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Un’“internazionale fascista” contro il Venezuela

di Geraldina Colotti

Una vera e propria “internazionale controrivoluzionaria di natura fascista”. Così il ministro del Lavoro venezuelano, Eduardo Piñate, ha definito la campagna di boicottaggio contro le elezioni parlamentari, decise per il 6 dicembre. Vi si dedica un esercito di giornalisti, economisti e intellettuali, funzionali agli interessi imperialisti, impegnato a diffondere gli argomenti degli Stati Uniti, che guidano l’offensiva sia a fini di politica interna (le elezioni presidenziali del 3 novembre), sia nell’ottica di reimpostare una nuova egemonia sull’antico “cortile di casa”.

Quella che si giocherà il 6 dicembre in Venezuela è, infatti, una partita determinante non solo per il socialismo bolivariano, che da vent’anni sta mostrando al mondo la necessità e la possibilità di un’alternativa al modello capitalista, ma per la ridefinizione degli assetti globali in un momento in cui la natura sistemica della crisi capitalista appare evidentissima a seguito della pandemia.

Che un paese straordinariamente ricco di risorse come il Venezuela abbia deciso di essere libero e sovrano, che sia un attore essenziale nella costruzione di nuove alleanze solidali nel continente, e che costituisca uno snodo geopolitico importante nella costruzione di un mondo multicentrico e multipolare, rappresenta sicuramente una “minaccia inusuale e straordinaria” per l’imperialismo.

E perciò, quanto più avanza la “diplomazia di pace” a livello internazionale, quanto più si impone a livello interno una proposta di dialogo finalizzata a un progetto di “pace con giustizia sociale”, si scatena la rabbia impotente di quelle forze che solo possono imporsi attraverso il caos e nell’anarchia del capitalismo. Forze che non agiscono “per sé”, ma per conto terzi, accecate dalla brama di mettere le mani sul bottino come un cercatore d’oro alla vista del giallo.

Nelle più diverse latitudini pensano che, una volta conclusa la distruzione del proprio paese, il nuovo padrone consenta loro di accedere alla spartizione del bottino, finendo però inevitabilmente sotto le ruote del carro del vincitore. È successo così in Libia, in Iraq e nel corso delle innumerevoli aggressioni imperialiste del secolo scorso. Succede in quei paesi dell’America Latina che sono tornati a destra, dove a muovere gli affari pensano i grandi poteri internazionali.

Succederebbe ancor di più in Venezuela, se per disgrazia si imponessero i falchi del Pentagono attraverso le loro pedine di estrema destra, oggi simbolizzate da Guaidó. Pedine che, se si impone la dialettica democratica e non la destabilizzazione, perderebbero anche quella parvenza di giustificazione per continuare a mantenere in piedi la farsa dell’“autoproclamazione”. Per questo, i burattini di Trump moltiplicano le richieste di invasione militare del proprio paese, che vorrebbero veder realizzata sia direttamente dagli USA, sia per procura, fidando sul loro compare colombiano Ivan Duque e sul fascista Jair Bolsonaro in Brasile.

Gli altri attori internazionali agiscono sottobanco, agitando la foglia di fico della “democrazia” borghese, sempre più sottile di fronte a un esercizio democratico per eccellenza, come sono le elezioni in un paese retto dalla “democrazia partecipativa e protagonista”, e data l’adesione di tutte le componenti della destra moderata, appoggiate persino dalla bellicosa Conferenza Episcopale.

Per compiacere l’ipocrisia della vecchia Europa, allora, ecco moltiplicarsi gli appelli che invitano a boicottare le elezioni, provviste di firme tanto numerose quanto vuote, inesistenti sia in Venezuela che al di fuori. È questo il caso del documento firmato da “almeno 105 organizzazioni sociali” per chiedere a “ong, partiti politici, sindacati, università, chiese, impresari, di elaborare un’agenda di lavoro comune”.

Quale? Quella contenuta nel Patto Unitario di Guaidó, che riprende il consueto ritornello: “fine dell’usurpazione, governo di transizione” e tutela internazionale, con il quale ha promesso di “sedersi a Miraflores” il prossimo 5 gennaio. Per questo, l’estrema destra che, obtorto collo, continua a tenerselo come rappresentante, confida nell’eventualità che Trump voglia impegnarsi in un’avventura militare per procura per distrarre gli elettori dal disastro che ha combinato ricompattandoli intorno alla “difesa della bandiera”.

Tuttavia, l’intelligente strategia politica condotta in questi anni dal chavismo, ha evidenziato le profonde fratture interne esistenti anche nell’area dell’estrema destra. Tanto che, anche un personaggio come Capriles Radonsky sembra voglia chiudere la porta in faccia al cosiddetto Patto Unitario di Guaidó, quando dichiara, riferendosi alle “sanzioni”: “È inaccettabile dover scegliere una strada che significa più sacrifici per le famiglie venezuelane”, e afferma che “votare o no è un falso dilemma”.

Per questo, cadrebbe a fagiolo un “casus belli” debitamente costruito, magari con il sempiterno pretesto della violazione dei diritti umani. Allora, com’è già accaduto, per esempio in Libia, anche la “democratica” Europa potrebbe avere un appiglio “umanitario” per agire. E Trump ha già annunciato la formazione di una grande forza multinazionale che sarebbe pronta a entrare in azione contro lo stato “narco-terrorista”. Un copione già visto che si rinnova nella strategia del boicottaggio che segue il suo corso a più livelli, seminando il caos e il disorientamento.

Solo un ingenuo può non accorgersi di quanto i media della destra siano pieni di proclami che enfatizzano le “differenze interne” al chavismo, proponendo dichiarazioni e contenuti di quelle frange che accusano il chavismo di essersi venduto al capitalismo. Logica vorrebbe che ci si domandasse: ma se è così perché si sta muovendo questo apparato gigantesco contro un normale esercizio democratico come quello del 6 dicembre?

Ma se Maduro si fosse venduto al nemico, perché i poteri forti non gli stendono un tappeto rosso, ma gli organizzano attentati e campagne denigratorie? E perché un governo che trae il suo consenso prevalentemente dai settori popolari metterebbe in campo politiche suicide se potesse fare diversamente? Qualunque dibattito, anche acceso, diventa un esercizio demagogico vuoto e pericoloso se non tiene conto della pesante incidenza che hanno avuto sull’economia venezuelana le misure coercitive unilaterali imposte dall’imperialismo, pari a un danno di oltre 130.000 milioni di dollari. Una questione che la maggioranza del quadro politico alleato del PSUV sembra avere ben chiaro, rinnovando l’alleanza del Gran Polo Patriottico (GPP).

In alcuni partiti di questa alleanza, che comprende quelle formazioni che non hanno voluto sciogliersi nel PSUV, si sono però prodotte incrinature che hanno dato luogo alla proposta di presentarsi alle elezioni con una sigla diversa. Si è scatenato un dibattito politico sulla fase, con le inevitabili accuse di “revisionismo” o di “estremismo”, da una parte o dall’altra.

Per il Partito Comunista venezuelano (PCV), che ha sempre espresso apertamente le sue riserve in merito ad alcune scelte tattiche del partito di governo, gli appelli rivolti alla “borghesia nazionale” andrebbero a scapito degli interessi di classe, riportando indietro gli obiettivi della rivoluzione bolivariana.

Per il PSUV, è prioritario allentare il cappio posto dall’imperialismo intorno al collo del processo bolivariano, per evitarne l’asfissia, ed è irresponsabile spezzare l’unità del chavismo in un momento così determinante. “Un passo avanti e due indietro”, cercando di evitare il baratro, in un senso e nell’altro. Una dialettica non facile da calibrare. Nel Venezuela bolivariano, le spinte utopiche e i progetti innovativi convivono con la tracotanza di una borghesia che non è stata espropriata e che può ostentatamente esibire i propri privilegi mettendo al contempo alla corda la resistenza delle classi popolari mediante la guerra economica e l’attacco alla moneta.

Solo guardando alla storia delle rivoluzioni, solo considerando lo specifico del laboratorio bolivariano, la sua scommessa in un sistema-mondo prevalentemente governato dai meccanismi capitalisti, si può intendere quale miracolo rappresenti la resistenza del processo bolivariano e quanto prezioso sia mantenere aperta un’alternativa.

L’attacco multidimensionale scatenato dall’imperialismo per farla finita con un tentativo che, in una congiuntura più favorevole, stava bruciando tutte le tappe di un nuovo modello di sviluppo a favore delle classi popolari, ha sicuramente fatto leva su limiti e contraddizioni che un’analisi marxista può individuare nell’antagonismo interno tra due modelli in disputa permanente, non risolti nei termini classici di una rivoluzione novecentesca.

Tuttavia, sarebbe totalmente fuorviante guardare alla fase che sta attraversando la rivoluzione bolivariana con le lenti di chi, dall’Europa, critica giustamente la “corsa al centro” che ha portato a non distinguere più il programma del cosiddetto “centro-sinistra” da quello del centro-destra nei paesi capitalisti. C’è, infatti, una netta differenza tra invitare all’unità nazionale contro l’imperialismo, come sta facendo il socialismo bolivariano per preservare l’integrità e la sovranità del paese, e “l’unità nazionale” agitata in modo interclassista dai governi capitalisti contro il conflitto di classe.

Conviene, invece, riflettere sull’analisi svolta dal vicepresidente di Sviluppo Sociale e Territoriale, Aristóbulo Istúriz durante il programma Dando y Dando che conduce insieme alla vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, Tania Díaz: “Gli Stati Uniti – ha detto Aristóbulo – non sono riusciti ad avere basi militari in Venezuela, quindi cercano di avere basi politiche. Cercano di vincere la nostra sovranità seminando il caos e la violenza”. Contro l’“internazionale controrivoluzionaria”, è quanto mai imperativo rispondere all’appello del socialismo bolivariano e cubano per la costruzione di una “nuova internazionale antimperialista”, per una nuova internazionale dei popoli.