Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

“Cumpanis” riceve dal Comitato Cittadino PCI-Taranto e molto volentieri pubblica,

ringraziando le compagne e i compagni per questo importante Appello di lotta contro l’occupazione militare USA e NATO a Taranto.

Di seguito all’Appello divulghiamo l’articolo uscito su “Mosaico di Pace” nel febbraio 2004 a firma di Alessandro Marescotti,

nel quale già si parla della costituzione del nuovo avamposto militare imperialista a Taranto.

Taranto: la Base USA-NATO in via di ampliamento

1) le motivazioni politiche, ideali e culturali

 

Caro Conte, caro governo, il nostro futuro non è essere schiavi, né dell'acciaio dei veleni, né dell'imperialismo USA-NATO.

Taranto, una città monopolizzata dall'imperialismo USA-NATO e dalla monocoltura inquinante dell'acciaio deve riappropriarsi delle vocazioni territoriali della sua identità culturale.

NO a Taranto avamposto dell'imperialismo USA-NATO, SÌ ad una diversificata progettualità per il futuro della città dei due mari, con al centro il rilancio del porto, commerciale e turistico. No alla monocoltura dell'acciaio, SÌ alla Via della seta.

Il governo ha deciso di destinare 200 milioni di euro per rendere la nostra città ancora più vincolata e chiusa, per sbarrare la strada a diversificazioni produttive e di sviluppo possibili in base alla cooperazione internazionale, in particolare con la Cina. È un investimento a perdere, che renderà Taranto una città chiave delle SNF (Standing Naval Forces) che costituiscono il nucleo marittimo della Very High Readiness Joint Task Force del fianco sud della NATO, avamposto dunque dell'aggressivo imperialismo guerrafondaio degli USA, che supporta ormai le guerriglie commerciali dei dazi del presidente degli U.S.A.: dove non si arriva con la competizione capitalista del falso libero mercato, deve pensarci la violenza della guerra.

 

 

 

2) Il porto di Taranto può (per il PCI, deve) diventare un volano

di sviluppo commerciale, per la nostra città, turistico e industriale

 

Taranto città portuale si scontra con i veti statunitensi che imprigionano e bloccano le iniziative di diversificazioni sul nostro territorio come quella commerciale con la Cina, “La Nuova Via della Seta”, che per i cinesi è un punto focale di un grande progetto di investimenti e infrastrutture nel Mediterraneo e al quale l’Italia ha aderito dal marzo 2019.

Taranto è sede dello Standing Nato Maritime Group 2 e sta svolgendo una funzione militare sempre più importante e delicata tanto da allertare l’intelligence in merito alle possibili presenze della Cina nel porto e vi è subito l’appoggio servile del governo che risponde agli statunitensi aderendo al progetto di ampliamento della base Nato, finanziando opere per 203 milioni di € di cui 191 per l’ammodernamento della Base Navale e 11,6 per la riqualificazione dell’area Chiapparo e con il dragaggio dei fondali fino a una profondità di 25 m.

Tra gli altri sviluppi del porto emergono:

Il Molo San Cataldo per l’approdo a Taranto delle navi da crociera per le quali ci sono già interessi di due importanti terminalisti del traffico crocieristico, che gestiscono le diverse attività a terra, le quali hanno presentato istanza di concessione demaniale marittima all’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio – porto di Taranto – per occupare un’area scoperta di 450 metri quadrati della banchina di ponente del molo San Cataldo. Si tratta della Port Operation Holding, con sede a Milano, e della Global Ports Melita Limited, con sede a Malta. Ciò potrà portare ulteriori sviluppi turistici nella provincia di Taranto.

L’arrivo al porto dei turchi di Yilport, il tredicesimo operatore mondiale per volume di attività e primo del 2018, che hanno avuto una concessione di 49 anni su una banchina di 1900 metri. La holding turco/cinese Yilport è proprietaria del 25% di Cma Cgm, il terzo vettore marittimo mondiale per il traffico container.

La svolta è segnata con l’arrivo del gruppo Ferretti, leader mondiale nella progettazione, costruzione e vendita di yacht a motore e da diporto. Il gruppo Ferretti, management e con professioni specifiche italiane, possiede e gestisce cantieri navali in tutta Italia, il cui 58% è in mano alla cinese Weichai, tra le più grandi società cinesi e mondiali che operano nella componentistica di auto e veicoli pesanti.

Inoltre, tutto ciò può rilanciare la retroportualità e aprire finalmente la piastra logistica, struttura costruita da anni e mai attivata.

 

 

 

3) Come la siderurgia continua a danneggiare lavoro, lavoratori, ambiente, salute, economia e sviluppo alternativo e compatibile.

 

La situazione attuale dei lavoratori di Taranto in Ilva AS e quelli di AM è da considerarsi drammatica:1600 lavoratori inseriti in Ilva AS e 10600 lavoratori in AM nei vari siti, 3500-4000 lavoratori sono stabilmente collocati in CIGO.

Innanzitutto noi comunisti italiani crediamo che le politiche vadano impostate per il futuro dando uno sguardo al passato; una politica di sviluppo va costruita per le nuove generazioni guardando e tutelando tutte quelle fasce sociali che hanno perso non solo il lavoro e la dignità, ma soprattutto quei diritti conquistati negli anni attraverso le lotte di classe. Oggi più che mai siamo chiamati a riorganizzarci, confrontarci e unirci contro il nuovo capitalismo.

Karl Marx sosteneva che:

 

“il capitale non è una potenza personale, bensì è una potenza sociale” “Quanto più la classe dominante è capace di assorbire gli elementi migliori della classe oppressa, tanto più solido e pericoloso è il suo dominio”

 

In Marx, i veri protagonisti della trasformazione sociale sono le classi sociali. Egli intende la classe come l’insieme degli individui che all’interno del sistema sociale si trovano nella stessa posizione e hanno le stesse possibilità di accesso alle risorse economiche sociali. Qualora gli individui dovessero diventare coscienti della loro appartenenza in quella determinata classe, essa può diventare anche soggetto politico promotore di cambiamenti anche rivoluzionari dell’ordine sociale e non alienandosi al capitalismo. Ed è in questa prospettiva che il comunismo appare la vera e propria via di salvezza al fine di sovvertire e contrastare il regime di una politica neoliberista, oligarchica e lobbista. Nella prospettiva marxista bisogna fare un’analisi strutturale e duratura nel tempo.

Il Presidente di Federacciai afferma che la produttività dello stabilimento di Taranto è molto importante, è il secondo stabilimento in grandezza e capacità in Europa dopo la Germania, e se è molto importante la produzione di acciaio dell’industria italiana equindi la produzione non deve essere a regime di lavorazione basso ma mantenere un regime di lavorazione altissimo, questo fa capire che in queste condizioni Taranto con la sua provincia sono destinati ad essere vincolati ad una sola industria e continuare a subire violenze psicologiche (ricatto salute/lavoro) e  violenze per l'inquinamento industriale costante, a continuare ad essere succubi di una precarietà e disoccupazione altissime che il nostro territorio da molto tempo soffre.

Noi, PCI di Taranto, continuiamo a sostenere prima di tutto una vera nazionalizzazione totale e non parziale dell’industria considerata strategica e che tutti i lavoratori vengano reintegrati nel proprio posto di lavoro, perché se consideriamo la media dell'età anagrafica dei lavoratori di 45 anni e l’età contributiva di 23-25 anni, questo significa che le maestranze ci sono e non si spiega il motivo di tenerle fuori dal mondo del lavoro.

Dunque, siano i lavoratori nel loro complesso i promotori del proprio futuro, unendosi e diventando classe operaia in sé e per sé, riconquistando i propri diritti nelle lotte di classe. In questo senso bisogna pretendere investimenti industriali con bonifiche radicali dei siti inquinati dall'amianto, materiale ferroso, polveri sottili; riconversione industriale con introduzione delle nuove tecnologie verdi per eliminare definitivamente il carbon coke; riqualificazione e bonifiche, oltre che della fabbrica, dell'intero territorio ionico.

Ora è arrivato il momento di dire Basta!

Alziamo una volta per tutte la testa: Taranto non è più disponibile a subire violenze di qualsiasi natura,

SÌ al progetto “Via della Seta” come è stata accettata per Genova e Trieste per un diverso sviluppo economico, sociale, commerciale e culturale.

Basta con le politiche delle lobbies e dei poteri forti, uniamo le forze per realizzare una Taranto diversa, ecologica e turistica, polo culturale storico e archeologico. Basta delegare! Qui bisogna essere partecipi del proprio futuro perché è il nostro e delle nuove generazioni.

L'impegno politico ideale, socio-culturale ed economico che poniamo all'attenzione dei quadri dirigenti intermedi e nazionali come obiettivo di lavoro politico del partito, per la coalizione con i compagni di Rifondazione Comunista e di Risorgimento Socialista (lavoro già impostato proficuamente), con la sinistra di opposizione con cui già lavoriamo sul territorio e ovviamente con tutte le forze e i movimenti che a sinistra vogliano condividere il nostro percorso politico, organizzativo.

Proposta nell'alveo di un'economia che parta dalle risorse del territorio già esistenti ma in perenne precarietà o peggio in perdita e trascurate e mal valorizzate: vedi settore culturale, settore pesca, produzione ittica, portualità e indotto artigianale e commerciale collegato o da collegare al nuovo modello di sviluppo che descriviamo in questo documento e che sarà oggetto di ampi approfondimenti tecnici, aderenti alla realtà, organizzativi.

Il PCI, attraverso tutte le proprie componenti dirigenziali e organizzative, chiede con fermezza che venga avviato da subito un processo di sviluppo economico alternativo a quello tuttora attivo, ma che è in evidente crisi produttiva e in permanente conflitto tra lavoro-salute-ambiente, con una conseguente economia bloccata.

Non solo protesta ma soprattutto proposta.

 

 

 

 

 

 

Taranto, una nuova base USA

(da “Mosaico di pace”, febbraio 2004)

 

di Alessandro Marescotti

 

 

Taranto ha da lungo tempo una base navale nel Mar Piccolo. La nuova base navale nel Mar Grande è iniziata a metà degli anni ottanta e non è ancora terminata. È costata 150 milioni di euro (un terzo proviene da finanziamenti Nato). Una base a comando italiano, ma in condominio con la Nato che ne utilizzerà le infrastrutture finanziate. Ma a questa seconda base navale – integrata con una pista per gli Harrier e gli elicotteri che dista venti chilometri ed è sita a Grottaglie – se ne vuole affiancare una terza, questa volta a comando Usa. Perché Taranto? “La Maddalena è un’isola troppo piccola per accogliere una presenza così massiccia e Napoli o Gaeta non sono più accoglienti”, spiega l’esperto militare Stefano Silvestri, presidente dell’Istituto Affari Militari di Roma.
L’investimento previsto per Taranto è di 600 milioni di dollari, riferisce il Corriere del Mezzogiorno, supplemento pugliese del Corriere della Sera, che con uno scoop ha rivelato il piano americano. Secondo l’on. Massimo Ostillio (Udeur), vicepresidente della Commissione Difesa, i vertici militari Usa puntano a “realizzare due grossi poli logistici in Italia, uno per le truppe di terra a Solbiate, vicino Milano, e uno navale in Puglia, a Taranto”. L’on. Ostillio è convinto che la scelta del Pentagono alla fine ricadrà su Taranto e ha dichiarato: “Sarebbe una fortuna per l’economia tarantina”.

La notizia conferma e arricchisce quanto già PeaceLink aveva scoperto il 20 settembre 2000 sul sito Internet del Pentagono e cioè che Taranto era diventata il nodo telematico del sistema C4I americano, una rete di coordinamento e spionaggio militare che collegherà la base navale jonica direttamente al Navy Center for Tactical System Interoperability di San Diego in California, scavalcando la catena di comando Nato.

Quali potranno essere le conseguenze occupazionali della nuova base Usa a Taranto? Rischia di chiudere l’arsenale militare, un inutile doppione rispetto al polo logistico americano che attrarrà a Taranto anche le unità militari a propulsione nucleare per una delicatissima manutenzione. La mitilicoltura e la pesca a Taranto avrebbero il futuro segnato da una spada di Damocle radioattiva. La Marina Militare – che, secondo i piani con cui veniva decantata la nuova base navale, doveva liberare il Mar Piccolo e spostarsi nel Mar Grande – ha inoltre di recente chiesto di sottrarre all’allevamento dei mitili uno spazio immenso: tre milioni di metri quadrati di mare. Dove li ha chiesti? Proprio in quel Mar Piccolo da cui in teoria doveva traslocare. E i “benefici economici” non finiscono qui. Il “Piano di emergenza per le navi a propulsione nucleare” vieta il transito civile quando c’è transito militare nucleare. Un bel guaio.

Su Internet si sta pian piano delineando una nutrita mappa di tutte le informazioni utili a capire i nuovi processi in corso. L’archivio è su http://italy.peacelink.org/disarmo, un luogo dove troverete in modo approfondito tutte le informazioni che qui riportiamo solo in estrema sintesi. Il controllo dal basso può crescere se si ritagliano i giornali locali e si trasferisce in rete quell’informazione militare locale che (non è un caso) non giunge mai all’opinione pubblica nazionale.