Pubblicato in Francia nel 1938 per la prima volta, e in Italia nel 1945, “Un anno sull’Altipiano” venne scritto in pochi mesi da Emilio Lussu nel 1936. A distanza, dunque, di vent’anni dagli avvenimenti che nel libro vengono trattati. A vent’anni da quel giugno del 1917 in cui la Brigata Sassari, di cui Lussu era ufficiale, viene trasferita dal fronte del Carso all’altipiano di Asiago dove combatterà fino al luglio dell’anno successivo.

Non siamo di fronte, notoriamente, ad un romanzo. Lussu narra degli avvenimenti accaduti in un lasso di tempo ben determinato, descrivendo con una cronaca molto vivida e ricca di particolari quella specie di microcosmo sociale che erano le trincee della prima guerra mondiale, oltre che il dispiegarsi di manovre militari che, se pure appena abbozzate, pure finiscono per diventare uno sfondo adatto a tutti i teatri guerra: una sorta di paradigma.

Il fatto che le descrizioni del contesto e dei modi in cui avvengono i fatti, e soprattutto, i dialoghi tra i protagonisti di quei difficili mesi, siano così precisi, così vividi, come se fossero passati pochi giorni prima dalla stesura del testo, potrebbe far pensare ad una rielaborazione in chiave “narrativa” di quegli stessi avvenimenti. 

In realtà, l’importanza, il coinvolgimento emotivo non meno che razionale rispetto a quei giorni ha fatto sì che, per l’autore di “Un anno sull’Altipiano”, sia stato possibile ricordare e scrivere di ricordi anche minimi, in un “gioco” della memoria che esalta e rende attualissimi, invero in maniera non del tutto sorprendente, avvenimenti lontani nel tempo. 

Del resto, qualcosa del genere si è anche verificato per tutta una serie di resoconti, ricordi, confessioni, in moltissimi testi che hanno avuto come scenario e tema la Grande Guerra. Bibliografia davvero sterminata e che va dalla diaristica alla pubblicazione ragionata, in chiave documentaria, di molte tra le oltre un milione di lettere spedite a casa dai soldati di tutti i fronti. Testi che “dicono” – più di qualsiasi analisi sociologica, e divenendo anzi un parametro per ogni ricerca storica –, i sentimenti e anche, e forse soprattutto, lo stupore, uno stupore rassegnato, quale dovettero provare coloro che si trovarono di fronte ad uno scenario a cui erano completamente impreparati.

La stessa impreparazione, del resto, lo stesso “stupore” che si dovette insinuare nei ragionamenti e nelle tattiche di Stati Maggiori che avevano confidato e colpevolmente immaginato una guerra che si sarebbe dovuta risolvere, secondo schemi ormai superati, in pochi mesi.

Il dispiegarsi degli eserciti sul territorio dei diversi fronti di guerra ha una caratteristica in comune. Non è quello che una più che centenaria prassi, codificata in “scuole di guerra”, nelle accademie militari di qualunque paese, aveva stabilito. Il quadro che si delinea fin dai primi mesi del conflitto smentisce, infatti, clamorosamente, ogni aspettativa e ogni tattica. 

Nel fango delle trincee, nella neve, ma anche nel non meno micidiale caldo soffocante estivo, altrettante difficile da affrontare e sopportare, si delinea un tipo di guerra mai sperimentata, quella che contrappone gli eserciti in battaglie per conquistare, a volte, e alla lettera,  pochi metri (che  spesso verranno persi il giorno dopo), una guerra che si compone di improvvise accelerazioni e lunghi periodi di inattività in  un quadro in cui il singolo fante, e spesso anche gli stessi ufficiali, non riescono a cogliere il senso, innescando una sorta di estraneazione per cui ognuno si sente e percepisce se stesso come una una semplice pedina (carne da cannone), in un “gioco” di cui non comprende le regole.

Ed è significativo che, dopo la disfatta di Caporetto, si comincia a capire che deve in qualche modo cambiare il clima generale entro i ranghi e si comprende, infine, come non sia più conveniente un atteggiamento sostanzialmente punitivo, quale era quello instaurato da quella vergogna che era stata la condotta della guerra del generale Cadorna, secondo cui Caporetto sarebbe da attribuire essenzialmente alla “vigliaccheria” dei soldati. Tipico atteggiamento del potere dominante, che qui si incarna negli Stati Maggiori di tutti gli eserciti, secondo cui il soldato, al pari dell’operaio, a stento può pensare di rivendicare i suoi diritti ma è tenuto all’obbedienza in tempo di guerra e sottomesso al capitale e alle sue logiche in tempo di pace. 

Una lettura di “classe” che sembrerebbe comparire anche in un famoso romanzo di di quel controverso personaggio e scrittore che è stato Curzio Malaparte: “Kaputt”. 

Ma qui il proletariato, (i “santi maledetti”), è più una figura retorica, un’espressione letteraria forte, perfino provocatoria, piuttosto che una classe sociale. Il tono del romanzo è costantemente sopra le righe e la scrittura sembra cercare a tutti i costi lo “scandalo”. Qualcosa di radicalmente diverso da un’altra grande opera che ha trattato temi analoghi: “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Remarque.

Il testo di Lussu è più vicino al clima, al sentimento di quest’ultimo libro piuttosto che alle tesi “estreme” di Malaparte. Ma io credo che sia in qualche modo, nel suo tono “piano”, nella frase mai gridata, ancora più efficace, più aderente a quella realtà che, fuori da ogni retorica, ci appare in tutta la sua crudezza. In Lussu non ci sono “eroi”. Ci sono uomini in carne ed ossa con le loro paure, le loro speranze, con i loro atti di generosità e di vigliaccheria, ma tutto giocato su un timbro che invita alla riflessione più che alla declamazione. 

Questa guerra mette in rilievo, insomma, e il libro di Lussu ne è puntuale testimone, la composizione sociale, l’arretratezza, le forti divisioni di classe di una società italiana che per la prima volta come nazione unita deve affrontare un avvenimento così drammatico come la guerra, e che vede messa a nudo in maniera evidente la distanza che separa la grande massa dei “fanti” da una élite borghese di ufficiali e quadri militari di carriera. 

E non è che una prima contrapposizione, quella sul campo, che poi serve a svelare, come abbiamo notato, quella più grande della società intera. In altri termini, il fronte di guerra è una spietata cartina al tornasole che mette a nudo tutte le contraddizioni di una Italia fortemente divisa sul piano sociale e culturale. Ed è forse per la prima volta, nell’ambito di una, come dicevamo, sterminata produzione letteraria, che apertamente viene data voce (qui con il Tenente Ottolenghi) ad una opposizione di classe per cui il nemico vero è quello che sta “alle spalle” e non nella trincea opposta verso cui si viene mandati a morire, quei comandi che vengono descritti in maniera spietata ma realistica nella figura di quel vero assassino che è il Generale Leone. 

Una guerra di “morti di fame contro altri morti di fame”.

 

Un anno sull’Altipiano” descrive perfettamente, con uno sguardo a 360 gradi, la vita quotidiana in trincee che spesso erano poco più che budelli scavati nel fango, a pochi metri, talvolta, dalle trincee opposte, quelle degli austriaci in questo caso.

Il quadro è genericamente drammatico ma Lussu, giova ripeterlo, non indugia su particolari che potrebbero configurare una sorta di vittimismo, e piuttosto esercita puntualmente un’ironia, per quanto amarissima, che mette a nudo tutta l’assurdità del contesto.

“Cercai il comandante del battaglione, e lo trovai, come gli altri, nel fango. Anch’egli beveva. Io non lo conoscevo perché era arrivato nei giorni in cui io ero in licenza. Era un maggiore, sulla cinquantina, che veniva dalla Libia. Io ero fra i pochi veterani del reggimento ed egli mi accolse cordialmente come un pari grado. Mi disse che, improvvisamente trasferito dall’Africa all’Altipiano, non aveva la più lontana idea della nostra guerra di trincea.

-Stia tranquillo, – gli dissi – perché noi ne sappiamo quanto lei.

-Crede lei, – mi chiese – che riusciremo a prendere le posizioni nemiche?

-Se gli austriaci se ne vanno – risposi – è probabile che, in un paio d’ore, dopo aver praticato dei passaggi nella neve, arriveremo alle trincee nemiche, anche se congelati.

Ma se gli austriaci non se ne vanno, mi pare estremamente difficile.

-E se ne andranno?

-E perché se ne dovrebbero andare?

– E i ponti e le scale?

-Con un tempo come questo ci saranno utilissimi. Stanotte li bruceremo per riscaldarci, altrimenti morremo tutti assiderati”.

Emilio Lussu aveva il grado di tenente nella famosa Brigata Sassari, famosa per il grande senso di appartenenza che veniva vissuto a tutti i livelli, dagli alti ufficiali fino all’ultimo fante, dovuto essenzialmente al fatto che tutti i componenti della Brigata erano sardi e sassaresi e perciò era forte un sentimento di solidarietà, e perfino di fratellanza tra tutti i membri. Era un’eccezione e forse una certa storiografia e non disinteressati esegeti hanno voluto amplificare questi sentimenti, in particolare in tempi recenti. Non esisteva, in realtà, al tempo, un criterio regionalistico per inquadrare i soldati. In un Battaglione Varese, ed è solo un esempio, non c’erano varesini o almeno non solo. C’erano magari siciliani, pugliesi. Criterio che verrà mantenuto fino in tempi relativamente recenti in cui la leva era ancora obbligatoria.

Il caso della Brigata Sassari, voglio dire, è un po’ particolare e non fa testo. Non lo fa, inoltre, o lo fa per contrasto, quanto al rapporto tra ufficiali e truppa. Nel libro c’è modo di leggere più di un episodio in cui gli ufficiali di grado più basso, parteggiano per la truppa, in maniera prudentemente nascosta, attraverso una tolleranza che, salvando la facciata e le formalità, evita un conflitto aperto con i gradi più alti dell’esercito mantenendo peraltro una disciplina, una “tenuta” morale non imposta dalle gerarchie che sarà una delle componenti di rilievo nei giorni di Vittorio Veneto.

Un anno sull’Altipiano” è un documento straordinario rispetto a tutta la retorica che, complice il fascismo, di lì a qualche anno avvolgerà indistintamente tutti gli episodi in una specie di mito popolare. Qualcuno, anche più culturalmente avvertito, parlerà della grande guerra come l’ultima guerra di Indipendenza. I grandi monumenti su cui tuttora vengono celebrate cerimonie commemorative, sono altrettanti momenti di un travisamento ideologico in cui si vuol far apparire tutti i fanti (“Il Piave, tutti eroi o tutti accoppati”) come quei coscienti patrioti che, nella grande maggioranza, non sono stati. Pietà bisognerebbe forse provare, ma per vite che non sono state vissute e perse per ideologie che poterono sistematicamente essere spacciate come interpreti di interessi nazionali.

Quella che venne infatti presentata da gran parte dei movimenti interventisti come una guerra di popolo, e perfino come la conclusione del processo risorgimentale, è stata in realtà il migliore e drammatico esempio di quello scontro tra nazioni che nasconde, dietro l’ideologia, lo scontro tra i grandi capitali, giusta l’analisi marxista e leninista.

Il mito della “guerra di popolo” è stato un tema preponderante nel dibattito del primo dopoguerra, in una maniera che ha potuto giustificare molte mistificazioni. Il libro di Emilio Lussu è, in questo contesto, un antidoto efficace, soprattutto perché scritto da chi, inizialmente, era stato un convinto interventista, e che poi, nel corso della guerra, come dimostrerà pagina dopo pagina di questo prezioso libro, matura una visione del tutto differente. Ma che, come dire, arriverà con quasi venti anni di ritardo, in un modo in cui ci sembra di cogliere una riflessione e un’analisi che vorrebbe essere più ampia, quasi andare al di là del fatto storico della Grande Guerra. 

Lussu non fa alcun tipo di riflessione sulle conseguenze, che pure aveva visto e vissuto in prima persona, dei fatti e del portato profondo della Grande Guerra, che è davvero un punto di svolta nella storia europea e momento imprescindibile per ogni altra riflessione sugli anni del primo dopoguerra. Ma questa, dopotutto, non sarebbe una critica ragionevole. Il senso più profondo di un libro come “Un anno sull’Altipiano” è quello di essere una testimonianza, quanto più aderente ai fatti descritti.

Lussu, la cui vita è del resto un esempio di coerenza e moralità, non è una figura estranea al grande dibattito e ai “fatti” che seguirono alla pace di Versailles. Scrivere “Un anno sull’Altipiano” a quella distanza temporale dai “fatti”, è allora evidentemente una scelta. La guerra non ha senso, e Lussu ne descrive l’assurdità e fa intuire, meglio di un trattato sociologico, il suo carattere di classe.

La narrazione finisce con la prospettiva di un’altra stagione di assalti: “la guerra continuava”.

Durante uno di quei assalti senza speranza, una mitragliatrice austriaca falcia sistematicamente ogni tentativo italiano di arrivare alle trincee nemiche. È una strage. Fino a che, senza premeditazione, si sentono voci che gridano “Basta!”

“D’un tratto gli austriaci cessarono di sparare. Io vidi quelli che ci stavano di fronte, con gli occhi spalancati e un’espressione di terrore quasi che essi, e non noi, fossero sotto il fuoco. Uno che era senza fucile, gridò in italiano:

-Basta! Basta!

-Basta! – ripeterono gli altri, dai parapetti.

Quegli che era senz’armi mi parve un cappellano.

-Basta bravi soldati, non fatevi ammazzare così.

Noi ci fermammo, un istante. Noi non sparavamo, essi non sparavano. Quegli che sembrava un cappellano, si curvò talmente verso di noi, che se io avessi teso il braccio, sarei riuscito a toccarlo. Egli aveva gli occhi fissi su di me. Anch’io lo guardai.

Dalla nostra trincea, una voce aspra si levò:

-Avanti, soldati della mia gloriosa divisione. Avanti, contro il nemico!

Era il generale Leone”.

Da questo commovente libro è stato tratto un grande film di un grande regista, Francesco Rosi: “Uomini contro”, molto fedele al testo, negli episodi e nello spirito in cui, nei panni del tenete Ottolenghi, ha recitato quel grande attore, che ancora rimpiangiamo, che è stato Gian Maria Volonté.