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La proposta politica, da parte di Enrico Berlinguer, del “compromesso storico” (lanciata tra il settembre e l'ottobre del 1973, a poco più di un anno dall'elezione dello stesso Berlinguer a segretario del PCI) è stata senz’altro uno dei passaggi cruciali della storia del PCI e un punto di accelerazione dei processi involutivi del partito. Inseriamo in questo “Speciale” un articolo che Renato Scionti (1909-1985), uno degli intellettuali marxisti di punta di “Interstampa” – la rivista interna al PCI che si batteva contro i processi di socialdemocratizzazione di questo partito e che rappresentò poi, con la sua area militante organizzata sul piano nazionale, uno dei soggetti principali per la costruzione del Partito della Rifondazione Comunista – scrisse, nell'aprile del 1984, sul numero 4 della stessa Interstampa. L'articolo è una riflessione alta, non sono legata alla contingenza politica ma soprattutto volta a mettere in luce sia l’essenza politico-ideologica, involutiva e moderata del “compromesso storico” che le sue contraddizioni interne.

Una strategia del movimento operaio per aprire all'Italia la prospettiva al Socialismo

di Renato Scionti

Interstampa, aprile 1984

 

La nostra è un'epoca di transizione dal capitalismo al socialismo. Essa è solcata da profonde trasformazioni sociali, economiche, politiche e di cultura che hanno acquistato dimensioni planetarie. L'incontro e lo scontro di universi diversi rende più acuto lo scontro di classe tra capitalismo e socialismo. Sempre più di frequente si parla di mondialità che i fondamentali problemi assumono sia in sé che per le loro interrelazioni. In questo grandioso processo storico vi è, tra gli altri, un limite che va sottolineato: mentre, pur nell'acuirsi di vecchie e nuove contraddizioni, si va sviluppando un processo di integrazione- scontro, a livello sovranazionale, di gruppi del grande capitale finanziario e industriale, il formarsi di un mercato mondiale e una divisione internazionale della produzione e del lavoro, al contrario stenta a prendere forma un processo di internazionalizzazione delle lotte dell'organizzazione del movimento operaio. Questo, nell'area capitalistica, opera ancora quasi esclusivamente nelle dimensioni dello spazio territoriale nazionale.

Un tale scenario non è soltanto organizzativo, ma anche politico, teorico e culturale. Manca, tra l’altro, una elaborazione sufficiente in termini marxisti e leninisti dei processi nuovi di questa nostra epoca. Tutto ciò rende più difficile e complessa la lotta operaia e progressista nei diversi paesi. Anche l'affermazione delle “vie nazionali al socialismo”, pur necessaria e produttiva per calare la lotta del movimento operaio e progressista nella specificità delle diverse situazioni, tuttavia, nella misura in cui è stata chiusa al livello di ogni singolo paese e ha posto l'accento più sul “nazionale” che “socialismo” ha portato, con il procedere del tempo e l'accentuarsi della mondializzazione del problema, a risultati riduttivi e persino del tutto opposti.

Eppure, ancor prima del formarsi di un mercato mondiale e di strutture produttive che superano lo spazio territoriale delle singole nazioni, proprio Carlo Marx aveva intuito le tendenze sovranazionali (e in prospettiva antinazionali) del capitalismo e la necessità di internazionalizzare la lotta del movimento operaio.

Le conseguenze della seconda guerra mondiale e, soprattutto, l'allargarsi dell’egemonia finanziaria, economica, politica, militare e persino culturale e di costume degli Stati Uniti d'America su quasi tutta l'area capitalistica, compreso il nostro Paese, hanno aggravato la crisi politica di questi Paesi e hanno aperto problemi del tutto inediti e complessi.

 

 

 

Le formule “politiche”

 

Negli ultimi anni al movimento operaio e progressista italiano, organizzato dalle forze politiche della sinistra storica, è stato chiesto il consenso e un’azione conseguente con riferimento ad alcune formule presentate come ipotesi politiche: compromesso storico, solidarietà nazionale, governi degli onesti, terza fase e terza via, alternativa democratica, alternativa di sinistra, politica delle cose e così via. Ma tali formule, per acquistare il significato di ipotesi politiche concrete e chiare, hanno bisogno di alcune condizioni preliminari.

Esse devono essere il risultato e insieme l'espressione politica e teorica di una specifica e concreta situazione della società, delle sue forze reali di classe (economiche, sociali e politiche), delle contraddizioni che la lacerano e nelle lotte in atto, delle tendenze che si agitano nel suo grembo. Una formula politica priva di tutto questo acquista un carattere verticistico e che elude il sociale per schiacciarsi sul “politico” (schieramenti nelle istituzioni). Essa diventa improduttiva, di fatto si muove sul terreno teorico e politico delle “democrazia liberale”, cioè della democrazia borghese, acquista la valenza di una analisi empirica e sociologica. Nulla ha di marxista.

In questa direzione anche la rapida mutevolezza, nel tempo, delle formule usate come ipotesi politiche, quale si è registrata nella vita politica degli ultimi anni, ne denuncia tale carattere verticistico che non trova una sufficiente motivazione nemmeno nel mutare della situazione. Al contrario, proprio il rapido susseguirsi di tali formule esprime il loro uso di merce di consumo in una società consumistica del tardo capitalismo e quindi la intrinseca debolezza politica teorica del loro impianto.

Infine le formule “politiche” nella misura che vogliono rappresentarsi come ipotesi di una strategia non possono eludere il problema fondamentale del “per che cosa”, del “per quale società e obiettivo finale”. Invece, tutte le formule “politiche” consumate in questo ultimo quindicennio hanno, tra l'altro, un segno che le accomuna. Esse, tutte, elidono l'indicazione dell'obiettivo strategico finale. In tal modo prive del loro completamento (per fare che cosa) queste formule si presentano ambigue, aperte ad interpretazioni diverse e persino opposte circa la finalità. Si è perduta, progressivamente, la consapevolezza che la classe operaia ne viene privata della coscienza di essere protagonista di un processo strategico di liberazione nella direzione del bene comune, cioè della costruzione di una società nuova, socialista, perde la sua forza, si spoliticizza, si corporativizza e, alla fine, viene sconfitta (sia pure temporaneamente, N.d.R.) come protagonista storica

 

 

 

Il compromesso storico

 

Il compromesso storico ha un passato. Le azioni degli uomini e delle loro organizzazioni non si attuano nel vuoto. Esse vengono a formare, nel sociale, nel politico e nel culturale, una fitta maglia di reciproci condizionamenti che accompagnano il procedere degli eventi e della loro storia come totalità. In questo senso il compromesso c'è stato da sempre ed è inevitabile. Esso è nelle cose stesse. Tuttavia nell'azione di una classe sociale, come di ogni organizzazione politica non è sufficiente parlare di compromesso ingenerale. Se ciò si facesse resteremmo nei limiti dell'ovvietà. Vi è un compromesso che fa proprio l'esistente o addirittura è volto al passato e vi è un compromesso che comprende l’esistente in ciò che va conservato, lo supera e, guardando in avanti, dà forma e struttura a valori nuovi. Per queste ragioni i gradi stessi del compromesso possono essere indefiniti; esse assumono forme e contenuti diversi e sono il risultato dell'incontro-scontro della volontà delle parti e dei rapporti oggettivi di forza.

L'essenziale per il movimento operaio, oggi, perché siano positivi i processi compromissori che si distendono nel tempo, sono una giusta analisi di classe della situazione, una chiara e indefettibile coscienza politica e teorica del fine da raggiungere e un costante rapporto organico con tutti i lavoratori. In questo senso diventa pregiudiziale la conservazione della propria identità di classe che deve essere non fossilizzata, bensì arricchita da nuovi apporti, ma mai negata né appannata.

Ambigua invece e limitata, anche se arricchita dell'aggettivo “storico”, è quella formula politica della sinistra italiana che va sotto il nome di “compromesso storico”. Limitata perché riduce la complessa realtà socio-politica ad un rapporto, pur importante, tra mondo operaio e mondo cattolico. Ambigua perché nei termini stessi del suo limite traspare l'assenza di una analisi di classe della società italiana e, di conseguenza, il carattere riduttivo e del tutto empirico e sociologico della formula.

Infatti, una politica incentrata su una strategia che vuole unite in una coalizione, definita popolare e democratica, forze diverse che si rifanno, rispettivamente, al marxismo e al cattolicesimo non può eludere il carattere della Democrazia Cristiana e lo scontro di classe tra capitalismo e movimento operaio, Diversamente il compromesso diventa fine a se stesso. Infatti, della DC viene accettata la definizione che essa dà di se stessa come partito popolare ad ispirazione cristiana. E poiché il compromesso storico non si pone come obiettivo nemmeno quello della rottura della Democrazia Cristiana per liberarne le forze popolari, il risultato sul terreno politico si traduce in una richiesta di coalizione ibrida e interclassista tra la DC e le forze politiche più avanzate della sinistra storica. In un tale rapporto anche l'unità delle sinistre, proclamata a parole, viene schiacciata in funzione di questa maggioranza assunta come presupposto fondamentale.

Le conseguenze sono gravi e non tardano a manifestarsi. Infatti, questa assenza di una analisi di classe e la ricerca di una strategia che dell'unità e della solidarietà in genere fa un mito fine se stesso viene operata proprio in una fase storica che vede acuirsi lo scontro di classe. Il risultato è una progressiva perdita di identità dei partiti della sinistra e una sostanziale modificazione della loro stessa natura.

È vero che durante il periodo più vivo della strategia del compromesso storico (anni 70) resta ancora prevalente nei documenti e nei congressi la discriminazione internazionale tra i paesi del socialismo realizzato (per i quali il giudizio è ancora, prevalentemente, positivo) e l'area capitalistica. Tuttavia prende già forma un attutirsi delle ideologie e una prassi empirica crescente. Anche il giudizio positivo nei confronti dei paesi socialisti non è motivato tanto dalla vittoria in quei paesi della classe operaia e dalla costruzione da loro operata di una società socialista, piuttosto, dal loro superamento dell'individualismo e dell’irrazionalismo intesi come valori e limiti della borghesia. Cioè per motivi di contenuto più moralistico che economico e classista. D'altronde, le contraddizioni e i limiti ad una azione di classe per portare avanti le posizioni del movimento operaio sono implicite nel concetto e nella prassi stessa del compromesso storico.

Vi è una prima contraddizione tra l'accettazione del pluralismo e della “democrazia” intesi come valori assoluti e consegnati in un sistema politico “rappresentativo” e una strategia volta al raggiungimento di una unità solidale che prescinde dalle classi. Il carattere “romantico” e moralistico di tale unità e le sue conseguenze non possono sfuggire ad alcuno.

Vi è poi una seconda contraddizione tra il programma di profonde modificazioni strutturali (programma elettorale 1975-1976) e uno schieramento politico con la democrazia cristiana che vanifica le riforme. Emerge qui chiaramente la mancata analisi del fenomeno DC e la sottovalutazione dei suoi rapporti con il sistema capitalistico e con la macchina dello stato inteso come supporto al sistema.

Vi è infine una terza contraddizione tra l'accettazione di una DC come partito nazionale e il ruolo di sudditanza che tale partito (e i suoi alleati) hanno verso gli Stati Uniti d'America. La conseguenza è l'essere la DC condizionata dalla politica aggressiva della più grande potenza capitalistica mondiale. Non aver mai sciolto questo nodo politico e teorico ha fatto del compromesso storico una formula vuota di contenuti, contraddittoria e soprattutto priva di finalità valide per una avanzata del movimento operaio.

Il periodo della solidarietà nazionale comprende tutti i partiti dell'arco costituzionale (dalla DC al PCI compreso: 1976-1979) può essere definito, in un certo senso, il periodo del compromesso storico realizzato. Ed è proprio in questa fase di realizzazione concreta che progressivamente esplodono tutte le contraddizioni che erano implicite nella tesi del compromesso storico.

 

 

 

L’intesa nazionale

 

Nell'intesa nazionale l'obiettivo che viene dichiarato proprio dalle sinistre è quello di volersi porre al centro di un'opera di risanamento nazionale. In questa fase l'opzione socialista resta ancora aperta come prospettiva, ma perde di spessore e viene allontanata nel tempo. Le sinistre assumono il ruolo di sostegno dello stato facendo propria una versione della classica politica dei due tempi: prima restituiamo forza e autorità allo stato e poi facciamo le riforme. Questa linea di condotta viene motivata dallo “stato di emergenza” e con la denuncia della disgregazione morale e corporativa prodotte dall'individualismo esasperato e dalla corsa a valori consumistici. Una tale situazione, si afferma, danneggia soprattutto la classe operaia. Sfugge a questa analisi, del tutto, il nesso esistente tra le riforme e la costruzione di una società e di uno stato diversi. Quello che si vuole difendere è questo stato. Quello che si chiede anche ai lavoratori sono austerità e sacrifici. Non una parola convincente viene pronunciata sulla contropartita politica dei sacrifici che vengono richiesti e nemmeno un’indicazione credibile del “per che cosa” di tali sacrifici che non sia il superamento dello stato di emergenza e la difesa di questo Stato.

Da queste premesse, che eludono ogni analisi di classe, privilegiando motivazioni morali ed empiriche non meglio precisate, le conseguenze sono ovvie. Mentre la crisi economica comincia a mordere soprattutto la classe operaia occupata ed inoccupata, ogni energia viene spesa non per mobilitare le masse popolari e condurla alla lotta, ma per fare un'opera propagandistica di orientamento e di persuasione. Tutto viene usato per evitare quelle lotte che la situazione impone, ma che farebbero esplodere le contraddizioni della formula dell’Intesa nazionale.

È così che nel periodo della solidarietà nazionale prende contorni più precisi una teoria gravemente lesiva della natura e dell'identità dei partiti della sinistra storica. Una tale teoria, può essere definita brevemente come quella delle “sfere di competenza e di reciproca autonomia”. La premessa è l'accettazione di una società pluralistica e democratica nel significato borghese della parola.

Nella società, si sostiene, esistono organizzazioni diverse (politiche, sindacali, cooperativistiche, culturali e così via); ogni organizzazione ha una propria sfera di competenza e di autonomia dalla quale non può trasbordare: ai sindacati compete la sfera degli interessi economici di categoria e quindi non possono fare politica; ai partiti appartiene la sfera più squisitamente politica. Ciò significa che questi ultimi hanno la loro sede di attività nel Parlamento e negli altri istituti rappresentativi. Come è ovvio una tale teoria isola il partito della classe operaia dalle lotte economiche e ne modifica la stessa natura. Essa teorizza un'astratta cesura tra l'economico e il politico e chiude il partito nelle istituzioni.

Il risultato complessivo di questa esperienza è stato il logoramento e il crescente distacco delle organizzazioni politiche del movimento operaio dalle lotte reali che si svolgevano nella società, la proliferazione di sindacati corporativi, la caduta delle idee intese come valori. La stessa unità, prefigurata dalla formula della intesa nazionale, è rimasta una unità formale di vertici alla quale si è contrapposta, sempre più, come realtà ben più corposa, la lacerazione dei rapporti di classe nel sociale. Da ciò, quindi, la crescente contraddizione tra questo progetto unitario della maggioranza parlamentare e la lotta di classe nella realtà sociale. Il tutto ingigantito e reso paradossale dall'anomalia di partiti di sinistra che sono in una maggioranza parlamentare ibrida e interclassista, ma sono esclusi dalla gestione reale del potere politico che rimane saldamente nelle mani della Democrazia Cristiana e delle forze sociali di classe che essa rappresenta.

 

 

 

L’alternativa democratica

 

Dopo una brevissima parentesi allorché, in occasione del terremoto dell'Irpinia (novembre 1980), viene enunciata la formula del “governo degli onesti” che accentua l'interpretazione moralistica e pragmatica della realtà socio-economica, prende sostanza più definita la formula politica dell'alternativa democratica.

Prima di tutto è da sottolineare che malgrado l'uso consumistico che viene fatto di queste formule politiche esse hanno tutte una medesima matrice. Resta loro comune l'ipotesi di una società solidale e unitaria, di fatto interclassista. Non viene avvertita l'impossibilità, in una società lacerata da un acuto scontro di classe, di porre in un universo operai, contadini, artigiani, tecnici, intellettuali, grandi imprenditori, speculatori, redditieri, proprietari terreni, multinazionali e così via. Una attenta analisi di classe è sempre pregiudiziale al fine di cogliere la struttura della società, le sue contraddizioni, le spinte che emergono e le possibili alleanze del movimento operaio. Tutto questo manca nella formula dell'alternativa democratica. Infatti anche questa, come la precedente tesi, allarga indiscriminatamente e a dismisura, di fatto, tutte le forze sociali.

Tuttavia, dell'ipotesi dell'alternativa democratica sono presenti degli elementi gravi di novità che non erano esplicitati nella fase del compromesso storico e della solidarietà nazionale. Vediamone i dettagli essenziali:

a) La contraddizione tra il progetto strategico e il programma già presente nelle precedenti formule politiche, non si attenua. Al contrario esso assume dei contenuti e un significato diversi e più gravi. Per un verso, il progetto politico (parzialmente eluso anche nelle fasi delle precedenti formule politiche) non è più la costruzione di una società socialista. Al contrario, vi è qui una rapida virata di obiettivi. Si passa rapidamente da una teoria della “terza fase del socialismo” a quella della “terza via” per approdare alla tesi della costruzione di una società autonoma, democratica e pluralistica. Per un altro verso la contraddizione tra progetto e programma resta tutta in piedi perché  la tesi politica dell'alternativa democratica allargata a tutte le categorie sociali, ai movimenti e ai partiti politici (la stessa DC anche se viene esplicitamente esclusa tuttavia, in determinate circostanze, se ne prevede la partecipazione a pieno titolo) non può reggere per la sua stessa natura interclassista e, soprattutto, per il forte scontro di classe in atto sia al livello dei rapporti sociali interni che a livello internazionale.

Il risultato è che l'alternativa democratica entra in conflitto con i contraccolpi del processo di ristrutturazione anche politica, ideale e culturale del sistema capitalistico mondiale che punta ad una netta svolta conservatrice e anche reazionaria. L'assenza, in questo frangente storico, di un forte partito di classe che abbia piena consapevolezza di un tale processo e prepari gli strumenti politici, sociali, ideologici e culturali per opporvisi, è il fatto più inquietante della realtà di oggi.

b) Come la formula del compromesso storico, della solidarietà nazionale, del governo degli onesti, così anche questa dell'alternativa democratica non rende palese il “per che cosa”, cioè il processo strategico che dovrebbe legittimarla. Al contrario, prende corpo la persuasione, diffusa e non contraddetta, che l'alternativa democratica sia fine a se stessa, cioè sia tale da restare nell'ambito del sistema capitalistico come alternativa limitata alla Democrazia Cristiana secondo lo schema tradizionale dei sistemi liberal-democratici... Ciò diventa tanto più credibile allorché si osserva che la parola “socialismo” e persino quella di terza via tendono ad appannarsi per essere sostituite da quella di democrazia. In questo contesto, anche la formula di alternativa di sinistra, per qualche anno avanzata da alcuni settori della sinistra, ha corta vita. E non soltanto per la non esplicita differenza tra una sinistra generica e una democrazia non meno generica. Ma vi è di più. Non è chiaro a che l’alternativa, democratica o di sinistra, è alternativa. L'alternativa è al sistema o nel sistema? Ma quando l'alternativa fosse al sistema, alla sua natura di classe, parlare di alternativa è improprio perché questa presuppone, nel suo stesso termine (significato semantico), un'alternativa al potere politico. E un’alternanza ad un potere del movimento operaio, come insegna l'esperienza, si traduce in una durissima reazione.

c) Questi atteggiamenti politici non sono casuali. Essi sono il risultato, tra l'altro, di un processo di americanizzazione del costume e della cultura anche italiana e della penetrazione di metodi empirici e sociologici di analisi. Tutto questo ha determinato un progressivo attutirsi dei valori ideali e culturali della sinistra italiana che avevano trovato nel marxismo-leninismo la loro linfa più vitale.

Un aspetto politico di tale processo degenerativo è nella condanna del cosiddetto “modello storico” in atto nell'Unione Sovietica e nella affermazione di “autonomia” dai paesi a socialismo realizzato. Una tale linea politica rende più esplicito il significato dell'alternativa democratica: esso appare sempre più uno strumento tendente a spostare l’asse ideale del movimento operaio italiano nell'area liberal-democratica identificata con l'area occidentale,

Per queste ragioni complessive l'alternativa democratica esprime una svolta teorica, oltre che politica, anche rispetto al periodo del compromesso storico e della solidarietà nazionale. Una svolta che incide più profondamente sull'identità e sulla natura del PCI e della sinistra storica.

Il lungo cammino a ritroso della “via italiana al socialismo”, sia pure in tempi e modi diversi, sembra per ora concluso. Ma a danno del socialismo.

 

 

 

Prospettive politiche

 

Si parla spesso di anomalia del caso italiano. Si denuncia l'assenza di un potere politico di governo costante. Sono concetti diversi. L'anomalia del caso italiano è un fattore sociopolitico. Esso affonda le sue radici nella stessa storia del nostro Paese, nelle sue specifiche condizioni socio-economiche, nel modo come si è realizzata prima la sua unità e, più di recente, la Resistenza. Ma soprattutto essa trova la sua forza nella presenza ancora viva di un movimento operaio ricco delle sue tradizioni di lotta di classe e del suo patrimonio ideale permeato dal pensiero di Marx, di Engels, di Lenin, di Gramsci e di Togliatti.

Quanto alla costanza del potere politico governativo bisogna intendersi sul significato di costanza. Infatti, malgrado le frequenti crisi di governo, l'Italia presenta una costanza, questa sì anomala, di un governo che da oltre 35 anni conserva come asse centrale immutato la Democrazia Cristiana che opera come potere politico del sistema capitalistico nazionale e internazionale.

Sotto questo profilo anche il rapporto tra il potere e formule politiche governative acquista un proprio specifico significato. Il potere è costante; le formule politiche governative (centrismo, governo delle convergenze parallele, monocolore, centrosinistra, intesa nazionale, pentapartito) mutano. Tuttavia, pur nella loro diversità, da non sottovalutarsi, esprimono tutte il potere capitalistico. Per queste ragioni chiedere una legittimazione da parte delle forze politiche che, oggi, occupano il potere significa restituire loro una pari legittimazione.

Tutto questo non significa affatto che nulla cambia; né che il capitalismo sia un blocco compatto e immutevole. Sarebbe questa una concezione astratta e dogmatica, fuori della realtà. Il capitalismo muta, così come mutano tutti i processi storici e muta anche per le lotte del movimento operaio. All'interno del sistema, ai posti del potere politico, cambiano gli uomini e i gruppi anche in rapporto a nuovi interessi che si fanno avanti. Cambiano le tendenze politiche che possono essere più o meno autoritarie come più o meno liberali. Cambia un'attenzione maggiore o minore nei confronti delle condizioni dei lavoratori. Ma sempre in funzione della permanenza del sistema capitalistico che conserva, nel contesto di una determinata ricerca di necessario consenso e di rapporti di forza, la sua natura di classe e la sua identità.

È con questo potere economico, politico, sociale e culturale, con le sue diverse fasi, che il movimento operaio deve fare i conti. Ogni tentativo di percorrere delle scorciatoie per partecipare al governo, nel contesto dell'attuale situazione, si traduce in un processo di socialdemocratizzazione, in un naufragio ideale e politico della stessa identità e della natura del PCI.

Con ciò non si esclude il diritto storico del movimento operaio di divenire forza di governo. Quello che si nega è che, salvando la propria identità e le proprie prospettive, questa operazione sia possibile oggi o in tempi brevi, sia per ragioni di rapporti di forza sociali e politici.

b) Un secondo ordine di problemi attiene alla politica di alleanza del movimento operaio. L'analisi marxista-leninista della realtà sociale ci fa individuare, mettendoli allo scoperto, i processi contraddittori e laceranti che si producono ai diversi livelli della società. L'obiettivo deve essere quello della costruzione di un vasto blocco sociale che abbia al suo centro la classe operaia resa consapevole del suo ruolo di operare per un obiettivo che la trascende. I lavoratori dipendenti, anche quando per ragioni di reddito e di livello di vita sembrano staccati, e qualche volta persino ostili alla classe operaia, tuttavia vivono nei confronti del capitalismo gran parte degli stessi problemi del movimento operaio. Essi sono dei “proletari” per così dire atipici. È possibile dunque realizzare con questi lavoratori un'alleanza su ciò che li unisce. D'altronde, anche le differenze tra operai e lavoratori dipendenti tendono progressivamente ad attenuarsi. Un altro elemento da considerare per un nuovo blocco sociale sono i contadini, gli artigiani, i piccoli commercianti e professionisti, i piccoli imprenditori. È vero che qui ci si trova di fronte a lavoratori autonomi e questa diversa natura di classe deve essere tenuta presente per un giudizio corretto. Ma non è meno vero che il capitalismo tende a distruggere questi autonomi e a trasformarli in canali al proprio servizio, quando non procede alla loro proletarizzazione. E anche questo deve essere tenuto presente.

La costruzione di un blocco sociale si presenta alternativa all'attuale politica verticistica dei partiti anche della sinistra storica schiacciata sulle istituzioni. Senza sottovalutare l'azione politica nelle istituzioni, l'accento deve essere posto più sul sociale. Soltanto nelle grandi trasformazioni sociali e delle grandi lotte di massa si possono modificare i rapporti politici e non viceversa. La crescente crisi e le laceranti contraddizioni del capitalismo mondiale che vengono scaricate sui lavoratori determinano condizioni oggettive per la ripresa di una grande azione comune. Oggi, oltre alla classe operaia occupata e inoccupata, non vi è lavoratore dipendente né piccoli e medi ceti produttivi che non siano su posizioni di protesta e di lotta. Il problema reale è di unificare questa lotta e darle un significato.

Per queste ragioni il movimento operaio e progressista deve opporsi duramente anche alla progettata “riforma” della Costituzione che, oggi, sembra condivisa, pur entro limiti e forme diverse, dalle sinistre. Il capitalismo in tutto il mondo avverte l'impossibilità di “reggere” le crescenti domande che vengono dalle masse popolari e dai popoli e che generano contraddizioni e complicanze. Esso cerca di correre ai ripari con un piano di rafforzamento dell'esecutivo, di trasformazione del Parlamento dei suoi poteri e di elaborazione di nuove leggi elettorali. Tutto questo è estremamente pericoloso ed è necessario costituire un largo schieramento di forze per una difesa della nostra Costituzione contro tale piano “eversivo”.

c) L'internazionalizzazione delle lotte. L'internazionalismo viene interpretato in maniera sempre più riduttiva. Anche, e soprattutto, quando viene etichettato dell'aggettivo “nuovo”.

In una realtà nella quale il capitalismo assume ruoli e strutture internazionali (multinazionali, politica neocoloniale, divisione internazionale del lavoro, costituirsi di un mercato mondiale e così via), il movimento operaio non può restare isolato, ingabbiato nello spazio territoriale del proprio stato nazionale. Il pericolo è quello dell'asfissia. E nemmeno è sufficiente, a marcare il proprio internazionalismo, anche se è necessaria e indispensabile, l'espressione di solidarietà alle lotte che impegnano altri popoli o l'invio di aiuti. Quando Marx invitava i proletari di tutto il mondo ad unirsi, egli indicava una strada che è ancora tutta da percorrere. Che cosa significa? Oggi è sempre più necessaria una lotta che, partendo dalla situazione del nostro Paese e dai suoi problemi, avverta però la crescente trasformazione delle dimensioni di questi problemi e del loro legame con analoghi problemi anche in altri paesi. Oggi vi sono problemi che il movimento operaio non può risolvere al livello della lotta nello spazio territoriale nazionale.

d) Condizionamento politico dell'Italia per la presenza sul nostro territorio nazionale di forze armate di basi militari e di comando degli Stati Uniti e della Nato. Quando si vogliono indicare delle prospettive politiche non può essere ignorata questa situazione. Ugualmente si deve sottolineare il carattere di classe di tale situazione. Gli Stati Uniti non sono solo una grande potenza. Essi sono, oggi, la punta di diamante del capitalismo mondiale. Sotto questo profilo, se è vero che il movimento operaio può e deve concorrere a far recuperare anche al proletariato americano una coscienza di classe e dare respiro al movimento progressista in quel paese, tuttavia esso ha, in Italia e nel mondo, una scelta di classe obbligata. Essa è una scelta contro la politica aggressiva degli Stati Uniti e dei suoi sostenitori anche quando questi ultimi si definiscono di sinistra.

Da queste considerazioni si rivela utopistico, come prospettiva, pensare ad un ingresso dei comunisti nel governo nell'attuale situazione. Utopistico e gravemente lesivo della loro identità. Al contrario, la prospettiva reale deve essere quella di determinare condizioni nuove con un largo movimento di massa. Lenin affermava che la prima lotta che un movimento operaio deve compiere è quella contro la propria borghesia. Oggi questa lotta contro il potere del sistema capitalistico deve collegarsi alla lotta contro la Nato che ne è il sostegno di classe indispensabile. Questo avevano compreso, per l'insegnamento di Togliatti, i comunisti negli anni '50. Chiedere, pregiudizialmente e senza condizioni, l’uscita dell'Italia dalla Nato e l'eliminazione di tutte la basi straniere è condizione anche per avviare il superamento dei blocchi. Ed è condizione perché l'Italia sia libera e possa decidere del proprio destino.

 

 

 

Conclusioni

 

Una prospettiva politica concreta deve prendere le mosse, dunque, da un costante lavoro nel sociale per modificarne i rapporti di classe. Come si è detto, ciò non deve significare una sottovalutazione dei mutamenti negli orientamenti dei partiti e delle istituzioni. Al contrario dovrà essere costante l’analisi dei mutamenti sociali e del riflesso che questi hanno nelle organizzazioni politiche e nelle istituzioni.

È un lavoro lungo che ci sta di fronte, ma al quale non ci si può sottrarre. Tuttavia, di fronte al crescente impoverimento e alla alienazione, in forme diverse, delle masse popolari, allo sperpero continuo e crescente di immense ricchezze, alla trasformazione della realtà mondiale, al pericolo, più o meno ravvicinato, di una terza guerra mondiale, un tale lavoro diventa urgente ed esaltante.

È necessario restituire specialmente ai giovani una prospettiva, strumenti nuovi di lotta, un metodo di analisi della realtà che si rifaccia al materialismo storico di Marx e di Engel.

I giovani hanno bisogno di ideali nella dimensione di un processo storico e strategico di liberazione.

La prospettiva di una lotta per questi ideali per un Italia e un mondo rinnovati e socialisti, può dare ai giovani il senso, perduto in questi anni di crisi, di una lotta lunga ma esaltante e di una vita degna di essere vissuta.