Ci vuole pazienza, naturalmente. Ricordo che quando il partito comunista del mio paese finanziò il mio primo giornaletto, nel lontanissimo 1965, frequentavo il liceo “Campana”, del quale in quel periodo era preside il professor Giovanni Magnarelli, al quale oggi a Recanati è dedicata addirittura una strada.

Quando uscì il “mio” giornaletto comunista, Osservatore osimano, il preside Magnarelli mi chiamò in presidenza. Aveva il mio foglietto sulla scrivania, e mi sorrise. 

E poi mi disse, dandomi del lei (tra compagni ci si da del “tu”, ma nel liceo classico elitario e ultraborghese di Osimo i professori agli alunni si rivolgevano con il “lei” pretendendolo a loro volta. Il preside era comunista. E anch’io. Ma forse lui non voleva scoprirsi, oppure non era sicuro delle mie convinzioni. Ormai è tardi per andare a chiederglielo, adesso che è diventato una strada): “Caro Guzzini, le faccio i miei complimenti”. Mi disse. E continuò: “Ma si ricordi: dovrà avere molta pazienza”. 

Era un consiglio prezioso, che quell’intellettuale prestato all’insegnamento distillava dalla sua personale esperienza e dai suoi studi, che mi accompagnò nella vita come un solido filo (rosso) d’Arianna, e ancora oggi mi torna utile.

Ci vuole pazienza. Anche per sopportare le leggi di natura. 

Tutti quei semi sperperati solo – e non sempre – per fecondare un ovulo, ad una riflessione sempliciotta e avara potrebbero sembrare un eccesso di allegria. Mentre, al contrario, sono un buon consiglio. 

Così come i tanti tentativi ed errori prima di avvicinarci a quei regimi politici che, quanto meno nelle intenzioni, vorrebbero restringere la forbice tra sfruttati e sfruttatori, e tra proletari e borghesi, con percorsi zigzaganti e carsici, e contraddizioni spesso insopportabili, le quali potrebbero sembrare la dimostrazione che tra Cristo e la sua Chiesa, e tra l’avanguardia carismatica e l’intendenza che dovrebbe seguirla, non solo non c’è mai continuità, ma spesso esplodono i più catastrofici contro circuiti che noi ottimisti interpretiamo come astuzie della vecchia talpa che scava, mentre altri si arrendono all’evidenza e finiscono dietro le famose finestre o sulle famose panchine dei giardinetti, perché “tanto sono tutti uguali”. E non votano più.

       

1. Un Blair migliore di un altro

Tutto questo per dire che ci vuole pazienza, e che per giudicare George Orwell non ci si deve fermare ad Animal farm (La fattoria degli animali), a Nineteen Eighty-Four (1985) e neppure a Homage to Catalonia (Omaggio alla Catalogna) che pur essendo ormai classici che non è possibile non avere letto e assimilato, pure fanno torto al loro autore ogni volta che vengono, strumentalmente o in perfetta buona fede, usati come clava contro il comunismo della prassi, concretamente ricercato con tentativi ed errori. 

Intanto, perché c’è di peggio. 

Lo scrittore di origine scozzese che adottò lo pseudonimo di George Orwell ma che si chiamava Blair è in ogni caso molto meno anticomunista dell’altro scozzese che si chiama anche lui Blair, un certo Tony, che ha fatto più danni alla sinistra di Matteo Renzi, per dire. 

E poi perché letterariamente è un grande, e moralmente è un puro. Insomma, con Eric Arthur Blair in arte Orwell ci vuole pazienza, rispetto e sospensione del giudizio fino al termine della lettura e della rilettura. Soprattutto di Keep the Aspidistra Flying (Fiorirà l’aspidistra), un testo del 1936, che prende spunto dalla sua esperienza di commesso di libreria per individuare nell’adorazione del “dio denaro” il peggiore dei mali del mondo, e nella ribellione contro le miserie delle consuetudini piccolo borghesi e più in generale contro tutte le cosiddette “leggi” del capitalismo la strada maestra per affrontare le sfide dell’esistenza.

Senza dimenticare il resto della produzione del grande scrittore socialista morto a Londra nel gennaio del 1950, relativamente giovane, essendo nato nel Bengala, nel 1903, da genitori scozzesi di “alta-bassa” borghesia. Alta in India, e bassa al ritorno in Gran Bretagna. Almeno a detta del figlio. 

Perché Orwell non si è limitato a scrivere i quattro romanzi che ho citato. È stato giornalista, saggista, intellettuale e – con la necessaria e indispensabile pazienza di cui mi parlò a suo tempo il preside Giovanni Magnarelli, che adesso è una strada di Recanati – non può essere incastrato e semplificato soltanto nel ruolo di critico dei regimi e di anticipatore profetico della diffidenza verso la falsificazione della memoria storica, la corruzione del linguaggio e l’annullamento dello spirito critico e della libertà individuale. 

La baraonda di celebrazioni del suo Nineteen Eighty-Four allo scoccare dell’anno 1984 non ha giovato al suo buon nome di socialista libertario e di convintissimo anticapitalista e antifascista, incastrandolo nel ruolo limitatissimo di anticipatore della denuncia dei rischi della globalizzazione della stupidità.

Se non se ne fosse andato così prematuramente non è affatto escluso che i redattori della rivista di Zagabria Praxis lo avrebbero invitato nel 1970 alla scuola estiva di Korčula, dove avrebbe conversato con Marcuse, Habermas, o con Henri Lefebvre, e naturalmente con i fondatori di Praxis, Milan Kangrga e Rudi Supek, e con gli allora ragazzi della sinistra comunista europea che avevano animato i movimenti del sessantotto, oggi anziani laudatores temporis acti, nei casi migliori. 

Mescolando le sue speranze a quelle di chi non aveva dubbi sulla necessità che aveva fatto combattere i fascisti italiani e i nazisti tedeschi, costruendo la via jugoslava al comunismo, e che tuttavia non erano convinti della utilità della nuova classe di burocrati che stava prendendo il potere attorno a Tito.

In Ancona i rapporti con i compagni di Spalato erano frequenti. Nei nostri congressi provinciali non mancava mai la delegazione jugoslava, che riceveva immancabili, convinti e meritati applausi. Nella redazione dell’Unità arrivava il quotidiano degli italiani dell’altra sponda, la rivista settimanale Panorama e il trimestrale culturale la battana, sentivamo radio Capodistria, e seguivamo l’omonima emittente televisiva, ma non sapevamo un bel niente della scuola estiva di Korčula, e niente ci venne detto nemmeno quando quei corsi furono aboliti per intervento delle autorità che applaudivamo quando venivano ai nostri congressi. Tanti semi servono per fecondare un ovulo. E soprattutto ci vuole tanta, tanta pazienza.

Ma tanta! 

Perché già allora saremmo stati in grado di mettere sull’altro piatto della bilancia gli incredibili danni prodotti dagli italiani durante l’occupazione fascista di Lubiana, con le repressioni di civili e di partigiani compiute dai questori Ettore Messana e Ciro Verdiani, che non solo non subirono nessun processo di Norimberga (sia pure all’italiana) ma vennero nominati dal ministro Mario Scelba responsabili dell’Ispettorato di pubblica sicurezza siciliano. Nella quale veste e a nome del popolo italiano diventarono i protettori di Salvatore Giuliano, prima e dopo la strage di comunisti di Portella della Ginestra.

Ma adesso che la Jugoslavia non c’è più, diventa ancora più ardua la fatica di avere pazienza paragonando i conflitti tra i comunisti di Tito e gli intellettuali critici con le stragi di civili a Sarajevo o con la vergogna di Srebrenik (in arte Srebrenica), con i caschi blu olandesi che si voltavano dall’altra parte, e l’opinione pubblica mondiale divisa in opposte sgangherate tifoserie. 

Aveva ragione Giovanni Magnarelli: serve molta, moltissima pazienza.

2. L’Orwell più noto: Homage to Catalonia

Sull’Orwell più noto si potrebbe andare di corsa. Chi non ha letto Omaggio alla Catalogna (1938), La fattoria degli animali (1943) e 1984 (1949)? Pochi, pochissimi. 

Sicché sarebbe quasi inutile scriverne ancora. Chi non li avesse letti si affretti a farlo, approfittando magari dell’occasione che Mondadori ha raccolto in un unico volume, intitolato Il peggiore dei mondi possibili, tutta quella produzione, aggiungendo anche Fiorirà l’aspidistra (1936) e Una boccata d’aria (1939), il tutto per soli 25 euro.

Tuttavia, anche per chi li avesse già letti da tempo e magari anche più volte, forse qualcosa va aggiunto. 

La guerra civile spagnola va più o meno dal 17 luglio 1936 al 1 aprile 1939. Nel febbraio 1936 il Fronte popolare aveva vinto le elezioni, e di conseguenza era stato eletto primo ministro della Repubblica Santiago Casares Quiroga. Cinque mesi dopo l’Armata d’Africa, di stanza in Marocco, dà vita al colpo di stato (del 17 luglio), e respinge ogni tentativo di mediazione e di conciliazione, tanto che il primo ministro si dimette, e al suo posto viene eletto Diego Martínez Barrio, che resta in carica fino al 4 settembre 1936, quando viene sostituito da Francisco Largo Caballero, che in quel momento era segretario generale sia del PSOE, il partito socialista, che della UGT, il sindacato di sinistra. 

È in quel momento, mentre le forze fedeli al governo repubblicano si fronteggiano in tutta la Spagna con quelle dei golpisti, che, nel gennaio del 1937, Eric Arthur Blair, assieme a Eileen O’Shaughnessy (due lauree, una a Oxford e l’altra a Londra) sposata l’anno prima, si recano a Barcellona.

Il libro che racconterà le esperienze di guerra del nostro autore a fianco del POUM (Partido obrero de unificación marxista), piccolo movimento anarchico sindacalista catalano, fino a quando verrà ferito abbastanza seriamente alla gola nella battaglia di Huesca, è appunto Omaggio alla Catalogna. Dove si racconta anche che non fece in tempo a guarire da quella ferita che il POUM venne dichiarato illegale dalle autorità repubblicane. Sicché il compagno Blair dovette riparare in Francia.

 

Tornato in Inghilterra scrive di getto il resoconto dell’intera vicenda. Il libro si chiamerà Homage to Catalonia Omaggio alla Catalogna e uscirà nel 1938, prima che Francisco Franco, con l’aiuto determinante di Hitler e di Mussolini e nonostante la presenza delle brigate internazionali, sconfiggesse il legittimo governo repubblicano, nell’aprile del 1939. 

Si tratta di una testimonianza di prima mano, realizzata da un grande scrittore, con l’abilità del giornalista e la passione del partigiano. Fossi un critico letterario dovrei soffermarmi sulla maestria delle tecniche narrative adottate, ma siccome non lo sono il lettore dovrà fare da sé.

Il libro si apre con la figura di uno sconosciuto italiano, che fa parte delle brigate internazionali, e che – nella caserma Lenin di Barcellona, il giorno prima del suo arruolamento tra i miliziani – più a gesti che con parole fraternizza con lo sconosciuto compagno britannico.

“Nell’attraversare la camera per andarsene, m’afferrò strettamente la mano. Che strano l’affetto che si può sentire per uno sconosciuto! Era come se i nostri spiriti fossero momentaneamente riusciti a superare l’abisso di lingua e di tradizione per incontrarsi nella massima intimità. Sperai che mi avesse in simpatia come io lo avevo. Ma seppi anche che per conservare quella mia prima impressione di lui non dovevo rivederlo; ed è inutile dire che non l’ho mai più rivisto”.

Le ultime pagine dell’ultimo capitolo di Homage to Catalonia sono dedicate alla fuga da Barcellona, con le guardie di frontiera che non si rendono conto di avere a che fare con un combattente del POUM (“Ci frugarono dalla testa ai piedi, ma non avevamo nulla di incriminante, a eccezione del mio congedo, e i “carabineros” che mi visitavano non sapevano che la ventinovesima divisione era quella del POUM. Scivolammo così oltre la barriera ed esattamente dopo sei mesi mi ritrovavo sul suolo di Francia”).

Assieme a sua moglie mister Blair si ferma a Banyuls, la prima stazione dopo la frontiera, dove ha a che fare prevalentemente con filofranchisti, che lo guardano in cagnesco e lo maltrattano. Fortunatamente quando si sposta dopo tre giorni a Perpignan trova un’accoglienza opposta da parte di una popolazione dichiaratamente e festosamente antifascista.

È in quel momento che, riflettendo sui sei mesi passati immerso nella guerra civile, afferma: “… tutta l’esperienza spagnola non ha diminuito per nulla la mia fiducia nella dignità e nella bontà degli esseri umani. E m’auguro che il racconto fattone non sia troppo ingannevole. Ritengo che su avvenimenti come questi nessuno sia o possa essere completamente veritiero. È difficile essere certi di qualcosa, se non di quello che s’è visto con i propri occhi e, consciamente o inconsciamente, ognuno scrive con una certa partigianeria.

Qualora non l’avessi detto più sopra, lo dirò ora: attenzione alla mia partigianeria, ai miei errori di fatto e alla distorsione inevitabilmente causata dal mio aver visto solo un angolo degli avvenimenti. E attenzione alle stesse identiche cose nel leggere qualsiasi altro libro su questo periodo della guerra di Spagna”.

Quando vengono elencate, quasi sempre a volo di uccello, le opere di Orwell e si arriva ad Homage to Catalonia, nessuno resiste all’irrefrenabile pulsione di informare il lettore che si tratta di un testo “in cui si racconta la lotta intestina dei sostenitori della repubblica e la dura e spregiudicata condotta dei comunisti per conquistarne il predominio, anche a costo della sconfitta finale”. (Testuale, dalla nota introduttiva dell’edizione negli Oscar Mondadori).

Si tratta ormai di fatti più che conosciuti. Che Stalin, i trotzkisti, e gli anarchici non formassero una miscela precisamente omogenea non è di certo un segreto. E non ritengo sia questa la sede per fare alla lavagna la lista dei buoni e dei cattivi, con inevitabile e datatissima partigianeria.

Ma che la sconfitta finale dei repubblicani sia stata causata dalle contraddizioni interne al popolo antifascista è una clamorosa balla, che fa il paio con le peggiori fake news. 

Mi è capitato di ragionare a lungo con alcuni compagni reduci dai fronti spagnoli (uno si chiamava Alfredo Spadellini, nome di battaglia “Frillo”, con il quale dividevo la lettura della mia copia del Granma, che mi arrivava da Cuba in Federazione) che mi hanno convinto della sostanziale assurdità di queste tesi, che purtroppo ancora sono in circolazione, e che offendono caduti e combattenti per la libertà della Spagna.

Da questo punto di vista il compagno Eric Arthur Blair scrive onestamente di essere partigiano, e si scusa per le inevitabili distorsioni. 

Magari tutti fossero così onesti! E magari tutti – dopo aver attraversato vicende così traboccanti di contraddizioni – riuscissero a conservare la “fiducia nella bontà e nella dignità dell’essere umano”. Leggendo e rileggendo questo passaggio trovo fortemente faziosa e sostanzialmente fuorviante la teoria delle memorie concepite prevalentemente in funzione anticomunista.

Anche se, nel saggio del 1946 Perché scrivo (pubblicato quest’anno dalle edizioni e/o di Roma nel libro Sparando all’elefante e altri scritti, si trova la seguente considerazione:

“Ho cercato, con grandissimo impegno, di dire tutta la verità senza violare i miei istinti letterari. Fra le altre cose, però, c’è un lungo capitolo, pieno di ritagli di giornale e cose simili, in difesa dei trotzkisti che erano stati accusati di complottare con Franco. Chiaramente un capitolo del genere, che dopo uno o due anni perde di attrattiva per un lettore ordinario, può rovinare un libro. Un critico che rispetto mi ha fatto una lezione in merito”.

Il compagno Blair (in arte Orwell) non poteva neanche lontanamente immaginare che l’attrattiva per i suoi tentativi di contrapporsi alle ingiuste accuse nei confronti di suoi commilitoni non solo non avrebbero perso di attrattiva dopo due anni, ma, che, a distanza di molte decine di anni, sarebbero state spacciate per il nocciolo anticomunista dell’intero Omaggio alla Catalogna, in alcuni – rari – casi addirittura in buona fede. Poiché anche in questo caso si conferma la regola della giustezza del consiglio del preside Giovanni Magnarelli (che oggi è una strada di Recanati) sulla necessità di avere molta pazienza se si vuole essere comunisti.  

3. L’Orwell più noto: Animal Farm

Peraltro, va detto che il compagno Blair (come altri dei quali mi è capitato di occuparmi su “Cumpanis”, dal compagno Catilina al compagno De Sade, fino al compagno Bianciardi e al compagno Impastato e al compagno Di Ruscio) riassume in sé straordinarie qualità di irrequietezza intellettuale e di capacità di esercizio della critica e dell’autocritica tanto che riesce a mettere a fuoco contraddizioni reali che forse sarebbero rimaste nell’ombra senza la tempesta intellettuale di un essere umano che ha sfidato il conformismo delle abitudini piccolo borghesi rifiutando i tradizionali percorsi che dopo la laurea comportano il posto fisso, da mantenere e da consolidare, per restituire alla propria famiglia e alla propria classe quanto è stato investito per la sua formazione.

Il compagno Eric Arthur Blair (in arte George Orwell) ha potuto ridicolizzare i meccanismi di potere e l’arrivismo che sonnecchia in ogni struttura organizzata, descrivendone il nucleo essenziale in una sorta di fumetto alla Disney, dove Qui Quo Qua, Paperino, e Nonna Papera sono sostituiti vantaggiosamente dal maiale Vecchio Maggiore, dal verro Biancostato, dai tre cani Lilla, Jessie e Morsetto, dai due cavalli da tiro Gondrano e Berta e da tutti gli altri protagonisti della Animal Farm, la fattoria degli animali, il libro che nessun editore inglese voleva pubblicare nel timore che Stalin – all’epoca alleato anche della Gran Bretagna contro Hitler e contro Mussolini – non la prendesse bene, e che tuttavia alla fine vide la luce tra il 1945 e il 1946 riscuotendo un enorme successo di critica e di pubblico, e mettendo per la prima volta nella sua vita l’autore nelle condizioni di vivere del frutto del suo lavoro di scrittore.

Come è noto a tutti, Animal Farm descrive la rivolta della fattoria contro il proprietario, al canto “rivoluzionario” intonato dal maiale Vecchio Maggiore:

Animali d’Inghilterra,

d’ogni clima e d’ogni terra,

ascoltate il lieto coro:

tornerà l’età dell’oro! 

Cacciato il proprietario, il signor Jones, gli animali tentano di creare un nuovo ordine, fondato su un concetto utopistico di eguaglianza. Ma ben presto emerge tra loro una nuova classe di burocrati, i maiali, che con la loro astuzia, la loro cupidigia e il loro egoismo si impongono in modo prepotente e tirannico sugli altri animali più docili e semplici d’animo.

Gli elevati ideali di eguaglianza e di fraternità proclamati al tempo della rivoluzione vengono traditi e, sotto l’oppressione di Napoleon, il grosso maiale che riesce ad accentrare in sé tutte le leve del potere e ad appropriarsi degli utili della fattoria, tutti gli altri animali finiscono per subire gli stessi maltrattamenti e le stesse privazioni di prima. Tanto che arrivò il giorno nel quale alla scritta “tutti gli animali sono uguali” ne venne aggiunta un’altra: “ma alcuni animali sono più uguali degli altri”.

“Dopo ciò non parve strano che i maiali che sorvegliavano i lavori reggessero fruste nelle loro zampe. Non sembrò strano di apprendere che i maiali si erano comprati per loro uso un apparecchio radio, che stavano impiantando un telefono, che avevano fatto l’abbonamento al “John Bull”, al ”Tit-Bits”, e al “Daily Mirror”.

Non sembrò strano vedere Napoleon passeggiare nel giardino della casa colonica con la pipa in bocca; no, neppure quando i maiali presero dal guardaroba gli abiti del signor Jones e li indossarono e fu visto Napoleon in giacca nera, pantaloni e scarpe di cuoio, mentre la sua scrofa favorita vestiva l’abito di seta che la signora Jones portava la domenica, neppure questo sembrò strano”.

La favola termina con un banchetto nel corso del quale un uomo, il signor Pilkington di Foxwood nel corso di un brindisi si dichiara ammirato dei risultati ottenuti nella fattoria, (Renzi avrebbe parlato di rinascimento in atto) augurandosi la fine di ogni ostilità tra uomini e maiali. Nel brindisi di risposta, Napoleon annuncia che quella che fino a quel momento si era chiamata fattoria degli animali avrebbe assunto il nome di Fattoria Padronale, e che avrebbe avuto termine la sciocca abitudine degli animali di chiamarsi l’un l’altro “compagni”.

Dal 1945, quando questa favola moderna è stata scritta, ad oggi, sono passati alcuni anni. Segnati da significative riflessioni all’interno della sinistra che miravano anche a denunciare e frenare la crescita e lo scivolamento a destra delle burocrazie di partito. 

La rivista Praxis di Zagabria, che dal 1970 al 1974 organizzò la scuola estiva di marxismo sull’isola di Korčula, tra le altre problematiche si poneva anche la questione della contraddizione tra gli uguali e quelli più uguali degli altri, all’interno del percorso per molti altri versi coraggioso dei non allineati.

A distanza degli anni passati spaccando capelli teorici, la praxis a Mosca, a Belgrado e in altre località che il lettore potrà facilmente elencare senza bisogno del mio suggerimento, ha fatto sì che non ci si chiamasse più compagni, e che tornasse lo sfruttamento della borghesia sul proletariato.

4. L’Orwell più noto: 1984

L’ultimo libro che Eric Arthur Blair (in arte George Orwell) scrisse poco prima di morire, tra il 1947 e il 1948, fu il più famoso di tutti, quel Nineteen Eighty-Four (in italiano “1984”) che proverò a riassumere, pur essendo consapevole che tale impresa è impossibile. 

La storia si svolge in quello che per Blair, che scriveva nel 1948, era un lontano futuro, ottenuto invertendo le ultime due cifre dell’anno in corso, e che per noi è un remoto passato. Anche se gli effetti del lavoro di costruzione della neolingua attraverso il massacro del vocabolario dovrà avvenire nel 2050.

Alcuni riferimenti non possono non essere noti al mio lettore. L’incombente Grande Fratello (il cui ritratto troneggia in ogni strada e in ogni abitazione, con la scritta BIG BROTHER IS WATCHING YOU, il grande fratello vi guarda). I principi base del partito di regime: la guerra è pace; la libertà è schiavitù; l’ignoranza è forza. E la destrutturazione della lingua, che da Archeolingua (Oldspeak) dovrà trasformarsi in Neolingua (Newspeak) come già succede nei social e nei telefoni cellulari, e sta per succedere nella pubblicità e nel linguaggio televisivo. 

Ma tentiamo l’impossibile riassunto.

Al protagonista, Winston Smith, che è un funzionario del Ministero della Verità dove è addetto all’aggiornamento (cioè alla deformazione) dei vecchi numeri del “Times” affinché corrispondano alla versione della storia voluta dal Partito, capita di innamorarsi di Julia, di trovare un rifugio in cui il Partito non possa vederlo (la cosa è difficilissima, in quanto nel 1984 si è costantemente seguiti da televisori interattivi, che trasmettono e riprendono contemporaneamente) almeno durante i rari e brevi momenti d’amore. 

A Smith capita anche di essere parte della Fratellanza, la grande ondata di malcontento e di resistenza interna che un giorno o l’altro dovrebbe rovesciare l’odiato sistema basato sul Socing, il socialismo inglese, unica dottrina ammessa.

Peraltro tutto gli si rivela come un grande inganno: il nido d’amore lontano dagli occhi e dalle orecchie del Partito non è che una trappola messa in piedi da spie della polizia politica, e la stessa adesione al movimento di opposizione interna è una terribile macchinazione di agenti provocatori.

Arrestato, Winston Smith si consegna completamente agli inquisitori. Vorrebbe però almeno conservare integra una parte di sé: l’amore per la sua donna, anche se dispera di poterla mai più rivedere. Ma anche questa ultima e più cara parte di sé gli viene strappata, ed egli rinnega nel modo più vile e immondo la donna amata.

Ridotto a una parvenza d’uomo, a uno straccio fisico e morale, Smith viene lasciato vivere una esistenza insulsa e insignificante, ma conforme alla volontà del Partito, ai cui slogan finisce per credere. Tanto che tutto il suo amore è ormai rivolto unicamente al Grande Fratello.

La frase conclusiva del libro è infatti:

“Guardò su, alla faccia enorme. Gli ci erano voluti quaranta anni per imparare che specie di sorriso era nascosto sotto quei baffi neri. Oh, che equivoco crudele, e inutile! Oh, quale indocile esilio volontario da quell’affettuoso seno! Due lacrime puzzolenti di gin gli sgocciolavano ai lati del naso. (Two gin-scented tears trickled down the sides of his nose). Ma ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era riuscito vincitore su sé medesimo. Amava il Grande Fratello.

(But it was all right, everything was all right, the struggle was finished. He had won the victory over himself. He loved Big Brother)”.

Millenovecentottantaquattro è stato collocato nel genere dell’anti-utopia, in quanto prevede non già un mondo migliore più o meno vicino in cui l’umanità possa appagare la sua sete di giustizia, di amore e di bellezza, bensì un mondo insensato, in cui gli uomini vengono privati dell’anima e dove prevale soltanto la violenza autoritaria, mentre tutto intorno non c’è che abbrutimento, tristezza, squallore, diffidenza e odio.

L’autore probabilmente non intendeva affermare che la sua anti-utopia si sarebbe inevitabilmente affermata. Piuttosto è probabile che intendesse mettere in guardia i suoi lettori sui rischi degli abusi del potere, vedendo (o prevedendo) linee di tendenza che negli anni nei quali scriveva si muovevano in quella direzione.

Oggi è stato sconfitto il nazional socialismo di Hitler, ed è crollato il muro di Berlino.

Il Grande Fratello è soltanto una fortunata trasmissione della televisione di Silvio Berlusconi. 

Eppure non sottovaluterei l’allarme che ci viene da un passato ormai remoto, ma potrebbe parlare di un oggi dove la globalizzazione della semplificazione e le stupidaggini dei populisti stanno erodendo dall’interno i protagonisti del teatro della politica contribuendo a creare un clima di diffidenza e di sfiducia dal quale potrebbe spuntare anche qualche uomo della provvidenza malintenzionato e qualche movimento in grado di imporci il suo newspeak facendolo passare per modernità oggettiva e inevitabile. 

La vigilanza rivoluzionaria, così come la pazienza, non è mai troppa.

5. L’Orwell meno noto: Keep the Aspidistra Flying

(Fiorirà l’aspidistra)

Meno noto, forse. Di certo meno citato. Molti altri testi andrebbero ricordati se si volesse rendere giustizia al percorso umano e intellettuale del compagno Blair, in arte Orwell. Si potrebbe (e si dovrebbe) pescare nella sterminata produzione saggistica, che salto a piè pari per non aggiungere altre tre o quattro cartelle. Si potrebbe (e si dovrebbe) approfondire la sua produzione autobiografica, dove racconta la sua formazione scolastica, o la sua esperienza in Birmania. Giorni in Birmania (Burmese days, Harper, New York, 1934) è il suo primo romanzo. Mentre Senza un soldo a Parigi e Londra (Down and Out in Paris and London, Gollancz, London 1933) è la cronaca del tentativo di sopravvivere affidandosi alle pulsioni letterarie e artistiche e sfidando le leggi del capitalismo, che espliciterà in forma più approfondita tre anni dopo, nelle formidabili pagine dell’Aspidistra.

Che si apre, in esergo, con una citazione dalla Prima lettera ai Corinzi di Saulo di Tarso, leggermente modificata. Saulo di Tarso, (in arte San Paolo), prolifico autore di lettere a questo e a quello, nella sua Prima lettera ai Corinzi scrive tra l’altro:

“Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come un bronzo rimbombante e come un cembalo che strepita”.

Orwell sostituisce il termine che in latino suona “caritas” e in greco, con maggiore suggestione, suona “agàpe”, con il più brutale e materialistico “denaro”, sicché il passo – rivisto e corretto – suona così:

“Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi il denaro, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che strepita.

E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi il denaro, non sarei nulla.

E se anche dessi in cibo tutti i miei beni, e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi il denaro, a nulla mi servirebbe”.

E la citazione continua sullo stesso tono, sempre sostituendo “caritas” o “agàpe” con “money”. 

Perché il vero tormentone dell’intera vicenda esposta con grande maestria narrativa nelle quasi trecento pagine del volume non è il fiore o la pianta ornamentale chiamata Aspidistra, spesso citata quasi sempre con disprezzo o con sufficienza, come sinonimo di banalità e di squallore piccolo borghese, ma il titanico tentativo del protagonista, Gordon Comstock, di sfuggire alle leggi piccolo borghesi che costringono prima a studiare e subito dopo a trovarsi un “buon posto” ben retribuito, in ossequio all’incombente e onnipotente dio denaro, senza il quale ogni esistenza diventa impossibile.

Per dodici avvincenti capitoli il compagno ribelle e anticapitalista Gordon si sottopone ad ogni genere di sofferenza, abbandona il posto di redattore in una società di pubblicità per non essere al servizio della volgarità e dei perversi meccanismi che il capitale adotta per costringere l’umanità a consumare l’indispensabile e il dispensabile, con i mezzi più subdoli e più ripugnanti a chi, come Gordon, insegue la poesia come obbiettivo ultimo e come ragione di vita.

Ma quando si licenzia dalla New Albion, e perde il “buon posto”, il giovane Gordon scopre che per sopravvivere anche spartanamente serve il denaro. 

Per pagare la stanza di pensione squallidissima, dove scrive di fronte a una pianta di aspidistra un poema, i “Piaceri londinesi” che non terminerà e non pubblicherà mai, nonostante che il suo primo e unico libretto di poesie, “Topi”, (stampato grazie alla raccomandazione del suo amico Ravelston, facoltoso editore del giornale “Anticristo”, dopo che sei editori l’avevano respinto), avesse avuto anche una recensione lusinghiera dal supplemento letterario del “Times”, che aveva scritto che l’autore “rappresentava una promessa eccezionale”.

Durante le giornate di lavoro alla New Albion aveva conosciuto l’amore. Si chiamava Rosemary, e disegnava grandi pagine di moda. Per quasi un anno, da semplice contabile il giovane Gordon era diventato segretario del capo copywriter. Suggeriva slogan pubblicitari. Inventava piccole storie da trasformare in messaggi pubblicitari. La cosa lo indignava, perché aveva la piena consapevolezza che la pubblicità fosse la truffa più sudicia che il capitalismo avesse al momento perpetrato. 

S trovava nel mondo del denaro, ma non ne faceva parte. E meditava la fuga. Nonostante la felicità delle sue intuizioni nella redazione di testi e di slogan, si tirava indietro ogni giorno di più, finché comunicò al signor Erskine, direttore dell’agenzia, la sua intenzione di dimettersi.

Il signor Erskine tentò di trattenerlo. Non era facile trovare un collaboratore in grado di improvvisare slogan e testi pubblicitari con tanta facilità e di ottima qualità letteraria. Ma il rifiuto ideologico prevalse, e quando finì la conversazione restò sospesa nell’ufficio una promessa: “in ogni caso, qualora ci ripensasse qui ci sarà sempre posto per lei”.

È molto probabile che Keep the Aspidistra Flying, scritto a poco più di trent’anni, sia un testo fortemente autobiografico. Non solo perché effettivamente in quegli anni Eric Arthur Blair diede lezioni private e fu commesso di libreria, inviando testi a quotidiani e riviste nella speranza di ricevere compensi con i quali sopravvivere, ma anche perché deve essere successo, proprio in quegli anni, che l’anticonformista che rifiutava le regole ferree della piccola borghesia e si chiamava fuori dal capitalismo deve avere riflettuto sul marxismo. 

Nel libro discute approfonditamente anche di questo con il facoltoso editore e direttore di “Anticristo”, marxista dichiarato, che lo spinge a dedurre dai suoi rigorosi rifiuti del dio denaro una conseguenza oggettiva: la necessità di unirsi al proletariato sfruttato e privo del minimo indispensabile alla sopravvivenza seguendo l’invito di Marx e di Engels rivolto al proletariato di tutto il mondo, ad unirsi per costruire il comunismo.

Nel romanzo ci sono soltanto cenni di quel dibattito. Preferendo mettere in luce la contraddizione tra chi deve vivere senza denaro, e chi ne ha molto, e può anche permettersi di aiutare i bisognosi e di offrire ogni genere di aiuto agli amici.

Ma è l’insieme del racconto che rappresenta una sorta di inno del proletariato in rivolta contro il culto della ricchezza, e contro le miserie piccolo borghesi, che vengono sempre elencate assieme alla pianta di aspidistra. Si lavora duramente per avere denaro. “Denaro per una casa propria. Per due bambini, mobili a rate e una pianta di aspidistra”.

“E se sei spiantato non sei affatto simpatico. Sei in un certo qual modo disonorato. Hai peccato. Hai peccato contro l’aspidistra”.

La storia di Gordon Comstock viene pubblicata nel 1936. Nello stesso anno Blair si sposa, e in dicembre si arruola volontario nelle brigate antifasciste di Barcellona. È difficile non collegare la scelta socialista con l’anticapitalismo, e la decisione di praticare un antifascismo radicale e direttamente vissuto con la parabola ideale descritta sotto il segno dell’aspidistra. Che alla fine trova il modo di far rima con la sua scelta di sinistra.

Per le lettrici ed i lettori non del tutto ubriachi di ideologia, e quindi perfino interessati anche a conoscere gli intrecci e i passaggi delle storie, non potrei fermarmi qui, e dovrei continuare a raccontare, riassunta all’essenziale e anche meno, la storia di Gordon Comstock e della sua lotta senza se e senza ma contro il dio denaro.

Dovrei riassumere la sua permanenza nella libreria del signor McKechnie guadagnando due sterline alla settimana per dieci ore di lavoro. Consumando pasti non certo sontuosi dalla signora Wisbeach, la proprietaria della pensione impicciona e puritana, dove dormiva, scriveva e si preparava un tè clandestino, con il problema di non incontrare la padrona quando scendeva nel bagno per liberarsi dei fondi bolliti.

Dovrei raccontare della gita nelle campagne oltre Farnham Common assieme a Rosemary (capitolo VII), durante la quale era andato molto vicino a fare l’amore con la sua donna, subendo peraltro il terribile affronto del disprezzo del cameriere del Ravenscroft Hotel (“… uno di quegli alberghi che portano stampato su ogni mattone prezzi salati e servizio pessimo”), che aveva capito di trovarsi a servire due squattrinati.

Dovrei dire che un bel giorno dagli Stati Uniti arrivò un assegno della “Californian Review” come compenso per una poesia che sarebbe stata pubblicata. Un assegno di cinquanta dollari. E che quell’intera somma non solo fu dissipata in una cena e in un dopocena, ma che le conseguenze della sbornia e degli arresti relativi lo portarono al licenziamento dalla libreria e dalla pensione. Finché non viene assunto in una libreria meno comoda, con una paga più bassa, e un letto in una soffitta più squallida della stanza ammobiliata della signora Wisbeach. Dove peraltro un bel giorno Rosemary lo visitò, commovendosi per le sue brutte condizioni, e regalandogli la sua verginità.

Ma non entrerò in questi dettagli, e neppure negli altri che le lettrici e i lettori dovranno scoprire da soli, facendo la conoscenza della sorella di Gordon, Julia, dai capelli grigi e il lavoro fisso alla sala da tè, che per tutta la vita era vissuta soltanto per aiutare suo fratello, del direttore della rivista “Anticristo” e della sua elegantissima fidanzata Hermione Slater. Incontreranno il signor Cheeseman, libraio di libri rari di Lambeth, a sud del ponte di Waterloo, e la signora Meakin, o meglio “Mamma Meakin” la proprietaria del nuovo alloggio sito in Brewwer’s Yard: “un sudicio bugigattolo” che tuttavia aveva il vantaggio di una padrona che non si preoccupava minimamente se entrassero in visita donne o chissà chi. In compenso, per dare il benvenuto al nuovo pensionante lo gratificò con una pianta di aspidistra.

Una sola cosa, di una certa importanza, occorre però scriverla. Come finisce l’intera storia?

Ho già detto che Rosemary nel corso di una delle sue visite aveva perduto la sua verginità. Arrivò quindi il momento di confessare che aspettava un bambino. Gordon si rifiutò di farla abortire, e tornò a lavorare alla New Albion, con una paga di quattro sterline e dieci scellini alla settimana.

Si sposarono. E il testimone di nozze fu Ravelston, unico invitato al pranzo, consumato “in uno di quegli allegri ristorantini di Soho, dove per mezza corona ti servono uno stupendo pranzo di quattro portate”.

Il giorno prima delle nozze, nel corso di una lunga passeggiata per Londra che fu il suo modo di celebrare l’addio al celibato, Gordon aveva ficcato a forza tra le sbarre di una fogna lo scartafaccio dei “Piaceri londinesi” (circa quattrocento versi in tutto), che era caduto con un tonfo nell’acqua sottostante. 

O ci si arrende o non ci si arrende. E mentalmente il grande lottatore contro il dio denaro, ormai ex combattente, riassunse la situazione con un: “Vicisti, o aspidistra!”.

6. Infine

(at last / finally)

Servirà tenere in biblioteca il risultato della fatica intellettuale di Eric Arthur Blair, in arte George Orwell, rileggendone le pagine che ci hanno interessato di più? Ci aiuterà ad analizzare le contraddizioni di un’epoca diversa da quella che attraversò lui, che visse a cavallo tra due guerre mondiali, in anni nei quali era ancora possibile immaginare di trovarsi nella fase finale del capitalismo in crisi, con le pubblicità luminose, aeree, che era possibile considerare il “sinistro, orribile fulgore di una civiltà condannata, come le luci ancora sfolgoranti di una nave che affonda” (Fiorirà l’aspidistra, capitolo VIII)?

Oggi è tutto molto sfumato. Fluido. Liquido.

Eppure, quando Umberto Eco, nell’introduzione del 1984 della riedizione di Nineteen Eighty-Four, scrive che il suo perdurante e straordinario successo è dovuto a un’energia visionaria che supera il puro evento letterario e convince perché durante tutti questi anni il libro “se da un lato parlava di ciò che era già avvenuto, dall’altro, più che parlare di ciò che sarebbe potuto accadere, parlava di ciò che stava accadendo” ha ragioni da vendere. 

Nel saggio Perché scrivo (del 1946) contenuto nel volumetto “Sparando all’elefante e altri scritti” pubblicato da e/o nel gennaio 2021, il compagno Blair sottolinea un punto: “Ciò che ho maggiormente desiderato di fare nel corso di questi ultimi dieci anni è trasformare la scrittura politica in arte”. 

Non importa molto che il decennio al quale si riferisce sia quello della sua massima produzione letteraria. Quello che mi pare molto significativo è che proprio quel meglio della sua produzione rientri nel cono di luce di questa affermazione, che rende l’insieme del suo lavoro una scrittura politica che diventa arte. Sicché mi azzardo a pensare che esattamente per questa ragione non invecchi, e diventi uno strumento ancora utilizzabile nella nostra voglia di lotta di classe, impaziente o, (secondo il consiglio di Giovanni Magnarelli, che oggi è una strada di Recanati), strettamente condizionata da dosi industriali di laica pazienza, molto fiduciosa nel lavoro infaticabile della vecchia talpa. 

Ancona, 31 agosto 2021