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Tienanmen: i media

e l’immagine distorta

della Cina

di Giambattista Cadoppi

Nulla piace agli uomini quanto avere dei nemici e vedere se sono proprio come ci s'immagina

                                                                                                 (Italo Calvino, Il visconte dimezzato)

 

 

Scrive un esperto di cose cinesi: «Tra la realtà e ciò che viene percepito c'è spesso un grande divario. Questo è certamente il caso della Cina. Il meno che si possa dire è che questo paese ha un grave problema di immagine in Occidente. Quando i media tradizionali parlano della situazione sociale nella Cina sono tutto tranne che elogiativi. Soggetti preferiti sono le catastrofi, dagli incidenti ferroviari fino agli edifici fatiscenti, inclusi tutti i tipi di scandali, come le intossicazioni alimentari e gli incidenti in miniera, le condizioni incredibili delle fabbriche, gli enormi problemi ambientali, i disordini sociali, gli aborti forzati, un bambino trovato nelle tubature di un bagno, ecc. L'informazione nel mondo capitalista è sensazionalista e spesso si concentra su tutto il negativo. Altri paesi, soprattutto del Sud, di solito sono presentati nel loro lato peggiore. Ma nel caso della Cina, a differenza dell'India, per esempio, domina la denigrazione sistematica quando non organizzata di proposito» (M. Vandepitte, La dura realtà a 15 anni dalla caduta del Muro. Come è stata smantellata l’Europa dell’Est, Resistenze, 2005).

La Cina oltre a vari record economici ha senz’altro il record mondiale dei luoghi comuni. Se esistesse una classifica dei luoghi comuni, scrive Le Monde Diplomatique, quelli sull'Impero di Mezzo figurerebbero certamente al primo posto (Pericolo giallo, 2006). Allora vediamone alcuni. Se i luoghi comuni sul pericolo giallo furoreggiano soprattutto nell’opinione pubblica di destra, quella di sinistra sembra ancora meno informata. Poche persone ricchissime, i membri dell'Ufficio Politico del Partito Comunista Cinese e tutto il resto fanno la fame. Anzi addirittura tutti in Cina sono schiavi, senza sindacato, senza protezione sociale. Questo pietismo nei confronti del popolo cinese è davvero super partes e va dall'estrema destra all'estrema sinistra. È l'unica cosa su cui si è unificato il pensiero dei media italiani. Gente situata alla destra di Gengis Khan, che in Italia vorrebbe vietare il sindacato in fabbrica, si lamenta della mancanza di libertà sindacale in Cina; gente che un giorno sì e l'altro pure vuole reintrodurre la pena di morte in Italia è indignata per pena di morte in Cina. Insomma, la destra italiana in generale si batte per il “vero comunismo” in Cina (guai se non c’è l’uguaglianza) e perché la propria immagine della Cina (con tanto di pena di morte e di intolleranza religiosa) venga introdotta in Italia. Difensori dei popoli oppressi che non hanno mai mosso un dito per la Palestina sono indignati per come è trattato il popolo tibetano. Difensori della laicità dello stato che vorrebbero per il Tibet il ritorno di un Papa-Re. Gente che in Italia si è schierata contro lo statuto di autonomia dell'Alto Adige che vuole addirittura l'indipendenza del Tibet. Personaggi che in Italia vorrebbero bruciare le moschee insieme a coloro che dentro ci pregano ma che in Cina si ergono a difensori dell'islam oppresso dal comunismo. Comunisti che accusano i cinesi di essere poveri (ossia non post-industriali), i fans della Rivoluzione Culturale che si trovano sempre d'accordo con chi dice: «La Rivoluzione Culturale? 100 milioni di morti!».

Ma ciò che è davvero singolare sono coloro che vorrebbero insegnare la Cina ai cinesi. Gente che ammira i cinesi per i loro 3mila anni di storia (che conoscono solo superficialmente) che avrebbero buttato al vento in nome del consumismo occidentale. È davvero ammirevole insegnare la Cina ai cinesi, ma forse sarebbe opportuno, prima, conoscere la nostra storia. I cinesi per altro leggono dodici volte più di noi: «I cinesi leggono molto. Più della metà del miliardo e 300 milioni di abitanti della Cina, dunque il 60,4%, legge un libro al mese, pur confrontandosi con un mercato editoriale ancora molto contenuto (568 sono le case editrici, di piccole e medie dimensioni). Tanto per fare un confronto, in Italia solo il 41% degli italiani legge un libro. Ma parliamo di un libro all’anno...» (I Cinesi Lettori ‘forti’, Rai News 24). I cinesi la conoscono senz’altro meglio la nostra storia di quanto noi conosciamo la loro. Noi non parliamo più latino e non veneriamo più i nostri Dei, mentre in Cina non ha mai cessato di essere in auge il confucianesimo e i cinesi parlano tuttora mandarino sebbene modernizzato. La Cina nei suoi 3mila anni è sempre stata all’avanguardia della scienza e della tecnica fino alla Rivoluzione scientifica in Occidente e fino a quel periodo è stata la più grande potenza del mondo. Ai “conoscitori” della storia cinese non passa nemmeno per la testa che i cinesi aspirino, proprio perché conoscono bene la loro storia, a ritornare agli antichi fasti. I cinesi addirittura pensano che il loro modello di sviluppo non derivi soltanto dall’analisi delle loro esperienze ma da quelle di tutto il mondo (che loro hanno studiato). Senza per altro volere insegnare l’Europa agli europei o l’America agli americani. Loro si limitano a imparare. Sostengono persino che il loro modello potrebbe non funzionare altrettanto bene fuori dalla Cina.

Noi guardiamo alla Cina attraverso la nostra ottica peculiare e forse è vero che quando parliamo della Cina in realtà parliamo dei nostri problemi.

Si deve ad un’osservazione del sinologo Colin Mackerras l’aver sottolineato la differenza tra “immagine”, “realtà” e “verità” (Western images of China, Revista Española Del Pacífico, 1996). Secondo Rawnsley è nella natura dei media occidentali andare verso gli “estremi” nella percezione di nuovi valori. La complessità della Cina fa sì che sia difficile presentare un’immagine semplificata che possa essere descritta come accurata o inaccurata, per cui non è facile ridurre il gap tra l’immagine e la realtà (Roundtable Discussion on ‘The West Looks East: Contemporary Views of China”, IAPS, 24/11/2006). Tant’è, noi ci proveremo. L’Occidente deriva gran parte della sua immagine attuale della Cina dalle vicende di Tienanmen. Sino a Tienanmen la Cina aveva goduto di una certa protezione o neutralità mediatica in Occidente. Non era il nostro nemico diretto durante la guerra fredda. Questo ruolo era detenuto dall’URSS con cui la Cina aveva addirittura iniziato una breve guerra. Attraverso la diplomazia del Ping Pong, con la visita di Nixon a Pechino nel 1973, si era adombrata una sorta di alleanza tattica con l’Occidente in funzione anti-sovietica. La Rivoluzione Culturale era stata un fenomeno cult nei giovani del sessantotto. L’immagine della Cina presso l’estrema sinistra si era formata su libri del tipo Stella rossa sulla Cina di Edgar Snow o su quelli di William Hinton. Tutto sommato l’Occidente pensava che la Cina maoista con la sua povertà egualitarista fosse una tigre di carta priva di influenza globale e comunque non aveva ancora assunto l’aspetto inquietante del Dragone in piena espansione, l’Orso russo incuteva più timore. Le riforme di Deng le avevano fatto perdere fascino nell’estrema sinistra ma aveva guadagnato prestigio nella sinistra tradizionale (PCI, Internazionale Socialista a cui il PCC era stato ammesso come osservatore). I cinesi stentano a capire come mai la Cina pragmatica odierna desti molta più inquietudine che non quella ultra-rivoluzionaria del passato. Il problema è che oggi con la sua potenza conquistata nel commercio globale è percepita dagli USA, e di conseguenza da tutto l’Occidente, come la sfida a cinque secoli di dominio Occidentale.

Scrive Timothy Cheek (Vivere Le Riforme, La Cina dal 1989, EDT, 2007), «La verità è che, a partire dagli anni Ottanta, il governo cinese ha costantemente cooperato con l'Occidente sulle questioni internazionali – alle Nazioni Unite, con il WTO. Nonostante la paura suscitata ad arte dalla nostra stampa e dai nostri politici per distrarci dai problemi interni delle nostre società, la Cina della riforma è stata un buon vicino a livello internazionale…». Pechino sta vincendo globalmente giocando sullo stesso piano su cui aveva puntato l'Occidente: la globalizzazione. Per questo gli Stati Uniti hanno reagito scindendo i loro legami con le organizzazioni internazionali. All’immagine rassicurante degli anni Ottanta quando l’opinione pubblica americana era favorevole alla Cina si è sostituita, grazie all’intervento nel Congresso USA delle lobby industriali concorrenti e dei sindacati che vedono nella Cina la minaccia ai posti di lavoro, un'immagine nella quale “l’Impero di Mezzo” è la reiterazione dell’Impero del Male con tanto di Gulag e di diritti umani violati. Questioni di politica interna e di politica globale dunque si sovrappongono. Dopo l’episodio di Tienanmen un'immagine ostile della Cina si è definitivamente consolidata. Immagine negativa che si è accentuata con gli assalti di massa dei giovani cinesi all’Ambasciata USA a Pechino e ai consolati americani nel resto del paese, dopo il bombardamento dell’Ambasciata cinese a Belgrado e, infine con la “repressione” dei monaci tibetani a Lhasa nel 2008.

Il sinologo Stefano Cammelli ha evidenziato come dopo Tienanmen il giudizio dell’Occidente cambi radicalmente. Dalle giornate di Tienanmen è iniziata l’attesa spasmodica del crollo del regime cinese che ormai non rappresenta più nessuno se non se stesso. Ovvero una piccola cricca di profittatori che vivono nel lusso più sfrenato mentre il resto della popolazione vive nella miseria più nera. A dar man forte a questa convinzione interviene Guilhem Fabre che scrive dalle colonne di Le Monde Diplomatique: “del divorzio tra la nascente società civile e uno stato incancrenito dal potere mercantile” (G. Fabre, La Chine gangrenée par le mercantilisme du pouvoir, Le Monde Diplomatique, 1990). La Cina è letteralmente l’unico paese al mondo dove non va bene il mercato. Sebbene un esperto, non dico di Cina ma di cineserie, dovrebbe ricordare che forse in mercato è nato proprio lì quando ancora Romolo e Remo succhiavano il latte dalla lupa. Una certa sinistra se la prende con il “mercato” ormai solo quando si parla della Cina.

Cammelli fa risalire a questo tipo di discorsi (non a caso nati a sinistra), il passaggio dalla denuncia della sovranità limitata sovietica alla riformulazione della sovranità limitata dei “neocon” (non caso nati a loro volta da una costola della sinistra). Chi non accetta la civiltà occidentale è il possibile bersaglio “dell’interventismo democratico”.

Nelle giornate di Tienanmen l’Occidente ha decretato la morte del regime cinese decretandone anche la non rappresentatività. Per l’Occidente c’era nel paese un clima da guerra civile e non si può dare solamente un po’ di democrazia alla gente. La modernizzazione senza la democrazia renderà debolissima la posizione del governo. Fu, secondo questa versione, l’avidità dei governi e dei comitati d’affari a salvare un governo per altri versi destinato alla sconfitta. L’occidente passa dalla difesa dell’indipendenza nazionale contro la teoria brezneviana della sovranità limitata alla teoria della difesa della democrazia anche in paesi terzi (S. Cammelli, Debolezza della Cina e problema tibetano, Polonews.info, 5/5/2008).

In generale gli osservatori occidentali hanno avuto un’attitudine teleologica e semplicistica sulla Cina. Le contraddizioni economiche dovevano per forza scatenare una ribellione politica.

Le previsioni funeste si sono concentrate sull’adesione al WTO che avrebbe fatto saltare tutti gli equilibri economici della Cina. L’abbassamento delle tariffe doganali avrebbe dovuto provocare l’effetto di una terapia shock sulle aziende cinesi e sull’agricoltura. Ma la Cina ha negoziato la sua adesione in modo che avvenisse in maniera morbida (capacità di aumentare le sovvenzioni agricole, quote massime di importazione dei cereali fissate al 10% dei consumi interni), sia con misure diverse da quelle doganali che per altro sono utilizzate ampiamente dalle potenze commerciali quali: barriere sanitarie, lentezza del regolamento dei conflitti, protezionismo provinciale. Sullo stesso rischio bancario si sono scritte cose poco sensate.

All’indomani dell’apertura al WTO il settore bancario, tranne poche eccezioni, è sostanzialmente nelle mani dello stato. I depositi stranieri sono trascurabili e hanno un controllo limitato sul loro capitale investito. In un momento di panico, lo stato può decidere autonomamente di fare ricorso alla forza per bloccare il ritiro dei depositi da parte dei risparmiatori (J.-F. Huchet, Gordon G. Chang, The Coming Collapse of China, Perspectives Chinoises, 2003). Troy Parfitt autore di un libro contro il mito del dominio mondiale della Cina afferma: «La Cina, per l'osservatore, può sembrare una raccolta di miti, il massacro di piazza Tienanmen uno di una lunga serie. L'imminente dominio mondiale della Cina è l'ultimo mito. Se volessimo mai comprendere la Cina, è imperativo iniziare a sostituire quei miti con i fatti» (T. Parfitt, The Tiananmen Square Myth, 2011).

Ad esempio Jean-Louis Rocca già nel 1995 inaugura una linea che avrà molta fortuna: quella delle rivolte contro il potere politico (J.-L. Rocca, Les successeurs de M. Deng Xiaoping face aux conséquences des réformes, le Monde Diplomatique, marzo 1995).

Citando una rivista di Hong Kong, parla di migliaia di incidenti con incendi di uffici governativi del Partito e della Polizia con inevitabile contorno di morti e feriti, segno evidente della prossima fine del regime. La sentenza è di quelle che non lasciano scampo: «Una sola convinzione: il socialismo reale cinese agonizza». Per Roland Lew che scrive su le Monde Diplomatique già nel 1992 il socialismo in Cina è morto ed è nato il famoso “capitalismo selvaggio” e la Cina è in piena agonia: «C’è qualcosa di sinistro, un riconoscimento della decadenza del regime, nel disegno che il futuro di più di mille milioni di persone dipenda dalla sorprendente resistenza di un pugno di anziani» (R. Lew, Un Capitalisme Chinois Nommé Socialisme, Le Monde Diplomatique, 1992). La questione della gerontocrazia è importante perché è spesso ricordata a sproposito per la dirigenza cinese. Deng si era ritirato dal Comitato permanente nel 1989 per non superare i due mandati, ossia dieci anni, sebbene rimanesse la prerogativa di essere consultato sulle questioni importanti fino al 1996. Jiang Zemin, divenuto segretario del Partito nel 1989, ha fatto in modo che avvenisse una sorta di formalizzazione istituzionale della leadership al vertice del partito e dello stato, mediante sia mutamenti costituzionali, come il limite di due mandati per la carica di primo ministro e per quella di presidente della repubblica, sia consuetudinari, come la regola non scritta secondo cui i membri del Comitato Permanente del Comitato Centrale si ritirino a settant'anni, ad eccezione del Segretario Generale del partito. La cosa singolare è che l’Italia si è trovata, negli stessi anni, con uno stravagante signorotto ultra settantantenne che oltre ad essere il più ricco del paese ha quasi monopolizzato il potere dopo il 1993. Un esempio per i politici italiani le cui carriere politiche ai vertici durano svariati decenni.

Naturalmente, essendo assai poco coerente, la sinologia prima vanta le ribellioni nei villaggi contro il regime ma poi si lamenta della “grande docilità” dei contadini nei confronti del potere. Questo sebbene un sinologo dovrebbe sapere che i contadini cinesi hanno prodotto grandi ribellioni nel passato e costituirono la base sociale della rivoluzione comunista. C’è il capitalismo selvaggio ma si lamenta la mancanza di una “borghesia organizzata” capace di opporsi evidentemente non al capitalismo selvaggio ma ai comunisti. Apprendiamo anche da Lew che la crescita economica “è fragile” ...dal 1992! Da allora in poi la Cina coglierà, in modo del tutto strafottente, una serie di successi senza precedenti nella crescita economica e molti ora pronosticano un “secolo cinese”. Insomma tutti sono al capezzale del paese che si è rivelato ancora, con l’ultima crisi economica e quella del coronavirus, il più sano del pianeta. Ossia del paese che vanta «(la) storia di maggior successo registrata negli ultimi trent'anni su scala planetaria: un paese saldo e sempre più fiorente, un attore responsabile sulla scena internazionale, un centro di gravità per l'Asia e un'ancora di stabilità e prosperità per il mercato» (T. Cheek, cit.). Peccato che gli investitori stranieri credano poco ai sinologi e abbiano fatto della Cina il principale ricettore degli investimenti esteri.

Per Cammelli il giudizio del dopo Tienanmen, fu così radicale che divenne impossibile comprendere la Cina: «Tutto quello che è successo in seguito per noi rimane un mistero. Una cosa è sicura, gli studenti da allora sono scesi in Piazza più facilmente per difendere la Patria contro l’Occidente che per rivendicare la Democrazia Occidentale. Molti in realtà videro nel disordine di quei giorni affacciarsi lo spettro della Rivoluzione Culturale» (S. Cammelli, cit.). L’effetto sull’opinione pubblica degli avvenimenti di Tienanmen fu terribile. I sondaggi di opinione mostrano che i cittadini americani che hanno un’opinione favorevole della Cina oscillano tra il 65 e 72% mentre quelli che hanno un’opinione sfavorevole sono tra il 13 e il 28% nel periodo che intercorre tra il 1980 e il marzo del 1989. Dopo il 4 giugno i favorevoli sono tra il 16 e il 34% mentre gli sfavorevoli tra il 54 e il 58% (dati da State Department Office of Public Affairs). Se tre quarti degli americani vedevano favorevolmente la Cina nella prima parte del 1989 solo un quarto rimane di questa opinione alla fine dell’anno. Un cambiamento così brusco, rileva uno studio della Joan Shorenstein Barone Center on the Press, Politics and Public Policy, si incontra raramente nei sondaggi di opinione. La coalizione anti-Pechino negli USA praticamente nasce dal nulla. Fino al giugno del 1989 c’era generalmente un atteggiamento favorevole nei confronti di Pechino anche se più passivo che attivo. La nuova coalizione anti-cinese comprende studenti cinesi che studiano all’estero (in seguito diverranno i maggiori difensori della Cina), sinoamericani fino allora rimasti in silenzio e quasi tutti filo Kuomintang (in seguito anche queste comunità diventeranno tra i maggiori difensori del loro paese), antiabortisti contrari alla politica del figlio unico, lobby per i diritti umani, protezionisti che vedono minacciati i loro affari in patria. I liberal del Congresso che avevano portato acqua al mulino del governo sostenendo la politica di credito verso la Cina ora usano la Cina per mettere in difficoltà l’amministrazione Bush (Turmoil at Tiananmen. A Study of U.S. Press Coverage of the Beijing Spring of 1989, Joan Shorenstein Barone Center, 1992; Documentario: The Gate of Heavenly Peace, 1995). Un atteggiamento che diventerà tipico di tutta la sinistra occidentale. Con il tenore di vita e tassi di crescita in rapido aumento, gli ordinari cittadini cinesi non sono mai stati meglio.

«Ma questo non soddisfa la folla dei ‘diritti umani’ – scrive Raimondo di “Antiwar” – Questa ossessione per la democrazia ha oscurato il viaggio di Clinton in Cina, distorcendo a tal punto l'attenzione dei media americani, che l'argomento principale di discussione pubblica non sono stati i risultati formidabili nell'alleviamento della miseria, ma il presidente ha impegnato un'ora di colloqui con il premier cinese Jiang Zemin sull'incidente di Piazza Tienanmen nel 1989, in cui poche centinaia di rivoltosi intenzionati ad auto-immolarsi hanno raggiunto i loro scopi dichiarati» (J. Raimondo, China and the New Cold War, Antiwar, 17/06/1999).

 

La votazione del Congresso USA per le sanzioni contro la Cina è stata senza precedenti, sostiene Henry Kissinger, giacché quelle passate contro URSS e Sudafrica semplicemente vietavano di dare ulteriori vantaggi a quei paesi ma non ritiravano quelli già conseguiti. Il Congresso addirittura non ha stabilito alcun criterio per l'eventuale revoca delle sanzioni (H. Kissinger, The Caricature of Deng as a Tyrant Is Unfair from Washington Post, Naomi Klein, 1989). Harry Harding in Brooking Review (primavera 1992) scrive: «Dalla crisi di Piazza Tienanmen nel giugno del 1989… gli americani hanno percepito la Cina in termini cupi. Repressiva a casa, irresponsabile all’estero, impegnata in scorrette politiche commerciali contro gli Stati Uniti. Ambedue le istanze del congresso sono passate con larga maggioranza, legislazioni che possono costare alla Cina il suo stato di nazione più favorita» (Turmoil, cit.). Dopo Tienanmen una certa “sinologia” è diventata scienza peripatetica e rigorosamente deduttiva nella quale si inserisce una filosofia della storia fondata sulla certezza che vi sia un unico racconto valido sul mondo. Questo racconto è la storia occidentale e nella storia occidentale c’è un dogma: il progresso economico arriva unicamente con la democrazia liberale. Cammelli definisce questo modo di vedere: «[la] convinzione, di origine colonialistica e di immarcescibile vitalità, che progresso e democrazia procedano di pari passo. Sicché l’uno abbia bisogno dell’altro, e senza l’uno non vi possa essere l’altro» (S. Cammelli, cit., T. Cheek, cit.). Cheek si chiede come possa essere interpretato in questo contesto «il fatto evidente che negli ultimi due decenni la Cina non si è democratizzata (in senso occidentale), ma ha, ciò nondimeno, avuto un tasso di sviluppo economico straordinario, superiore ad ogni altra potenza mondiale».

Ciò che ci si aspetta dalla Cina è l’occidentalizzazione della politica. Giacché a Tienanmen si è stabilita la non rappresentatività dei governanti cinesi allora è inutile affibbiargli l’etichetta di “socialisti” che li collega in qualche modo a un’ideologia umanitaria e altruista. Ad esempio Guilhem Fabre scrive: «il capitalismo trionfa nella Cina socialista più che nella Russia desovietizzata» (R. Lew, cit.). I cinesi sono capitalisti ma attenzione, non come noi, sono ultra-liberisti e turbo-capitalisti. Non guardano in faccia a nessuno. Tutto è fatto per il profitto fine a se stesso. I cinesi ci avvelenano con i loro prodotti taroccati, con il loro inquinamento che porta a una drammatica crescita della mortalità. Cheek suggerisce saggiamente qualcosa di un tantino diverso: «[…] la Cina è troppo grande perché le si possa ordinare che cosa fare. E nemmeno perché il governo cinese intenda assoggettare il suo popolo e avvelenare il mondo. I leader cinesi auspicano che la Cina diventi una grande potenza e allo stesso tempo, una potenza rispettata. Inquinamento, corruzione, merci scadenti sul mercato internazionale: essi (per non parlare della maggioranza dei cittadini) non vogliono nulla di tutto ciò» (T. Cheek, cit.). Ma non i cinesi in quanto tali, noi non siamo razzisti, bensì i dirigenti cinesi che avrebbero schiavizzato la loro stessa gente: orari di lavoro impossibili, militarizzazione della fabbrica, lavoratori senza tutela. In Cina c’è una manciata di super-ricchi, con le loro clientele che monopolizzano la ricchezza della nazione, il resto è alla fame. Questi ultimi provano a ribellarsi, le rivolte sarebbero addirittura quotidiane, ne parlano persino i loro media, ammissione che la situazione è gravissima. Le rivolte vengono sempre soppresse nel sangue. I dirigenti deciderebbero persino quanti figli devono fare i cinesi. Per chi viola le regole c’è il campo di concentramento, la demolizione della casa e via dicendo. Tutto sarebbe deciso da una ristretta cricca di oligarchi. Nessuna libertà è concessa. Se poi la realtà va in tutt’altra direzione sono pronte le ipotesi ad hoc. Se i cinesi, invece che per i diritti umani, scendono in piazza contro l’Occidente inveendo contro l’inganno dei diritti umani (come dopo il bombardamento dell’Ambasciata di Belgrado), in piazza ce li ha mandati il Partito. Quello stesso partito che fino a ieri era completamente screditato, ora invece ha la capacità di mobilitare il popolo. I miti non hanno bisogno di coerenza interna, si sa, ma anche qui è pronta una nuova ipotesi ad hoc: i dirigenti cinesi hanno sostituito il comunismo con il nazionalismo, che spiega come riescano a mobilitare le masse ecc. Un quadro che più che peripatetico si direbbe semplicemente patetico.

Cheek faceva già notare che molti dei pregiudizi anti cinesi si erano già consolidati ai tempi della guerra dell’oppio. Tra gli europei “i giudizi negativi dei mercanti d'oppio e degli imperialisti frustrati (la Cina è debole, corrotta, rifiuta la modernità e cerca attivamente di non avere a che fare con il mondo civilizzato) sono diventati di dominio comune” mentre per i cinesi tuttora è presente l’indignazione delle élite cinesi del tempo: «l'Occidente è rapace, violento, bigotto e non interessato alla civiltà confuciana, ma è spaventosamente potente e foriero di prodigiose tecnologie» (T. Cheek, cit.). Con l’espansione nel XIX secolo, del colonialismo anglosassone cambiò l’immagine del paese. La Cina, per la corruzione e la povertà e la sua cultura sorpassata, era impossibilitata a progredire se non con l’aiuto esterno. La visione etnocentrica dell’Occidente caratterizzata da un'attitudine paternalistica e di sfruttamento nei confronti delle civiltà orientali, come sintetizza Edward Said, ha attribuito lo status di “pericolo giallo” di volta in volta alla Cina come in parte al Giappone alternandoli nel ruolo di minacce per l’Occidente. Tanto che si può dire che quando la Cina aveva un’immagine positiva i giapponesi ne avevano una negativa e viceversa (C. Mackerras, cit.). Così fu nella seconda guerra mondiale con il Giappone che faceva la parte del cattivo mentre la Cina nazionalista era una vittima. Il Time dedica dieci copertine, durante gli anni Trenta-Quaranta, a Chiang Kai-shek che viene visto come unica salvezza per la Cina (I. Franceschini, Dentro lo specchio: una storia dei corrispondenti stranieri in Cina. Cineresie, 2010). Nel dopoguerra era la Cina Rossa a rivestire questa parte, negli anni Ottanta la minaccia ritornò ad essere il Giappone con le sue esportazioni e dopo il 1989, con la definitiva assimilazione del Giappone all’Occidente, i panni del cattivo di turno sono di nuovo vestiti dalla Cina. I media occidentali in generale hanno l'attitudine di assumere posizioni anti-asiatiche come ad esempio nei confronti di Singapore (J. Chou, 20th Anniversary of Tiananmen and the Biased Western Media. Anti-Establishment Examiner, 2010). Si può dire che questo modo di guardare alla Cina rappresenti in Occidente una sorta di totalitarismo del pensiero. Pressoché nessuno mette seriamente in discussione il paradigma dominante, il dissenso è tutt'al più relegato in qualche blog su internet. Ma, a dispetto del pensiero unico occidentale, l’attuale governo cinese sembra tutt’altro che sull’orlo del crollo. Ricordiamo che per Lew «l’attuale modo di governo ha raggiunto il suo limite» …già nel 1992. Lew non è Nostradamus evidentemente e il Partito Comunista è passato dai 52 milioni di membri nel 1993 per arrivare a oltre 90 milioni del 2020. Il rapporto del Pew Global Attitudes Project, uscito a metà del 2008 ci dice che l’86% dei cinesi sono contenti del loro governo mentre all’opposto solo il 22% degli americani lo sia (H. W. French, Despite Flaws, Rights in China Have Expanded, New York Times, 2008). Scrive Daniel Bell che le tesi sul “collasso cinese” si fondano sulla mancanza di legittimità dei sistemi diversi dalle democrazie occidentali. La legittimità dovrebbe essere data dalle scelte popolari mentre il regime cinese è visto come frutto di un'autoselezione che, come hanno mostrato la caduta dei regimi autoritari dopo le Primavere Arabe, si dimostrerebbe una scelta fragile. Continua Bell:

«Questo punto di vista assume che le persone siano insoddisfatte del regime. Al contrario, la grande maggioranza dei cinesi sostiene la struttura statale basata sul partito unico. Dal 1990, gli studiosi in Occidente e in Cina hanno effettuato numerose indagini su larga scala nella legittimità del potere politico cinese e ormai sono quasi arrivati a un accordo: il grado di legittimità del sistema politico cinese è molto alto. Le indagini sono state modificate per impedire alle persone di dire bugie e i risultati sono sempre gli stessi. Nella misura in cui vi è l'insoddisfazione, questa è in gran parte rivolta ai livelli inferiori di governo. Il governo centrale è visto come la parte più legittima dell'apparato politico cinese» (A. D. Bell, Why China Won't Collapse (Soon), WorldPost, 7/09/2012).

Il popolo cinese sembra, sia tra i più soddisfatti del pianeta. Il Pew Research Center già nel 2008 dice che più dell’80% dei cinesi è soddisfatto per l’andamento dell’economia del paese e in senso generale, il 65% pensa che il proprio governo stia facendo un buon lavoro. I consensi sono arrivati nel 2009 al 95% (E. Fardella, V. Vignoli, Beauchamp-Mustafag, Quanto sono soddisfatti i cittadini cinesi? Cineresie, 16/04/2012). Il 96% pensa che le Olimpiadi (che sarebbero iniziate di lì a poco) sarebbero state un successo, e il 93% pensa che i giochi avrebbero migliorato l’immagine del paese. Un’indagine della BBC mostra che i cinesi credono che l’influenza globale della Cina sia positiva, mentre per l’opinione della media degli altri paesi tale percentuale è solo al 47% (O. Kamm, Livingstone (and others) on China, 2006). I media occidentali hanno manipolato ed esagerato i fatti di Tienanmen nel 1989, quando i cinesi erano arrabbiati e protestavano. Il popolo cinese ora è contento del proprio governo (anzi, molto più contento di quanto gli occidentali lo siano dei loro), ma ai media sostanzialmente questo non risulta (J. Chou, cit.). Indubbiamente esisteranno giustificazioni ad hoc anche per questo, ma se fosse tutto vero ciò che si dice della Cina vorrebbe dire che i cinesi sono alquanto masochisti. Noi diamo un’interpretazione diversa dal paradigma totalitario vigente nell’informazione occidentale che forse spiega la razionalità di quel consenso. Dopotutto non è stato sempre così. Come ricorda Arrighi, personaggi come Adam Smith e grandi uomini di cultura dell’Illuminismo europeo quali Voltaire, Leibnitz e Quesnay guardavano alla Cina come fonte di ispirazione morale e politica. Per Quesnay l’Impero Cinese è «ciò che l'Europa sarebbe potuta diventare se i suoi stati si fossero riuniti sotto un unico sovrano» (G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del Ventunesimo Secolo. Feltrinelli, 2008). Domenico Losurdo aggiunge:

«Per tanto tempo la grande cultura europea aveva guardato con curiosità e interesse alla Cina: dov'erano le guerre di religione che insanguinavano l'Europa? Esse erano impedite da una religione che rifuggiva dal mistero e dal dogma, risolvendosi nell'etica. Per i philosophes era più facile riconoscersi nei mandarini che non nel clero cattolico o nei pastori protestanti. L'importanza del ruolo svolto da un ceto di intellettuali laici nel grande paese asiatico era confermata dal fatto che là le più alte cariche dell'amministrazione erano spesso assegnate mediante concorso pubblico piuttosto che essere appannaggio, come avveniva in Francia, di un'aristocrazia nobiliare, alleata e intrecciata col clero. In ogni caso, in Cina il principio laico e moderno del merito aveva la meglio sul principio oscurantista del privilegio fondato sulla nascita e sul sangue» (D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, 2005).

Anche oggi c’è un paese fondato sull'illuminismo, il rispetto della scienza, su governanti capaci e sulla società civile con il pieno protagonismo della collettività. E dall’altro lato un paese suprematista, eccezionalista e dunque totalitario fondato sull'oscurantismo, il dileggio della scienza, diretto da star da avanspettacolo e sulla società incivile basata sull’estremo individualismo.

La portavoce della Camera degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, ha definito le violente proteste e i saccheggi della “nuova Tienanmen” di Hong Kong “uno spettacolo meraviglioso da vedere”. Ora il presidente americano Donald Trump può godersi le stesse violenze direttamente dalle finestre della Casa Bianca, a seguito della morte dell’afro-americano George Floyd.

Per continuare con l’attualità gli americani, secondo una ricerca del Pew Research Center, ritengono che Trump abbia gestito bene l'emergenza. Meglio dei cinesi! Il sondaggio ha anche scoperto che gli americani hanno alcune opinioni stravaganti sulle risposte di altri paesi. Ad esempio, il 49% ha ritenuto che il Regno Unito avesse svolto un lavoro buono o eccellente nella sua risposta (il Regno Unito è il secondo paese per numero di morti al mondo) e gli intervistati hanno anche valutato la gestione della situazione da parte dell'Italia migliore della Cina. Sia il Regno Unito che l'Italia hanno un tasso di mortalità pro capite quasi doppio rispetto agli Stati Uniti, e quasi 200 volte quello della Cina. La ricerca del Pew evidenzia il divario tra percezione e realtà negli Stati Uniti e sottolinea il potere dei media e di altri gruppi potenti di modellare rapidamente l'opinione pubblica in modo totalitario (alla Goebbels per intenderci), inculcando nei cittadini idee non necessariamente congruenti con la realtà (A. Macleod, The Power of Propaganda: Americans Think Trump’s COVID-19 Performance Better than China’s, Mint press news. 22/04/2020).

Del resto l’apparato propagandistico è in pieno svolgimento anche in Italia grazie al nuovo House organ del Deep State americano: la Repubblica. Qualche giorno fa il fu giornale di sinistra rilanciava la storia del terrorismo anti 5G promosso dal complotto sino-russo. Siccome il 5G è promosso dalla Cina ciò equivale a tagliarsi gli attributi per fare un dispetto alla moglie. Non propriamente una strategia promossa dall’Arte della guerra di Lao Tzu.

 

 

Alcune note su Tienanmen 31 anni dopo.

Perché stiamo seduti dalla parte del torto?

 

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati.

                                                                                                                (Bertolt Brecht)

 

Abbiamo visto quanto peso hanno gli avvenimenti di Tienanmen nei giudizi sulla Cina. Affrontiamo allora punto per punto i principali avvenimenti di quei drammatici giorni.

 

Scrive un taiwanese che era studente negli Stati Uniti al tempo degli avvenimenti:

«Ero completamente scioccato. Ho guardato tutte le manifestazioni sulle TV degli Stati Uniti e non potevo credere ai miei occhi. I comunisti avevano davvero permesso loro di fare tutto questo per così tanto tempo? Ciò contraddiceva del tutto quello che sapevo sulla Cina continentale. Sono nato e cresciuto sotto Chiang Kai-shek, l'uomo più anti-comunista del mondo. Sotto il suo governo, non credo che sarebbe potuto succedere. Non avrebbe lasciato che accadesse tutto ciò per quasi due mesi. L'evento ha cambiato la mia visione del continente per sempre. Se in un paese di 1,3 miliardi di persone, con più di 50 minoranze, si lasciasse a chiunque la completa libertà di esprimersi politicamente attraverso la protesta, come potrebbe essere governato questo paese? È una cosa tutt'altro che semplice. Per fortuna, nonostante i canali televisivi di tutto il mondo fossero lì, non ho visto molto spargimento di sangue. Grazie al cielo!» (G. Cadoppi, La Bonus Army, Occupy Wall Street e altre storie, Cina: la crescita felice, 11/3/2012).

Come si nota, l'avvenimento poteva essere visto sotto vari punti di vista. Bisogna tenere conto che Chiang Kai-shek aveva compiuto dei massacri a Taiwan, durante il cosiddetto terrore bianco, ma non per questo gli americani lo avevano espulso dal “Mondo libero”.

La storia del “massacro di Tienanmen” è l'unica storia totalitaristicamente promossa dai nostri media, quindi ci vuole un certo sforzo per trovare la verità. Comunque si finirà sempre su una poltrona scomoda, perché quelle comode sono già occupate dal mainstream.

Facendo questo sforzo bisogna innanzitutto chiedersi: come mai gli studenti che chiedevano la democrazia, diedero vita in Piazza Tienanmen a un regime altamente antidemocratico? I colpi di mano da parte di minoranze erano continui e non si rispettava mai il voto della maggioranza degli studenti che avevano deciso, più volte, di liberare la piazza.

Gli studenti dissero di essere in lotta contro la corruzione. Ma come si comportò il movimento studentesco? I soldi provenienti da Hong Kong, Taiwan e Stati Uniti, somme cospicue, sparirono senza lasciare traccia o comunque furono usati senza nessuna trasparenza. Una volta all'estero, anche i soldi dati dagli americani per le attività anti cinesi furono spesi allegramente per fini personali. Inoltre, Wang Dan è stato ancora recentemente coinvolto in uno scandalo a Taiwan. Gli studenti, ammiratori di Eltsin, una volta in esilio sostennero che se avessero vinto i liberali, sarebbe cessata la corruzione. La Russia del liberale Eltsin arrivò a vette di corruzione difficilmente immaginabili. In Cina la corruzione, invece, è in diminuzione.

Gli studenti dissero di essere per la libertà di parola. In realtà sulla piazza vigeva una censura feroce contro chi rilasciava interviste. Cercarono più volte di strappare nastri registrati ai giornalisti e il microfono a chi la pensava diversamente. Inoltre, una volta all'estero, tentarono di far ritirare dalla circolazione video critici del regime cinese ma che essi consideravano poco favorevoli a loro.

Essi crearono una gerarchia con tanto di privilegi per chi stava alla sommità della piramide.

Non vollero mai confondersi con i lavoratori perché di basso rango.

Essi (o almeno la parte più radicale dominante negli ultimi giorni) fecero di tutto per fare degenerare la situazione, perché ciò che cercavano era il bagno di sangue.

Mai in nessuno stato liberale la principale piazza del paese, nonché luogo simbolo della nazione e sede delle principali istituzioni, fu lasciata in mano a chi si riprometteva di rovesciare il governo, per così lungo tempo. Gli effetti sono stati devastanti e intollerabili per qualsiasi paese civile. Il resoconto del corrispondente della RAI, Ilario Fiore, è drammatico:

«I danni sono già enormi, calcolabili in miliardi di dollari. Governo e ministeri fermi da un mese su tutti gli affari di stato rimasti inevasi. Disdette a pioggia di prenotazioni turistiche per la stagione estiva già cominciata. I turisti in città sono confinati negli alberghi e non vedono l'ora di ripartire. Scuole, industrie, trasporti di una città di dieci milioni di abitanti sono bloccati da settimane. Stamattina, per arrivare all'aeroporto con la troupe dei tecnici della Rai rientrata con quintali di apparecchiature usate per i satelliti della visita di Gorbaciov, abbiamo dovuto superare col camioncino due posti di blocco e parlamentare con le pattuglie del movimento studentesco. L'aeroporto è in piena confusione, manca la corrente per azionare i nastri trasportatori dei bagagli, quelli di chi parte si mescolano a quelli in arrivo, chi non riesce a perderli è un miracolato. I direttori degli alberghi sono in allarme. Il ristorante italiano di Pechino, il Toulà, che normalmente faceva 150 coperti al giorno, da una settimana non riesce a superare la ventina. Gli ingressi degli hotels sono occupati da montagne di valigie dei clienti che scappano. In città si comincia a subire la psicosi dei rifornimenti. Lunghe file alle due pompe di benzina per stranieri, ressa nei magazzini per accaparrarsi derrate inutili, come i sacchetti di farina di grano nel caso che mancassero il pane e la pasta. Si riempiono nelle case della colonia internazionale le vasche da bagno con l'acqua che ancora esce dai rubinetti, temendo il taglio della corrente per i frigoriferi si fanno scelte di alimenti non deperibili, sono in rialzo i prezzi dei pelati e dello scatolame in genere [...].  Il vicesindaco Zhang Baifa ha parlato alla televisione per comunicare che le centinaia di autobus usati come barricate vanno rimossi. Ha aggiunto che a causa del traffico bloccato gli operai della centrale elettrica a carbone non possono raggiungere il posto di lavoro, anticipando un'eventuale sospensione del rifornimento di energia. In mattinata, il quartier generale dei militari ha diffuso un appello alla popolazione, esortandola a collaborare con l'esercito» (I. Fiore, Tien An Men, RAI-ERI, 1989).

Il caos e l'anarchia erano totali. Mai, in nessuno stato liberale, le principali figure politiche del paese andarono in piazza con i dimostranti a chieder loro di assumere posizioni più ragionevoli. Mai, in nessun paese liberale, i principali dirigenti politici del paese elogiarono i dimostranti antigovernativi asserendo che avevano dato il loro contributo alla nazione. Essi hanno sostenuto che la lotta contro la corruzione e l'inflazione facesse parte degli obiettivi dello stesso Partito Comunista che li voleva risolvere con il contributo delle masse. Il governo ha dichiarato di simpatizzare con le motivazioni degli studenti. Quando gli studenti hanno occupato Tienanmen, il governo si è preoccupato per loro, così li ha forniti di tende, vestiti, cibo e assistenza medica e tram in cui ripararsi. Il governo è stato molto paziente dialogando per più di cinquanta giorni. Mai, in nessuna nazione liberale, i principali dirigenti visitarono gli scioperanti della fame in ospedale preoccupandosi della loro salute. Mai, in nessun paese liberale, le più alte autorità dello stato accettarono di dialogare davanti alla televisione nazionale con i leader studenteschi che si comportarono in modo maleducato e provocatorio. Nessun altro paese avrebbe permesso che il governo perdesse la faccia durante un’importantissima visita di stato. Mai, in nessuno stato liberale, si ebbero dirigenti così “liberali” e dialoganti. Mai, in nessun paese liberale, furono mandati allo sbaraglio soldati e poliziotti disarmati contro la folla e teppisti che assomigliavano ai black block. Ci sono abbondanti prove ormai, da varie fonti, che a iniziare gli scontri furono i teppisti liberali o l'equivalente dei black block. I soldati spararono per difendersi. Del resto, gli ordini erano precisi: «Il Comando della legge marziale deve rendere chiaro a tutte le unità che è necessario aprire il fuoco solo in ultima istanza» (A. J. Nathan-P. Link, The Tiananmen Papers. Rizzoli, 2001). Tuttavia, come dimostrano anche gli avvenimenti in Siria, durante le rivoluzioni colorate tutti i mezzi sono leciti, anche l'uso del terrorismo islamista contro il nemico. L'importante è che il nemico rispetti quei “diritti umani” che gli amici degli imperialisti non rispettano mai. Le truppe non spararono né agli studenti sulla piazza né al “Rivoltoso sconosciuto”, ossia a chi non si comportava in modo violento, benché provocatorio.  Colpisce la ferocia con la quale i soldati furono massacrati ed esibiti. C'è una lunga tradizione delle forze anticomuniste “liberali” in questo senso.  Il pregiudizio anti cinese dopo il 1989 nasce in gran parte da questi fatti, ossia dalla manipolazione mediatica della realtà. Dal 1989 ad oggi i giovani studenti cinesi sono stati più propensi ad andare all'assalto dei consolati americani piuttosto che a portare in processione la Dea della democrazia! Al di là degli studenti che, come ricordava Deng, erano solo l'uno percento della popolazione e di alcuni ceti urbani, il movimento non fu sostenuto nella Cina profonda. Un esponente della Società per lo studio dei diritti umani rilevava che la calma è tornata rapidamente nel paese. Se le cose fossero andate come molte persone in occidente dicono, ovvero che le masse si erano sollevate per lottare per la giustizia, se i metodi usati dal governo fossero stati sbagliati, allora le masse – egli sostiene – si sarebbero ribellate di nuovo.

 

 

 

Conclusione

 

 ... le vieux monde voulait vivre un printemps encore.

                                                        (Emile Zola, Germinal)

 

Dal momento che la situazione si è calmata facilmente, ciò significa che la popolazione non sosteneva questa sommossa come riferisce Rebecca Mackinnon (Zhu Muzhi, CNN, 1999). Nel 1990, un anno dopo gli avvenimenti, il 68% della popolazione nella fascia di reddito più alta e il 65% di quella nella fascia più bassa, faceva registrare alti livelli di soddisfazione per l’andamento del paese, secondo le ricerche fatte da Pew Research Center, Gallup e Horizon Research Consultancy Group (AGI, Cina: crescita economica aumenta infelicità cittadini, 16/5/2012). Ezra Vogel, professore di Harvard, sostiene che ora “i cinesi sono orgogliosi in modo di gran lunga maggiore di prima dei successi della loro nazione” (J. Hays, Aftermath and Legacy of Tiananmen Square, Democrasticchina, 6/03/2012).  Si può concludere che questi fatti hanno dimostrato la liberalità del governo e le atrocità dei liberali commesse nelle strade di Pechino. La ribellione violenta dei liberali di “Piazza Tienanmen”, insieme alle ribellioni degli studenti anarchici durante la primissima fase della Rivoluzione culturale e alle ribellioni di Lhasa e dello Xinjiang, non sono state che l'ultimo atto di resistenza violenta del vecchio mondo contro la Rivoluzione Cinese. L'epilogo lo racconta Fiore: «I soldati dell'EPL sono passati cantando; oltre il fragore sinistro dei cingoli, ho sentito che intonavano gli inni della rivoluzione, come per festeggiare la vittoria» (I. Fiore, cit.) e, aggiungiamo noi, è finita anche la storia della prima rivoluzione colorata. Ribellarsi non è sempre giusto! I carristi cinesi che cantavano gli inni della rivoluzione rappresentavano il nuovo, o almeno la tendenza della storia. Possiamo infine rispondere all'interrogativo che ci eravamo posti citando Emile Zola: chi rappresentava il vecchio mondo che voleva vivere “ancora una primavera”? La “primavera cinese”, come fu anche denominato il movimento degli studenti, era il vecchio mondo, mentre il socialismo, ancorché nella sua fase iniziale, è in Cina già il sole del presente e lo sarà anche per l'avvenire. Spesso vediamo che gli studiosi occidentali mainstream della Cina cercano di screditare il Partito Comunista Cinese per l'insistenza sulla stabilità piuttosto che sulle “audaci riforme politiche” suggerite da loro stessi. La Cina viaggia lungo il terreno ancora non del tutto esplorato della costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi come l’Ulisse dantesco affrontava le colonne d’Ercole. Non si vede né la «crisi della fede nell’ideologia esistente» né la «morte del marxismo». La Cina può tracciare un sentiero nuovo e mostrare una formula migliore per la trasformazione sociopolitica di quanto l'Occidente ha imposto ai paesi del Terzo Mondo. Se nell'esperimento cinese si può trovare qualcosa di superiore al modello occidentale, molti paesi del terzo mondo ne seguiranno l'esempio e a sua volta ciò costringerà gli studiosi occidentali ad accordare un riconoscimento ufficiale al «modello cinese» e a modificare le loro teorie sull'evoluzione della “modernizzazione”. Parafrasando Dante, ciò, laicamente, potrà avvenire senza l’intercessione delle «Dee della democrazia (occidentale) false e bugiarde», che non mantengono mai ciò che promettono.