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Un piano di rilancio europeo che inganna

La Commissione Europea ha presentato il suo pacchetto di rilancio europeo con il nome di “Next Generation EU”. Un piano “storico”, a giudizio di tutti i partiti tradizionali, dai liberali ai verdi ai socialdemocratici. Ma a guardarlo da vicino, non c’è alcuna ragione di rallegrarsi…

da “Solidaire”, rivista del PTB (Parti du Travail Belge), 29 maggio 2020.

di Marc Botenga

deputato europeo del PTB

Traduzione a cura di Nunzia Augeri

Il piano proposto dalla Commissione Europea vuole ufficialmente aiutare i paesi europei a superare la crisi provocata dal coronavirus. In realtà, esso risponde anzitutto a un’altra emergenza: la profonda crisi della stessa Unione Europea. All’inizio di aprile un sondaggio rivelava che solo il 14% degli italiani approva l’azione europea. Va detto che l’Italia, uno dei paesi più colpiti dal virus, è stata totalmente abbandonata all’inizio della crisi: la Germania aveva perfino bloccato l’esportazione di materiale medico. L’Unione Europea, sempre presente quando si tratta di esigere misure di austerità o riforme in senso liberistico, sembrava sparita nel momento di aiutare un paese travolto dalla pandemia. Nel sud dell’Europa, perfino dei politici favorevoli all’Unione Europea si erano interrogati sulla sua utilità.

Di fronte a questa mancanza di fiducia, Angela Merkel ed Emmanuel Macron avevano proposto un minimo di solidarietà. La Germania peraltro – le cui multinazionali sono fra quelli che più hanno guadagnato dalla costruzione europea – non vuole troppa solidarietà; d’altra parte, perdere la costruzione europea sarebbe ancora peggio. Ma è esattamente in quella direzione che puntano i nazionalismi di Austria, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, e del partito Nuova Alleanza Fiamminga (N-VA) in Belgio. Queste forze liberiste vogliono un grande mercato senza alcuna solidarietà. Dato che il mercato non fa altro che approfondire le disuguaglianze, questa politica potrebbe portare all’esplosione dell’Unione. La Commissione ha quindi deciso di concedere un poco di solidarietà, un fatto nuovo nella costruzione europea, per salvare questa Unione antisociale e al servizio delle multinazionali. Nel discorso di presentazione, Ursula Von der Leyen, la presidente della Commissione Europea, citava non a caso la salvaguardia del mercato unico come assoluta priorità.

Cifre da analizzare

Che l’obiettivo principale sia salvare il mercato interno lo si vede dagli importi. La Commissione Europea ha parlato di circa 2.400 miliardi di euro, ma si tratta di fumo negli occhi. Circa la metà di quella cifra non è denaro “nuovo”. È il budget normale dell’Unione Europea su sette anni. 800 miliardi di euro sono prestiti o garanzie che andranno rimborsati. Parliamo quindi in realtà di 500 miliardi di trasferimenti finanziari per i paesi più colpiti, e non è una gran cifra. È appena la metà di quanto previsto dalla Germania in termini di aiuti di Stato unicamente per sé. Rispetto a quella che si presenta come la maggiore crisi sociale ed economica dopo la seconda guerra mondiale, non è evidentemente un programma all’altezza dei bisogni.

Da dove verranno quei 500 miliardi? La Commissione li prenderà a prestito sui mercati finanziari con il bilancio europeo come garanzia. Si tratta dunque di un debito collettivo di tutti i paesi della zona euro, di cui ogni paese è responsabile solo per la parte con cui contribuisce al bilancio europeo. È un’assoluta novità nella storia europea, ma Ursula Von de Leyen ha sottolineato che si tratta di una misura temporanea ed eccezionale, e non dunque di una solidarietà strutturale. Bisogna poi precisare che tutto questo denaro sarà condizionato e legato al Semestre europeo, che è lo strumento di “coordinamento budgetario”. In base a questo meccanismo i diversi paesi sottopongono alla Commissione Europea le loro riforme e la Commissione a sua volta consiglia loro altre riforme, come per esempio dei tagli alla sanità. In altri termini, per questo pacchetto di aiuti bisognerà sempre chiedere il permesso della Commissione europea, che dovrà giudicare piani e riforme. La Commissione non sarà troppo inquisitoria quest’anno, ma nei prossimi anni vorrà di nuovo far applicare l’austerità e le riforme più neoliberiste. È molto probabile che da qui a un anno la Commissione presenti nuove riforme strutturali di austerità o, per esempio, di taglio dei sistemi pensionistici pubblici.

Chi guadagna, chi paga

Dove andrà a finire quel denaro? Circa due terzi del nuovo pacchetto passeranno attraverso dei piani di riforme e di rilancio nazionale, sottoposti dagli Stati membri alla Commissione Europea nel quadro del Semestre europeo. Non bisogna sognare: al contrario di quel che possono pensare i partiti ecologisti e socialdemocratici, quel denaro non servirà ad ambiziosi programmi di investimenti pubblici, di rafforzamento dei servizi pubblici o delle pensioni. È più probabile che prevalga il modello “tutto il sostegno alle multinazionali”, con un programma di imponenti sussidi gratuiti alle grandi multinazionali. Come per la Lufthansa, che riceve aiuti in denaro dallo Stato tedesco, ma nello stesso tempo può ristrutturare, licenziare, precarizzare e mettere al sicuro il denaro nei paradisi fiscali, per ingrandirsi nello stesso modo di prima. Tanto più che in tutto il piano di rilancio le PMI sono ridotte a una nota a piè di pagina. Infine, il nuovo programma europeo per la salute riceverà solo 9,4 miliardi.

Viene poi la questione di chi pagherà questo pacchetto di aiuti. Come verrà rimborsato questo denaro preso a prestito dalla Commissione Europea? Non si ha alcuna certezza. Un’opzione sarebbe quella di imporre nuove risorse fiscali per l’Unione Europea, ma la Commissione non presenta alcuna proposta concreta e menziona solo alcune possibilità, in parte molto discutibili: una tassa sul carbonio alle frontiere, una tassa digitale, un’IVA semplificata, una tassa sulla plastica e sugli introiti del mercato del carbonio.

Un’altra opzione, se i paesi non sono d’accordo per pescare nuove risorse europee, sarebbe di utilizzare il bilancio europeo per rimborsare questo debito contratto in comune. In questo caso i piani sono pronti: per esempio si taglierebbero i fondi strutturali e di coesione, che sono già largamente insufficienti per rimediare alle peggiori disuguaglianze create dal mercato unico. Un ritorno dell’austerità, una diminuzione dei fondi di coesione, nuove riforme strutturali, sarebbero tutte misure per far pagare ai lavoratori e alla collettività questo piano di rilancio, da cui alla fine trarrebbero profitto solo le grandi imprese.

La lotta è lanciata

Per il momento sono solo progetti, e quindi la lotta è aperta. Ma già adesso è evidente che ben altro è necessario. Invece di un piano che salvi il mercato, abbiamo bisogno di un ambizioso piano europeo di investimenti pubblici all’altezza della crisi sociale e climatica. Invece di un piano che pesi sulle spalle dei lavoratori, dalla Germania alla Spagna, abbiamo bisogno di un piano che imponga alle grandi multinazionali e ai miliardari europei delle tasse come per esempio quella sulle transazioni finanziarie o sul patrimonio. Questo piano ambizioso dovrebbe includere una netta rottura con l’austerità europea e con tutti i suoi meccanismi, per tenere in considerazione sia i lavoratori europei che il clima.