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La creazione di Podemos nello Stato spagnolo ha costituito un importante tentativo di costruzione di un partito di massa anti-neoliberista e pluralista a sinistra del social-liberismo. Questa esperienza, iniziata molto bene, sta terminando molto male. Forse, per questa ragione il titolo di questo articolo potrebbe essere “Splendore e tramonto di Podemos… come progetto politico di emancipazione”. Questo articolo vuole appunto spiegare perché è stato necessario crearlo e perché è stato necessario abbandonarlo. Il che porta anche a riflettere sul bilancio e sulle lezioni che si possono trarre dall’azione di Izquierda anticapitalista, oggi denominata Anticapitalistas.

Podemos è potuto nascere perché, dopo la crisi del 2008, la sinistra socialdemocratica e quella eurocomunista si trovavano in un vicolo cieco. L’irruzione degli Indignados del movimento 15M nel 2011 è stato il catalizzatore della comparsa di nuove aspettative politiche in un contesto caratterizzato dalla marcia inarrestabile del Partido Popular, di destra, a scapito del governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero. Izquierda Unida (IU) si era dimostrata incapace di contrastare le politiche neoliberiste e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE), al contrario, era uno dei loro fautori. Entrambi i partiti sopportavano la pesante eredità di aver contribuito a creare il regime politico della Transizione mediante il patto politico con le forze provenienti dal franchismo statuito nella Costituzione spagnola del 1978 (CE). Entrambi i partiti facevano parte di quel regime, e il PSOE ne era stato, anzi, uno dei principali pilastri.

D’altra parte, esisteva una diffusa apatia e una smobilitazione sociale provocata anzitutto dall’errata strategia del patto sociale ad ogni costo (la cosiddetta concertación social) dei sindacati maggioritari, CCOO e UGT, e l’incapacità, da parte dei sindacati minori, di costruire una nuova egemonia entro il movimento operaio, con l’eccezione dei sindacati di classe LAB ed ELA nel Paese Basco. Ciò rese possibile la riforma dell’art. 135 della Costituzione, per cui il pagamento del debito pubblico divenne una priorità del bilancio generale dello Stato, nonché l’imposizione di due riforme regressive nel campo del lavoro: in primo luogo, quella approvata dal governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, poi ulteriormente peggiorata dalla legislazione del governo del Partido Popular (PP) presieduto da Mariano Rajoy, che restrinse la contrattazione collettiva nazionale, sminuì il ruolo del sindacato nelle imprese e attaccò o annullò importanti diritti dei lavoratori, con il risultato di una grande svalutazione dei salari, dell’aumento della disuguaglianza, di un maggior peso della rendita  del capitale rispetto a quella salariale nel prodotto interno lordo (PIL), dell’incremento del lavoro precario e della diffusione della povertà, tutti fenomeni che hanno inciso specialmente sui giovani, praticamente espulsi dal mercato del lavoro.

Come prodotto di tutto ciò sorse il movimento 15M, come protesta di fronte al deteriorarsi della situazione sociale e come reazione all’impasse politica. Si era aperta così una finestra, una possibilità di modificare in modo sostanziale la geografia politica dello Stato spagnolo. Podemos arrivava a colmare il vuoto e si presentava come lo strumento adatto a creare un nuovo rapporto di forze in ambito politico, che, consolidandosi, avrebbe potuto contribuire al rafforzamento dell’organizzazione e della mobilitazione sociale.

In questo panorama è opportuno fare un’eccezione e segnalare l’importanza delle manifestazioni successive delle Diades (ricorrenza nazionale catalana che si celebra l’11 settembre), o delle giornate e delle sfide del 2014 e dell’1 e 3 ottobre 2017 in Catalogna, che esprimevano le aspirazioni nazionali e l’esigenza di poter decidere da parte di un intero popolo, il che ha dato origine alla maggiore incrinatura nella trama del regime del 1978, fino a diventarne il principale fattore di crisi. In quel momento la sinistra politica – inclusi Podemos e i suoi alleati in Catalogna – perse un’occasione favolosa per porsi a capo del maggior movimento popolare democratico di massa degli ultimi decenni in Spagna, e contendere l’egemonia e la direzione politica agli altri attori.

Ma Podemos è invecchiato rapidamente fino al decadimento perché ha finito per accettare il quadro e i limiti della Costituzione del 1978, l’economia di mercato e l’Unione Europea come unico orizzonte possibile. Questo attesta il fallimento totale del progetto di Podemos, e la sconfitta per la sinistra che lo ha sostenuto. Nonostante tutto, tentarlo è stato necessario. E opportuno.

 

 

 

Il 15M (punti di forza e di debolezza) nella genealogia e nella ragione d’essere

di Podemos

 

 

L’irruzione del movimento degli e delle Indignados del 15 maggio 2011 nelle piazze e nelle strade di Madrid, che si estese immediatamente a tutte le città dello Stato spagnolo, incluse le regioni di Catalogna, Galizia ed Euskal Herria, portò alla comparsa sulla scena della mobilitazione sociale di una nuova generazione che non si identificava con i partiti parlamentari (“non ci rappresentano”), si vedeva particolarmente colpita dalla politica di austerità (“questa crisi non la paghiamo”), si scontrava con le élite finanziarie che beneficiavano dell’aiuto statale per salvare le banche (“questa non è una crisi, è una truffa”) e denunciava i limiti del regime politico (“la chiamano democrazia, ma non lo è”).

È stato, quindi, un movimento contro il regime, che si configurava in base a rivendicazioni democratico-radicali, e che ha posto in discussione il modello di bipartitismo imperfetto incarnato da PSOE e PP, ma anche l’alternanza nel governo dello Stato, prima socialista, poi conservatore, e il modello elettorale. Ma si era costituito anche come movimento contro l’austerità e contro le politiche economiche e sociali predatorie e contrarie alla sovranità popolare, specialmente dopo la riforma dell’articolo 135 della Costituzione e i salvataggi della banca spagnola, che, secondo il Banco de España, sono costati un investimento pubblico attualmente calcolato in 65 miliardi di euro. Per questo il 15M, sia pure in forma elementare, rivendicava un’altra economia, un altro modello di società e una nuova Costituzione. Questo è stato il suo grande apporto e la dimostrazione della sua energia creativa basata sull’attività di settori di massa. Il 15M è arrivato a guadagnarsi le simpatie della maggioranza della popolazione, stanca del periodo di austerità iniziato nel 2008 e della sclerosi politica del sistema.

Il 15M significava una critica alla totalità dei partiti e sindacati del sistema e ha aperto la via a una mobilitazione popolare sostenuta da diversi settori (le cosiddette “maree” di insegnanti, personale sanitario, dipendenti pubblici ecc.) che si è sviluppata stando relativamente ai margini delle burocrazie e con nuove forme di organizzazione e di coordinamento. Il movimento 15M ha originato forme di lotta disobbedienti di massa di tipo nuovo, basate sull’assemblea come nucleo organizzativo, che molto rapidamente hanno superato le organizzazioni tradizionali. Al 15M si sono affiancati gli/le attivisti/e ecologisti/e, le femministe e settori giovanili alla loro prima esperienza.

È opportuno sottolineare che il 15M, con la sua critica del regime del 1978, ha reso possibile il dibattito sulla necessità di una rottura democratica e l’apertura di un processo destituente/costituente che, con il tempo, ha portato il movimento Anticapitalistas e altri settori a parlare al plurale, poiché si trattava di coordinare un insieme di processi costituenti che prendesse in considerazione l’esistenza della questione nazionale e non solo la dimensione generale dello Stato spagnolo.

D’altra parte, il 15M ha mostrato anche i limiti di un movimento sociale privo di espressione politica e di una concreta rappresentanza elettorale. Nel 2013 la situazione politica era bloccata. Molto presto i settori più avanzati dell’attivismo iniziarono il dibattito sulla necessità di uno strumento politico. Sebbene tutti fossero d’accordo che nessuna forza politica che avessero potuto creare si sarebbe potuta arrogare la rappresentanza del movimento 15M, non c’è dubbio che Podemos abbia beneficiato dello spirito degli/delle Indignados.

 

 

 

I dilemmi di Anticapitalistas

 

 

Nei mesi precedenti l’ascesa di Podemos, il dibattito all’interno di Anticapitalistas si incentrò su tre posizioni. La prima voleva dar vita a un fronte di sinistra o a un’alleanza tattica con IU, ma nei confronti di questa formazione c’era l’inconveniente della recente storia di subalternità al PSOE, sia per gli accordi pre-elettorali a livello statale, sia per l’esperienza unitaria di governo in Andalusia e in molte città, e poi del crescente discredito fra i giovani di sinistra. Una seconda posizione voleva dar vita a un fronte di organizzazioni della sinistra radicale, tutte di misura molto ridotta con l’eccezione del Paese Basco e in parte della Catalogna, scarsamente radicate e con caratteri settari, il che avrebbe portato Anticapitalistas a collocarsi al margine dell’ampia corrente di radicalizzazione di massa sorta dal 15M.

Una terza posizione, sostenuta dai dirigenti, voleva dar vita a un’iniziativa di tipo nuovo, considerando che le strutture di sinistra allora esistenti non permettevano di fare il salto necessario a portare sul piano politico la lotta sociale. Quest’ultima opzione risultò maggioritaria. All’interno di Anticapitalistas e del movimento precedente, denominato Espacio Alternativo, era vivo il dibattito circa la necessità di appoggiare la nascita di organizzazioni anti-neoliberiste di massa, democratiche e capaci di affrontare battaglie elettorali complementari alle lotte sociali sferrate dai movimenti. Elaborando l’ipotesi di Podemos, si diede grande importanza all’idea di partito-movimento, articolato alla base con le strutture che più tardi furono denominate circoli.

Contrariamente ad altri settori della sinistra, Anticapitalistas – una delle poche organizzazioni che non tradì il 15M – fu la prima a porre la necessità e la possibilità di compiere un salto politico, giacché riteneva che l’iniziativa politica non sarebbe stata un freno per la mobilitazione, la quale, d’altra parte, già mostrava qualche sintomo di stanchezza in seguito alla repressione effettuata dallo Stato e al recupero dei partiti del regime che cominciavano a uscire dallo sconcerto e dalla paralisi iniziale di fronte a una protesta tanto estesa quanto inaspettata. Ben al contrario, Anticapitalistas ritenne urgente e possibile canalizzare tutte le energie sorte con il 15M verso una nuova battaglia che sbloccasse un panorama politico che costituiva oggettivamente un lucchetto ben chiuso. Esisteva effettivamente un gran potenziale nel settore sociale e politico, che risultava privo di rappresentanza. In questo senso, Anticapitalistas ebbe la grande intuizione e l’audacia tattica di lanciare l’iniziativa Podemos, la cui natura e la cui portata erano tali da porre a dura prova tutte le forze e le capacità dell’organizzazione.

Che cosa sarebbe successo se Anticapitalistas non l’avesse fatto? Non possiamo saperlo perché non è stato così. Quel che sappiamo è che i gruppi della sinistra radicale che non si unirono a Podemos finirono suicidi, impiccati col nodo scorsoio del settarismo. Forse anche Anticapitalistas avrebbe seguito il destino dell’insignificanza politica in cui incorsero molti dei gruppi che restarono fuori. Probabilmente, non avrebbe moltiplicato le sue forze militanti e non avrebbe avuto l’ampia popolarità che i suoi portavoce hanno conquistato. Non avrebbe esteso la sua organizzazione a tutte le comunità autonome. Non avrebbe potuto organizzare manifestazioni politiche di massa, sia in presenza che on-line, durante la pandemia di Covid-19. Nessuna delle sue proposte circa la questione nazionale o la diseguaglianza sociale avrebbe avuto l’impatto mediatico che ha avuto di fatto. Non avrebbe potuto incidere sull’agenda politica d’avanguardia, né sarebbe diventato il riferimento politico e ideologico per i settori più coscienti dell’attivismo politico. Non avrebbe potuto vivere l’esperienza del lavoro nelle istituzioni locali, regionali ed europee in chiave democratica e anti-austerità a favore delle classi popolari. A questo punto è opportuno ricordare che molto rapidamente Pablo Iglesias e la sua squadra, mediante l’abuso di regolamenti antidemocratici, ostacolarono in ogni modo la rappresentanza anticapitalistica nel Parlamento statale, dove si ebbe una presenza limitata e per una sola legislatura.

Ma questa e altre questioni relative ad Anticapitalistas non devono far dimenticare due questioni fondamentali: la prima, quella già segnalata, che il progetto di Podemos è fallito e che le tesi di Anticapitalistas sono state rifiutate; secondo, che lungo tutto il processo Anticapitalistas ha commesso errori molto importanti che hanno contribuito al successo delle posizioni di Pablo Iglesias. Bisogna perciò ricordare/ricostruire il racconto della storia di Podemos e trarre il bilancio dei passi compiuti da Anticapitalistas, per avere una visione d’insieme e capire anche l’altra grande decisione: quella di abbandonare Podemos e fare di Anticapitalistas un nuovo soggetto politico.

 

 

 

Il fenomeno Podemos in tutta la sua complessità

 

 

La prima caratteristica di Podemos è che ha raccolto il sentimento di indignazione che esisteva dopo la crisi del 2008 e la percezione estesa nella società che una minoranza si era avvantaggiata grazie al fatto che una maggioranza aveva perso e molto. E che questa questione sociale è intimamente legata alla questione democratica. Pablo Iglesias, il 22 novembre 2014, nel suo momento più radicale, quando i sondaggi davano Podemos come prima forza politica, con un linguaggio nettamente populista di sinistra ma funzionale alle posizioni della sinistra rivoluzionaria, affermò: “La linea di frattura oggi oppone quelli come noi, che difendono la democrazia… e quelli che stanno a fianco delle élite, delle banche, del mercato; ci sono quelli di sopra e quelli di sotto… una élite e la maggioranza”.

Una seconda caratteristica particolare della nascita di questa formazione politica è stato il ruolo importante e determinante svolto da una piccola ma attiva formazione marxista rivoluzionaria, Anticapitalistas, nella creazione e nella prima fase di sviluppo di Podemos. Sia il documento fondativo “Muovere le pedine, trasformare l’indignazione in cambiamento politico”, sia il programma elettorale per le elezioni del Parlamento europeo del 2014, malgrado gli ovvi compromessi linguistici dovuti al convergere di varie culture, riflettono l’egemonia dei principi marxisti rivoluzionari nelle riunioni e assemblee dei militanti. E il contributo di Anticapitalistas è stato imprescindibile anche in altri campi: legittimare la proposta elettorale di fronte alla sinistra sociale, fornire i primi mezzi finanziari, mettere a disposizione del progetto la sua piccola struttura organizzativa e avviare la formazione delle organizzazioni di base, i circoli, in quasi tutto il territorio dello Stato spagnolo.

La terza caratteristica è che Podemos è sorto come un partito totalmente aperto all’ingresso di correnti diverse della sinistra sociale e politica, il che significa che presto entrarono settori in rotta con IU, incapace di uscire dalla sua crisi interna e di offrire alternative alle esigenze di una nuova generazione di attivisti, ed entrarono anche i movimenti sociali, provenienti in particolare dai settori dell’ecologia politica e del femminismo. E ha catturato l’attenzione della generazione di ventenni, nuovi alla politica.

Tre erano le condizioni sine qua non perché il progetto di Podemos potesse rafforzarsi ed essere utile. Che mantenesse il suo discorso radicale; che stabilisse legami organici con i settori operai e popolari più coscienti e combattivi; che si configurasse internamente in forma democratica per rendere possibile la partecipazione degli aderenti alle decisioni e per permettere la coesistenza creativa e fraterna dell’ampia pluralità ideologica e politica presente fin dal primo momento al suo interno. Tale pluralità includeva aspetti assai diversi, con uno spettro di differenze più ampio di quello che presentavano le sue tre principali componenti politiche raggruppate intorno alla figura di Pablo Iglesias, Iñigo Errejón e Anticapitalistas, i cui portavoce pubblici più noti erano Teresa Rodríguez e Miguel Urbán.

Fin dal primo momento Podemos divenne un campo di battaglia interna fra le sue tre anime. Quella rappresentata dalla corrente anticapitalistica – più ampia dell’organizzazione che la animava –proclamava l’importanza del programma e dell’organizzazione nella costruzione corale del nuovo partito, nonché la necessità di dare impulso all’auto-organizzazione e alla mobilitazione sociale, al radicamento fra i lavoratori, e la necessità di combinare questi compiti con quelli di una ordinata accumulazione elettorale e istituzionale da porre al servizio di quegli obiettivi mediante un rapporto di scambio reciproco fra il partito e i lavoratori.

Contro questa proposta si costituì un’alleanza fra il settore populista di sinistra di Iñigo Errejón e il settore di Pablo Iglesias nella prima assemblea cittadina di Podemos, nota come Vista Alegre (per il luogo in cui si tenne). L’alleanza si concretizzò nella creazione di un gruppo burocratico ristretto, composto dalle due frazioni, costantemente rimodellato secondo il rapporto di forze interno, che si propose il compito di assumere il controllo assoluto di Podemos. L’obiettivo a breve termine era di battere le posizioni marxiste rivoluzionarie.

L’obiettivo specifico di Pablo Iglesias era quello di porsi come leader indiscusso con totale autonomia, senza esplicitare un programma che non fosse quello del sorpasso elettorale del PSOE per giungere rapidamente al governo. Non esitò, per questa ragione, a modificare il suo discorso in senso più radicale o più moderato, secondo i casi, ma senza mai proporre un progetto di società, un programma di governo o una strategia da seguire, e senza mai prendere in considerazione le condizioni e le misure necessarie per far fronte agli attacchi del capitale. E neppure si trassero le dovute lezioni dall’intervento della Troika nel caso greco di Syriza. Si ripeteva la solita confusione riformista fra giungere al governo e prendere il potere, con discorsi radicali che riprendevano lo spirito di lotta del momento. Tutta la sua azione politica è stata diretta, con un discorso più o meno di sinistra, ad esercitare una iper-leadership personale, in una imitazione semplicistica degli aspetti meno interessanti dell’esperienza bolivariana, ma anche con un relativismo pragmatico che permetteva di far apparire o sparire delle proposte come dal cappello di un prestigiatore, secondo la convenienza tattica del momento, senza alcuna relazione con un progetto di società o di una strategia per realizzarlo. L’ipotesi strategica era: “siamo nati per governare”, cioè giungere al governo come fine a se stesso.

In un primo tempo, Iglesias trovò per questo compito un alleato molto funzionale in Errejón, che in quel momento seguiva le tesi di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe circa la totale autonomia della politica e la negazione del ruolo svolto, secondo i marxisti, dalle classi sociali e dai conflitti economici nel modo di produzione capitalistico. I discorsi e gli articoli sulla stampa si riempirono di astratte disquisizioni sulla costruzione del soggetto “popolo” mediante la creazione di una base elettorale interclassista, ideologicamente trasversale, intesa a mobilitare i sentimenti verso un leader in grado di confrontarsi con il popolo con una esigua minoranza oligarchica. Ciò portava a teorizzare l’irrilevanza delle categorie di destra e sinistra e delle analisi di classe, eccetera. Errejon teorizzò la possibilità di una rapida vittoria elettorale, cui bisognava subordinare tutto: efficienza contro democrazia, gerarchia contro organizzazione di base nei circoli, macchina da guerra elettorale (espressione formulata letteralmente) contro partito di massa, partecipazione plebiscitaria contro deliberazione democratica. Dopo la prima vittoria interna del gruppo ristretto, i circoli non hanno più avuto la capacità di prendere decisioni e l’elezione dei dirigenti è avvenuta al margine degli stessi, con un voto on-line delle persone che si erano iscritte mediante un formulario sulla pagina web. Era questo l’unico impegno per gli iscritti. Elezioni senza alcun dibattito e incentrate sulle persone. Fu una scelta totalmente antitetica a quella del partito militante e a quella del partito di massa organizzato. Impossibile, pertanto, il controllo e la revoca dei dirigenti da parte della base.

Queste prese di posizione teoriche non comportarono un dibattito ideologico di alta qualità negli ambienti accademici né in quelli politici, oltre a quello realizzato da una minoranza interessata alla costruzione di Podemos o alla difesa dell’establishment bipartitico. Le elezioni parlamentari spagnole del 2015 e del 2016 diedero un risultato importante per Podemos, ma non si verificò l’agognato sorpasso. Cominciò, anzi, un declino elettorale insieme con una rincorsa ai voti mediante l’abbandono di ogni posizione radicale. Il momento populista-laclauiano diffuso nello stato spagnolo da Chantal Mouffe nel più importante giornale nazionale, El País, restò ridotto alla mera moda populista. Le urne avevano ridotto in cenere le teorie.

Al congresso seguente, a Vista Alegre, il settore di Iglesias compì una svolta a sinistra e svuotò il settore di Errejón. Lo scontro fra i due apparati burocratici per il controllo del partito esprimeva ciò che Jaime Pastor e io abbiamo definito così “Pablo Iglesias contro Iñigo Errejón: fra l’eurocomunismo redivivo e il neopopulismo di centro”. Per Emmanuel Rodríguez, lo scontro era un’ulteriore espressione dell’ideologia e del concetto di politica di Podemos come mero generatore di élite, lotta fra di loro e realizzazione delle aspirazioni degli elementi accademici di una classe media progressista senza futuro. Il grado di scontro settario fra le due fazioni di ex alleati, attraverso la stampa e le reti dei social, prima della seconda assemblea cittadina, arrivò a mettere in pericolo la possibilità di attuarla. Malgrado l’ambiente generale impazzito, l’assemblea si svolse grazie al lavoro e al buon senso di Anticapitalistas; un giornalista, Raúl Solís, tutt’altro che vicino al marxismo rivoluzionario, lo scrisse nella sua cronaca, molto sorpreso che la sinistra marxista rivoluzionaria potesse avere un atteggiamento sensato (sic).  Per alcuni mesi la virata a sinistra di Pablo Iglesias favorì la politica di Anticapitalistas. Ma poi Iglesias attaccò il pluralismo. Prima emarginò Errejón, autentico Epimeteo della situazione, il quale quando si rese conto – troppo tardi – del tipo di partito che aveva disegnato e vide ciò che spuntava dal vaso di Pandora di Podemos, decise allora di rompere per ragioni politiche, ma soprattutto perché non riusciva a respirare in una organizzazione priva di democrazia. Subito dopo, usando misure burocratiche, iniziò l’epurazione di Anticapitalistas.

Ben presto iniziò un’evoluzione di Pablo Iglesias, con scarti a destra e sinistra, verso le sue concezioni giovanili di radice eurocomunista; recuperò la memoria di Santiago Carrillo, il dirigente del Partito comunista di Spagna (PCE) che, insieme ad Enrico Berlinguer del Partito comunista italiano e Georges Marchais del Partito comunista francese, erano stati i padri dell’eurocomunismo, la forma nuova (come essi stessi la denominarono) di accedere al governo usando il sistema parlamentare. Iglesias cominciò a cantare le lodi della Costituzione spagnola, come scudo socialdemocratico, come se essa potesse venir sezionata e ciascun articolo non fosse in connessione con gli altri e non rispondesse a una logica di legittimazione del regime liberale post-franchista. Come abbiamo già analizzato in altri articoli su “Viento Sur”, si passò, su una questione fondamentale, dall’impugnare la Costituzione alla riforma parziale della stessa “se possibile”.

Pablo Iglesias, per quanto abbia usato gli strumenti teorici di Laclau, probabilmente non ne è stato un discepolo diligente, ma sicuramente ne è stato il beneficiario. Le teorie dell’intellettuale post-marxista andavano d’accordo con la via elettorale al potere e con il ruolo primario di Iglesias in quel processo. I richiami astratti alla democrazia come strumento per trasformare la società nel quadro delle istituzioni della democrazia liberale – mai messe in discussione – portano all’impotenza del populismo di sinistra e dell’eurocomunismo, che non riescono a governare migliorando sostanzialmente, in maniera durevole, le condizioni di vita della gente in una situazione di crisi economica; e ancor meno a trasformare la società. Ha ragione Stathis Kouvelakis quando critica Laclau in quanto il suo concetto di democrazia radicale, che rifiuta la rottura con l’ordine socio-economico capitalista e con i principi della democrazia liberale, suppone un’autolimitazione. E ricorda che, al contrario di quanto sostiene Laclau, è la lotta di classe che agisce come “agente di reificazione del soggetto politico” e non la cosiddetta “ragione populista”.

In tutte le elezioni seguenti, incluse quelle del 2019, in cui Pablo Iglesias guidò l’alleanza di Podemos con IU denominata Unidas Podemos (UP), la perdita di voti e di seggi è stata costante e consistente. Il peso e la presenza sui mezzi di comunicazione sono in calo; Podemos non impone più la sua agenda politica né i temi del dibattito pubblico, e il suo prestigio – che all’inizio era molto alto – diminuisce ad ogni sondaggio d’opinione. Ed è iniziata la ricerca disperata di spazi più tradizionali di sinistra e di centro sinistra per avere i voti che mancano. Lo stesso destino e lo stesso risultato della formazione Más País, la scissione di Iñigo Errejón.

Se agli inizi Podemos ebbe una grande capacità di attrazione con il suo discorso ribelle e vincente, i risultati elettorali hanno trasformato quello slancio in uno scarno e possibilista “siamo nati per governare”. Questa svolta venne favorita dal processo di involuzione politica subìto da IU con il trionfo delle tesi governiste e la crescente subordinazione a Podemos. UP ha abbandonato ogni velleità di mantenere un proprio profilo differenziato e lo si è visto simbolicamente quando si è stretto in difesa di Nadia Calviño sia di fronte all’Unione Europea, sia nei fatti avvenuti a sud dei Pirenei.

 

 

 

Debolezze ed errori di Anticapitalistas

 

 

Il risultato del confronto fra riformisti e rivoluzionari in seno a Podemos non era scontato dal principio, ma con le difficoltà esistenti per condurre una politica anticapitalistica all’interno e da Podemos, esistevano serie possibilità di farlo. Era necessario uscire dalla comoda zona in cui tante volte si installano i piccoli gruppi e le sette di sinistra radicale che limitano la loro attività all’autocostruzione, alla denuncia e alla delega ad altri agenti politici e alla propaganda, senza la volontà né la capacità di elaborare un progetto politico per l’azione di massa e senza rapportarsi ad esse. Anticapitalistas ha fatto una scommessa azzardata, ha avuto audacia e dispiegato il suo potenziale programmatico e tattico.

Il compito era erculeo: creare dal nulla un partito di massa in una situazione di crisi sociale, ma con scarsa cultura e tradizioni di militanza organizzata. In un contesto di crisi del regime politico – data la disaffezione dei giovani e l’ampiezza del conflitto catalano con lo Stato centrale – ma in presenza degli apparati dello Stato post-franchista incolumi, senza incrinature. Con una crisi del bipartitismo che generava una situazione di ingovernabilità, ma con un Partito socialista stabilizzatore che continuava ad avere la fiducia, incrinata ma ancora maggioritaria, del popolo di sinistra… In queste condizioni, la costruzione dell’alternativa era una missione difficile. I fattori che spiegano la finestra di opportunità esistente per la costruzione di Podemos potevano svolgere anche il ruolo di tallone di Achille; per esempio, gli anni di distruzione e regresso della coscienza del movimento operaio e di crollo della sinistra politica riformista e rivoluzionaria; ma soprattutto, ancora non si era verificata la crisi organica. Tutto questo rendeva oggettivamente difficile il successo del progetto di Anticapitalistas per trasformare Podemos in una leva di emancipazione.

Bisogna, però, mettere in luce alcuni errori e debolezze che, oltre le difficolta oggettive, hanno danneggiato Anticapitalistas. Un primo errore è stato quello di accettare di fatto la strettoia di uno statuto antidemocratico e gerarchico, imposto dal gruppo ristretto con manovre segrete, che concedeva la titolarità giuridica del movimento alla squadra di Iglesias, allo scopo di far sparire Anticapitalistas come soggetto politico fondatore e presentare i suoi militanti come cospiratori esterni, entristi e nemici del progetto (sic) che essi stessi avevano creato! Il lettore ricordi la foto del comizio di Lenin e Trotzki, censurata e modificata da Stalin con sfoggio di magia fotografica, per cancellare la memoria e sfruttare la rivoluzione a proprio vantaggio. Con Podemos è successo un fatto del genere. Come qualificare questo atteggiamento di Anticapitalistas? Solo in una maniera: fiducia ingenua e irresponsabile.

C’è stata una sopravvalutazione volontaristica della capacità di azione delle nostre modeste forze militanti organizzate, non tanto per strutturare la risposta iniziale, spontanea e massiccia, degli attivisti e delle attiviste, ma di fronte al personalismo spinto costruito nei mezzi di comunicazione, e al vincolo plebiscitario esistente (e fomentato) fra il leader carismatico e le masse quando non c’è un profondo processo di politicizzazione, di formazione di quadri, di sistematica strutturazione della militanza e di rapporto organico con settori ampi del popolo di sinistra, mentre esisteva di certo un profondo sentimento di necessità di cambiamento, di nuove direzioni e di nuovi rappresentanti. Questo fattore è stato fondamentale perché Pablo Iglesias assumesse quel suo alto livello di autonomia come segretario generale – che viene eletto al margine del resto della direzione e in forma plebiscitaria – e potesse imporre a Podemos la sua dinamica, mettere da parte ogni proposta di strutturazione democratica e giustificare ogni sbandamento politico in funzione dei suoi interessi, in ogni congiuntura.

Erano i tempi in cui Podemos aveva messo in piedi quel che Santiago Alba ha definito il “commando mediatico” che per un breve periodo aveva rivoluzionato efficacemente la comunicazione politica sia sulla rete dei social sia nel rapporto con i media audiovisivi. Quell’apparato di partito era proprietà esclusiva del tandem Iglesias-Errejón. Di fronte a ciò, Anticapitalistas – cui l’accesso a Podemos era stato vietato dal gruppo ristretto – non organizzò, neppure in forma embrionale, un sistema di comunicazione, per quanto modesto, che gli permettesse di far conoscere le proprie posizioni sui media e sulla rete. Ciò ha costituito per molto tempo uno degli ostacoli più pesante che ha indebolito la sua attività.

Il neocaudillismo nello Stato spagnolo si è ispirato, sul piano ideologico, politico e organizzativo, alle esperienze populiste latinoamericane, oggi in declino, ma la direzione di Podemos ne ha difeso la necessità “congiunturale” e “strumentale” – fingendo di farlo suo malgrado – con il mantra della sua opportunità e convenienza di fronte alla “logica elettorale e comunicativa nella società del XXI secolo”. Il problema seguente, legato a quello precedente, che Anticapitalistas non seppe vedere in tempo, è stato che quel caudillismo si legò molto bene con settori provenienti da esperienze post-staliniste e con i più spoliticizzati, che accettarono di buon grado la gerarchizzazione dell’organizzazione tanto che molti di loro cominciarono a denominarsi “soldati”.

Il rapido processo di burocratizzazione venne favorito perché alcuni settori di attivisti di sinistra dei movimenti sociali, privi di sufficiente coscienza politica, guardarono all’inizio con disprezzo Podemos e il settore anticapitalista non poté contare sul loro aiuto in un momento cruciale. Dopo il successo elettorale del nuovo partito vi si avvicinarono come moscerini accecati dalla luce. Troppo tardi per modificare l’organizzazione in chiave democratica. Privi di orientamento politico, alcuni si adattarono alla nuova situazione, altri semplicemente cercarono un lavoro negli interstizi istituzionali, e la maggioranza abbandonò Podemos insieme a gran parte di coloro che si erano iscritti.

In questa situazione, Anticapitalistas commise un errore in occasione di Vista Alegre I. Dato che la discussione era incentrata sul modello organizzativo, concentrò i suoi sforzi quasi esclusivamente sulla questione democratica interna, che era certamente importante, ma senza condurre con sufficiente energia la battaglia per un progetto politico per poter aggregare intorno a sé le correnti più radicali. Insegnamento di allora e per il futuro: stabilire un rapporto fra il progetto politico e l’aspirazione a una società ecosocialista e femminista è la condizione sine qua non per costruire i raggruppamenti politici strategici che dovranno mirare a una società post-capitalistica. Solo così si potrà creare e unificare un blocco storico antagonistico. Anticapitalistas non riuscì a porre al centro della costruzione politica di Podemos questa questione, e ciò ha permesso alla direzione di Podemos di manovrare e cambiare a suo piacimento le posizioni politiche e, quindi, definire gli obiettivi in funzione dei suoi interessi immediati. Ma la questione fondamentale è che se il compito era erculeo, Anticapitalistas era insufficiente non solo per la quantità numerica, ma anche per il suo radicamento sociale e, ancor più importante, per il grado di coesione che presentava prima di iniziare il progetto proposto dalla direzione del partito. Ci furono diserzioni da parte di alcuni settori meno audaci, più settari e di sinistra, che in poco tempo sparirono dalla scena. Ma ci furono perdite anche in un settore che aveva ridotto le sue aspettative alla via elettoralistica e non considerava più necessaria l’esistenza di un’organizzazione marxista rivoluzionaria all’interno di una più ampia.

I dirigenti di Anticapitalistas fecero una buona lettura della congiuntura, concludendo per la fondazione di Podemos, ma non individuarono i requisiti politici necessari per il salto. Da tutto questo, e pensando ai compiti che ci attendono dopo Podemos, si può trarre una lezione: la necessità che il partito abbia una buona base ideologica e strategica prima di prendere decisioni di questa importanza. Ma dato che non si possono indovinare per magia né predire su basi scientifiche le situazioni in cui è possibile che si presentino nuove finestre di opportunità che permettano salti qualitativi, è imprescindibile creare in maniera cosciente e pianificata un partito dalla consistenza interna superiore a quella che si crea in forma spontanea e routinaria. Questo deve costituire un compito fondamentale e costante, che sarà di grande utilità per agire all’unisono con pensiero strategico, intelligenza tattica e creatività organizzativa, in modo che le opportunità e le possibilità diventino punti di forza e realtà concrete.

 

 

 

Ci rivedremo nella lotta

 

 

Come spiegava Raúl Camargo in una intervista, il gruppo di Anticapitalistas è uscito da Podemos per due ragioni fondamentali. Da una parte, per l’inesistenza di una vita interna democratica in un’organizzazione i cui gli organi si riuniscono e deliberano molto raramente, non viene rispettata la proporzionalità per le cariche di direzione interna o per le candidature elettorali, che vengono decise dal segretario generale; tutti fattori che ostacolano lo sviluppo di una vita interna pluralistica. Dall’altra parte, perché il processo di accettazione del quadro costituzionale del regime del 1978 e di adattamento flessibile all’economia di mercato della squadra di Iglesias si è accompagnato a un avvicinamento al PSOE, culminato nella formazione di un governo congiunto in cui UP svolge un ruolo subordinato e secondario.

Gli accordi di bilancio fra UP e PSOE e il programma del governo di coalizione sono subordinati alle esigenze del Patto di stabilità e crescita. È un governo che, sotto l’egemonia e l’attenta vigilanza della ministra Nadia Calviño, conduce una politica economica e sociale determinata dai limiti stabiliti dalla Commissione Europea, dal Consiglio, dall’Eurogruppo o dalla BCE. Lo spirito sociale che anima Podemos è innegabile, ma le sue proposte – come si è dimostrato in occasione della pandemia – hanno un raggio molto limitato. Le misure a vantaggio dei più sfavoriti sono necessarie come palliativi ma sono insufficienti, quelle in materia di lavoro hanno una scadenza a breve e prevedono un indebitamento ancora maggiore per le casse statali e un vantaggio per i profitti padronali.

Nella breve esperienza del cosiddetto governo di progresso, UP ha fatto una valanga di concessioni, rinunciando perfino ad alcuni punti di programma già concordati con il PSOE e ha consentito in silenzio ad alcuni importanti passi indietro politici ed economici. Una delle prossime prove sarà il suo atteggiamento di fronte alla crisi manifesta dell’istituzione monarchica, che non potrà essere sconfitta solo in sede parlamentare.

Serve a poco riunire il popolo, appellarsi agli interessi della gente, avere una presenza elettorale o far parte di un governo, se non si ha un progetto preciso di mettere fine alla loro alienazione. Il che, a maggior ragione, ci obbliga a ricordare categorie come “classe sociale” e “sfruttamento”; a pensare la maggioranza sociale non come somma aritmetica di individui bensì come aggregato algebrico della classe lavoratrice con tutti i settori sociali che hanno dei conti in sospeso con il sistema e che presentano la possibilità di formare un nuovo blocco egemonico. Il che significa concepire il popolo come soggetto politico antagonista e candidato al potere in tutti i sensi. Cosa molto diversa dal limitare i progressi alla mera occupazione, da parte di una nuova élite di giovani politici di professione, di qualche scarso e marginale incarico ministeriale.

Podemos è diventato un apparato elettoralistico plebiscitario che, anche se ostenta di rappresentare una parte della sinistra, per quanto in calo, costituisce un ostacolo allo sviluppo dell’autorganizzazione popolare. Da una parte perché i suoi dirigenti hanno ridotto la lotta politica entro limiti esclusivamente istituzionali; dall’altra, perché mantengono un rapporto strumentale con le organizzazioni sociali. Ciò è complementare e funzionale all’orientamento governista di Iglesias, che vuole governare ad ogni costo, per inserirsi nella struttura di gestione progressista dell’apparato statale, limitando l’agenda di lavoro a criteri possibilisti e rinunciando all’obiettivo di trasformazione del sistema politico, economico e sociale; seguendo sempre la logica del male minore, come si può verificare, in questo momento, nella gestione della crisi sociale successiva alla pandemia.

In sintesi, la radiografia attuale di Podemos rivela un partito gerarchico i cui organi dirigenti non hanno vita, si identificano con il gruppo parlamentare e i membri del governo, un partito che ha perduto quasi del tutto la sua base militante – tanto importante alla sua nascita – e ha ridotto la sua azione politica alla presenza istituzionale, senza idee e proposte di trasformazione. E il suo principale oggetto di riflessione è la propria ubicazione nella struttura statale e negli avatar dello stesso movimento. Un partito che nella classificazione che fece Antonio Gramsci nelle sue “Note sulla politica di Machiavelli” si dedica alla “piccola politica”, alle “questioni parziali e quotidiane che si pongono all’interno di una struttura già consolidata nelle lotte per la preminenza fra le diverse fazioni di una stessa classe politica”. E che ha abbandonato la “grande politica” quella che si occupa realmente delle “questioni dello Stato e delle trasformazioni sociali”, ed è incorso nell’errore – come già avvertiva Gramsci – per cui “ogni elemento di piccola politica” diventa una questione di “grande politica”.

Non sono buone notizie. La situazione politica attuale non favorisce le posizioni di sinistra, presenta grandi sfide e difficoltà con la mancanza della mediazione di un partito di massa. Ma questa constatazione non può far sparire gli aspetti positivi che per Anticapitalistas sono derivati da questa esperienza e che già abbiamo indicato; aspetti che permettono all’organizzazione marxista rivoluzionaria di continuare il suo lavoro, come sostiene Brais Fernández, e svolgere un ruolo attivo nella crisi che il regime del 1978 sta attraversando. Per farlo, dovrà ricercare nuove alleanze politiche e sociali di contro alle politiche di austerità, dovrà lavorare per la creazione di nuovi raggruppamenti contro il neoliberismo che abbiano presa sulle masse, come il caso di Adelante Andalucía, dovrà dare impulso alle organizzazioni di lotta sindacali, sociali, ecologiste, femministe e giovanili in difesa del pubblico, e dovrà essere un riferimento ideologico e culturale nei dibattiti tesi a definire un nuovo progetto ecofemminista e sociale.