Nell’atto finale (Documento di Carbis Bay) del summit G7 tenutosi in Cornovaglia nel giugno 2021, documento “dettato” da Joe Biden e servilmente sottoscritto dagli USA, dal Canada, dall’Italia, dalla Germania, dalla Gran Bretagna, dalla Francia e, per l’Unione Europea, dal belga Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si ratificava una linea politico-militare particolarmente aggressiva contro la Repubblica Popolare Cinese. Nel documento, che con ogni probabilità si rivelerà essere, sin dai prossimi mesi e per i prossimi anni, come l’annuncio della guerra, non solo fredda, contro la Cina, si richiedeva all’Australia, al Giappone, all’India, alla Corea del Sud, alla Nuova Zelanda, di unirsi ai Paesi del G7 firmatari del documento al fine di costituire un grande fronte mondiale contro Pechino. Un fronte innanzitutto militare.

Questa della preparazione dell’accerchiamento e dell’attacco bellico contro la Cina è, sin dalla campagna elettorale condotta contro Trump, la linea dichiarata del nuovo presidente degli Stati Uniti. Una linea che prevede un’accumulazione di forze militari nelle aree di terra e di mare più prossime alla Cina e che, conseguentemente, prevede un disimpegno militare USA in aree non più ritenute strategicamente funzionali all’accerchiamento militare della Cina. Da qui si comprende quel disimpegno militare USA e NATO in Afghanistan che in troppi hanno erroneamente letto come un ripensamento USA della strategia di dominio militare planetario.

Prodotto diretto del Documento di Carbis Bay dello scorso giugno in Cornovaglia è la decisione – gravissima sul piano della riacutizzazione delle tensioni internazionali –  di questi giorni di metà settembre, da parte degli USA di Joe Biden e della Gran Bretagna di Boris Johnson, di assistere, in maniera tecnologicamente ed economicamente  determinante, l’Australia affinché si doti di otto sottomarini a propulsione nucleare e muniti di armamento atomico. Sottomarini da far navigare dal Mar dei Coralli, a nord dell’Australia, sino al Mar del Giappone, passando per il Mare di Celebes, il Mare delle Filippine (dove, peraltro, è già presente in forze la VI Flotta militare USA), il Mar Cinese Orientale, il Mar Giallo. E, sul versante ovest australiano, nell’Oceano Indiano, perlustrando e controllando il Mar di Timor, il Mar di Giava, sino al Mar Cinese Meridionale: in un progetto complessivo di minaccioso controllo dei mari cinesi dell’intero Indo-Pacifico. Dall’aggressivo tessuto semantico attraverso il quale, peraltro, nel Documento di Carbis Bay si presentava al mondo la nuova linea anticinese imposta da Biden, già emergeva chiaramente che uno degli obiettivi del vasto fronte euroatlantico deve essere quello di “difendere” militarmente Taiwan dalle “pretese” cinesi volte a far sì che Taiwan (storicamente cinese!) – nonostante le imponenti pressioni imperialiste dirette a strapparla a Pechino – rimanga cinese.

E cosa c’è di meglio, qualora gli USA e il fronte euroatlantico riuscissero a far distaccare Taiwan dalla Cina e se Pechino fosse costretta a difendere militarmente la propria integrità nazionale, di otto sommergibili a propulsione nucleare (dunque capaci di sostenere lunghissime navigazioni nell’intero mare Indo-Pacifico) e dotati di bombe atomiche per “proteggere” l’eventuale “indipendenza” filoamericana di Taiwan?

Durissima, naturalmente, è stata la reazione di Pechino alla scelta anglo-americana di dotare l’Australia di tanto arsenale atomico sui mari cinesi. Ed è stato lo stesso Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ad alzare il tono della critica contro Washington e contro Londra, definendo la loro scelta “frutto della nuova Guerra Fredda che Biden sta pericolosamente imponendo sul mondo”, “una scelta irresponsabile, che mette davvero a rischio la pace mondiale”. E che “la Cina non resterà con le mani in mano di fronte ad un così alto livello di provocazione”.

La scelta anglo-americana ratifica che l’asse Washinton-Londra si è di nuovo solidificato nell’intento di rilanciare un progetto di dominio neocolonialista sul piano planetario, progetto che non può che partire – dal punto di vista del fronte euroatlantico – dalla minaccia militare contro quella che oggi è la prima diga antimperialista mondiale e cardine centrale del fronte antimperialista: la Cina. 

Ma l’annuncio della dotazione all’Australia dei sottomarini nucleari parla anche dell’accelerazione e della concretizzazione del piano esposto nel Documento di Carbis Bay del giugno 2021 e volto alla costituzione di un vasto fronte mondiale anticinese che si allarghi dal fronte euroatlantico ad altre grandi potenze, appunto l’Australia oltre, come già detto, l’India, la Corea del Sud, la Nuova Zelanda e il Giappone. 

Un Giappone che, dopo il nuovo possente processo di militarizzazione sostenuto dagli USA, sempre in chiave anticinese, ha accettato senza una parola di critica e anzi, volentieri, che i sottomarini atomici australiani possano lambire le proprie coste. Ed è del tutto evidente che tale linea proveniente da Tokyo altro non è che un ringraziamento (che per il Giappone avrà un costo in termini di subordinazione all’asse anglo-americano) agli USA per aver permesso al Giappone una nuova e possente militarizzazione che le regole internazionali successive alla Seconda Guerra Mondiale ancora avrebbero dovuto impedire.

In questo quadro, a quando la concessione a Tokyo di armarsi di missili a testata nucleare puntati contro Pechino? 

Che la strategia di Biden sia chiaramente quella di accerchiare e minacciare militarmente la Cina, innalzando progressivamente l’asticella della provocazione (e del pericolo), lo si può ricavare anche dall’incontro, strategicamente di grande portata internazionale, avvenuto lo scorso 12 marzo in Giappone (quindi, ancor prima del summit G7 in Cornovaglia dello scorso giugno) del QUAD (Quadrilateral Security Dialogue, ovvero USA, Australia, India e Giappone).

 All’incontro del QUAD del 12 marzo (il quarto in pochi mesi, a dimostrazione della frenesia imperialista nel mettere in campo il fronte mondiale anticinese), Biden definisce quella dell’Indo-Pacifico un’area “vitale per i destini delle democrazie occidentali” e chiede ai paesi del QUAD di accelerare i processi di cooperazione politici e militari in funzione anticinese, al fine di liberare quest’area cruciale del mondo “dalle politiche coercitive” (naturalmente, quelle cinesi). Una richiesta di Biden alla quale rispondono subito e positivamente il primo ministro giapponese, Yoshihide Suga, il premier indiano, Narendra Modi, e quello australiano, Scott Morrison.

Ed è chiaro che è proprio in quella quarta riunione dei Paesi QUAD che prende corpo il progetto di dotazione degli otto sottomarini nucleari che oggi vengono consegnati dall’asse anglo-americano all’Australia.

Già a margine della quarta riunione QUAD dello scorso 12 marzo, il portavoce del Ministero Affari Esteri della Cina, Zhao Lijian, affermava che “la cooperazione e gli scambi tra Paesi dovrebbero avvenire sulla base della fiducia reciproca, degli interessi generali della pace e non per alimentare pericoli e instabilità a livello mondiale”. 

Nella vicenda degli 8 sottomarini nucleari con i quali l’asse Wasghington-Londra vuol trasformare l’Australia in un  altro cane da guardia dai denti atomici al proprio servizio nella guerra anticinese, emerge un elemento delle contraddizioni interimperialistiche classiche:  la Francia, che aveva già concordato con Canberra la vendita di suoi sommergibili atomici per 56 miliardi di euro, vistasi spiazzata dall’accordo australiano con l’asse angloamericano, ha reagito in modo durissimo a tale accordo, richiamando i suoi ambasciatori da Washington e dalla capitale australiana e dichiarando in modo solenne che “l’accordo è stato una pugnalata alla schiena della Francia”  e  che “la crisi è gravissima e che  essa influirà negativamente sui destini della NATO”.

C’è solo da augurarsi, proprio per il mantenimento della pace, che sul nazionalismo e sull’avidità economica francese possa intelligentemente giocare la Cina per dividere il pericoloso e bellico fronte imperialista. 

È palese – certo non solo per l’ultima dotazione dei sommergibili nucleari all’Australia – che il mondo, sulla base della pressione militare imperialista, che oggi prende soprattutto corpo lungo l’asse Ucraina-Mari Cinesi, è sul baratro di un verosimile conflitto mondiale, che gli USA contemplano come possibilità per “liberarsi” del titanico e ormai storico nemico cinese.

Come è del tutto evidente che l’attuale e totale assenza, in Italia e altrove, di un forte movimento contro la guerra rappresenti, nel conteso dato, un elemento oggettivamente drammatico.

Ed è anche a partire dall’esigenza della costruzione di un movimento di massa contro la guerra che “Cumpanis” lavora per la ricostruzione di un più forte partito comunista in grado di offrirsi come cardine di un più vasto movimento per la pace e contro la sempre più pericolosa appartenenza dell’Italia alla NATO.