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Stato d’Eccezione

(Agamben, Schmitt)

di Alberto Sgalla

Si discute molto (spesso superficialmente) di stato d’emergenza o di eccezione, di fronte alla copiosa decretazione indotta dalla vicenda pandemica in atto, utilizzando (spesso a sproposito) categorie fondamentali del pensiero politico-giuridico come democrazia, dittatura, normalità, eccezione. Vediamo.

La parola eccezione deriva dal latino excipere (escludere da tutto il resto, estrarre) e indica un evento, un atto o una persona, che non rientrano nella normalità. L’eccezione è un elemento che costituisce un caso a sé e che nasce spesso nel vivo di tormentate vicende sociali e politiche. Ciò che costituisce un’eccezione, essendo al di fuori della norma, del comune, dev’essere considerato a parte. Una legge eccezionale, ad esempio, è una norma, solitamente di natura transitoria, che deroga ai principi generali fissati da altre leggi. Inoltre, eccezione in senso giuridico significa “opposizione”.

 

 

 

Agamben

 

Lo stato d’eccezione, concetto-chiave del pensiero politico-giuridico, è stato ripreso da un raffinato pensatore come Giorgio Agamben, che nel suo libro omonimo afferma che lo stato d’eccezione è molto diffuso nella realtà odierna e rivela l’inettitudine del capitalismo ad affrontare le proprie crisi con i principi dello Stato di Diritto. Per A. lo stato d’eccezione non è una dittatura, ma un “vuoto anomico”, un non-luogo, che assomiglia al romano iustitium, atto con cui il Senato sospendeva il diritto per un evento eccezionale e che aveva ragione di legge in quanto ordinato alla comune salvezza degli uomini. L’emergenza (terrorismo, pandemia o altri eventi inattesi) secondo A. viene coltivata per diffondere un sentimento d’insicurezza e di paura funzionale a quello stato giuridico d’eccezione in cui avviene una concentrazione di sovranità e la necessità dell’arbitrio. L’emergenza conservativa, volta a ristabilire il sistema, viene distinta dall’eccezione innovativa volta ad imporre un nuovo ordine. Per A., a partire dal primo dopoguerra del 900, anche nei regimi liberaldemocratici, lo stato d’eccezione è divenuto tecnica di governo, contribuendo ad infantilizzare l’essere umano, sempre più incapace di autentiche esperienze.

Agamben, ricollegandosi alla distinzione greco-antica tra bios (la vita orientata sull’idea di felicità, intesa come condotta ricca di valore, dotata di una forma e di un senso) e zoé (la vita in senso naturalistico, che accomuna uomini e animali, la “nuda vita”), inserisce la sua analisi in una più ampia critica al mondo contemporaneo, in cui l’essere umano è intontito, immerso in un “paese dei balocchi”, in una palude alimentata da “materiali putrescenti”, con un ottundimento delle facoltà sensitive e affettive dovuto all’ipertrofia segnica, ad una parossistica sollecitazione, all’insensatezza dell’esistenza naufraga nella mondializzazione capitalistica.

Per A. l’uomo, opaco, spento a ogni esperienza, viene ad essere eccitato solo da qualcosa di esterno, in un ambiente che non costituisce un mondo. In questa realtà di identità indossate e dismesse come provvisorie maschere, di identità deboli, cangianti, basate su valori quantitativi e contingenti, sulle fluttuazioni del mercato, lo stato d’eccezione si normalizza. Per A. trionfa la biopolitica, la possibilità del bios sta venendo meno e la politica s’è ridotta a gestione della “nuda vita”, della pura esistenza biologica abbandonata all’arbitrio degli altri, dell’animalità dell’uomo, nei suoi aspetti di patrimonio genetico, economia globale, ideologia umanitaria.

Agamben, sull’onda dei movimenti anti-autoritari degli anni 70, che hanno rivendicato il corpo contro il potere, la salute e il piacere contro il mercato, rinnova l’interesse per una vita intesa come bios; quindi distingue nettamente la mera sopravvivenza dalla vita umana “per la quale, nel suo modo di vivere ne va del vivere stesso”, una vita umana i cui atti e processi sono sempre e innanzitutto potenza (riuscire o fallire, perdersi o trovarsi), possibilità di vita; una vita umana necessariamente orientata sull’idea di felicità. “Questo – dice A. – costituisce immediatamente la forma-di-vita come vita politica”, poiché la comunità politica è fra esseri che non esauriscono mai la loro potenza e fanno esperienza di una potenza comune da attuare (es. una lingua è una potenza di parlare condivisa da più persone che la parlano). La forma-di-vita non è prescritta dalla necessità, ma è frutto della volontà dell’essere umano, “nel cui vivere ne va sempre della felicità, la cui vita è irrimediabilmente e dolorosamente assegnata alla felicità”. Per A. questa forma-di-vita è il concetto che deve guidare la futura politica, che non deve subire lo stato d’eccezione, ma farsi emergenza innovativa.

A. cita Il giurista Santi Romano (1875–1947), che pone come fonte originaria del diritto la necessità, condizione che non può essere disciplinata da norme prestabilite. Ma, soprattutto, le riflessioni di A. prendono corpo a partire dal pensiero di Carl Schmitt (1888-1985), considerato unanimemente un pensatore classico della politica, nonostante la sua compromissione col nazionalsocialismo.

 

 

 

Schmitt

 

Il pensiero di Schmitt (1888–1986), con echi avvertibili nel leninismo, s’è sviluppato nel clima incandescente della Repubblica di Weimar e ha influenzato direttamente esponenti della Scuola di Francoforte come Walter Benjamin e Otto Kircheimer e marxisti come Karl Korsch e Max Adler.

Schmitt smaschera la finzione del formalismo liberale-borghese, che si basa sui rapporti contrattuali tra uomini singoli, operanti secondo un calcolo di interessi apolitici basati sulle libertà borghesi a protezione del singolo di fronte allo Stato. Lo Stato liberale è un’associazione di contraenti economici, orientata dall’opinione di milioni di individui privati, ha una costituzione flessibile, è indifferente ai valori, che sono intercambiabili, modificabili. Per S. il liberalismo, frutto dell’individualismo affaristico, promuove una forma-Stato al servizio di una società fondata sul mercato, sul calcolo costi-ricavi, sulla massimizzazione dei profitti dell’individuo privato per il quale gli altri sono concorrenti in affari, quindi conduce al dissolvimento atomistico della società moderna. Con la liberaldemocrazia lo Stato perde il monopolio della politica, diventa una semplice parte che, fra tante altre sfere private autonome, svolge le sue deboli funzioni normative, favorendo il disordine del pluralismo e il relativismo indifferente a qualsiasi contenuto, che negano l’unità politica. Per S., essendo stata politicizzata la società-mercato e fortemente snervata la capacità decisionale dello Stato, sorge la necessità dello stato d’eccezione, ma il liberalismo espelle l’eccezione dal campo del diritto. Nella visione di S. i concetti di lotta, amico, nemico (non partner di un gioco conflittuale) sono centrali, il mito del compimento bellico dello scontro politico è interno ad ogni proposito di mutamento dei rapporti di potere.

Per S. lo stato di eccezione, previsto dall’art. 48 della Costituzione di Weimar, segue la “logica delle circostanze”, che chiede di “reperire i mezzi adeguati per ottenere risultati concreti nel caso concreto”, non essendo possibile stabilire in anticipo quali siano le misure necessarie in caso di emergenza. Per S. il potere esercitato in virtù dell’art. 48 costituisce un caso di dittatura commissaria distinta dalla dittatura sovrana.

La “dittatura commissaria” ha il suo modello nella dittatura romana, una magistratura straordinaria con poteri straordinari, di durata limitata, avente il compito di fronteggiare una situazione di pericolo interno o esterno. Tale magistratura emana da un ordine politico costituito con lo scopo di garantirlo o ricostituirlo su basi più solide.

La “dittatura sovrana” (simile alla figura del legislatore nel Contratto sociale di Rousseau), invece, vuole rimuovere uno stato di cose, mirando a creare un nuovo ordine politico emanante da un potere costituente. La sua prima manifestazione avviene con la Rivoluzione francese, quando la Convenzione nazionale, a causa della controrivoluzione interna e dello stato di guerra, sospese la costituzione vigente e instaurò un governo rivoluzionario, facendo appello al pouvoir constituant del popolo, potere illimitato “non essendo soggetto alla costituzione perché ne è la fonte”. Assimilabile alla dittatura della Convenzione è la dittatura del proletariato, identificato con il popolo. La dittatura del proletariato è una struttura politica di transizione dal capitalismo al socialismo, che Lenin concepisce come “il monopolio capitalistico di Stato messo al servizio di tutto il popolo”, basata sulla partecipazione politica del proletariato come disciplinata forza vitale-produttiva della società, essa scrive Marx “costituisce soltanto il passaggio alla abolizione di tutte le classi e a una società senza classi”.

Per S. la volontà del popolo può esistere solo nella sfera pubblica e lo Stato dev’essere l’organizzazione di una comunità di esseri fisicamente e spiritualmente solidali.

L’eguaglianza della democrazia non può che essere sostanziale, “l’eguaglianza democratica è essenzialmente … omogeneità del corpo sociale. Il concetto centrale della democrazia è il popolo e non l’umanità”. Qui è chiara la consonanza con il pensiero marxista, secondo cui presupposto fondamentale della democrazia è l’unità e l’omogeneità sociale del popolo. Ad esempio, Adler (1873-1937) afferma che “fine del proletariato è proprio l’autogoverno del popolo”, che la democrazia come autodeterminazione popolare è irrealizzabile in una società divisa in classi, “la democrazia in uno Stato capitalistico è priva della condizione fondamentale per l’autodeterminazione del popolo: un popolo omogeneo.” Per il marxista Adler la vera democrazia è quella sociale, di un popolo che costituisce una comunità solidale priva di contrasti di classe.

Per S. problema fondamentale della democrazia è quello di rappresentare l’unità e l’omogeneità sociale del popolo, di comprendere e dare voce al suo “istinto politico”. Il fondamento dell’autorità sta in una concezione o rappresentazione del mondo (il pathos della convinzione) e nel mito come forma rappresentativa del valore.

Schmitt, riprendendo la critica già fatta da Hegel e poi da Marx negli scritti del 1843-44, respinge l’ideologia degli astratti “diritti dell’uomo” singolo, vuole il superamento dello Stato borghese liberale basato sulla contrapposizione fra Stato e società, che il liberalismo fonda su un’istituzione di diritto privato, il contratto.

Per S. totalmente diversa dall’uguaglianza astratta in senso liberale è l’uguaglianza della democrazia, che è uguaglianza sostanziale, vale a dire omogeneità del corpo sociale. L’individuazione di tale sostanza da sempre caratterizza la storia della democrazia, ad esempio può essere rinvenuta nella virtus del buon cittadino o nell’omogeneità nazionale o di classe.

S. sostiene che l’unità politica di un popolo non esiste di per sé, ma deve risultare da decisioni, che ogni ordine politico riposa su una decisione non su una norma. La questione decisiva nello Stato moderno è chi decide, chi è il soggetto sovrano, che ha il potere originario di dare la vita pubblica. La nozione di democrazia pone il popolo al centro della decisione sulla forma e la specie dell’unità politica. Come potremmo esperire gli eventi della nostra vita se non li collocassimo, nel mentre ci accadono all’interno di una scena? Questa scena è il popolo, che è concetto di diritto pubblico e che vive nella coscienza di essere in unità di intenti entro una comunità.

È il popolo, forte della propria identità, a decidere la forma della propria esistenza politica nel suo divenire. La costituzione è la decisione politica fondamentale che un popolo ha preso nei riguardi del proprio destino. Come in Marx il proletariato è classe e al tempo stesso qualcosa di più, il popolo è il luogo della possibile dissoluzione pluralistica e insieme la concreta, dinamica sintesi unitaria fra esistenzialmente affini, capace di assumere la decisione. Centrale è il concetto di Gemeinscaft, la Comunità, nozione derivante da fonti diverse, Rousseau, Hegel, tendenze ideologiche interne alla “rivoluzione conservatrice” tedesca, contrapposte al marxismo, ma, sotto molti aspetti, ad esso affini. La comunità di intenti e di sentire è il nucleo della vera democrazia. Sulla scia di Sorel S. vede nel pensiero di Lenin il radicamento della lotta del proletariato nel suo terreno naturale, la comunità del popolo-nazione, al cui Stato spetta la decisione politica fondamentale, con cui si stabilisce chi è amico e chi è nemico, indicando “l’estremo grado di intensità di un’unione o di una separazione, di un’associazione o di una dissociazione”. Nemico è chi mette a repentaglio l’esistenza del popolo, cosciente di sé come comunità politica. S. crede nella logica delle potenze elementari che agiscono nella trama della storia.

Non si dà esistenza senza forma, senza il valore, la rappresentazione del mondo, che danno forma unitaria alla comunità. La norma può operare solo all’interno di una “normalità”, che deve essere creata, l’eccezione è logicamente anteriore alla normalità. Lo stato di eccezione si verifica allorché si deve produrre la situazione in cui possono avere efficacia norme giuridiche. Qui s’impone il problema della sovranità: sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione, non riconducibile alla norma.

Si riconosce la legittimità della rivoluzione come forza che istituisce di fatto un nuovo ordinamento costituzionale. Contro l’asservimento al mercato sovranazionale è la “dittatura sovrana” del proletariato, con nuove forme di democrazia (i consigli), a poter garantire una comunanza di possibilità di vita, il soddisfacimento dei bisogni sociali (abitazione, sanità, comunicazioni, educazione, elevazione intellettuale…) che riguardano le condizioni fisiche, estetiche e morali della convivenza sociale.

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Max Adler, Democrazia e consigli operai, De Donato, 1970

Giorgio Agamben, La comunità che viene, Bollati Boringhieri, 2001

Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, 2003

Giorgio Agamben, Homo Sacer, Quodlibet, 2018

Carl Schmitt, Le categorie del “politico”, Il Mulino, 1972

Carl Schmitt, La Dittatura. Dalle origini dell’idea moderna di sovranità alla lotta di classe proletaria, Laterza, 1975

Carl Schmitt, Dottrina della Costituzione, Giuffrè, 1984

Danilo Zolo (a cura di), I marxisti e lo Stato, il Saggiatore, 1977