Essere comunista non consiste solo nell’avere un obiettivo politico e lottare per la sua realizzazione. Essere comunista non è solo un modo di agire politicamente. È un modo di pensare, di sentire e di vivere. E questo significa che i comunisti, non hanno solo obiettivi politici e sociali, non hanno solo un’ideologia e un ideale di trasformazione della società, ma anche che hanno una morale propria, diversa dalla morale della borghesia, e superiore ad essa.

La morale comunista si poggia su una base obiettiva che determina la sua natura di classe. 

Di fatto, la base materiale della morale comunista sono le condizioni di lavoro e di vita del proletariato, la sua lotta contro il capitale e, dopo la vittoriosa rivoluzione socialista, la società liberata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. 

La morale comunista integra principi ereditati dal patrimonio etico del passato. Ma ciò che la caratterizza e la differenzia sono i principi che derivano dalla natura, dagli obiettivi e dalla missione storica del proletariato. 

La coesione, la solidarietà, l’aiuto reciproco, l’abnegazione, la generosità, la combattività, la determinazione, la capacità di sacrificio, la disciplina, la fiducia in se stessi e nel futuro, sono elementi etici che derivano dalle stesse condizioni di lavoro e di vita della classe operaia, dai suoi obiettivi e dalla sua lotta. 

La morale proletaria e comunista si è sviluppata e continua a evolversi con l’avanzare della lotta di classe e l’evoluzione sociale. Spontanea e istintiva – prima della creazione del socialismo scientifico. Formulata, sistematizzata, epurata da elementi estranei e contrari – dal marxismo. Incarnata, istituzionalizzata in principi di condotta e trasformata in uno strumento di influenza nella classe e nelle masse – dai partiti comunisti. Arricchita dalla nuova realtà, e come una delle basi della creazione dell’uomo nuovo – dalla costruzione del socialismo.

Nel corso di tutte queste fasi, la morale comunista ha sempre conservato la sua radice e la sua natura di classe – classe alla quale tocca il ruolo determinante della trasformazione sociale nell’epoca storica in cui viviamo. 

La morale comunista riceve l’influenza creativa e formativa dell’ideale politico e della pratica rivoluzionaria. 

La missione storica del proletariato, la lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione, contro il parassitismo e le ingiustizie sociali, per l’uguaglianza degli esseri umani indipendentemente dal sesso, dalla nazionalità e dalla razza, le vittorie e le realizzazioni nella costruzione del socialismo, le esigenze e i sacrifici che la pratica rivoluzionaria comporta per i militanti, esercitano una forte influenza nella formazione dei concetti morali, accentuando i tratti di generosità, di dedizione, di equità, di rispetto per gli altri, di rispetto per la verità, di coraggio, di sacrificio, di eroismo. 

Mentre il capitalismo, l’imperialismo, lo sciovinismo, il colonialismo, il neocolonialismo, il razzismo, si traducono sul piano morale in concetti e sentimenti di egoismo, rapacità, dominio illegittimo, disprezzo per gli altri esseri – la causa operaia ispira concetti e sentimenti di generosità, di fraternità, di solidarietà, di amore per gli esseri umani. 

L’ideale politico comunista si ispira a una morale superiore. La pratica rivoluzionaria dei comunisti è una scuola di elevata educazione morale e di formazione del carattere. 

La morale comunista trova nel Partito il fattore soggettivo che la trasforma in un elemento capitale dell’educazione e della formazione del militante e dell’essere umano. 

L’orientamento politico, i principi organici, l’azione quotidiana e la politica dei quadri sono elementi della formazione morale dei militanti. 

Non solo come compito dentro il Partito. È anche compito del Partito portare la morale proletaria e comunista alle più ampie masse. Da un lato, per la forza dell’esempio morale che costituisce un elemento di capitale importanza per l’attrazione, la convinzione e l’influenza politica. Dall’altro lato, per il chiarimento e il lavoro educativo. 

Il riconoscimento della superiorità morale del Partito è uno dei più solidi criteri del successo della sua azione come avanguardia. La trasformazione della determinazione e dell’eroismo di avanguardia in un fenomeno di massa, come si è verificato nella rivoluzione portoghese, è uno dei più solidi criteri di tutte le vere rivoluzioni e del ruolo che in essa svolge il Partito. 

Il profondo contrasto, evidenziato nella quotidianità della vita economica, sociale e politica, tra l’amoralità delle forze reazionarie e la morale dei comunisti, agisce come importante fattore di discredito delle prime e di crescente fiducia nel Partito. 

Quali principi nella sfera morale si possono trovare inseriti nei fenomeni economici e sociali della politica di recupero capitalistico, latifondista e imperialista? 

Si possono incontrare l’odio per i lavoratori e per il popolo, l’abuso di Potere, le decisioni arbitrarie, l’egoismo e l’individualismo feroci, il freddo decretare dell’aggravamento dello sfruttamento e delle condizioni di vita, l’utilizzazione di posti di responsabilità per l’arricchimento personale, la soddisfazione di ambizioni personali a discapito del bene comune, lo stimolo alla violenza, la propaganda a favore della guerra, la menzogna, la falsità, l’ipocrisia, la rapacità, la venalità, la manipolazione dell’opinione pubblica, la completa mancanza di scrupoli, le frodi, la corruzione – in sintesi il degrado civico e morale, che si accompagna al degrado della politica e della vita economica e sociale, provocati dal processo controrivoluzionario. 

E quali sono i principi morali risultanti dalla politica, dall’azione quotidiana e dalle grandi linee della vita interna del PCP? 

L’amore per il popolo, la dedizione al servizio dei suoi interessi, dei diritti e delle aspirazioni, il rifiuto dello sfruttamento e dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, l’equità personale, il coraggio, l’onestà, il duro lavoro per il bene comune, la verità nelle analisi dei fatti e nell’informazione, il lavoro educativo per il perfezionamento del carattere, la preoccupazione di un comportamento  politico, civico e personale ispirato da elevati principi morali che hanno al centro il rispetto per l’essere umano. 

La morale dei comunisti è parte integrante della forza rivoluzionaria del Partito. Interviene come forza materiale nel processo della lotta emancipatrice e di trasformazione della società. È anche un elemento integrante della trasformazione dell’uomo stesso. 

Così come le chiare concezioni politiche, anche la forza morale dei comunisti è un fattore determinante dell’influenza nella classe operaia e nelle masse, del suo reale ruolo di avanguardia, della sua capacità di dirigere la lotta per la trasformazione della società. 

L’amore per la verità

La verità è un principio inerente a tutta la vita e l’attività del partito. L’amore per la verità è una componente della morale comunista. 

Anche rispetto a questo, il PCP e i partiti della reazione si collocano su posizioni diametralmente opposte. 

Il processo controrivoluzionario scatenato dal 1976 ha dimostrato in maniera esaustiva che i partiti reazionari, per la natura inconfessabile dei loro fini, sono i partiti della menzogna. 

Nessuno dei governi di destra e nessuno dei partiti che lo compongono ha osato dire la verità sugli obiettivi della loro politica. Tutti i loro atti e tutte le loro misure erano e sono presentati con un lungo elenco di menzogne elaborate, pianificate e sistematiche. Menzogne su misure il cui obiettivo e risultato è l’aggravarsi dello sfruttamento dei lavoratori. Menzogne su leggi e misure che mirano a ripristinare il latifondo e alla riprivatizzazione della banca e dei settori fondamentali nazionalizzati. Menzogne sulle misure di repressione e di offesa alla libertà e ai diritti democratici. Menzogne sulle conseguenze dell’entrata nel Mercato Comune. Menzogne sulla salvaguardia degli interessi nazionali. E così via. 

La menzogna è parte integrante, costitutiva, intrinseca, permanente della politica dei governi di destra e dei partiti che vi partecipano. È diventata una pratica che si inserisce con sfacciataggine e cinismo nella completa mancanza di scrupoli morali di questi governi e partiti. 

Esattamente al contrario, nel PCP, la verità deriva dal carattere scientifico dell’analisi della realtà, dalla completa corrispondenza tra gli obiettivi di lotta e gli interessi popolari e nazionali, dal valore dell’ideale che si impone di per se stesso, dall’effettivo rispetto per il popolo e i suoi diritti e dalla morale superiore che guida la sua condotta. 

I comunisti non hanno niente da nascondere e niente nascondono dei loro ideali e dei loro obiettivi. Mentre gli altri partiti cercano di guadagnare appoggi sociali, politici ed elettorali, mentendo e ingannando, il PCP guadagna appoggio, prestigio e fiducia chiarendo sulla base della verità. 

Questo contrasto spiega il fatto che, negli undici anni trascorsi dal 25 Aprile, gli avvenimenti abbiano smentito invariabilmente le spiegazioni, le affermazioni e le promesse del PS, del PSD e del CDS e abbiano confermato invariabilmente le spiegazioni, le affermazioni, i timori e le previsioni del PCP. 

Spiegano anche la solidità dei fondamenti della conosciuta posizione del PCP nelle campagne elettorali, in base alla quale è preferibile perdere voti dicendo la verità che guadagnarli mentendo al popolo. 

Quando le forze reazionarie dispongono e abusano del Potere, delle risorse e dell’apparato dello Stato, degli organi di comunicazione sociale, non sempre dire la verità porta a un successo immediato. 

Esempio lampante al tempo della dittatura fascista furono le persecuzioni, le torture, le condanne, gli assassini dei comunisti per la suprema ragione che i comunisti dicevano la verità al popolo. 

Esempio sempre lampante dopo il 25 Aprile è il sistematico silenzio o la grossolana mistificazione delle posizioni del PCP attraverso i grandi mezzi di comunicazione sociale, controllati dal Governo e l’incriminazione e la condanna come calunniatori di coloro che con verità piena rivelano casi gravissimi di corruzione nelle più alte sfere. 

L’amore per la verità può temporaneamente costare caro a chi la professa. Ma la verità finisce per trionfare sulla menzogna. La politica della menzogna è condannata alla sconfitta finale. È alla politica della verità che appartiene il futuro. 

Principio valido per le posizioni e l’attività di Partito, il rispetto e l’amore per la verità è ugualmente valido per le posizioni e l’attività di ogni comunista. Mentire al Partito è una delle più gravi mancanze che un membro del Partito possa commettere. Il rispetto per la verità è un principio nell’azione del Partito e una regola morale di tutti i suoi membri. 

La verità è per il PCP una necessità oggettiva, un’arma di lotta, un fattore di forza e d’influenza, un impegno per il futuro e un imperativo morale. 

Con piena ragione il PCP afferma di essere il Partito della verità. 

L’attività militante motivo esaltante della vita 

L’attività militante (o militanza) è l’attitudine caratteristica del comunista nella società e nella vita. È nello stesso tempo un’attitudine politica e un’attitudine morale. 

Forma di lavoro che, per quanto riguarda il dispendio di energia intellettuale e fisica, non si distingue da altre forme di lavoro, ma che si distingue, nella sua essenza, per il modo in cui il militante del PCP la cerca e la pratica. 

Può essere (e nella maggior parte dei casi lo è) difficile e stancante. Costituisce sempre motivo di soddisfazione. 

È volontaria in senso assoluto. È determinata da un ideale elevato. Diventa per il comunista, un imperativo politico, civico e sociale. 

La militanza comunista è di natura totalmente diversa dalla “militanza” che esiste anche negli altri partiti. Si distingue dalla “militanza” degli estremisti di sinistra animata dal negativismo incoerente e dal radicalismo verbale; dalla “militanza” reazionaria animata dall’odio per la classe operaia, la libertà e i diritti umani, dalla violenza e dal disprezzo per qualunque principio morale, dall’obiettivo di raggiungere vantaggi, di fare carriera e di soddisfare ambizioni. 

La soddisfazione più grande del militante comunista deriva dal successo raggiunto, non per il proprio beneficio ma a beneficio del popolo. Quando, per esempio, si ottengono con la lotta l’aumento dei salari dei lavoratori e altri miglioramenti delle condizioni di vita. Quando si ottiene con la lotta che i lavoratori continuino a lavorare le terre delle cooperative. Quando si riesce con la lotta a difendere il possesso di terreni comunitari per il popolo. Quando si riesce con la lotta a esercitare libertà che il Potere intende negare. Quando si riesce con la lotta a risolvere i problemi gravi di salute, di abitazione, di istruzione. Quando si riesce con la lotta a ottenere parchi giochi per i bambini e centri per la terza età. Quando si riesce con la lotta a buttare giù il governo e a impedire che continui una politica di disoccupazione, di fame e miseria. In ogni caso la soddisfazione più grande è data dalla militanza e dalla coscienza di essere utile al Partito, al popolo e alla società. 

La militanza comunista arricchisce la vita e l’essere umano. È una maniera di lavorare che di per sé ripaga chi la esercita. Crea, nella partecipazione collettiva a una causa comune, relazioni umane caratterizzate dal disinteresse personale. Assicura l’armonia tra il pensare e l’agire – solido fondamento della tranquillità e della coscienza. 

Non avere un’attività militante sarebbe più duro per un comunista di qualsiasi dura circostanza e prova richiesta dalla militanza. Il comunista è militante perché senza un’attività militante, senza il suo Partito, per lui diventerebbe difficile vivere. 

Per il Partito, questa militanza è la fonte di energia che agisce. Per il comunista, che ha nel Partito la forza dirigente unificatrice e ispiratrice, la militanza è, tra tutti i motivi, il più esaltante motivo di vita. 

Dirigenti, militanti, vita comune

L’attività rivoluzionaria dei comunisti, soprattutto di quelli che si dedicano interamente alla lotta, per il fatto che è prioritaria nella vita e per il fatto che esige tempo, sforzo, energia, disponibilità e dedizione, tende ad allontanare i militanti, – particolarmente quelli a cui toccano maggiori responsabilità – dalla vita normale dei lavoratori, e in generale, dagli altri cittadini. 

L’organizzazione della vita, il tempo assorbito, il tipo di preoccupazioni, il lavoro intenso, tendono a impedire che i militanti più attivi vivano secondo il modo più generale di vivere e che prestino attenzione a molti dei problemi e a molte delle questioni che costituiscono parte considerevole delle preoccupazioni quotidiane del cosiddetto “uomo comune”. 

Non si tratta solo (e ciò è già importante) della considerevole riduzione del tempo libero, delle serate di solito occupate da compiti e della sensibile limitazione dei sabati e delle domeniche disponibili. Si tratta dell’intera organizzazione della vita sottoposta alla ragione fondamentale del vivere del militante. 

Questo distacco riflette, da un lato, un aspetto positivo e che arricchisce l’essere umano: la consacrazione dell’essenziale della vita a un obiettivo utile e generoso, con tutte le implicazioni e compensazioni che comporta. Da un altro lato, ha aspetti negativi, tanto nella completa formazione del suo essere cittadino di una società determinata, quanto nella sua stessa qualità di rivoluzionario: l’insufficiente conoscenza diretta dei piccoli e comunque importanti problemi, gusti, preferenze, abitudini, sentimenti di gran parte del popolo, la difficoltà di capire sia molteplici aspetti della psicologia sociale che molte delle reazioni delle masse e degli individui. 

Per questo è desiderabile che il militante comunista, compresi naturalmente i dirigenti, cerchi di allontanarsi il meno possibile dalla vita comune dei suoi concittadini e in particolare dalla vita dei lavoratori. 

Evitare grandi differenze tra il livello di vita dei militanti, in particolare dei dirigenti, e quello delle masse della popolazione. Mantenere sempre il contatto diretto con il popolo, non solo nell’azione rivoluzionaria ma anche nella vita di tutti i giorni e in tutti gli aspetti in cui ciò sia compatibile con l’intensa attività politica. Cercare la semplicità e la modestia nell’organizzazione della vita, nel comportamento e nei rapporti personali. Non vivere e convivere solo con i compagni che svolgono compiti simili e condividono idee e sentimenti identici, stabilendo rapporti a porte chiuse, di livello, di casta, di élite, anzi cercare e sentire un vero piacere di parlare con gente semplice, anche non politicizzata. Fraternizzare senza esibizioni né protagonismi. 

Nel nostro Partito non trovano terreno favorevole dirigenti che sono soliti vedere le masse solo dalla tribuna. Né altri che sviluppano l’abitudine e il piacere, quando non “la tecnica” e la “pratica”, di stare sempre al centro dell’attenzione. 

È particolarmente importante, come caratteristica di relazionarsi dei membri del PCP, qualunque siano le loro responsabilità, la relazione orizzontale nei due sensi, relazione in cui il rispetto e l’apprezzamento sono reciproci e in cui i militanti si sentono naturalmente uguali nel dovere di ascoltare e nel diritto di essere ascoltati. 

Ci sono compagni che, nella misura in cui sviluppano le loro conoscenze e hanno più responsabilità, fanno fatica ad ascoltare uomini e donne con una cultura molto elementare, a volte con grandi ritardi nella coscienza politica. 

Qualche cosa manca ai dirigenti di un Partito operaio quando non sanno apprezzare la convivialità con persone più semplici, anche quelle più arretrate, e non sanno scoprire o trovare nella ricchezza di un essere qualunque, un motivo sufficiente per la gioia della convivenza umana. 

Importante in un comunista: oltre alla sua azione rivoluzionaria, sentirsi e avere piacere di sentirsi come un “uomo comune”, come una “donna comune”. 

Differenze necessarie e privilegi da rifiutare 

Nell’assumere maggiori responsabilità, il militante non pretende di ottenere, né deve ottenere, vantaggi personali. 

Le responsabilità di direzione nel Partito significano fondamentalmente più lavoro, più sforzo, più disponibilità, più dedizione. 

È, tuttavia, inevitabile e non ha niente di negativo, che il Partito dia al militante che assume compiti di responsabilità, e a causa di queste responsabilità, strumenti di lavoro e facilitazioni che di fatto rappresentano differenze rispetto ad altri militanti e vantaggi personali perlomeno apparenti. 

È il caso dell’agevolazione del trasporto con l’automobile, di uffici di lavoro, di pubblicazioni, ecc. 

Tali facilitazioni devono comunque limitarsi esclusivamente a necessità inerenti ai compiti assunti. In nessun modo si ammette che il fatto di avere compiti di maggiore responsabilità significhi il diritto a vantaggi e a privilegi di carattere personale. 

È certo che non sempre è facile stabilire il giusto limite tra le necessità di lavoro e il vantaggio di cui si usufruisce. Esiste il pericolo di oltrepassare sensibilmente questo limite e di creare situazioni di fatto che rappresentano la concessione di privilegi per i dirigenti. 

A seconda delle circostanze, ciò può avvenire nei più vari campi: in relazione ai trasporti (se un’automobile assegnata per l’attività di una determinata organizzazione, viene utilizzata dal responsabile o dalla sua famiglia per uso di carattere privato), in relazione al cibo e alle bevande (se tale o talaltro responsabile, a causa delle sue funzioni, partecipa con eccessiva frequenza a eventi festivi), ecc. 

Anche quando si sta al Governo, non è bene (soprattutto in un Paese come il Portogallo dove per decine di anni gran parte della popolazione avrà seri problemi economici da risolvere) che, in una falsa idea di affermazione del Potere, i dirigenti comunisti si abituino a un livello di vita manifestamente eccessivo e, comunque, incomparabilmente superiore a quello dei suoi compagni. 

Le necessità di disciplina e di protocollo non devono portare a creare abitudini e vizi e tanto meno alla differenziazione sociale di uno strato politico dirigente. 

Tenendo presente che queste situazioni possono diventare ancora più scorrette nei partiti che si trovano al Potere, nella Direzione del nostro Partito si è discusso di certi problemi in relazione al futuro del Portogallo socialista. 

Siamo categoricamente contro la creazione di privilegi per i dirigenti del nostro Partito, sia nella situazione attuale, sia in futuro quando il Partito sarà al Potere. Ciò esige, da un lato, che le misure prese in relazione ad essi siano corrette e che evitino tali situazioni. Esige, da un altro lato, che anche gli stessi dirigenti siano vigili e rifiutino qualunque privilegio personale a causa delle funzioni che esercitano. 

Esiste senza dubbio una sensibile differenza tra inevitabili “piccoli vantaggi” derivanti dall’esercizio di cariche di responsabilità e reali privilegi a cui possono portare decisioni scorrette e mancanza di vigilanza. 

L’esperienza dimostra, tuttavia, che se si vogliono evitare i grandi privilegi, è necessario impedire che si istituzionalizzino quelli piccoli. Il privilegio di fatto crea l’abitudine, l’abitudine genera condiscendenza e insensibilità. 

Pertanto, la lotta contro i privilegi ha, come aspetto essenziale, il lavoro educativo con criteri rivoluzionari e democratici. 

L’uguaglianza dei salari dei funzionari

Un aspetto del lavoro educativo soprattutto relativamente ai compagni che svolgono funzioni di direzione, è l’uguaglianza dei salari dei funzionari di Partito. 

Qualunque sia il loro compito e la loro responsabilità (qualunque lavoro di organizzazione, anche qualunque lavoro tecnico, militanti di base o membri di organismi centrali, compreso Comitato Centrale, Commissione Politica, Segretariato, Segretario Generale del Partito), tutti i funzionari, così considerati, ricevono uguale salario. 

L’uguaglianza dei salari assicura che, nella vita personale, il tenore di vita dei funzionari sia uguale in partenza, variando solo in base agli incarichi specifici e agli aiuti adeguati che qualcuno, per motivi personali, ha. 

Non si tratta di un criterio che consideriamo valido e corretto in tutte le circostanze. Si può anche ritenere che, sotto certi aspetti, è un criterio ingiusto e difettoso. Infatti, difficilmente si ritiene giusto assegnare il medesimo salario a compagni il cui lavoro è molto poco qualificato e che a volte mostrano persino poca volontà di imparare, poca diligenza in quello che fanno, e poco rigore negli orari, e a compagni il cui lavoro è altamente qualificato, che lavorano notte e giorno con totale disponibilità rivoluzionaria. 

Non si tratta, dunque, di una soluzione del tutto corretta, né valida in qualunque circostanza. È inevitabile che un giorno venga rivista. 

Si deve, intanto, capire che questa soluzione ebbe un grande valore durante il periodo di clandestinità, nell’educazione rivoluzionaria dei militanti, a cominciare dai dirigenti, nell’autorevolezza della Direzione, nella generalizzazione della disponibilità e dedizione rivoluzionaria, nella politica finanziaria del Partito e nel conseguente supporto finanziario, dinamico e militante, nell’unità del Partito, nella profonda fraternità, aiuto reciproco e fiducia reciproca che si formarono in tutto il Partito e diventarono una delle sue caratteristiche essenziali. 

Dopo il 25 Aprile e la legalizzazione del Partito, con l’enorme aumento del numero di funzionari del Partito e un’accentuata differenziazione tra la completa disponibilità rivoluzionaria della maggior parte dei funzionari e una certa routine burocratica di un’altra parte, si è esaminato di nuovo il problema.

Si è ritenuto che, nelle condizioni della rivoluzione portoghese e della lotta contro il processo controrivoluzionario, si doveva mantenere l’uguaglianza dei salari per tutti i funzionari senza eccezione. 

Questa situazione (nonostante gli aspetti discutibili) continua ad avere un’influenza positiva di grande valore, come accadeva al tempo della clandestinità. 

Nel contesto di questo orientamento, interessa anche sottolineare che gli eletti comunisti (deputati, sindaci e consiglieri a tempo pieno delle Camere municipali), non beneficiano materialmente della loro elezione. 

Qualunque sia la remunerazione che lo Stato assegna loro nelle nuove funzioni, essi, (compresi i funzionari del Partito), di fatto continuano a ricevere ciò che guadagnavano prima di essere eletti. Alcuni eletti nel governo locale non rispettano queste regole, ma il lavoro educativo del Partito continua affinché le rispettino. 

Nel caso dei parlamentari, la differenza viene consegnata al Partito. Nel 1978, il denaro corrispondente che entrò nelle Casse Centrali del Partito fu di 5.332.197$00; nel 1984, di 25.003.400$00. In tutto il periodo 1978-1984 entrarono nella Cassa Centrale del Partito 92.203.714$00 escudos. 

Nel caso degli eletti nei governi locali, nella grande maggioranza dei casi, la differenza non è consegnata al Partito, ma a un’organizzazione chiamata AECOD (Associazione degli Eletti Comunisti e Altri Democratici). Il denaro così raccolto viene destinato a finanziare iniziative per risolvere i problemi delle popolazioni. Attraverso i fondi dell’AECOD, cioè, con il denaro proveniente dalle remunerazioni degli eletti comunisti, sono state realizzate importanti opere: solo nel 1983-1984, 58 parchi-gioco per l’infanzia e 79 opere di elettrificazione, fornitura di acqua, apertura di nuove strade, fogne, ripari per passeggeri, bagni pubblici, opere nei mercati, ecc. Con gli stessi fondi sono state sussidiate, solo nel 1984, 55 corporazioni di vigili del fuoco nel distretto di Lisbona, 60 associazioni, bande e gruppi folcloristici nel distretto di Santarém, associazioni e bande nel distretto di Porto.

Questa questione dell’uguaglianza dei salari è stata motivo di speculazione da parte della propaganda reazionaria. Sembra incredibile ai reazionari che i funzionari del Partito, e in particolare i dirigenti, possano vivere con il basso salario che il Partito attribuisce loro, il salario minimo nazionale: 19.200$00 (agosto 1985). 

È vero che il Partito attenua le difficoltà con l’apertura di mense e bar (a prezzi modici) nei suoi “Centros de trabalho”, con forme indirette di aiuto ai figli, partecipazione all’acquisto di medicinali, aiuti per le spese correnti dell’attività, ecc. È anche vero che in alcuni casi la situazione è attenuata con l’aiuto delle famiglie o dalla fruizione di beni propri. In ogni caso, il livello di vita dei funzionari è piuttosto basso, la loro alimentazione è frugale, e talvolta attraversano difficoltà e privazioni reali.

I funzionari del Partito capiscono che essere un funzionario del Partito non è una carriera ma una scelta di vita, secondo la quale servire il popolo e servire la Patria è diventato il motivo che li ispira e li dinamizza in modo determinante. 

Comunque, il Partito cerca (come è suo dovere) di attenuare nei limiti del possibile la durezza di tale situazione. 

Fraternità e aiuto reciproco

La comunanza di ideali, l’identità di obiettivi, la radice di classe, la lotta comune e le prove che questa esige, la vita democratica del Partito e il lavoro collettivo, la partecipazione in realizzazioni che implicano organizzazione e coordinamento di sforzi – tutti questi e altri molteplici fattori sono incompatibili con l’isolamento dell’individuo e con comportamenti egoistici, e sviluppano nei militanti l’abitudine di aiuto reciproco e sentimenti di amicizia e fraternità. 

Casi di relazioni difficili e persino di incompatibilità tra compagni, perché come casi vengono considerati, seguiti e aiutati, confermano una situazione generale e un ambiente generale che li condanna esplicitamente o implicitamente. 

La normalità nelle relazioni tra comunisti è l’amicizia disinteressata, profonda e durevole, la prontezza nel correre in aiuto dei compagni, la facilità nel condividere gli sforzi, le privazioni e le difficoltà, la fraternità nel senso più alto del termine. 

Ci consideriamo fratelli nella lotta e come fratelli di lotta ci vediamo, ci conosciamo, ci rispettiamo e ci stimiamo. 

Osservatori della vita del PCP, quando hanno la possibilità di vedere più da vicino come i comunisti lavorano in comune, come si relazionano o anche quando per la prima volta partecipano a grandi iniziative (Festa dell’Avante!, assemblee, ecc.), in genere rimangono sorpresi dall’ambiente fraterno che non avevano incontrato prima da nessuna parte e che, come confessano, difficilmente avrebbero pensato di poter incontrare. 

Questa situazione ha cause oggettive. Ma è anche legata a metodi e stile di lavoro, alla concezione del lavoro di direzione, alla politica dei quadri, all’azione educativa del Partito. 

La fraternità e l’aiuto reciproco dei comunisti è un elemento importante della loro forza e della loro unità e una fonte ispiratrice nel legame con le masse popolari. 

È un’espressione semplice, diretta e convincente dello spirito umanitario che anima e ispira la causa del comunismo. 

Vita di partito, comportamento civico e vita privata 

Il Partito rispetta l’essere umano. Rispetta i membri del Partito nella loro diversità. Non ha la pretesa di uniformare i caratteri in uno stereotipo di uomini e donne ipoteticamente perfetti. Considera un errore idealizzare l’essere umano e condannare ogni essere, quando, come è inevitabile, si mostra non corrispondente a quello idealizzato. 

Tuttavia, il Partito non accetta l’idea che il comportamento civico e la vita privata non hanno nulla a che vedere con l’attività di Partito, e che il Partito deve rimanere completamente indifferente e a margine del comportamento civico e della vita privata dei suoi militanti. 

La condotta civica è un modo di comportarsi di un comunista nella società. Non si può considerare separata dall’atteggiamento che si tiene nel Partito, né estranea agli interessi del Partito. 

L’atteggiamento di un comunista in relazione al lavoro e alla vita sociale deve necessariamente essere conforme ad alcuni principi fondamentali.

Il Partito non può rimanere indifferente al fatto che a un militante non piace lavorare, dà cattivi esempi nella sua vita personale e professionale, non rispetta i suoi concittadini. 

Un costante lavoro educativo è indispensabile. Una corretta condotta civica costituisce un magnifico punto di partenza per la comprensione dei doveri di un comunista e il corretto comportamento nel Partito. Inversamente, un corretto comportamento nel Partito costituisce un contributo a volte determinante per migliorare ed elevare a un livello superiore la condotta civica. 

Uguale atteggiamento per quanto riguarda la vita privata.

In una società in cui vi sono divisioni e conflitti di classe così profondi, con le loro ripercussioni sulle idee, sui costumi e sulle abitudini, devono essere ammesse molte forme di organizzazione della vita privata, molti concetti diversi relativamente alla famiglia, alle amicizie, alla convivialità, alle relazioni amorose. 

Il Partito rispetta la vita privata dei suoi membri e la diversità di situazioni, di sentimenti, di abitudini e tradizioni. 

Ciò non significa, tuttavia, che rimane o possa rimanere indifferente alla vita privata dei suoi membri, quando questa vita privata va oltre la sfera personale, e può avere ripercussioni sociali. 

Sono legittimi, necessari e anche indispensabili certi parametri, tenendo conto, allo stesso tempo, dei concetti comunisti, dell’ambiente sociale e delle ripercussioni della vita privata dei comunisti nella società e nell’opinione pubblica. 

Come regola il Partito non interferisce nella vita privata dei suoi membri. Ha persino un atteggiamento critico nei confronti dei compagni che si intromettono nella vita degli altri, o hanno la cattiva abitudine di fare commenti sulla vita degli altri su aspetti non significativi dal punto di vista del Partito. 

Ma, allo stesso tempo, il Partito interviene presso i compagni, se la loro vita privata ha gravi ripercussioni negative sul Partito o sulla società, intaccando il prestigio e l’autorità del Partito e del militante stesso. 

Così, per esempio, il Partito non può rimanere passivo davanti alla mancanza di serietà nelle attività professionali, immoralità nelle relazioni amorose, vizi di gioco, abuso di alcol, ecc. 

In tali casi, il Partito, con un esame della situazione e critica fraterna, cerca di aiutare i quadri a modificare, a correggere, a migliorare la loro condotta. 

È relativamente frequente che, a partire da azioni su cui non si è riflettuto o che sono sbagliate, i compagni siano trascinati in situazioni drammatiche in cui si verifica un degrado del comportamento e dei principi morali. Anche in questi casi è necessario uno sforzo per aiutare. L’esperienza dimostra che, difendendo intransigentemente il Partito, il suo prestigio e la sua influenza e combattendo fermamente azioni e tendenze negative, è anche possibile aiutare e a volte “salvare” compagni caduti sul declivio di situazioni estremamente complesse. 

Difendere il Partito dalle conseguenze negative degli errori nella condotta civica e nella vita privata dei suoi membri è, pertanto, allo stesso tempo uno sforzo diretto verso il miglioramento e l’integrità dell’essere umano.