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Tra privatizzazioni

e attacco ai lavoratori

La Pubblica Amministrazione

prima, durante e dopo l’emergenza Covid 19

di Pino Jursich

responsabile Pubblico Impiego Cub-Varese

La Pubblica Amministrazione è stata investita a partire dai primi anni ’90 da profonde trasformazioni che ne hanno cambiato ruolo e organizzazione.

Il tratto distintivo degli interventi normativi che hanno accompagnato questa progressiva metamorfosi è stato quello di favorire l’ingresso dei capitali privati nella gestione dei servizi pubblici.

Si è trattato di un fenomeno che ha interessato tutti gli Stati europei, anche se in minor misura nelle nazioni in cui storicamente è più radicata la cultura dello stato sociale, proprio in funzione delle politiche liberiste imposte dall’ordinamento europeo, a partire dai settori delle telecomunicazioni, ferrovie, energia, servizi postali, eccetera.

Dopo i primi interventi di privatizzazione nei servizi strategici gestiti dallo Stato (IRI, ENI, ecc., trasformati da enti pubblici economici in Società per Azioni dal Governo Amato) si è passati ai servizi pubblici locali (con la trasformazione delle Aziende Municipalizzate in Aziende di Capitali) fino ai settori dell'assistenza, dei servizi educativi, della sanità e altri, insomma a quello che era da decenni il cuore dello stato sociale, risultato delle grandi lotte degli anni '60/70. Nel corso degli anni 2000 si è così assistito alla proliferazione delle cliniche, degli ospedali, delle case di cura per anziani, dei centri diagnostici, degli asili nido e così via, gestiti da soggetti privati. Ma, come è nella tradizione più opportunista del capitalismo italiano, lo Stato ha continuato a supportare i gestori privati per garantire loro un adeguato margine di profitto mantenendo, nel contempo, calmierati i costi per gli utenti, attraverso l'elargizione di finanziamenti e contributi. A volte anche in contrasto con le stesse norme costituzionali come è avvenuto nel settore educativo, dove le scuole cosiddette paritarie, prevalentemente di indirizzo cattolico, ricevono centinaia di milioni di Euro all'anno in barba all'articolo 33 della Costituzione che prevede che “… la Repubblica detta le norme generali sull'istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

 

Questa gigantesca operazione è stata possibile, o comunque facilitata, da una parallela campagna ideologica di delegittimazione della P. A. e dei dipendenti pubblici, bollati come incapaci, parassiti e nullafacenti, e spingendo una gran parte dell'opinione pubblica ad accogliere con favore la concessione ai privati della gestione diretta dei servizi pubblici.

Altri elementi determinanti nel favorire tale processo sono stati la colossale riduzione dei trasferimenti di risorse statali agli Enti periferici e l'obbligo di osservare nella gestione dei bilanci il patto di stabilità imposto dall'Europa, pena sanzioni pesantissime. Questo ha provocato la drastica riduzione della capacità/possibilità di spesa e ha messo la P. A., e in particolare gli enti più vicini ai cittadini ovvero i Comuni, nella condizione di contrarre i servizi, ampliando esponenzialmente la percezione negativa tra i cittadini della “macchina pubblica” incentivandoli ulteriormente a rivolgersi al concorrente privato.

Naturalmente, l'intervento dei capitali privati non ha interessato tutta la Pubblica Amministrazione ma solo quei settori/servizi in grado di garantire sufficiente redditività.

Nel corso degli anni la P. A. è diventata quindi una fondamentale fonte di investimento e di profitto per pochi mentre pesanti sono stati gli effetti sulle condizioni dei lavoratori della stessa P. A.

In primo luogo in termini salariali, a partire dall'accordo sul costo del lavoro del 1993 che ha introdotto il principio della moderazione salariale quale strumento di riduzione del debito pubblico. Salari poi ulteriormente tagliati, in rapporto al costo della vita, attraverso una progressiva contrazione degli aumenti contrattuali fino al vero e proprio blocco dei contratti per ben 9 anni – dal 2009 al 2018 – reso possibile dalla totale subordinazione di CGIL CISL UIL alle logiche capitalistiche della riduzione del costo del lavoro a tutto vantaggio dei profitti.

I vari Governi non hanno esitato, con il pretesto della crisi economica del 2008 e in nome della salvaguardia dei conti pubblici, a sferrare specifici attacchi ai lavoratori della Pubblica Amministrazione: ricordiamo l’introduzione delle trattenute sulle assenze per malattia, fatta passare per lotta all’assenteismo, da parte del famigerato ministro Brunetta; emblematico anche il caso del blocco del pagamento della liquidazione (soldi dei lavoratori accantonati durante la vita lavorativa) per 24 mesi dopo la cessazione del rapporto di lavoro.

Ma nel corso di questi decenni segnati dalla privatizzazione di segmenti importanti della PA si è di nuovo radicato nel mondo del pubblico impiego un fenomeno che era stato sconfitto con le lotte degli anni ‘60/‘70: il precariato. Anche nel pubblico impiego sono comparse tipologie di contratto prima sconosciute: tempo determinato, cococo, lavoro interinale, ecc., forme di lavoro non garantito che hanno contribuito a rendere ancor più debole sindacalmente la categoria dei dipendenti pubblici.

Un altro colpo decisivo alla Pubblica Amministrazione e alla sua capacità di rendere servizi efficienti è stato il più che decennale blocco delle assunzioni che ha provocato la perdita di migliaia di posti di lavoro, e un consistente aumento dei carichi di lavoro. Secondo fonti Aran, dal 2001 al 2017 gli occupati nella pubblica amministrazione sono passati da 3.659.916 a 3.367.171 (quasi 300.000 posti di lavoro tagliati); anche l'incremento dell'età degli occupati non trova paragoni in Europa (i dipendenti pubblici con età superiore a 50 anni ad aprile del 2019 sono 1.830.122, vale a dire oltre il 50% degli occupati).

Siamo, quindi, arrivati all'anno 2020, l'anno segnato dalla crisi sanitaria da Covid, con un'Amministrazione Pubblica indebolita e in affanno.

Il dibattito in corso sulle origini, sulla natura e soprattutto sulle conseguenze di questa crisi è ricco e variegato ma su un punto sembrano convergere molte delle analisi: l'emergenza sanitaria, soprattutto nella fase più acuta dei contagi e dei decessi ha rivelato agli occhi di milioni di persone quello che era stato fino a quel momento una consapevolezza delle sole avanguardie conflittuali: il ridimensionamento della sanità pubblica, fatto di tagli ai posti letto, al personale, alle strutture ospedaliere, era finalizzato al trasferimento di enormi risorse alla sanità privata e il risultato tangibile è stato che migliaia di persone sono state lasciate a morire nelle condizioni di sofferenza che tutti abbiamo potuto osservare con costernazione. Si è trattato di un messaggio potente sul quale occorre riflettere anche in vista della messa in campo delle future strategie di lotta.

Allo stesso tempo, così come durante il lockdown si è svelata la centralità dei lavoratori e soprattutto della classe operaia nella produzione della ricchezza e dei beni essenziali per la popolazione – classe per decenni resa invisibile dalla narrazione e dalla cronaca gestite dalla macchina capitalistica del consenso – così è emerso plasticamente come solo grazie all'impegno, alla professionalità e all'assunzione di responsabilità da parte dei lavoratori del settore sanitario pubblico, dagli infermieri ai medici al personale ausiliario, seppur ridotti e bistrattati per anni, si è riusciti a limitare i danni garantendo assistenza a migliaia di cittadini colpiti dal virus. Insomma, in pochi mesi, si è palesata come non mai che la divisione della società in classi non è scomparsa.

Ma di converso, come sempre avviene nelle crisi più acute, si determinano anche le condizioni perché il sistema capitalista provi a realizzare dei cambiamenti nella gestione dell'economia, nella ristrutturazione dei rapporti sociali, nell'organizzazione dello Stato difficili da realizzare in tempi normali. Oltre che un'occasione per trovare nuove forme di profitto.

In parte questo sta avvenendo anche nella Pubblica Amministrazione. L'emergenza sanitaria ha impresso una svolta decisiva nell'introduzione dello smart working coinvolgendo almeno 8 milioni di dipendenti.

Le dichiarazioni del Governo e di alcuni ambienti del capitalismo digitale fanno pensare che questa esperienza emergenziale sarà usata per dare un serio impulso alla diffusione del lavoro agile. Infatti, tra i settori economici/produttivi che hanno maggiormente beneficiato della fase emergenziale spiccano quelli legati alla gestione da remoto delle attività (videoconferenze, didattica a distanza ecc.), come ben documentato dall'aumento del 155% del valore delle azioni della piattaforma Zoom. Settori che non mancheranno di esercitare le dovute pressioni perché tali innovazioni tecnologiche nella gestione del lavoro dei dipendenti della P. A. diventino strutturali.

Anche in questo caso nessuno si occupa di verificare le ricadute sulle condizioni di vita e di lavoro dello smart working. Non è questo l'ambito in cui affrontare aspetti positivi e negativi di questa modalità di lavoro, su cui peraltro è in corso un approfondimento nell'ambito della CUB Pubblico Impiego.

Siamo alla vigilia di una fase che si annuncia cruciale, forse di importanza storica, i cui esiti sono insondabili. L'unica certezza è che la crisi sanitaria, innestandosi su una crisi strutturale del sistema economico capitalistico globale, produrrà una grande depressione economica che si abbatterà sulle classi proletarie.

Se si sta con i piedi per terra, andando oltre le narrazioni propagandistiche del governo, e si presta la necessaria attenzione alle dichiarazioni e alle prese di posizione degli attori in campo (istituzioni europee, Confindustria ecc.) è evidente che la crisi verrà usata dal capitale non solo come occasione di profitto ma anche di ristrutturazione dei rapporti sociali inasprendo lo sfruttamento e il comando sul mondo del lavoro.

Dalle dichiarazioni degli esponenti delle istituzioni europee emerge con sempre maggiore chiarezza che le famose condizionalità ci saranno eccome e che i fondi europei saranno elargiti solo in presenza di riforme strutturali, guarda caso le stesse che sono state imposte alla Grecia. Così come il nuovo Presidente di Confindustria annovera tra le priorità la revisione dei modelli contrattuali.

Per essere espliciti: un inasprimento della guerra di classe dall'alto verso il basso.

In questo processo sarà interessante osservare il ruolo che sarà assegnato alla Pubblica Amministrazione. Anche da questo punto di vista qualche indicazione ci viene dai continui richiami degli ambienti padronali alla necessità di dare un drastico taglio alla burocrazia (che significa ulteriore ridimensionamento del ruolo di controllo dello Stato, il cui intervento viene invocato unicamente come bancomat per le imprese) e di realizzare finalmente la digitalizzazione, sempre al servizio delle imprese.

Come detto, però, l'improvvisa comparsa del coronavirus e le vicende che hanno scandito questi mesi di emergenza, hanno reso evidente l'inadeguatezza di questo sistema economico, che non è riuscito nemmeno a garantire la salute e la cura della popolazione.

Da questa nuova consapevolezza occorre partire per gettare le basi di una risposta adeguata delle classi popolari all'offensiva che il capitale sta preparando per i prossimi mesi.

I lavoratori pubblici potranno svolgere un ruolo cruciale se sapranno uscire da una visione corporativa alleandosi in un fronte comune di lotta con operai, precari e quei ceti popolari che si troveranno ad affrontare una crisi che si annuncia anche peggiore di quella del '29.