La chiusura del Segretario Nazionale del PC Marco Rizzo alla ricca intervista di Claudio Magris segna l’aurora di una serie di polemiche che nelle scorse settimane sono emerse sul tema dei diritti civili e che hanno visto il Segretario nel fuoco di un attacco che ha il sapore di una piccineria, occuparsi della quale è compito dei giornali, della televisione e di qualsiasi altro mezzo di propaganda del pensiero dominante. 

Non occorre qui allora ripercorrere la cronaca, bensì è necessario comprendere il tema focale. La lotta per i diritti civili è una via percorribile se si abbandona, come ha fatto la sinistra liberale, quella per i diritti sociali? Anticipo che la lotta dei diritti civili occorre sia subordinata – una subordinazione dialettica – a quella dei diritti sociali e che questi non possano essere sostitutivi dei primi in una lotta anticapitalistica, quindi comunista e socialista. E questo è vero non solo per una questione tattica, bensì anche per un motivo storico, sociale e filosofico – il rovesciamento del rapporto tra collettività e individuo all’interno dell’abbandono della dialettica a favore dell’ontologia e della metafisica.

È già Marx ne Il capitale, nel penultimo capoverso del IV capitolo dedicato alla Trasformazione del denaro in capitale, a metterci in guardia quando affronta il diritto di natura derivato dal liberismo inglese – che si fonda su un’idea di libertà esclusivamente come mancanza di vincoli – in base al quale acquirente di manodopera e l’operaio, nella stipulazione di un contratto lavorativo, sarebbero sullo stesso piano, poiché entrambi agirebbero sempre e solo secondo la propria volontà. L’eguaglianza sarebbe quella di un compratore e di un venditore che scambiano una merce secondo termini legali. Il piano completamente saltato in questa interpretazione sbilanciata sul diritto borghese è quello della differenza economica, cioè di potere fra le due parti – coincidendo, per Marx, il potere con il potere economico, in un’epoca in cui il divino avalla al massimo l’ipocrita e bigotto dominio borghese e non il potere e la sovranità statuale.

Cosa dovrebbe farci rizzare le orecchie, se ancora non fossero già erette, e condurci a pensare la realtà contemporanea secondo questo stupendo passo? Il fatto che Marx definisce questo piano di scambio come quello in cui gli attori figurano per diritto liberi e pari di fronte alla legge. Per tutti i diritti, però, tranne uno: quello di proprietà. La legge garantisce un’uguaglianza su tutti i piani, ma non tocca minimamente il diritto di proprietà, ovvero non interviene su ciò che realizza l’effettiva e materiale asimmetria di potere tra acquirente e venditore di manodopera. Quindi, lasciato il piano ideale del diritto, la volontà di lavorare e di stipulare un contratto si trasformano in un ricatto costante che è subito da chi non possiede i mezzi produttivi, cioè la proprietà – essendo chiaro fin dal Manifesto che le proprietà non sono certo i beni immobili o le ricchezze, bensì i mezzi produttivi. 

È dunque in Marx che troviamo una valida chiave di lettura del contemporaneo, poiché lo stato di accusa del piano idealista dei diritti è il medesimo che si dovrebbe mettere in atto pensando al dibattito attuale sui diritti civili. Con un’aggravante almeno: se i diritti erano considerati qualcosa di ideale poiché l’uomo era universalizzato in quanto al di là dei rapporti di produzione – lo è in quanto manodopera astorica -, ora, in un pensiero che si muove per iperboli e forzando la sovrapposizione fra i due piani, i diritti civili sono la negazione dell’Universale in quanto attuazione di un piano legislativo di garanzia delle istanze molteplici e variegate fondate sulla volontà e sull’identità individuale. Ogni campo individuale, parcellizzato fino al limite della singolarità, esige la propria istanza di riconoscimento di diritti civili precipui, sia che la lotta coincida con l’esigenza sacrosanta di dare fine ai soprusi e alle violenze pregiudiziali sia che il conflitto coincida con il superamento del diniego imposto dal Reale – non solo il reale simbolico, come il Grande Altro lacaniano, ma anche quello biologico, al di là dello scontato principio di realtà freudiano – al proprio desiderio o capriccio – l’impossibilità della maternità, come nel caso dell’utero in affitto, che si trasforma nel mercato dei corpi delle madri e nello sbilanciamento completo dei diritti tra acquirente e nascituro. 

Al di là dell’analisi di un’antropologia fondata sull’assunto di Michel Clouscard per cui se tutto è permesso, nulla è possibile – antropologia con la quale occorre fare i conti, tuttavia, se si vuole indicare una prassi socialista – è ora necessario pensare perché una tattica politica che non iscriva i diritti civili all’interno di una lotta di classe volta alla conquista dei diritti sociali sia fallimentare in partenza. Fallimento che si porta con sé anche tutto il post-modernismo che vedeva, a ragione all’epoca, la possibilità di istaurare un piano di lotta microdiffuso, da cui conviene partire.

Una semplice analisi storica permette di pensare, come paradigma, il legame tra potere e sessualità, ergo  il trittico politica-sessualità-liberazione, in quanto lascito del freudo-marxismo, così come definito da Clouscard ne Il capitalismo della seduzione, alla stregua di un spostamento del piano di lotta dal conflitto capitale/lavoro a quello morale/mondano, che è stato percepito come possibile perché consentito dal parziale raggiungimento di obbiettivi quali la creazione di una piccola borghesia coincidente con la classe operaia. È proprio Clouscard che mostra come, invece, l’ingresso della classe operaia nel consumo non sia il raggiungimento dell’affrancamento sul piano dei diritti sociali, l’espropriazione dei mezzi produttivi, appunto, bensì il compromesso del capitale a fronte di una lotta che avrebbe potuto perdere essendo ancora presente l’U.R.S.S. 

Dunque, è un’analisi marxista scorretta, quella sessantottina, che conduce il fronte della lotta altrove, nell’incapacità di percepire che l’accesso al consumo non fosse altro che necessitato proprio dal lavoro medesimo – l’acquisto della macchina che consente di andare al lavoro e che diventa obbligatoria, oppure, nella contemporaneità, si pensi all’analisi di Mark Fisher ne Il nostro desiderio è senza nome sulla necessità di avere un telefonino che è che consente la reperibilità tipica del lavoratore flessibile: non lusso, bensì imposizione. Questo spostamento politico e di analisi che si realizza pienamente nel post-modernismo, la cosiddetta French theory, non sarebbe altro che l’ideologia che avrebbe permesso la frattura del fronte comune di lotta con il mito della vittoria nel campo dei diritti sociali: infatti, per Clouscard, questa filosofia innerva e sostanzia la social-democrazia liberale caratterizzata dal riformismo. Si tratta di un pensiero borghese che sposta sistematicamente la tattica di lotta dall’unità alla parcellizzazione sempre maggiore degli intenti e che opera sul piano linguistico, con un’attitudine ontologica pari alla peggiore metafisica da nominalismo. 

Tornando al piano che connette il sesso, il potere e la libertà, è evidente che la sessualità, essendo sfaccettata, se trasformata in identità politica è in grado di moltiplicare tanti fronti quanti sono le sue forme. Non a caso di recente è scoppiata una lotta tra femminismo e movimenti LGBT, poiché l’istanza dei transessuali di essere riconosciuti come donne in base all’assunto per il quale se sento/desidero allora sono si scontra con forza con l’esigenza di rispettare i diritti delle donne medesime: un esempio eclatante, brutale e tragico è la richiesta, accondiscesa, di transessuali americani prigionieri di essere reclusi nelle carceri femminili. Laddove ciò è stato concesso c’è stato un incremento degli stupri. Chiaramente l’essere transessuali e lo stuprare non sono affatto connessi: è il piano legislativo che diventa problematico, nel momento in cui il riconoscersi transessuali o in transizione diventa semplicemente supportato da una dichiarazione verbale – un altro esempio problematico è il passaggio agli sport femminili da parte di transessuali, con l’ovvia fine della competizione sportiva. 

A questo piano, tuttavia, si è giunti proprio per una retorica della difesa giusta ma incondizionata delle minoranze – laddove per incondizionata si intende poco ragionata, poiché il politicamente corretto ha trasformato in tabù e in interdetto qualsiasi riflessione critica ai diritti civili estetici. A mostrare però lo Zeitgeist da caccia alle streghe c’è proprio l’accusa di transfobia mossa contro quelle donne femministe che della lotta per il proprio genere hanno fatto la vita e che alla parificazione legislativa di trans e donna si opponevano. 

Questo clima divisivo, polarizzante e parcellizzante allo stesso tempo, non può che riverberarsi in una divisione politica, che non permette di muovere un unico fronte contro il reale nemico, cioè il Capitalismo, che trae vantaggio dal cavalcare qualsiasi nuova identità e qualsiasi divisione, dato che la liquefazione delle identità tradizionali ha anche una ricaduta nella moltiplicazione di target, mercati e clienti nuovi. La vera vittoria del Capitalismo, che, infatti, fa di tutto per mostrarsi inclusivo, è lo spostamento dal piano materiale al piano ontologico della lotta. Il riconoscimento del lavoratore e dei suoi diritti sociali, infatti, ha un costo alto e ben preciso per il capitale che deve cedere surplus in stipendi, in contratti a tempo indeterminato e in tassazione per lo stato sociale, mentre la lotta per l’identità sessuale e il suo riconoscimento, se si pensa alle teorie gender, non ha alcun costo per il Capitalismo. 

Anzi, nel momento del trionfo del politicamente corretto e della sua visione manichea e buonista del mondo, la politica inclusiva aziendale è il piano ideologico che permette di mascherare il trattamento perverso della classe lavoratrice: sei ben accetto in quanto portatore di ogni identità sessuale tu voglia, ma sappi che della tua vita materiale in quanto singolarità non avremo pietà. Un’ipocrisia in cui il particolare è riconosciuto solo se non è sconveniente al Capitale: puoi essere sessualmente ed esteticamente tutto ciò che sei o che vuoi, ma non puoi mettere in discussione le mie regole, ovvero che farò profitto su di te finché ne avrò bisogno: dopo, ognuno per la propria strada a prescindere dal fatto che tu abbia famiglia, sia solo al mondo o malato. 

Ecco realizzato il piano dei diritti già denunciato in Marx, in cui il potere economico non si manifesta come oppressivo, bensì solo come iscritto nella legge che garantisce un contratto alla pari fra chi liberamente offre manodopera e fra chi la paga. Il diritto quindi, forzando ancora, ma necessariamente, investe non un piano del conflitto reale, ma un livello del conflitto fantasmatico in cui il nemico è ovunque in una sindrome dell’accerchiamento tipica del concetto politicamente corretto, quindi totalmente idiota, di microaggressione – non-categoria resa possibile proprio da ciò che cerca di combattere: un egotismo individualista in cui ogni forma di rapporto con un’alterità che non coincida con sé diventa frustrante e conflittuale, perché impossibilitato proprio alla dialettica di riconoscimento tipica del rapporto con l’altro. Il diritto fugge, mistificandolo, il luogo in cui la libertà è finzione, poiché è evidente che chi ha solo la forza lavoro è obbligato a venderla, e premia il luogo in cui la libertà è innocua: puoi essere libero di fare di te un’opera d’arte, di vestirti come vuoi, di fare della tua sessualità un’identità, di tatuarti, di fare la tua battaglia per essere riconosciuto come una minoranza oppressa, anche in mancanza di oppressori associati in partiti politici o organizzati,  ma non di opporti al rapporto produttivo e al dominio che questo garantisce. 

Mentre, allora, il livello fantasmatico si espande e sconfina in uno spazio in cui la politica confonde il piano individuale e quello sociale, l’altro conflitto retrocede e, come vediamo in quest’epoca di reazione, il dominio del Capitalismo giunge a esprimere con forza la sua matrice interna più reale: la tendenza primigenia e incivile a trasformare il lavoratore in schiavo, per aumentare il profitto. 

Per concludere, non si tratta di abbandonare i diritti civili, bensì di prendere consapevolezza che in questo momento storico, di forte reazione, hanno assunto la forma ideologica che garantisce un altro pilastro sul quale il realismo capitalista può proporsi senza alcuna alternativa e macinare così ogni diritto sociale. E qualsiasi sforzo politico sottratto al compimento del socialismo e volto al perseguimento dell’infinito fronte dei diritti civili borghesi, quando i diritti sociali saranno completamente cancellati anche a causa dell’impossibilità di tenere più fronti di conflitto aperti, sarà ancor più frustrato e reso inutile, poiché sono il lavoro e la stabilità economica di tutti che consentono di infrangere la possibilità che qualsiasi singolarità diventi il capro espiatorio di una lotta fra poveri.