatizzazioni, materia in cui Draghi è da decenni il  Maestro); la sottosalarizzazione di massa; gli 11 milioni di poveri; le sempre più lunghe file dei senza lavoro e dei senza casa alle mense caritatevoli; la disoccupazione giovanile al 52%; lo sblocco dei licenziamenti (con un milione di operai che rischieranno la miseria); la cancellazione progressiva e in atto del reddito di cittadinanza, senza mai aver prima praticato la strada dell’avvio al lavoro per i detentori del reddito; il permanere e l’espandersi delle nefaste azioni antisociali prodotte dalla Legge Treu, dalla riforma Fornero, dal jobs act di Renzi, dalle cancellazioni della scala mobile e dell’articolo 18. L’effetto socialmente criminale dell’Euro, che ha bloccato il valore reale del salario a vent’anni fa, mentre il prezzo di ogni merce è cresciuto mediamente del 30, del 40%; la differenza tra Nord e Sud d’Italia, con un Nord dal salario medio di 1 milione  e 200mila euro e un Sud di 700 euro; i 2 milioni di italiani, nuova forma dell’emigrazione di massa, fuggiti all’estero in cerca di lavoro nell’ultimo decennio, fenomeno che non parla solo della “fuga di cervelli”, ma sempre più parla di fuga delle braccia. Per disperazione e fame. 

E poi l’attacco padronale, sempre più esplicito, incontrastato, con una fila interminabile di fabbriche e aziende che licenziano, allontanano, gettano improvvisamente sul lastrico gli operai e le operaie: al colosso farmaceutico della “Sanofi”, azienda multinazionale con capitale francese presente in molte aree nazionali e tipico esempio della penetrazione imperialista in Italia; alla “Abb” di Sesto San Giovanni; alla “Eurovalve” di Opera, in Lombardia; alla “Bekaert” di Figline Valdarno, di capitale tedesco; alla “Embraco” di Riva di Chieri; alla “Termine Imerese” di Palermo; all’“Elica” di Cerreto d’Esi e Mergo, in provincia di Ancona; alla “Indelfab” del fabrianese e dell’Umbria; alla “Denso” di San Salvo, in provincia di Chieti; alla “Stellantis” (il gruppo nato dalla fusione tra Fca e Psa, produzione auto), azienda che nel primo trimestre del 2021 aveva presentato, rispetto al proprio andamento globale, eccellenti risultati (più di 1,5 milioni di autoveicoli venduti con ricavi per circa 37 miliardi di euro) e che ora – agosto 2021-  per ciò che riguarda gli stabilimenti in Italia, ha annunciato il licenziamento di 12 mila dei 66 mila dipendenti, da qui al 2024; alla “Whirlpool” – comprata dal capitale americano – di Fabriano e Napoli; alle migliaia e migliaia di piccole e piccolissime aziende disperse come una costellazione sconosciuta sull’intero territorio nazionale che mandano a casa uno dopo l’altro mogli, mariti, figli di famiglie già sempre più spesso cariche di debiti, mutui e prestiti presi dalle banche o dalle famigerate agenzie private speculatrici. Ciò, di fronte ai nuovi e grandi guadagni delle maggiori banche italiane private, che nel solo secondo trimestre del 2021 hanno registrato profitti per oltre 1,5 miliardi di euro. E di fronte al vero boom dell’Intesa Sanpaolo, che nel primo semestre 2021 ha denunciato pubblicamente profitti per 4,5 miliardi di euro.

Per giungere alla “Gkn” di Campi di Bisenzio, Firenze, anch’essa una multinazionale, inglese ma oggi di proprietà di un fondo americano, che licenzia 422 operai con un’inquietante mail notturna, “Gkn” che trova tuttavia una resistenza operaia diuturna straordinaria, sostenuta da tanti lavoratori e lavoratrici della Toscana, ma che avrebbe bisogno, per vincere, di una solidarietà operaia e di lotta di tipo nazionale. Che ancora non si vede. Perché il movimento sindacale non comprende che la lotta alla “Gkn” potrebbe essere una “Stalingrado” operaia e se vincesse potrebbe aiutare ad invertire la rotta del conflitto di classe in Italia.

E il dominio di Bruxelles: una subordinazione, sempre più vasta (ultimi vennero i “grillini”, tallonati dal nuovo europeismo liberista della Lega e dei Fratelli d’ Italia) dell’ormai intero ceto politico italiano ad una Unione europea che continuerà per altri trent’anni almeno (il tempo necessario, se non sarà battuta politicamente o se l’Italia non ne uscirà, per costituirsi stabilmente nella sua forma neo imperialista) ad attaccare i movimenti operai complessivi europei, i salari, i diritti, lo stato sociale.

Tutto ciò – guerra, riarmo, esigenza primaria di sostenere e guidare il conflitto operaio, latitanza del movimento sindacale e resa totale della “sinistra” politica moderata e governativa – tutto ciò non chiede, ora, non domani, non quando saranno comodi i gruppi dirigenti, l’unità dei comunisti? La loro unità immediata nella lotta? Con l’obiettivo strategico dell’unità in un solo partito comunista?

Ma ciò che vediamo è che, ostinatamente, i gruppi dirigenti dei piccoli partiti comunisti italiani respingono, rifiutano l’unità. E di fronte alle piazze vuote, alla stessa crisi profonda del movimento comunista italiano, di fronte agli stessi tristi e risibili responsi elettorali dei loro partitini, si rifugiano nelle messe cantate, nelle estenuate e inutili, in questo contesto, liturgie di partito, dalle assemblee sempre più vuote ai congressi sempre più surreali, tanto lontani sono dalla dura realtà delle cose e su questa realtà incapaci minimamente di incidere.

Insistere a lanciare appelli per l’unità dei comunisti ai soli gruppi dirigenti, così tanto sordi a questa richiesta, rischia ormai di essere un’azione completamente, pericolosamente idealista.

Lanciamo allora il nostro appello unitario ai militanti, agli iscritti, ai dirigenti territoriali di ogni partito comunista: in ogni città, in ogni paese, unitevi voi nella lotta; unitevi voi nella lotta contro una fabbrica che licenzia, contro le politiche del governo Draghi, contro le politiche regionali sempre più unite, indipendentemente dai colori politici delle Giunte, ad attaccare la cosa pubblica, contro i pericoli di guerra, contro gli attacchi dell’Unione europea!

Non aspettate più, per unirvi nell’azione unitaria, gli ordini, le indicazioni, i documenti dei gruppi dirigenti! È probabile che questi non arriveranno mai. Ed è invece molto probabile che se vi unite voi nella lotta convincerete anche i gruppi dirigenti ad imboccare la strada dell’unità. E constaterete, peraltro, che di fronte ad una fabbrica che licenzia o di fronte ad una Base NATO, l’unità dei comunisti risulterà molto più facile a farsi di quanto fanno credere alcuni gruppi dirigenti!

Noi crediamo da tempo che la divisione, la polverizzazione dei militanti comunisti in troppe organizzazioni partitiche sia essenzialmente responsabilità dei gruppi dirigenti. E che i militanti siano essenzialmente le vittime del processo di rottura dell’unità che questi gruppi conducono.

Certo, sappiamo che anche l’unità, per farsi, ha bisogno delle sue fondamenta. Che, tuttavia, non sono leggi misteriche ed esoteriche, come coloro che militano contro l’unità dei comunisti sembrano spesso far credere.

Si può costruire l’unità dei comunisti su basi chiare e semplici: lotta contro l’imperialismo e contro le sue terribili pulsioni di guerra; internazionalismo; fuori l’Italia dalla NATO e fuori la NATO dall’Italia; fuori l’Italia dall’Unione europea e dall’Euro; forma-partito leninista e gramsciana; centralismo democratico e lotta contro quello burocratico; democrazia vera all’interno del Partito; lotta al culto della personalità e all’accentramento del potere politico in cerchie ristrette; rifiuto della stravagante e inquietante visione della politica internazionale che hanno le forze trotzkiste, che vedono la Repubblica Popolare Cinese come polo imperialista, hanno una visione dell’attuale conflitto imperialismo-antimperialismo agli antipodi di quella che esprime il movimento comunista mondiale e una lettura della storia del movimento comunista mondiale e italiano troppo divergente – sino ad escludere oggettivamente ogni intento unitario – da quella della gran parte dell’attuale movimento comunista italiano. 

Diciamo ciò, in relazione alla cultura e alla politica trotzkista, poiché l’unità dei comunisti si basa, razionalmente e preventivamente, su di una condivisione ideologica e ideale e non è certo “l’unità” di quel circo Barnum che era Rifondazione sotto il regno di Bertinotti, quando tutti erano contro tutti, proprio per ragioni ideologiche insopprimibilmente divergenti e quel “tutti contro tutti”, da una parte assassinava politicamente il partito, paralizzandone l’azione e, d’altra, favoriva proprio il comando, ultra centralizzato e di apparente mediazione tra le parti, di un Bertinotti già ampiamente avviato sulla via della decomunistizzazione del PRC.

Qualcuno potrebbe dire (qualche anima bella?): ma come, parlate di unità e credete non sia opportuno coinvolgere i trotzkisti? Qui è necessaria una riflessione radicale, scomoda quanto si vuole ma veramente essenziale: possiamo considerare i trotzkisti come comunisti conseguentemente marxisti e leninisti o essi sono sostanzialmente altro? Non poniamo la questione sul piano prettamente politico contingente, rispetto, banalmente, alla possibilità di condurre con essi un’azione contro la NATO. La poniamo rispetto alla possibilità o meno di stabilire con essi un rapporto di lunga durata, per un partito coeso che bandisca le frazioni; la poniamo sul piano dell’essenza ideologica e filosofica, su quello della condivisione o meno della sostanza del pensiero di Lenin espresso in “Materialismo ed empiriocriticismo”, ove la lotta filosofica di Lenin contro Mach e Avenarius è, in verità, una battaglia campale contro quell’idealismo che segna lo stesso pensiero trotzkista.

Se, come crediamo, i trotzkisti, per svariati motivi storico-ideologici, sono ben altro rispetto al materialismo storico e dialettico, che senso avrebbe cercare l’unità con loro? Sarebbe un’unità opportunistica. Essi stessi, ne siamo certi, (a meno che non appartenessero al loro segmento “entrista”) rifiuterebbero quest’unità partitica che proponiamo.

Siamo invece certi che con una linea comune che si articoli lungo l’asse “lotta contro la guerra-lotta antimperialista e anticapitalista”, accompagnata da una ricerca politico- teorica profonda, sincera e aperta – segnata sì da capisaldi politici e teorici di carattere leninista e gramsciano, segnata sì dalla riassunzione, critica ma non liquidazionista, di tutta l’esperienza del movimento comunista – ma priva di dogmi e paraocchi, di mitizzazioni  sulla storia del movimento comunista mondiale e italiano, già la stragrande parte dei militanti del PC e del PCI, su questa linea, si potrebbero trovare in consonanza. Assieme a molti militanti del PRC. E a tanti altri compagni/e che oggi non hanno perso la passione e il desiderio della militanza organizzata, ma che sono soli nell’ancora vasta diaspora comunista dei senza partito; assieme a tutti quei “quadri” comunisti – non di rado di grandi capacità politiche – che militano in riviste comuniste on line e in esperienze politico-culturali di segno comunista.    

Un’unità nella lotta e nello studio della fase che deve assolutamente aprire nuovi spazi di ricerca politico-teorica, a partire dai nuovi cicli di riproduzione del capitale.

Oggi, ad esempio, la fase pandemica è caratterizzata, sul piano economico, sia nel mondo che in Italia, dallo sviluppo impetuoso di settori ormai definibili (per la loro capacità di liberarsi dei mercati “reali” pre-pandemici e agire, registrando altissimi profitti, nei mercati elettronici e “virtuali”, che già dettano il futuro) conseguentemente anti-ciclici, come l’e-commerce, la distribuzione alimentare contemporanea, la farmaceutica, l’apparecchiatura medicale tecnologicamente d’avanguardia. Col settore del commercio elettronico i cui profitti sono saliti, in poco tempo, di circa il 60% e nel quale sempre più crescente, ancor più dell’onnipresente sfruttamento operaio, è la disintermediazione del lavoro fisico.

Ecco: una lotta d’avanguardia, una lotta comunista che rilanci il progetto della centralità dello Stato nell’economia e in questa sfera ideologica e politica tenda a rovesciare il vecchio assunto capitalista “socializzare i profitti, privatizzare le perdite”, non deve forse, nel conflitto odierno, popolarizzare una parola d’ordine volta a nazionalizzare la “Gkn” di Campi di Bisenzio e socializzare i grandi profitti provenienti dall’e-commerce, evocando e praticando già così un processo di trasformazione sociale?

Perché allora, per una lotta d’avanguardia, non cercare un’unità d’avanguardia? Perché non avviare percorsi unitari, ora e adesso? A cominciare dalle immediate lotte comuni? Ci si sente, ci si vede in piazza, si prepara assieme la lotta. Si studia. Si avvia l’unità.

A chi scrive, la rimozione, da parte dei gruppi dirigenti, del problema dell’unità dei comunisti – rimozione che ne rimanda ad un’altra: la ricostruzione di un unico e più forte partito comunista nel nostro Paese -, ricorda “I dolori del giovane Werther”, il romanzo di Goethe nel quale epilogo Werther si suicida con su il leggio un libro aperto: l’ “Emilia Galotti”, un’accusa contro la tirannide. Come a dire: riconosco la drammaticità del problema ma rispetto ad esso preferisco la morte. O l’inerzia, che le è speculare.

Perché non cominciate voi, compagne e compagni militanti delle città e dei paesi, dei diversi partiti comunisti, comunisti dei senza-partito, a praticare l’unità nell’azione, nelle battaglie sociali comuni, nella ricerca e nel dibattito politico e teorico comune, per una discussione che non cerchi l’immediata soluzione delle questioni ideologiche, teoriche, storiche relative al movimento comunista, ma che istruisca la discussione stessa, non svilendola in battaglie tra tifoserie, ma tenendola alta e aperta, in  modo che unisca progressivamente e non divida immediatamente attraverso litigi di carattere superficiale. 

Perché non avviate voi stessi, militanti di base, compagni e compagne collocati oggi in organizzazioni politicamente diverse ma forse ideologicamente non così diverse, questo processo unitario, senza attendere l’ordine, che non arriverà, dei quartieri generali?

È l’ora della lotta. Uniamo i comunisti! Costruiamo un fronte! Incendiamo l’autunno!