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Dal punto di vista operaio

La lunga fase del gruppo automobilistico FIAT-FCA: da Gianni Agnelli ai giorni del coronavirus

di Tommaso Pirozzi

operaio Fca Pomigliano (Napoli); componente direttivo nazionale FLMuniti-cub

 

“Noi fabbrichiamo automobili, le fabbrichiamo in Italia e rappresentiamo Torino”.

Parola dell’avv. Gianni Agnelli, era il 1988. All’epoca, gli Agnelli erano imprenditori che, pur essendo generosamente aiutati dallo Stato, comunque investivano veri capitali in autentiche fabbriche, assumendosi rischi e producendo occupazione e sviluppo. Poi sono diventati finanzieri globali, abili nel maneggiare affari e compravendite. Sempre più indifferenti alle sorti del territorio e degli italiani che per tutta la loro storia li hanno sempre sostenuti e sovvenzionati.

 

 

 

Dal 1975 ad oggi l’Italia ha regalato alla Fiat 110mila miliardi di EURO

 

La stima sopra citata comprende varie voci, dai contributi statali alle rottamazioni prodiane, dalla cassa integrazione per i dipendenti ai prepensionamenti, e ancora dalla mobilità lunga agli stabilimenti costruiti con i soldi pubblici (come quello di Melfi) o, di fatto, regalati dallo Stato (l’Alfa Romeo di Arese).

Il periodo nel quale è stata spalmata l’ingente cifra è compreso tra oggi e il 1975, anno in cui la creatura degli Agnelli faceva registrare altri, più gloriosi record. Ad esempio lo stabilimento Mirafiori di Torino, con i suoi 50 mila operai, era allora il più grande del mondo e sfornava auto che avrebbero riempito le strade della Penisola (una su tutte, la “127”).

 

 

 

È stata l’azienda più assistita al mondo

 

A fronte di tali chiamiamoli “investimenti”, ci si aspetterebbe che la Fiat fosse diventata padrona del mercato automobilistico mondiale, o quasi. La realtà, impietosa, disegna tutt’altro quadro.

Sempre nel 1975 la Fiat contava 250 mila dipendenti diretti (oltre a un indotto stimato sui 350 mila addetti), mentre oggi quel totale si è ridotto a poco più di 30 mila. Insomma, nonostante la pioggia di aiuti finanziari di ogni genere vi è stato un vero massacro sociale, 3 su 4 posti di lavoro sono andati persi.

Poi ecco comparire colui che avrebbe dovuto essere il grande Messia dell’economia, il salvatore della Fiat, colui che riuscì ad incantare un po' tutti, denominato dalla CUB “San Marchionne”. Negli spot televisivi prometteva di raddoppiare produzione e magari anche gli stipendi. A credergli politici compiacenti e governi complici, organizzazioni Sindacali e una parte dei lavoratori, che anche se dubbiosi preferivano credere a ciò che quell’uomo prometteva.

Le OO.SS., come zerbini, hanno ceduto su tutto lasciando che il glorioso marchio Fiat scappasse dall’Italia.

 

 

 

“Siamo quello che produciamo”

 

Era lo slogan coniato dall’abile giocoliere finanziario.

Quanti piani industriali sono stati presentati in questi anni: promesse da marinaio, mai nessuno mantenuto.

La grande illusione di una crescita industriale. Eppure all’amministratore Fiat occorre riconoscere una certa abilità: presenta al mondo un’ipotesi di sviluppo industriale, si fa dare carta bianca dalla maggioranza dei sindacati, strappa un contratto aziendale modellato sulle proprie esigenze, illude le Borse e poi si rimangia tutto. “Le condizioni di mercato sono cambiate”.

Già nel 2005 come FLMUniti CUB avevamo denunciato che il piano Marchionne, confermato nel 2007, puntava ad abbassare i volumi di produzione in Italia per trasferirli all'estero, ridurre gli investimenti sull'auto e impostare un piano di riduzione dei costi. Tutto ciò ha portato a dimezzare la produzione di auto in Italia. Il piano 2005-2008 di agosto 2005 prevedeva 10 miliardi di investimenti, 20 nuovi modelli e 23 aggiornamenti in quattro anni, la riduzione della capacità produttiva in Italia di 65.000 vetture (da 1,43 milioni a 1,36 milioni).

Il piano 2007-2010 del novembre 2007 prevedeva 16 miliardi € di investimenti, 23 nuovi modelli e 23 restyling. Per il 2010 la produzione di 2,8 milioni di auto (3,5 assieme alle joint-venture) di cui 300.000 ciascuno per i marchi Lancia e Alfa che sarebbe tornata sul mercato americano nel 2009.

Il piano per Chrysler prevedeva ancora 21 nuovi modelli entro il 2014 e il raddoppio della produzione di auto da 1,3 a 2,8 milioni.

La realtà è stata molto diversa dagli annunci.

Attuata con rigore la riduzione dei costi, sono stati bloccati gli investimenti, ogni volta con una scusa diversa, modelli annunciati non si sono fatti e molti altri rimandati. Ad esempio la nuova 147 (ora chiamata Giulietta) prevista per il 2007 uscirà nel 2010, l'ammiraglia Alfa nel 2008, poi nel 2009 non è mai uscita.

La Fiat e il suo amministratore delegato hanno dimostrato di non essere credibili: hanno annunciato piani ottimistici non supportati dagli investimenti necessari per attuarli, ma in compenso continuano a navigare su un mare di milioni pubblici concessi tramite sgravi, sovvenzioni e ammortizzatori sociali.

Come denunciato più volte dalla FLMUniti, Marchionne non solo ha distrutto l'industria automobilistica Italiana, ma insieme al governo Renzi e alla Confindustria ha distrutto tutti i diritti e le tutele conquistati dai lavoratori con le dure lotte degli anni Sessanta e Settanta.

Con grande abilità, dopo aver ottenuto la libertà di licenziamento, il potere di scegliere quali sono le O.S. con cui dialogare, Marchionne ha sferrato un nuovo attacco decidendo di lasciare l’Italia e di impiantare la sede fiscale della nuova società FCA in Gran Bretagna, facendola quotare in Borsa a New York e con sede legale in Olanda. Obiettivo: pagare meno tasse sugli utili.

Chi si stupisce? L'oramai ex azienda italiana targata Marchionne negli ultimi anni ha pensato solo a pianificare la fuga dall'Italia.

In realtà quell’abile illusionista ha perseguito la strada dei suoi predecessori anche se con più spregiudicatezza, una strada spianata da una pioggia di miliardi pubblici, elargiti dallo Stato.

Il 25 luglio del 2018 Marchionne muore in ospedale a Zurigo dove era ricoverato, al suo posto viene eletto Mike Manley, nuovo amministratore delegato, ma purtroppo la linea non cambia, la metà delle maestranze degli stabilimenti Italiani viene pagata dallo stato attraverso gli ammortizzatori sociali, ma “Le condizioni di mercato sono cambiate”. Causa coronavirus la FCA chiede aiuto allo Stato con un prestito di 6,3 miliardi di euro per far fronte alla crisi, finanziamenti concessi da Intesa Sanpaolo e un pool di altre banche, con lo Stato (attraverso il “braccio operativo” di SACE) che farebbe da garante per l’80% dell’ammontare. Ossia, nel caso in cui FCA Italy non fosse in grado di ripagare il debito, le casse dell’erario potrebbero essere costrette a restituire 5 miliardi di euro alle banche creditrici.

Ancora una volta si vuole usare lo Stato italiano come bancomat. Pretendono di scaricare le crisi sul nostro bilancio, nonostante la sede fiscale della società sia ormai altrove.

Fiat-FCA ha la sede fiscale in Gran Bretagna, quella legale in Olanda, e pretende che lo Stato italiano faccia da garante per un prestito di 6,3 miliardi di euro. Un ricatto bello e buono: ed ecco che ci risiamo, il primo ricatto occupazionale imposto dalla Fiat fu quello degli anni ‘80, era l’8 maggio, la Fiat comunica la decisione di mettere in cassa integrazione 78.000 lavoratori del settore auto.

Dalle file del governo si ricomincia a parlare invece di revisione della scala mobile per dare fiato alle imprese. In un comunicato la FLM afferma che quello che la Fiat persegue non è la soluzione dei difficili momenti in cui vive l’automobile ma la rimessa in discussione dei rapporti sindacali, sociali e politici. Contro queste impostazioni, per la programmazione settoriale, la FLM proclama lo sciopero generale dell’industria per il 1° luglio. Da lì parte la più grande lotta rivendicativa e di difesa dei lavoratori Fiat, ancora oggi ricordata dai lavoratori. Poi l’altro ricatto della Fiat è stato quello occupazionale dove i lavoratori dovevano scegliere, attraverso un referendum tra lavoro o disoccupazione, ma anche lì la risposta non fu quella sperata dall’azienda, tantissimi lavoratori decisero di opporsi alle imposizioni aziendali. Oggi ci risiamo, “lavoro o miseria”. LA FCA chiede aiuto per far fronte alla crisi economica scaturita dall’emergenza sanitaria, e il governo è intenzionato a continuare a sborsare, eppure questa pandemia dovrebbe far riflettere, abbiamo un’opportunità, scegliere il tipo di prospettiva verso cui indirizzare il paese:

• il mantenimento del vecchio sistema di relazioni economiche, politiche e sociali (cambiare tutto per non cambiare niente)

• oppure una profonda trasformazione basata sugli interessi delle masse popolari

 

 

 

Nulla sarà come prima, ma tutto può essere meglio di prima

 

Se gli operai decidono una cosa e si organizzano per farsi valere, non esiste Confindustria, governo, polizia o esercito che possa fermarli. La mobilitazione e organizzazione della classe operaia è l’unica strada per far valere gli interessi di tutte le masse popolari: chi prova a contrapporre e dividere la classe operaia dalle altre classi delle masse popolari (disoccupati, partite IVA, piccoli commercianti, piccoli imprenditori, professionisti) fa più o meno consapevolmente il gioco dei padroni. È nelle aziende che si gioca la partita più dura e, in definitiva, decisiva.

Per questo è fondamentale sostenere ogni mobilitazione della classe operaia e promuovere il coordinamento degli operai con il resto delle masse popolari.

Dobbiamo contrastare il terrorismo mediatico della propaganda di regime che martella costantemente e ovunque sulla necessità di difendere la società in cui i capitalisti ci hanno costretto a vivere per i loro interessi. Questa società la dobbiamo cambiare fino in fondo, dobbiamo rivoltarla.

Tutto può essere migliore. Possiamo fare in modo che tutto vada meglio di prima.