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Ragionando sul tema che oggi ci impegna in maniera sempre più prepotente, pensavo: ma oggi, in un momento così drammatico per la società Italiana, cosa avrebbe fatto il P.C.I.?

Credo in primo luogo: le Sezioni. La Direzione del Partito le avrebbe fatte diventare – così come accaduto nei momenti difficili della Repubblica – centri di gravità territoriali; centri di distribuzione; presidi di aiuti per lavoratori precari; disoccupati e, più in generale, per le classi indigenti; con gli iscritti e i dirigenti locali disseminati in ogni borgo, in ogni realtà di bisogno.

Avrebbe – in sinergia con il Sindacato – avviato una rete capillare nelle fabbriche; nei luoghi di lavoro a tutela della salute dei lavoratori.

E, invece, chi oggi sa cosa è avvenuto in questi mesi sui luoghi di lavoro?

Ma immaginiamo per un momento: cosa avrebbero fatto il P.C.I. e il Sindacato a fronte dell’enorme numero di lavoratori che ancora oggi – a distanza di mesi e mesi – non hanno ricevuto la C.I.G.?

Non avrebbe consentito minimamente che gli aiuti, il sostegno alle piccole P. IVA – che come detto in altre occasioni rappresenta oggi più che mai un’altra forma di categoria sociale da tutelare, vulnerabile e debole come il lavoratore precario – fosse deciso e gestito dalle Banche (nuovo “padrone”), come è avvenuto.

Una delle varie lobby che hanno preso il posto dei Partiti nelle dinamiche sociali.

E poi, avrebbe avviato una discussione in Parlamento: sulle scelte strategiche per affrontare la crisi sanitaria ed economica; crisi che, invece, oggi, a ben vedere, si sta svolgendo senza nessuna discussione parlamentare; il Parlamento – se ci si pensa – è stato esautorato dalle decisioni ridotte a schemi di ristretto perimetro: scontro tra Regioni e Stato; scontri negli spazi televisivi; scontri che non possono certo rappresentare luoghi di elaborazione di scelte.

Anche qui, non va sottovalutato un fatto, invece, di straordinaria importanza: la disgregazione dei comunisti ha determinato l’uscita dai luoghi di rappresentanza istituzionali; oggi i Comunisti sono assenti in tutte le Istituzioni Parlamentari e territoriali.

Come si concilia questa assenza con la costruzione del P.C.I. come Organizzazione di lotta e di governo ideata da Palmiro Togliatti?

Insomma, avrebbe messo in campo quella che è stata la forza, l’elemento trainante delle idee e delle battaglie politiche: “l’Organizzazione”.

Ecco, se vogliamo provare a fare una analisi onesta di cosa è oggi il movimento Comunista non possiamo non dire che 14 o 15 Partiti (pseudo partiti) non sono il surrogato del P.C.I.; in primo luogo perché la struttura in micro partitini non consente di praticare l’organizzazione, il radicamento territoriale. Nella mia regione, la Calabria, sono presenti varie di queste micro formazioni ad ispirazione comunista; ma nessuna di queste può dirsi radicata in tutte le città, in tutti i paesi come era il P.C.I.

No. Così non ha senso.

Eppure, noi che ci consideriamo Comunisti – almeno sotto tale profilo – sembra che abbiamo smarrito gli insegnamenti fondamentali dei padri fondatori.

Infatti, Togliatti, in quella che è ricordata come la “svolta di Salerno” indicò quella che era la direttrice primaria del nuovo Partito: un Partito che non si limitasse alla protesta e alla propaganda, ma capace di incidere nella vita del paese attraverso una presenza capillare nei luoghi di lavoro, nei grandi centri come nei piccoli paesi. Così si trasformò una piccola avanguardia di rivoluzionari a grande Partito popolare di quadri e di massa ed arrivare ad avere milioni di iscritti.

E in questo senso non si può non citare la forza fondamentale che ancor prima diede Gramsci:

“la costruzione dell’egemonia passa dall’organizzazione del conflitto sociale, della lotta di classe, nel Partito che sviluppa il processo rivoluzionario in forme specifiche e lo indirizza verso il socialismo. Il Partito, intellettuale collettivo, si misura dunque con la capacità di dirigere ed organizzare. È il principale strumento della costruzione dell’egemonia proletaria e non solo”.

Bene, come si esercita l’organizzazione quando si hanno 15 micro formazioni prive di radicamento territoriale?

E, incidentalmente, mi si consenta uno sfogo.

La cristallizzazione dello status quo, ha provocato il congelamento di vecchi gruppi dirigenti i quali spesso hanno – pur di perpetuarsi – creato altrettanti pseudo Partiti con la prassi che oggi abbiamo il partito identificato con il nome del Dirigente Nazionale. Ciò rappresenta una degenerazione del concetto di Comunismo; fenomeni degni del “cesarismo” e/o del “bonapartismo”.

No. Dobbiamo rifiutare tale concezione.

Anche perché la frammentazione coniugata al fenomeno della cristallizzazione produce un ulteriore effetto negativo: la impossibilità di costruire nuove classi dirigenti.

Sempre volgendo lo sguardo indietro ma non per fare storia, ma per riappropriarci degli strumenti, ricordiamo ancora Gramsci: “la formazione dei quadri”.

Oggi, la politica in generale soffre della assenza di quadri dirigenti politici; si pensi al pressapochismo di movimenti come 5S. Ma purtroppo, negli ultimi decenni anche il Movimento Comunista ha rinunciato a considerare centrale la formazione dei quadri.

In quel tentativo di esperienza di rinascita del P.C.I., purtroppo abortito proprio per miopia di chi lo dirigeva, avevamo proposto la rinascita di una scuola di formazione politica. Ma per far ciò non si può essere frammentati ma uniti.

Sarebbe davvero un sogno se il prossimo 21 gennaio si ricordasse la nascita del P.C.I. con l’avvio di una scuola di formazione di quadri dirigenti formata insieme da tutti gli attuali micropartiti. Potrebbe essere il seme per la riunificazione.

Riunificazione che non può più essere procrastinata all’infinito perpetuando formazioni assolutamente ininfluenti nel contesto sociale ed economico.

Non possiamo più rinunciare ad essere incisivi nelle scelte di governo. Quello che Gramsci chiamava il “protagonismo storico delle masse”.

Peraltro, oggi più che mai ci sarebbe necessità di un protagonismo delle idee comuniste (o quella che Togliatti definiva “la via per il Socialismo”).

L’esigenza di “inserirci pienamente nel sistema democratico adeguandosi sia organizzativamente che culturalmente alla nuova evenienza”.

Allora l’Italia veniva fuori dal fascismo e dalla guerra. Oggi il COVID ci ha sbattuto addosso la assoluta necessità di ridefinire forme e azioni adeguate ai tempi ma anche la irrimandabile esigenza di ridiventare punto di riferimento delle classi deboli.

Ma come si fa ad “incidere nella vita del paese”, quando siamo solo delle piccolissime e fragili avanguardie?

Anni di non politica; di non radicamento; di non analisi dell’evoluzione della società, probabilmente ci hanno reso miopi davanti ai cambiamenti sociali, relegando le riflessioni che da più parti si pubblicano in stereotipi spesso superati dalla trasformazione sociale.

Se guardo la società italiana non vedo più il “padrone” capitalista industriale ma il padrone; il governo mondiale dell’economia è concentrato nelle mani di poche di famiglie; il padrone è circoscritto in fondi monetari dal volto invisibile ma talmente forti da determinare le scelte fondamentali dei singoli Stati e che, purtroppo, hanno determinato sconvolgimenti sociali e soprattutto hanno ampliato il “Sud” del mondo.

In questo senso, riunire in un'unica organizzazione i Comunisti Italiani nasce da un bisogno globale, più che mai sentito di mettere in rete i Comunisti nel mondo per potere arginare questo fenomeno di concentrazione della ricchezza in poche mani; poteri sempre più cinici; capitalismo finanziario famelico che determina l’ulteriore accumulo della ricchezza, proprio tenendo fuori dalle scelte la gran parte della popolazione che, senza organizzazioni politiche grandi (partiti di massa) sono assolutamente in balìa e senza possibilità di reagire.

In questo senso grande apprezzamento merita “Cumpanis” che si sta prendendo carico di dare voce alle tante esperienze ad ispirazione comunista nel mondo.

Ma per quanto ci riguarda “padrone” è stata la Banca Centrale Europea che ha tradotto la crisi mondiale del 2007/2008 (la bolla finanziaria dei grandi fondi monetari americani) in politiche monetarie di estrema restrizione nella spesa pubblica.

Così è avvenuto in Italia dal Governo Monti (vero esecutore delle politiche monetarie europee) in poi.

Ricordiamo la legge Fornero; la modifica dello Statuto dei Lavoratori; la sostanziale paralisi del ricambio generazionale con la non sostituzione dei lavoratori in uscita pensionistica.

Con la conseguenza di una struttura sociale depauperata; di una generazione che ha saltato l’appuntamento con il mondo del lavoro; sanità, scuola, mondo scientifico ambiente e territorio devastati da 15 anni di tagli di bilancio.

E noi; cioè coloro che dovevano contrastare tale fenomeno di esasperazione del capitalismo?

Dobbiamo porci con forza una domanda che, purtroppo, deve diventare anche un esame introspettivo: dove eravamo? Dove siamo stati? Siamo rimasti paralizzati dalle continue divisioni; divisioni senza prospettiva. È mancata o meglio è rimasta priva di forza, priva di organizzazione, priva di spinta propulsiva la sfida al modello di organizzazione capitalistica della società senza riuscire a prefigurare un modello alternativo; o meglio senza la forza di poter divulgare un modello alternativo proprio a causa della progressiva smobilitazione e divisione del movimento comunista.

Oggi il divario si è ulteriormente ingigantito, purtroppo le fasce di bisogno si sono allargate vistosamente: proletario non è più solo il lavoratore, ma lo è la generazione di giovani senza lavoro; piccoli commercianti fagocitati dal commercio spinto creato dai grandi operatori del commercio (Amazon); da ceto medio sono tracimati in classi povere. La Caritas, la Comunità di Sant’Egidio ci dicono che nelle mense sociali si siedono, soprattutto nei grandi centri urbani, professionisti (avvocati, architetti, ingegneri) cioè coloro che fino a pochi anni fa erano considerati ceto medio-alto.

Insomma, l’esigenza di riunire il movimento Comunista nasce anche e soprattutto dal rideterminare una nuova analisi del contesto sociale; che è cambiato; che si è aggravato; che è assolutamente privo di tutela!

Ma rideterminare forme organizzate e progetto politico.

Vogliamo riprendere il cammino di lotta per un mondo più giusto, per una società di liberi ed uguali?

Credo che abbiamo il dovere di fare uno sforzo in più che ci porti ad uscire dagli steccati che ci siamo dati e dentro i quali da anni ci siamo rinchiusi.

Rinchiusi tra Comunisti. Ma anche incapaci di aprire una discussione nella più ampia area socialista; praticare la “via italiana del socialismo” ideata da Palmiro Togliatti.

In buona sostanza riannodare, per quello che oggi è possibile, una discussione che guardi al più ampio mondo socialista e progressista. Le sfide sociali ed economiche sono oggi talmente alte e importanti da rendere opportuno allargare lo sguardo e fare l’esatto opposto di quello che egoisticamente è avvenuto in questi anni: praticare l’esatto contrario del rinchiudere. Oggi la pandemia che ha travolto i canoni di vita esistenti, prassi consolidate da decenni, ci obbliga ad immaginare che non c’è più tempo.

Essere Comunisti e guardare Ospedali privi di medici; ammalati che non trovano posto negli Ospedali; grandi masse di persone affette da varie patologie che non hanno i soldi per curarsi senza riuscire a fare nulla ci deve far sentire come se avessimo abdicato alla funzione primaria del Comunismo: non accettare lo status quo come immutabile, ma costruire una organizzazione capace di incidere sui processi sociali. Organizzazione che oggi non c’è e che va ricostruita. Presto e subito.

Noi, in verità ci abbiamo provato ad invertire la tendenza; abbiamo provato ad arginare lo smantellamento della sanità pubblica (bene primario considerato valore costituzionale); abbiamo messo in campo una petizione popolare per una sanità pubblica, di qualità e gratuita. Avevamo visto giusto e lontano, oggi la pandemia ha messo a nudo la deriva provocata da politiche di governo che (per seguire lobby potenti della sanità privata e la famosa lettera dei 10 punti del governo Monti) ha disposto ad ogni Legge Finanziaria un segno meno; a delle politiche che hanno imposto per 15 anni il “numero chiuso” nelle Università di medicina; la riduzione dei finanziamenti delle scuole di specializzazione con il risultato che oggi non ci sono medici sufficienti.

Le vari forme di pandemie, le trasformazioni del clima ci dicono che c’è bisogno di tutelare l’ambiente.

Salvo battaglie localistiche e circoscritte non c’è più da anni una politica comunista per l’ambiente, con un paradosso che ci obbliga a riflettere: di recente i 4 manager delle più grandi multinazionali, hanno firmato un documento che ha delineato un quadro allarmante nel pianeta, il clima e l’ambiente sta velocemente degenerando, lo scioglimento dei ghiacciai ne è solo la punta dell’iceberg. Oggi c’è un protagonismo dei giovanissimi che hanno capito che occorre far diventare priorità degli Stati la questione legata al clima. Greta Thunberg ne è l’esempio.

Eppure la battaglia per l’ambiente è stato un punto nevralgico delle politiche del P.C.I.

Guardando indietro, non possiamo non ricordare la battaglia contro la centrale ENEL di Gioia Tauro voluta con forza da un grande compagno: Mimmo Tripodi che ha trasformato una lotta in un primo momento portata avanti dai Sindaci della Piana in una scelta strategica del Partito Nazionale: il Partito ha fatto diventare la tutela dell’ambiente una priorità nazionale; cambiando da quel momento il senso delle politiche energetiche del P.C.I..

Ma c’è ancora un tema che merita di essere valorizzato.

La crisi e la disgregazione dei Comunisti ha indebolito le lotte sindacali.

La CGIL non ha, ormai da anni, una sponda politica; se non un dialogo con il PD che, purtroppo, non è più una forza politica coerente con le battaglie a difesa del lavoro.

Questo ha comportato addirittura una sorta di mutazione genetica: la CGIL ha mitigato la sua prospettiva di organizzazione di conflitto sociale; che organizza i lavoratori per il miglioramento delle condizioni di lavoro valorizzando più la concertazione e i servizi (CAF e Patronati).

Non c’è stata, anche a causa di tutto ciò – debolezza e disgregazione del mondo comunista e cambio di prospettiva del sindacato – una trincea alla destrutturazione dello stato sociale; delle regole del lavoro; oggi, come è noto, per un lavoratore è quasi impossibile rivendicare i propri diritti in Tribunale in quanto le garanzie che per 50 anni hanno rappresentato una tutela sono quasi tutte venute meno.

Può essere un terreno di confronto che aggrega e non sia divisivo chiamare al dialogo i comunisti, in qualunque formazione siano iscritti e, soprattutto, i tanti comunisti non più iscritti in nessuna formazione politica.

Già, un popolo che non si sente più protagonista e che ha rinunciato in molti casi ad ogni forma di protagonismo sociale per mancanza di una casa; di una organizzazione che si possa definire tale.

Anche questa appare una contraddizione in termini: i Comunisti che non sono organizzati in una formazione politica unica e unitaria!

Non so se riusciremo a riunirci; se riusciremo a ritrovare una casa comune unitaria e unificante; se lo faremo comunque è sempre tardi (quante conquiste sociali ottenute negli anni del P.C.I. si sono perse), ma meglio tardi che mai; credo però che la pandemia ci ha messo davanti ad una verità: non c’è più tempo. Certo, se non riusciremo in questa impresa, avremo un grave problema di coscienza: essere Comunisti ma rimanere inerti davanti allo smantellamento dello stato sociale.

Soprattutto in un’epoca in cui sono sempre più presenti forme di neofascismo, di neonazismo; di forme organizzate di xenofobia e razzismo che rendono ancor più grave la persistenza della disgregazione Comunista.

(volutamente ho usato la lettera maiuscola nelle parole Partito e Comunista; serve, credo, valorizzare la forza delle parole!)