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Ol'ga Rozanova, La scrivania, 1916

Sul PCI e sul

Partito comunista

del nuovo secolo

di Lucia Mango

Cumpanis, dicembre 2020

 

I partiti non fanno più politica, i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia. Diceva Enrico Berlinguer, già nel 1981, in una celebre intervista a Scalfari.

Politica si faceva nel ‘45, nel ‘48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato. Così diceva il segretario del più grande Partito Comunista di Occidente e aggiungeva:

«Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…»

 

La degenerazione dei partiti quale punto essenziale della crisi italiana.

«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, “il Corriere della Sera”, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il “Corriere” faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti?»

Parlava per ‘gli altri’, Berlinguer, ma sapeva bene di riferirsi anche alla degenerazione del suo Partito e lo abbiamo visto bene negli anni successivi e ne vediamo chiare le conseguenze fino all’oggi.

Chiede Scalfari: «Se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. Allora delle due l’una: o gli italiani hanno, come si suol dire, la classe dirigente che si meritano, oppure preferiscono questo stato di cose degradato all’ipotesi di vedere un partito comunista insediato al governo e ai vertici del potere. Che cosa è dunque che vi rende così estranei o temibili agli occhi della maggioranza degli italiani?» e poco dopo aggiunge: «dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei le descrive» e incalza: «penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida».

E Berlinguer: «Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ho detto che i partiti hanno degenerato, quale più quale meno, da questa funzione costituzionale loro propria, recando così danni gravissimi allo Stato e a se stessi. Ebbene, il Partito comunista italiano non li ha seguiti in questa degenerazione.

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata». E ricorda: «Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio (queste cose, N.d.R.). In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo noi». E aggiunge: «Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche – e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC – non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?».

E Scalfari rintuzza: «Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico». E Berlinguer: «Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Noi abbiamo messo al centro della nostra politica non solo gli interessi della classe operaia propriamente detta e delle masse lavoratrici in generale, ma anche quelli degli strati emarginati della società, a cominciare dalle donne, dai giovani, dagli anziani. Per risolvere tali problemi non bastano più il riformismo e l’assistenzialismo: ci vuole un profondo rinnovamento di indirizzi e di assetto del sistema. Questa è la linea oggettiva di tendenza e questa è la nostra politica, il nostro impegno. Del resto, la socialdemocrazia svedese si muove anch’essa su questa linea: e quasi metà della socialdemocrazia tedesca (soprattutto le donne e i giovani) è anch’essa ormai dello stesso avviso. Mitterrand ha vinto su un programma per certi aspetti analogo».

Scalfari fa notare, che, dunque, che tra il PCI e un serio partito socialista non ci sono grandi differenze e il Segretario fa notare che «basta intendersi sull’aggettivo serio, che per il PCI significa comprendere e approfondire le ragioni storiche, ideali e politiche per le quali siamo giunti a elaborare e a perseguire la strategia dell’eurocomunismo (o terza via, come la chiamano anche i socialisti francesi), che è il terreno sul quale può aversi un avvicinamento e una collaborazione tra le posizioni dei socialisti e dei comunisti».

Segue una lunga discettazione sull’avvicinamento dei socialisti alla borghesia e al ceto medio. Interessantissima al fine di capire, tra le righe quanto Berlinguer vi vedesse i rischi di quello che era successo ad altri ma che stava via via permeando anche larghi strati del PCI stesso. Ci si sofferma poi sulla questione morale. «La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche».

Verticismo, burocratismo e opportunismo, perdita del rapporto con le masse, i difetti che lo stesso Berlinguer imputa al suo partito e che oggi hanno un significato ancora concreto e delineano il tratto di un’involuzione che non ha ancora trovato fine e che vede il suo apice nell’apertura all’ipotesi dell’alternativa democratica che non escludeva la DC. E che si è scontrato con la contrarietà della propria stessa base, ormai mutata, anche all’austerità del ’77, con la quale il PCI sosteneva che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati – di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza – non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. Combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Cosa che trovò il segno di un mutamento di classe nell’opposizione della stessa base.

A quasi ormai 100 anni di distanza dalla nascita del PCI, per chi ha studiato la storia del movimento comunista internazionale e italiano, le questioni sono piuttosto chiare. Interclassismo e interessi del ceto medio. Rapporto tra Partito e potere. Contraddizione presunta tra democrazia e socialismo e relative scelte nello scacchiere internazionale. Sono questi i cardini su cui il PCI si sgretola. E Berlinguer, il grande Segretario del più grande Partito Comunista dell’Occidente ne è ben consapevole da tempo e questa intervista del 1985 ne è plastica testimonianza.

I difetti che si riconoscono negli ‘altri partiti’ avevano permeato già gran parte del PCI, la distanza dalle lotte di un partito che segna la propria maggiore sconfitta nel referendum sulla scala mobile, un partito ormai permeato di borghesia, che nell’89 con la caduta del muro, con la salita al potere di Gorbaciov segna l’ultimo di tanti passi verso la mutazione genetica, l’accettazione del capitalismo quale unico sistema possibile, anche se ‘riformabile’ in senso progressista.

Un percorso avviato molti anni prima dalla destra del partito, i cui nomi di spicco risuonano fino alla presidenza della Repubblica 40 anni dopo, di cui Occhetto fu un esecutore materiale ma non il mandante. Una sciagura per la storia del movimento dei lavoratori di questo paese, che non è stato in grado di affrontare i mutamenti geopolitici del mondo in modo razionale e autonomo. Incapace di rivendicare la giustezza della propria ragione sociale ovvero di lavorare per un mutamento radicale della società, per la costruzione di un sistema in cui i lavoratori fossero al centro e attori della vita politica del paese.

Oggi, nel prepararsi a celebrare il centesimo anniversario dovremmo avere ben presenti le ragioni dell’involuzione di quel gradissimo partito che ha migliorato le condizioni di milioni di lavoratori e determinato l’ammodernamento della struttura sociale di questo paese negli anni per poi dissolversi sotto la spinta di una falsa modernità, che era in realtà normalizzazione e resa.

Oggi dobbiamo voler costruire, e non ricostruire, un Partito comunista che sia di classe e non interclassista, che risponda con semplicità, etica e moralità alla questione del rapporto tra Partito e Potere, senza perdere mai di vista che il potere è il mezzo e non il fine, che rifiuti gli opportunismi, che attraverso la diversità praticata e non sbandierata ricostruisca, tramite quadri sui luoghi di lavoro e di studio, i rapporti con le masse, al fine di superare un sistema che, evidentemente, e anche l’attualità della vicenda della pandemia ce lo dimostra, non è riformabile in senso progressista e di equità sociale.

Costruire il partito comunista adatto alla realtà italiana del ventunesimo secolo, con in mente la storia del PCI non per replicarla, anche alla luce di come è andata, è il dovere dei comunisti italiani oggi, un’impresa difficile, che deve superare barriere, rancori, divisioni, ostacoli culturali di ogni genere, un’impresa necessaria per il futuro del paese e della classe lavoratrice, un’impresa degna di riempire di significato la vita di ciascuno di noi, che non ci rassegniamo alla marginalità alla quale siamo costretti, alle divisioni e alla miseria della classe politica al potere di oggi, del tutto estranea alle realtà dei luoghi di lavoro, ai drammi e alla ricchezza che in quei luoghi vivono.

I lavoratori e le lavoratrici attori e strumento della ricostruzione oppure nessuna ricostruzione, se non nei nostri proclami e desiderata.