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Togliatti e la seconda nascita

del PCI

di Bruno Casati

Cumpanis, dicembre 2020

 

Tutta l’azione di Togliatti, al rientro in Italia dopo 18 anni di esilio, prende l’avvio dalle decisioni del VII Congresso del Comintern del 1935: quello della controsvolta, con l’apertura ai Fronti Popolari, rispetto alla stretta del socialfascismo. Arrivarci non era stato semplice: Terrracini pagò il suo dissenso espresso in carcere con l’espulsione dal Partito; anche Gramsci non si trovò in sintonia con l’Internazionale; gli stessi Togliatti e Dimitrov, che a Mosca erano sospettati di freddezza nei confronti del socialfasismo, vennero tenuti sotto osservazione dalla polizia segreta. Poi gli accadimenti intervenuti nel mondo imposero la controsvolta. Si dovette, infatti, prendere atto delle difficoltà che il procedere di una linea rivoluzionaria fondata sulla classe operaia incontrava in molti Paesi, insieme (prendere atto) dell’affermarsi del fascismo in alcuni di questi Paesi. Veniva pertanto prospettata una fase intermedia del cammino in direzione del socialismo: in questa fase era progettata la costruzione di larghe alleanze, una linea che si collocava all’opposto della teoria dell’attacco frontale (Trotskij) “in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta” (Relazione Togliatti al Convegno “Studi Gramsciani”, Ed. Riuniti, 1958).

Già Togliatti nelle sue famose “lezioni sul fascismo” sosteneva che, in Italia, si dovesse formare un fronte unitario di lavoratori comunisti, socialdemocratici, cattolici. Quando rientrò nel 1944 si mise immediatamente all’opera per realizzarlo, nel convincimento che il perno del fronte dovesse essere un partito dei lavoratori (e degli intellettuali che ad esso facevano riferimento), un partito capace però di saldare, in un blocco sociale ampio e variegato contro il capitalismo e lo Stato borghese, non solo la classe operaia del Nord con le masse contadine meridionali, ma anche settori del lavoro autonomo come artigiani, commercianti e piccoli imprenditori. Un “partito nuovo”, quindi, che assumesse e modellasse sull’Italia, con la sua storia, la concezione leninista della costruzione socialista, in contrasto con quanti a sinistra escludevano il rapporto con le classi non proletarie. È nella concreta attuazione di questa linea che il partito, il “partito nuovo”, in brevissimo tempo esplose in un grande partito di massa, in cui due milioni di operai e contadini si andarono a collocare a fianco delle decine di migliaia di partigiani che, in armi, avevano combattuto il fascismo. E, solo per fare un esempio, a Milano, capitale della Resistenza e del lavoro industriale, la Federazione provinciale del partito arriva quasi subito a 150mila iscritti, la più grande federazione comunista di tutto l’Occidente.

Il capolavoro di Togliatti, perché di questo si trattò, fu quello di portare questo Partito sul terreno istituzionale e politico con riferimenti netti alla Costituzione e alla Democrazia Repubblicana. Si andò allora a concretizzare in Italia il primo tentativo di costruire, in difformità con quanto stava succedendo in altri paesi liberati, un semilavorato di via al socialismo diversa da quella sovietica. Insieme, un tentativo di affrontare la questione della modernizzazione e quindi dell’arretratezza del capitalismo italiano, sfidando la borghesia. Ed è nel campo di questo tentativo che affiora anche un limite nell’impianto progettato da Togliatti, poiché se è vero che nello stesso impianto viene assunto il pensiero meridionalista di Gramsci, è altrettanto vero che poi non si dà seguito alle sue riflessioni sul fordismo e sul lavoro che cambia. Limite assai serio che anni dopo, sui “Quaderni Rossi”, Panzieri, Libertini e Foa non mancarono di sottolineare. Su questo terreno, il lavoro, quel PCI sembra affidarsi al solo sindacato che però, dopo l’attentato a Togliatti, fu costretto a dividersi, con la CGIL che dovette subire i licenziamenti di massa dei militanti comunisti e socialisti e, successivamente, essere sconfitta nelle elezioni delle Commissioni Interne. Giuseppe Di Vittorio si provò a rompere l’assedio, ma il Piano del Lavoro, che fu lo strumento progettato per tentare la generosa sortita, non parve percepire le grandi trasformazioni che annunciavano in Italia il sorpasso dell’industria, con una nuova industria, sull’agricoltura.

Merita ora una riflessione la concezione che ispira Togliatti nel piano di costruzione del Partito di massa, concezione che pare assumere più il modello aperto al quale pensava Lenin dopo la Rivoluzione del 1905, che non quello del Partito di quadri della Terza Internazionale. Ne sortì un “ibrido” diretto da una ristretta struttura del comando assolutamente verticale (ancora nel 1960 la Direzione Nazionale del PCI figurava composta da sole diciassette unità), alla quale faceva riferimento un apparato largo ma selezionatissimo, con il compito di orientare ed educare il proletariato. Nella costruzione concreta del Partito, Togliatti si affida a Pietro Secchia che struttura il PCI in modo capillare facendolo aderire come un guanto al territorio. “Una sezione per ogni campanile”, dirà Secchia alla prima Conferenza di Organizzazione del PCI, e taluno trovò il modo di ironizzare: “Parrocchie e Frattocchie”. Con Togliatti Secchia persegue la via democratica ma, nel contempo, attrezza il Partito per essere pronto a respingere gli attacchi di quanti, presenti anche negli apparati dello Stato si propongono di abbattere la Democrazia Repubblicana conquistata con la lotta antifascista. Non arriva il PCI del dopoguerra a dotarsi di un apparato di vigilanza parallelo ma segreto, rispetto alla struttura legale del partito, come dovette fare il PCdI degli anni Venti con l’Ufficio Uno diretto da Bruno Fortichiari, ma un’organizzazione c’era e quegli attacchi ci furono. Ed è nel 1960 che il Partito di Togliatti-Pietro Secchia dopo il caso Seniga era stato messo in disparte, riempie le piazze di tutta Italia, insorge e sfida la Polizia che apre il fuoco sui manifestanti – saranno i morti di Reggio Emilia – ma l’operazione che mirava a legittimare politicamente i fascisti del MSI viene respinta e Ferdinando Tambroni, il Presidente del Consiglio, si dovette dimettere.

Fu così che venne aperta la strada al primo Centro-Sinistra. L’impianto organizzativo del PCI, funzionale alla politica del Partito, aveva dato una manifestazione di forza. Purtuttavia, qualche anno dopo, Pietro Ingrao arrivò a suggerire che l’impianto verticale del Partito, al quale si accedeva solo per cooptazione, venisse superato con il coinvolgimento “orizzontale” delle espressioni delle classi oppresse. Ingrao (e altri) aveva individuato il nervo scoperto che era nelle selezioni dei gruppi dirigenti. Il limite si manifestò con nettezza quando, dopo Togliatti, cominciò a venir meno la generazione dei compagni che disponevano di un “cursus honorum” inattaccabile: l’élite della clandestinità, del carcere, della Spagna, di Ventotene, della Resistenza e poi i licenziati per rappresaglia e quanti erano usciti dall’università Leninista di Mosca. E nei ranghi del partito, come è ovvio e giusto, si affacciavano le generazioni più giovani. Ed è qui che la cooptazione si manifestò come un pericolo (ma così non fu colto) perché il criterio della selezione basata su esperienza, qualità, merito acquisito nella fabbrica e nel territorio, fu progressivamente messo da parte, mantenuto a parole ma abbandonato nel concreto, perché il dirigente cooptante richiedeva al cooptato solo fedeltà. E il partito si andò via via a impoverire, fintanto che un gruppo coeso e determinato di giovani della FGCI degli anni Sessanta, che non era già più la FGCI fondata a Livorno nel 1950 con Berlinguer Segretario, giovani che non conoscevano il lavoro di massa nelle fabbriche e nel territorio, non lanciò una facile scalata agli organigrammi di un partito ormai disarmato culturalmente. E quando lo conquistò lo sciolse e cominciò un’altra storia.

Se ora torniamo a guardare al partito di Togliatti del dopoguerra, coglieremmo una interessante ripartizione di funzioni e compiti tra Regioni e grandi capoluoghi. Verrebbe banalmente da dire che quel partito era impostato per specializzazioni quasi rispondendo a una costituzione interna non scritta ma che assegnava precisi mandati a Milano, Torino, Napoli, Bologna, Firenze, sempre sotto l’occhio vigile del progettista-principe che tutto seguiva dal Palazzo Rosso delle Botteghe Oscure e al quale nulla sfuggiva. Ai comunisti milanesi era, ad esempio, assegnato il tema del sindacato e del lavoro industriale, perché Milano e la Lombardia erano allora le realtà delle grandi concentrazioni fordiste nelle fabbriche siderurgiche, elettromeccaniche, del chimico-gomma, differente Milano da Torino, sede della monocultura dell’auto, anche se era a Torino che si schierava la “prima linea operaia” contrapposta alla famiglia principale del capitalismo italiano. A Torino e Napoli, dove era emersa la figura di Giorgio Amendola, era assegnata l’elaborazione e l’approfondimento politico, che Togliatti però controllava rigidamente. Ai pragmatici comunisti emiliani e toscani era affidata la politica amministrativa che, in centro Italia, dove il PCI era diventato sostanzialmente maggioritario, fece registrare casi di successo, riconosciuti in tutto il mondo, e si sviluppò un movimento cooperativo con radici salde nel popolo delle campagne. Così prosegue il radicamento del partito, un partito di opposizione con una enorme capacità di condizionamento politico. Va da sé che su questa strada la ricerca del consolidamento del partito e, insieme, della democrazia repubblicana per reggere si dovessero accompagnare con una certa moderazione sociale. C’è un punto fermo, anzi un convincimento, a monte di questa linea di condotta che Togliatti porta in Italia: quello che la scelta del pluralismo politico (in Italia) è resa obbligata dal convincimento, appunto, che la divisione del mondo dopo la fine della guerra non possa essere cambiata per lungo periodo, e che quindi il compito di un partito comunista, se vuole esistere, è quello di ritagliarsi una propria originale collocazione nel movimento comunista internazionale, senza entrare in conflitto con lo stesso, praticando, in Italia, la strada di una democrazia progressiva, una strada che ha una “stella polare” nella Costituzione e pietre miliari precise quali: l’economia mista, la democrazia rappresentativa, lo stato sociale.

Forte di questo convincimento il PCI da allora non cambierà mai la sua strategia anche se, sempre da allora, la società cambierà in continuazione. Forse, all’inizio del triennio 1945-1948, Togliatti spera che le cose vadano diversamente. Lo attesta un episodio che merita oggi una riflessione. Siamo appunto in un triennio fondamentale sia per la storia dell’Italia che per quella del PCI, ed è infatti all’inizio di quel periodo che si è conquistata con il voto la Repubblica e si è formato un Governo in cui allora figuravano le più eminenti personalità democratiche del Paese, compresi i comunisti e i socialisti. Ma è più o meno alla metà del triennio, si è agli inizi del 1947, che i comunisti e i socialisti vengono cacciati da quel Governo. Sorprende ancora oggi che alla cacciata non ci sia stata nessuna risposta: le sinistre subiscono e non reagiscono. Eppure nei mesi precedenti c’erano stati segnali inequivocabili che anticipavano la strada che le forze di centro e la borghesia, certo sotto la pressione diretta e documentata dell’Ambasciata USA, avrebbero imboccato: quella di liberarsi degli uomini della Resistenza. E in effetti a Milano, la capitale della Resistenza, ed è questo l’episodio, era già stato rimosso il Prefetto Ettore Troilo, il comandante partigiano che era subentrato a Riccardo Lombardi, il primo Prefetto milanese dalla Liberazione. Alla rimozione era immediatamente seguita l’occupazione della Prefettura da parte dei partigiani guidati da Gian Carlo Pajetta, allora segretario della Federazione, ma anche il sindaco Greppi, socialista, era dalla loro parte. Intervenne allora, e pesantemente, il “Guardasigilli” Togliatti che si adoperò nell’opera di dissuasione e gli occupanti, delusi, uscirono a testa bassa dalla Prefettura. I segnali, insomma, che già non soffiasse più il vento del 25 Aprile erano chiari, eppure si è subita la cacciata, preparata e non improvvisa, delle sinistre dal Governo senza protestare: si prese semplicemente atto. Certo la risposta non poteva, non doveva essere quella “tragica e suicida” della Grecia (quante volte abbiamo sentito dire che non bisognava fare come i comunisti greci!). Ma non ci fu, in Italia, nessuna assemblea, nessuna manifestazione, nessun comizio, lo conferma Armando Cossutta (nell’intervento riportato sul N° 604 del Calendario del Popolo del dicembre 1996) allora giovane segretario del PCI di Sesto S. Giovanni, realtà operaia dove il partito era maggioranza assoluta. È sempre Cossutta che “tra la risposta tragica e suicida della Grecia e la risposta che non vi fu in Italia, in mezzo c’è molto”.

Certo lui lo riconosce cinquant’anni dopo; cinquant’anni prima fu solo Pietro Secchia a dire le stesse cose, che andò a dirle anche a Stalin e Togliatti se la legò al dito. Resta il quesito: perché non ci fu reazione alla cacciata? Probabilmente perché la cacciata era, non casualmente, intervenuta nel bel mezzo della discussione, di altissimo livello, dentro la Costituente, che Togliatti considerava il terreno istituzionale e politico da privilegiare. Solo con una Carta Costituzionale avanzata i comunisti potevano imboccare il percorso di transizione al socialismo. Ma non dovevano apparire turbative. Se si trattava di scegliere, era prioritario costruire una Costituzione con i comunisti e secondario un Governo senza i comunisti. Ma Cossutta, sempre in quell’intervento postumo, insiste: “credo vi sia stato da parte del gruppo dirigente del PCI di Palmiro Togliatti un errore di valutazione” che, ancora Cossutta, non consistette tanto nella mancata reazione alla cacciata, ma nel pensare (Togliatti) che, dopo un certo periodo, sarebbe stato possibile in Italia, se non un governo del CLN, almeno la ricomposizione dell’unità antifascista. E, quindi, forte di questo convincimento, lui avrebbe pensato che non convenisse forzare la mano.

Taluno, tempo dopo, parve dargli ragione: fu Fanfani che, pur con un monocolore DC sembrò aprire spiragli. Ma il successivo Governo Scelba-Saragat, con brutalità (non a caso Pietro Nenni lo bollò come Governo SS) azzerò ogni speranza. Probabilmente anche Stalin pensava che l’alleanza tra le potenze vincitrici del nazifascismo potesse essere mantenuta in qualche modo, ma la Guerra di Corea del ‘50 cambiò l’ordine delle cose. Si riaprirono le possibilità con la Conferenza di Ginevra del 1955, ma i fatti d’Ungheria e il XX° Congresso del PCUS fecero precipitare il tutto. In sintesi, in quel primo triennio, forse, né Togliatti né Stalin, vien da pensare oggi, si rendessero conto che finita la guerra ne era iniziata un’altra: la Guerra Fredda. Assolutamente fondamentale, in quel triennio, dotare, in Italia,  il partito di un potente retroterra culturale, che gli viene fornito dalle opere, le lettere e i quaderni di Antonio Gramsci, di cui Togliatti dice: “egli arriva a determinare la funzione nuova della classe operaia come classe dirigente del rinnovamento di tutta la vita economica  politica e sociale  d’Italia e fonda nello spirito della più rigorosa dottrina Marxista una politica completamente nuova per il socialismo italiano, di alleanza fra i gruppi sociali più progrediti e la grande massa delle popolazioni delle Regioni più arretrate  del Paese” (dal discorso pronunciato a Cagliari nel decimo anniversario della morte di Gramsci, pubblicato da Rinascita nell’aprile 1947). Lui, Togliatti, che ha passato lunghi anni della militanza giovanile a Torino con Gramsci, è venuto a conoscenza di quelle opere solo a Mosca, dove dopo la morte erano state portate dalla cognata. Le ha lette, come certo le avranno lette anche i sovietici, che apprezzavano l’intelligenza del capo dei comunisti italiani, ma erano anche a conoscenza sia delle critiche che Gramsci, prima di essere arrestato, aveva rivolto ai metodi con cui Stalin trattava le sue opposizioni, e a conoscenza anche della simpatia manifestata da Gramsci nei confronti di Bukarin per il sostegno dato alla NEP che Lenin aveva imposto a un partito riluttante. Assumere Gramsci per Togliatti fu, a un tempo, operazione di altissimo profilo, ma difficile e coraggiosa insieme. Difficile perché la lettura dei “Quaderni dal Carcere”, anche per le particolari condizioni in cui erano stati scritti, risultava complicata, difficoltosa non solo per i proletari ma anche per gli intellettuali. V’è però ora da dire che quando, nel primo dopoguerra, il Partito assume le opere di Gramsci, gli intellettuali affascinati da un pensiero così innovativo sono attratti da questi comunisti italiani. Togliatti gli intellettuali li ascolta, li lusinga anche, ma è pure capace di esercitare pesanti interventi censori nei loro confronti, come fece con il Politecnico di Vittorini. Sulla cultura Togliatti non delega.

Per quanto riguarda i proletari la situazione è ancor più complessa perché, eccezion fatta per la generazione di Livorno e di Lione, che aveva letto Marx (Lenin allora veniva conosciuto in Italia solo attraverso traduzioni estere), e la generazione della clandestinità, della Spagna e di Ventotene, che aveva avuto la possibilità di studiare gli opuscoli del Marxismo-Leninismo, pur rivisto da Stalin, e introdotti in Italia da coraggiosi corrieri, la massa degli operai e dei contadini era all’oscuro di tutto e quindi per Togliatti, che assume Gramsci, si trattava  di: “… dare al movimento operaio e alla sinistra italiana – una galassia, questa, storicamente cospicua, ma tarata dall’anarchismo, dal dilettantismo vociante e pressapochista – nerbo e solida struttura, un’etica organizzativa e politica, insieme a una flessibilità senza la quale non si può fare politica e, insieme, infine una alimentazione di contenuti ideali senza i quali non si mobilitano le genti” (Luciano Cafagna nella recensione nel libro di memorie di Alfredo Reichlin). Operazione oltretutto coraggiosa perché l’intento di offrire, e non solo al partito in formazione, una interpretazione nazionale e originale, rispetto alla via sovietica al socialismo, non poteva lasciare indifferenti non solo i sovietici ma anche altri, come i comunisti francesi ad esempio. Togliatti sfida Mosca? Non può, non vuole, non deve. L’Unione Sovietica è l’unica forza tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale che può garantire un radicamento democratico del PCI in Italia, Paese dove passa la frontiera tra l’Oriente Socialista e l’Occidente Capitalista. Non può e soprattutto non vuole perché in Italia Stalin è venerato dal popolo comunista e lui stesso, Togliatti, che chiarirà la posizione del PCI su Stalin in una famosissima intervista a “Nuovi Argomenti”, nel corso dell’8° Congresso del PCI del 1956, si troverà ad applaudire Concetto Marchesi che dal palco mette alla berlina la mediocrità di Kruscev, l’accusatore di Stalin al 20° Congresso del PCUS.

Togliatti è assolutamente cosciente che Gramsci gli ha consegnato una eredità potente, la leva fondamentale per favorire la “Seconda Nascita” del PCI. L’aveva ben compreso anche Raffaele Mattioli, il Presidente della Banca Commerciale, che quegli scritti era riuscito a riportarli in Italia da Mosca. Mattioli prevedeva, lo racconta Massimo Caprara che era stato segretario di Togliatti dal 1944 e per vent’anni (in “L’inchiostro verde di Togliatti”, Simonelli Ed., 1996), che l’effetto che in Italia, portati a conoscenza del movimento operaio e della sinistra avrebbero avuto quegli scritti, sarebbe stato pari a quello che, decenni prima, ebbe la diffusione dei primi numeri dell’ISKRA dentro la gran massa di contadini, operai, soldati che avrebbero poi preso il potere in Russia. Una gran massa ma in larga misura incolta se non analfabeta, alla quale il formidabile arsenale delle idee dell’ISKRA poteva arrivare solo attraverso la mediazione degli agitatori bolscevichi. Togliatti solo in apparenza sfida Mosca, in realtà la rassicura perché ha l’accortezza di accompagnare già le prime divulgazioni del lavoro di Gramsci (qualche uscita su Rinascita, una prima pubblicazione con Einaudi) con il cemento dei miti: quello della Rivoluzione d’Ottobre e, almeno fino al 1956, quello di Stalin.

Più che non per i sovietici, Togliatti è però preoccupato per le resistenze interne che si manifestano nel corpo del PCI in quanti guardano al partito nuovo e alla democrazia progressiva più che altro come accorgimenti tattici (“per ora va così, poi si vedrà”), tanto da far pensare che la famosa doppiezza sia più nei militanti che non in Togliatti. Ma con chi frena la svolta della via unitaria, democratica, legale, Togliatti è durissimo e invia un avvertimento pesante ai comunisti milanesi: “l’insurrezione vi ha dato alla testa; non avete capito che lo strato avanzato è circondato da una massa di operai a fisionomia moderata, di un ceto medio legato alla produzione e al commercio, da professionisti e intellettuali” (Togliatti e il Mezzogiorno, Ed. Riuniti, vol. 1° pag. 99). E non si farà scrupolo di liquidare quelli che bolla come “i conservatori” a partire da Giuseppe Alberganti, il segretario della Federazione che farà in modo anche di escludere dal Comitato Centrale. Togliatti non perdona, diffida, si guarda sempre alle spalle: non a caso è uscito indenne dal decennio e più passato all’Hotel LUX di Mosca. Togliatti però non sfida Mosca, ma vedendo per l’Italia un futuro diverso da quello scelto dalle democrazie popolari, per lui è assolutamente fondamentale l’interesse Nazionale, manifesta una grande abilità nel sottrarsi a una discussione teorica con Mosca, che avrebbe ingenerato nuove frizioni, oltre a quelle già esistenti interne al partito in costruzione.

In buona sostanza il vero capolavoro di Togliatti è stato quello di aver saputo costruire il più grande Partito Comunista d’Occidente senza portare la discussione su cosa mai fosse il comunismo. Un partito però capace, l’unico in Italia, di difendere la democrazia nei passaggi più difficili della nostra vita repubblicana.