L’ex primo ministro inglese, Tony Blair, lo ha appena fatto ancora una volta. In una conferenza per commemorare il ventesimo anniversario degli attacchi terroristici del 2001 a New York, ha insistito sul fatto che “abbiamo bisogno di più stivali [soldati] sul campo di battaglia per combattere il terrorismo”. Certo, questo terrorismo non è nato dal nulla ma piuttosto dagli storici interventi di Inghilterra e Stati Uniti e, più recentemente, dal finanziamento dei Mujahideen (da cui sarebbero usciti Osama bin Laden e i fondatori dei talebani) da parte della CIA.

Non torneremo su quei dettagli, ma sarebbe opportuno ricordare al famoso ex ministro alcuni insegnamenti della storia. Lo stesso avvertimento vale per Blair e tutti gli altri leader che si potrebbero definire criminali di guerra se non fossero i leader delle maggiori potenze mondiali: Londra e Washington hanno avuto qualche possibilità di successo solo quando hanno sganciato tonnellate di bombe sulle “isole di negri” (come si riportava all’inizio del XX secolo); sui “villaggi gialli” di metà Novecento; sui “nidi comunisti” decenni dopo e sui “covi di terroristi” all’inizio del XXI secolo.

Quando gli inglesi hanno posato gli stivali in Argentina e Uruguay non è andata bene. In Nord America, Veracruz è stata soggetta a diverse tempeste di bombe fino all’inizio del XX secolo e, tuttavia, né la Francia né gli Stati Uniti hanno potuto spezzare la resistenza del popolo messicano quando il loro esercito si è ritirato, ancora e ancora, davanti alla superiorità delle potenze imperiali.

Nel Cono Sud, gli inglesi ebbero più fortuna con le loro banche (e inventando guerre interne con le loro fake news) che con i suoi soldati. Quando mettevano gli stivali a terra, non andava affatto bene. Neanche i loro primogeniti, i fanatici protestanti di Washington, se la sono cavata bene sul campo, anche se hanno sempre saputo vendersi benissimo, perché se sono qualcosa, ecco cosa sono: bravi venditori. Le loro più grandi “prodezze” furono sempre realizzate, almeno dalla metà dell’Ottocento, grazie ai bombardamenti da lunghe, lunghissime distanze. Per esempio, Veracruz ha subìto diversi bombardamenti fino al 1914, eppure le potenze mondiali non sono mai riuscite a spezzare la resistenza del popolo messicano. Nel 1856 (dal mare, naturalmente) il capitano George Hollins spazzò San Juan del Norte in Nicaragua con una raffica di colpi di cannone perché le autorità locali volevano arrestare un capitano americano che aveva ucciso un pescatore. Nel 1898, più di 1.300 bombe sono cadute sulla capitale di Porto Rico per liberarla (fino ad oggi, i portoricani non possono eleggere il presidente del loro paese o avere senatori a Washington, come conseguenza di un secolo e mezzo di liberazione). Nel 1927 l’unica possibilità di ribaltare una clamorosa sconfitta a terra per mano dei contadini affamati di Augusto Sandino in Nicaragua, che avevano accerchiato i marines e la Guardia Nazionale nella città di Ocotal, fu con il primo bombardamento aereo militare della storia. Pochi mesi prima delle famigerate bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che uccisero un quarto di milione di innocenti, 100.000 civili non combattenti morirono in una sola notte nelle città giapponesi di Nagoya, Osaka, Yokohama e Kobe. La notte del 10 marzo 1945, il generale Curtis LeMay fece sganciare su Tokio 1.500 tonnellate di esplosivo da 300 bombardieri B-29; 500.000 bombe piovvero dalle 1,30 alle 3,00 di notte. In poche ore morirono 100.000 uomini, donne e bambini e un milione di altre persone rimasero gravemente ferite. Questa storia verrà eclissata (dimenticata) a causa delle bombe atomiche mediatiche che, tre mesi dopo, sarebbero cadute su Hiroshima e Nagasaki uccidendo un altro quarto di milione di innocenti non combattenti. Lo stesso più tardi nella povera Corea del Nord, dove le bombe hanno raso al suolo l’80% del paese. I generali Douglas MacArthur e Curtis LeMay massacrarono il 20% della popolazione senza che nessuna nazione rispettabile si scandalizzasse. Tra il 1969 e il 1973, sulla Cambogia caddero più bombe (500.000 tonnellate) di quante ne caddero su Germania e Giappone durante la seconda guerra mondiale. Lo stesso è successo in Laos, Iraq, Afghanistan…

Nel 1961, dopo la traumatica sconfitta del più grande complesso militare della storia su un’isola povera, Cuba, uno degli organizzatori, l’agente della CIA David Atlee Phillips, riconobbe che tutto era successo perché Castro e Che Guevara avevano imparato le lezioni della storia e Washington no. 

Ogni volta che Washington ha messo gli “stivali per terra”, ha fallito. Oppure ha riportato un successo parassitario, come nello sbarco a Cuba nel 1898, quando i “negri ribelli” avevano quasi conquistato la loro indipendenza e si doveva evitare una nuova Haiti tanto vicino. O come in Normandia, conosciuta come D-Day, quando i russi avevano già pagato il pesante contributo di 27 milioni di morti prima che gli occidentali si appropriassero di tutta la gloria di aver sconfitto il nazismo, quella cosa tanto amata e popolare tra i grandi uomini d’affari americani.

I pochi successi anglosassoni sono sempre stati conquistati con bombardamenti da lontano, dal mare o per via aerea e su piccole isole piene di neri, alcune minuscole (come Granada nel 1983) o su paesi poveri con un esercito affamato. I moderni raid aerei non sono altro che un’estensione dei precedenti raid marittimi, come dimostrano le “cacciatorpediniere”, le “portaerei” e la stessa parola “marines” per riferirsi anche ai paracadutisti.

Tony Blair si è recato a Jacksonville, in Florida, nel 2014. Ha tenuto una conferenza sull’Iraq, ricca di barzellette e aneddoti divertenti sulla guerra e sul dopoguerra, per la quale gli hanno pagato una fortuna. Ma non una parola su ciò che qualche anno fa, impunemente, lo stesso ex presidente George Bush aveva riconosciuto: le ragioni (“scuse”) per andare in guerra erano state “basate su errori di intelligence”. Il terzo alleato, il presidente della Spagna che voleva portare il suo Paese “fuori dall’angolo della storia”, José María Aznar, era stato più onesto, riconoscendo di non essere stato abbastanza intelligente da rendersi conto che stavano commettendo errori infantili. Da quella stessa Spagna, poco prima dell’invasione, spiegavamo l’assurdità degli argomenti e la catastrofe che sarebbe sopravvenuta in Iraq e Afghanistan e la futura crisi economica negli USA, quella del 2008. Ma che importa? Morirono solo poco più di un milione di innocenti. “Stalin ha ucciso di più…”. E Gengis Khan, e …

Quella notte, davanti al volto sorridente e illuminato dell’esotico primo ministro, ho alzato la mano per chiedere dei milioni di morti e delle armi di distruzione di massa che non hanno mai trovato. Il microfono non mi è mai arrivato. Erano tutti così entusiasti di incontrare l’ex Primo Ministro d’Inghilterra…

Con un forte senso di frustrazione e di forzata indifferenza, lasciai la stanza e mi recai al parcheggio. Su un pezzo di carta scrissi, per il giorno dopo: “Se devi mille dollari a una banca, hai un problema. Se gli devi un milione, la banca ha un problema”. Mi ha ricordato lo scrittore spagnolo Ángel Ganivet: “Un esercito che combatte con armi a lungo raggio… che lascia un campo cosparso di cadaveri, è un esercito glorioso; e se i cadaveri sono neri, allora si dice che tali cadaveri non esistono… Un uomo vestito in borghese, che combatte e uccide, ci sembra un assassino”.