Qualche cenno biografico per uno scrittore non del tutto conosciuto, o conosciuto solo per una parte della sua produzione, sembra necessario tanto più perché è in atto una sua riscoperta che vede la pubblicazione in Italia di molti romanzi rimasti ancora inediti, o pubblicati molti anni fa e che ora sono delle vere rarità acquistabili solo on line e a prezzi incredibili.

Nasce a Leopoli, allora Ucraina, e muore a Cracovia nel 2006.

“Considerato lo studente più intelligente della Polonia meridionale” come recita la nota di copertina de L’ospedale dei dannati della prima e mi pare unica edizione italiana per i tipi di Bollati e Boringhieri nel 2006, Stanislaw Lem si iscrive dapprima alla facoltà di Filosofia, ma in seguito all’occupazione nazista della Polonia, passa a Medicina. Nel 1950, infine, passa a Scienze biologiche e Cibernetiche.

Durante l’occupazione nazista lavora in una fabbrica in cui riesce a sabotare i prodotti a scoppio ritardato, tanto che i nazisti non riusciranno mai a risalire a lui.

Ed è durante l’occupazione nazista che è ambientato questo romanzo, parte in realtà di una trilogia di cui sembra di poter dire che è rimasto solo questo capitolo, il meglio strutturato, quello più convincente.

Stanislaw Lem è soprattutto conosciuto come autore di fantascienza. Effettivamente, gran parte della sua produzione letteraria si muove in quell’ambito, ambito che però sappiamo avere dei confini non ben identificati. Sotto questa etichetta, comunemente, si classificano opere letterarie non solo diversissime e in cui la qualità oscilla tra il capolavoro, il “buon” libro senza troppe pretese, il libro da spiaggia e qualcosa che è difficile da definire. Lem appartiene a pieno diritto a quel tutto sommato ristretto numero di autori che “usano” la fantascienza, si servono dei suoi schemi o stilemi per dire “altro”, per analizzare e il più delle volte per criticare fortemente il presente, il contingente, l’attualità. A questo proposito viene in mente il miglior Asimov, quello più asciutto e profetico del Ciclo della Fondazione, il Ballard di Cocaine Nights, Philip K. Dick con il suo strenuo desiderio di appartenere di fatto allo stream della letteratura tout court con il suo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Blade Runner), quel visionario di Kurt Vonnegut con Cronosisma e Le sirene di Titano. Orwell, con 1984 e La fattoria degli animali, e più recentemente Margaret Atwood con Il racconto dell’ancella si collocano solo in parte in questo filone perché in realtà in loro prevale una lettura decisamente distopica della realtà e la fantascienza è poco più che un pretesto, un’ambientazione, uno sfondo in cui collocare una trama. 

Lem entra comunque di diritto nel novero dei grandi autori di fantascienza con quel capolavoro del 1961 che è stato Solaris, da cui il regista russo Tarkovsky ha tratto uno struggente e meraviglioso film (che una critica a dir poco superficiale ha voluto definire a suo tempo come la “risposta sovietica” a 2001 Odissea nello spazio di Kubrick), e di cui si conosce un non memorabile remake per la regia di Soderbergh. Il paragone tra questi due film ci porterebbe lontano dal tema che vogliamo affrontare, ma una cosa va comunque rilevata. Nel film di Tarkovsky non c’è praticamente un solo effetto speciale. Questi abbondano, per converso, nel remake di Soderbergh. E non è solo una questione che attiene agli anni che separano, anche in termini di possibilità tecniche, una produzione dall’altra: si tratta di una scelta, si tratta di voler andare al nocciolo della questione che il libro solleva e che il regista russo cerca di rappresentare, e di interpretare, come dovrebbe avvenire con qualunque trasposizione filmica da un libro. Non c’è bisogno, questa ci pare la lezione, di grandi effetti, di trame ricche di colpi di scena. 

Lem lavora, su un piano letterario, alla stessa maniera. C’è, in effetti, nei suoi libri una precisione di particolari tecnici nelle descrizioni di macchinari e scenari terrestri o alieni, dovuta naturalmente alle sue notevoli conoscenze nell’ambito delle scienze, ma al primo posto nella narrazione figura la riflessione filosofica, i grandi temi della logica, della responsabilità personale e sociale, dell’etica. 

Ma la produzione letteraria di S. Lem va molto al di là della pur apprezzabile scelta per una fantascienza densa di significati e di problematiche inerenti alla morale.

Una grande parte della sua produzione letteraria, in altri termini, ha poco o nulla a che fare con la fantascienza. Pensiamo a testi quali L’indagine, un poliziesco che sconfina con la metafisica e che chi scrive ritiene sia una delle opere migliori in assoluto dell’Autore, a Fine del mondo alle 8 in cui ha modo di esprimere una vena ironica notevole, o Vuoto assoluto con una struttura che ricorda certe tematiche presenti in certi racconti di Borges (Finzioni). 

L’ospedale dei dannati, dal canto suo, è l’esempio più concreto della capacità di Stanislaw Lem di fare letteratura senza altri aggettivi.

La trama del libro è estremamente lineare. Il protagonista, Stefan, arriva in un paese della Polonia per il funerale di un parente, alla riunione della grande famiglia cui appartiene e i cui membri si ritrovano arrivando da ogni parte del paese.

Nell’occasione, Stefan, medico appena laureato, ritrova un vecchio compagno di università che lavora al vicino ospedale psichiatrico, “l’ospedale”, senza altri aggettivi lungo tutto il romanzo e che gli propone di andare a lavorare lì. Stefan accetta anche se si rende immediatamente conto che il passo che ha fatto non è di poca importanza. Il capitolo in cui fa conoscenza con i colleghi medici e con tutti i “personaggi” dell’ospedale è significativamente intitolato: “In trappola”.

L’ospedale psichiatrico è descritto come ognuno di noi si immagina oggi i “manicomi” di un tempo neanche troppo lontano. In questa struttura si praticano in maniera del tutto “naturale” elettroshock e operazioni a cranio aperto, i pazienti sono internati in reparti che sono per alcuni casi dei veri e propri gironi infernali.

Eppure, l’ospedale gode di una sorta di extraterritorialità rispetto alla realtà esterna, segnata questa in maniera totalizzante dall’occupazione nazista seguita alla invasione rapida della Polonia del settembre 1939.

Certo, non un’oasi di pace, ma comunque una zona in cui il disastro esterno arriva come attenuato, almeno per un certo periodo.

È impossibile qui, in poche righe, dare conto delle complesse dinamiche interpersonali che si stabiliscono tra Stefan e i colleghi medici, di questi con alcuni pazienti che, neanche tanto nascostamente, si fingono pazzi e vengono tollerati in questa finzione che li risparmia dai problemi che avrebbero nella società civile.

In particolare, sembra di poter paragonare il rapporto che Stefan instaura con un poeta, il cui eloquio è un torrente in piena, e i cui temi delle discussioni vanno dal senso ultimo della vita all’idea dell’arte, a quello altrettanto serrato tra il gesuita Naptha e il laicissimo Settembrini de La montagna magica di Thomas Mann.

Qualche analogia tra i due romanzi in effetti pare di poter intravedere, a partire dal fatto che le due realtà, un sanatorio e un manicomio, si collocano comunque al di fuori della società civile “normale”. Nel romanzo di Mann e in quello di Lem c’è la stessa sospensione della vita, lo stesso senso di estraniamento che, non per caso, quando si interrompe, porta dritto alla catastrofe. Che ne La montagna magica è lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a cui va volontario il protagonista del romanzo, e che Mann può solo immaginare caduto sul campo di battaglia già dai primi assalti, e, ne L’ospedale dei dannati, è l’arrivo dei nazisti che pongono fine a quella specie di terra di nessuno che sembra l’ospedale.

Ma un primo sentore di un cambiamento, della fine di quella specie di tregua, Stefan lo sperimenta nell’incontro con strani personaggi, finti o veri addetti ad una centrale elettrica che egli incontra in una sua svagata passeggiata oltre il perimetro dell’ospedale. Si tratta, con ogni evidenza, di partigiani. È un contatto di cui Stefan non coglie appieno il significato se non quando, qualche giorno più tardi, si presenta all’ospedale un comandante delle SS che ha fatto prigionieri due dei partigiani incontrati. È una visita che è anche l’avviso senza appello che l’ospedale sarà trasformato in un ospedale per le truppe di occupazione.

Appare chiaro a tutti i medici e dirigenti dell’ospedale quale sia il significato neanche troppo nascosto di quell’ordine: la soppressione fisica, immediata, di tutti i degenti.

Uno dei temi costanti nella produzione letteraria di Stanislaw Lem è quello della incomunicabilità.

Lo ritroviamo in Il pianeta del silenzio (titolo originale: “Fiasko!”), nel Ritorno dall’universo, ne La voce del padrone, soprattutto nel più conosciuto Solaris, e in altri testi in cui il problema della conoscenza si scontra con una realtà che l’autore dipinge come essenzialmente neutra o comunque indifferente al tentativo umano di dargli un significato. Ogni incontro tra diverse civiltà, tra terrestri e alieni, o tra astronauti reduci da anni nello spazio che tornano su una terra completamente cambiata e a loro estranea (Ritorno dall’universo), si risolve in un fallimento che, tuttavia, sembra non porre mai una pietra tombale sulla ricerca. E qui, in qualche modo c’è un residuo messaggio di speranza, che però potrà solo inverarsi solo nel riconoscimento del diverso, dell’alieno, in qualunque forma esso si incarni.

Ma, questa speranza, questo spiraglio deve, in Lem, inverarsi fuori dell’ambito religioso o dogmaticamente ideologico. In Lem si avverte una sorta di fiducia, temperata da molti dubbi, sui risultati della scienza che egli sa, per esperienza diretta, essere in continuo divenire. La “spiegazione” finale di Solaris, che non voglio rivelare, è tutto sotto questo segno: una spiegazione scientifica c’è, ma la realtà è apparsa molto più complessa, e i personaggi non hanno trovato una loro pace ma sono, per così dire, rasserenati.

Ne L’ospedale dei dannati, la tragedia che si delinea con l’intervento e l’irruzione dei nazisti, mette a nudo la parte profonda del carattere dei protagonisti, la vigliaccheria di fondo del poeta, la serena e dignitosa accettazione dei fatti del personaggio del Rettore, la sostanziale debolezza morale del prete.

Verso la fine del romanzo, questo prete, anch’egli internato per sfuggire ai nazisti e ormai guarito da una improbabile sindrome psichica, mentre i nazisti fanno irruzione se ne sta “rannicchiato nell’angolo più buio, tra due armadi” mormorando preghiere. Viene avvicinato da Stefan.

– Questi vogliono… farci fuori – disse Stefan.

– Pater noster qui es in coelis… – sussurrava il prete.

– Non lo dica, padre: non è vero!

– Santificetur nomen tuum…

– Si sbaglia, è tutta una bugia – mormorò Stefan – Non c’è niente, niente, niente! L’ho capito quando sono svenuto. Questa stanza, noialtri e tutto quanto… è solo il nostro sangue! Appena cessa di scorrere, tutto comincia a pulsare sempre più lentamente, anche il cielo… muore anche il cielo! Mi sente?

– Fiat voluntas tua… – sussurrava il prete.

– Non c’è più niente: né colori, ne odori e neanche il buio.

Il finale del libro, occorre dirlo per onestà intellettuale, risulta, dopo quell’accumularsi di temi e tesi, di punti di vista eccentrici, di sottintesi neanche tanto nascosti, appare in qualche modo debole.

Stefan lascia l’ospedale in compagnia dell’unica dottoressa nello staff medico. Si inoltrano nella foresta per non passare sulle strade che potrebbero essere bloccate dai nazisti, cercano di raggiungere la stazione per andarsene, si perdono nell’oscurità del bosco, vengono respinti dai contadini cui chiedono un riparo per la notte. Infine, riescono a trovare rifugio in un fienile messo a loro disposizione da un contadino, anche lui preoccupato dalle possibili rappresaglie dei nazisti, ma che comunque, sebbene a malincuore, li ospita.

Il libro si chiude sui due dottori che, in maniera che l’autore vuole far apparire spontanea e che invece, in qualche modo, appare un po’ forzata, finiscono abbracciati in un amplesso che di sessuale sembra aver poco e che ricorda da vicino una scena analoga in un romanzo di Boll, l’atto sessuale di due coppie sotto il bombardamento americano sulla Germania sull’orlo del disastro finale, un atto che ha nella disperazione e nell’attaccamento alla vita un suo senso.

Debole questo finale, non tanto perché Lem sceglie la via di una sorta di ritrovarsi umano tra le macerie, materiali e morali, ma in quanto delinea, ma con fatica, una possibile speranza che, a fronte degli avvenimenti che i due personaggi hanno appena attraversato, appare quantomeno improbabile.

E Lem non sarà mai più scrittore da finali rassicuranti, (in realtà neanche questo, a ben vedere, lo è), ma piuttosto da finali pieni di domande in sospeso, di quei dubbi che la scienza e di conseguenza l’etica, che è un faro per Stanislaw Lem, coltiva come una risorsa.