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Cercare, studiare, indagare: per un nuovo inizio

Sistema bancario

Le conseguenze della riconquista da parte del capitale

di Ascanio Bernardeschi

giornale comunista on line “La Città Futura”

Marx aveva già evidenziato che fra le varie sezioni del capitale – quella industriale, quella commerciale e quella finanziaria – l’ultima è quella che, oltre ad approdare al culmine del feticismo del denaro, meglio di tutte rappresenta la pulsione del capitalista, cioè quella all’auto accrescimento della ricchezza astratta, a prescindere dai modi con cui tale valorizzazione si realizza. La forma che infatti assume nella sua metamorfosi, D-D’, denaro che si trasforma in più denaro, fornisce l’illusione che il denaro possa sgorgare da se stesso e moltiplicarsi miracolosamente senza l’intervento della produzione (materiale o culturale, lo diciamo ai teorici del “capitale cognitivo”, fa lo stesso). Non c’è da stupirsi, quindi, se nelle società “occidentali” tutto si sacrifica a questo Moloch, compresi, come vedremo, il debito pubblico, trascinato fino ai limiti dell’ingovernabilità, e le stesse istituzioni democratiche, regolarmente piegate ai suoi voleri.

Scaturite dall’evoluzione del capitale usuraio, che, agli albori del capitalismo, rivestì un ruolo non altrettanto centrale, le banche hanno conquistato un peso predominante nel sistema economico in virtù della loro capacità di condizionare fortemente, attraverso le loro decisioni di finanziamento, l’allocazione delle risorse finanziarie fra i vari rami economici e le varie imprese. Inoltre sono in grado di fornire liquidità al sistema, la cosiddetta moneta bancaria di cui si parla e straparla tanto.

Per questo Marx, già nel Manifesto, includeva nella piattaforma della società di transizione al comunismo l’“accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo” . Successivamente Lenin, alle prese con la transizione al socialismo nella Russia post zarista, proclamava (e realizzava) un simile obiettivo: al primo punto del suo Abbozzo di un programma di provvedimenti economici figura la nazionalizzazione delle banche. La cosa non si giustificherebbe se la funzione dell’intermediazione finanziaria fosse solo quella, pur importante, di “lubrificare” la circolazione delle merci e del capitale. La realtà è che che il capitalismo non può funzionare senza il credito. Già nel secondo libro del Capitale Marx aveva evidenziato che, anche nell’ipotesi che i capitalisti dispongano di tutta la liquidità per avviare il processo di circolazione del capitale, D-M-D’ in sintesi, viene immessa in circolazione la quantità D di denaro, ma, per realizzare il plusvalore, deve ritornare dalla circolazione una quantità maggiore, D’. Dove trovare il denaro aggiuntivo? Per Marx, alle prese col sistema aureo, i paesi produttori di oro dovevano attivarsi con le loro miniere e quelli privi di miniere procurarsi il metallo prezioso scambiandolo con le proprie eccedenze produttive. Più avanti, a un altro proposito, notava che l’accumulazione può avvenire anche senza denaro, “attraverso il puro e semplice ammassamento di crediti” .

La questione, in tempi di moneta fiduciaria, è stata ripresa dalla scuola del circuito monetario. Sarebbero le banche che, concedendo credito, grazie al moltiplicatore bancario, creano miracolosamente moneta “dal nulla”. Ma dal nulla non si crea nulla. Quello che si crea è in realtà moneta di credito, cioè basata sull’indebitamento. Indebitamento delle imprese o dei consumatori o dello Stato. Anzi, l’indebitamento di imprese e consumatori giunto a una certa soglia, si deve trasformare in debito pubblico, pena il collasso del sistema economico. Così assistiamo a una contraddizione. Si criticano i consumatori che si indebitano per spendere, ma quando non si sa come metabolizzare la pletora di merci prodotte, si stimolano a consumare indebitandosi. Si bacchettano le banche che hanno concesso troppo sconsideratamente credito, come nel caso dei mutui subprime, ma poi le si ricopre di liquidità perché concedano credito a consumatori, imprese e Stato. A maggior ragione si è demonizzato il debito pubblico –  il massimo del peccato! –  giungendo a penalizzare gli stati che valicano determinati limiti tracciati con l’accetta, ma ora si dice che lo Stato deve indebitarsi per annullare il debito privato. L’apparente paradosso non è altro che il rispecchiamento delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico.

 

 

 

Cenni all’evoluzione del sistema bancario

 

Prima degli anni 30 del secolo scorso il sistema bancario italiano era ispirato al “modello Renano”, cioè con banche “miste” autorizzate a intervenire sia nel credito a breve che in quello a lungo termine sia, infine, partecipando al capitale delle imprese. In questo modo si suppliva alla carenza di capitalizzazione azionaria, ma dal lato della raccolta prevalevano i depositi a breve dei risparmiatori, suscettibili di essere ritirati in qualsiasi momento. Lo scarto temporale fra raccolta, assai liquida, e impieghi, fortemente immobilizzati, contribuì a dilatare lo spaventoso crack prodotto dalla grande crisi del ‘29-’30. Inoltre la commistione fra impresa e banca divenne inestricabile tanto che sovente il fallimento dell’una portò con sé il fallimento dell’altra.

A questo punto lo Stato fascista intervenne, sia salvando le maggiori banche e socializzandone le perdite, attraverso la ricapitalizzazione, cioè la partecipazione statale al loro capitale, sia riorganizzando normativamente il sistema creditizio, introducendo un forte ruolo dello Stato e vincoli normativi atti a prevenire nuovi guasti. Anche le partecipazioni statali in grandi società industriali, tramite l’Iri, indotte dall’esigenza di salvare l’apparato produttivo, sorsero a seguito di questa riforma. Senza entrare nei dettagli, ne venne fuori un sistema largamente pubblico in cui venivano distinte le varie tipologie di banche e per ciascuna tipologia venivano definiti i limiti di intervento, in particolare separando il credito a breve da quello a medio e lungo termine e le banche commerciali da quelle d’affari, stabilendo alcune norme di tutela dei risparmiatori e di controllo delle banche stesse da parte di autorità pubbliche. Inoltre, gli assetti proprietari godevano di una certa impermeabilità, collocati così al riparo da ingerenze dei grandi monopoli.

I vantaggi di un simile assetto per uno Stato che intenda intervenire nell’economia sono evidenti. Da un lato il controllo del sistema bancario, a partire dall’Istituto di emissione, consente di gestire il debito pubblico e il relativo tasso di interesse senza dipendere dai “mercati”. Un altro vantaggio è che attraverso l’indicazione della quota riserva obbligatoria sui depositi si determina il moltiplicatore dei depositi stessi e quindi si incide profondamente sulla liquidità monetaria immessa nel sistema. Infine si può intervenire sui settori strategici e sugli stessi mercati finanziari, riducendo lo spazio della borsa e veicolando il risparmio verso le attività produttive e non verso la speculazione. Non si trattava, ovviamente, di un passo verso il socialismo, ma la presa d’atto dei limiti del mercato e della necessità di un nuovo ruolo dello Stato a sostegno del capitalismo nella sua fase imperialistica.

Questo sistema, se si escludono alcune vicende sporadiche legate ad attività opache di alcuni istituti, quale per esempio il caso Sindona, ha retto anche nell’Italia repubblicana fino a pochi decenni fa, quando, in conseguenza delle trasformazioni intervenute nel capitalismo e delle vicende internazionali, è cambiato il contesto e il capitale ha compiuto la sua feroce rivincita sulle conquiste dei lavoratori. Al più noto smantellamento dei diritti sociali si è accompagnata, infatti, la riconquista del sistema bancario da parte del grande capitale.

Per raggiungere questo obiettivo bisognava trasformare ideologicamente i pregi in difetti. Primo fra tutti l’impermeabilità, tanto vilipesa, di modo che gli assetti proprietari hanno potuto modificarsi con operazioni di fusione, raggruppamento, emissione di azioni sul mercato ecc.

Le tappe salienti dei rivolgimenti nell’economia monetaria e creditizia sono.

- La sospensione della convertibilità del dollaro disposta da Nixon nel Ferragosto del 1971, con cui il sistema monetario mondiale ha perso una connessione tangibile con il denaro/oro e quindi ogni moneta si regge solo sulla fiducia di chi l’accetta in pagamento – con la conseguente turbolenza dei mercati finanziari – o sulla forza, anche militare, del paese emittente.

- Il “divorzio” fra la Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981 che ha espropriato lo Stato della politica monetaria. In pratica non è stato più possibile stampare moneta per venire incontro alle necessità dello Stato esponendo così il debito pubblico alla speculazione finanziaria con i conseguenti elevati tassi sui titoli di Stato che hanno concorso al suo ipertrofismo.

- La legge Amato del 1990, adottata in ossequio a direttive dell’allora Comunità Europea, con cui si sono trasformate obbligatoriamente in Spa tutte le banche, facendo venire meno la garanzia dello Stato, con la conseguente crisi degli istituti sottocapitalizzati, generalmente operanti nel Mezzogiorno, ma anche di istituti ben più dotati che, a seguito di operazioni spericolate, hanno distrutto un grande patrimonio e rasentato il fallimento, determinando l’intervento dello Stato, come nel caso del Monte dei Paschi di Siena, in cui la partecipazione statale, che era inesistente o ridotta al minimo, è divenuta maggioritaria. Ma lo scopo di questi interventi non è stato di mettere sotto controllo pubblico il settore, bensì di salvare pezzi importanti del sistema bancario, a costo di un ulteriore gonfiamento del debito pubblico. Anche le Casse di risparmio, trasformatesi in Spa, hanno perso largamente i legami col territorio e con il tessuto di piccole e medie imprese del territorio e spesso si sono fuse e “globalizzate”.

- Con i vari accordi di Basilea I, II e III, nel tentativo di porre rimedio ai guasti dell’eccessiva liberalizzazione, si sono individuati i requisiti patrimoniali delle banche, si è introdotto per esse una sorta di nuovo Gold Standard, le si è sottoposte al rating e a nuovi controlli sull’attività e sulla solvibilità dei rispettivi crediti. Questi nuovi criteri hanno posto diversi istituti di fronte alla necessità di ricapitalizzarsi, in altri di essere assorbiti da banche di dimensioni maggiori e in altri ancora di liberarsi dei crediti di difficile esigibilità, svendendoli a società di recupero, con la conseguente svalutazione del proprio capitale e l’esigenza di ripristinarlo.

Infine, le complesse metodologie previste per la valutazione dei rischi comportano la penalizzazione degli istituti minori, i quali, trovandole inaccessibili a causa della loro onerosità, sono costretti a ricorrere a comportamenti molto più prudenziali, quindi a espandere meno la loro attività creditizia a parità di condizioni patrimoniali, rispetto alle grandi banche. Conseguentemente anche la loro redditività e competitività soffrono di questo gap. Quindi gli accordi di Basilea, favorendo le grosse concentrazioni bancarie e mettendo fuori mercato i piccoli istituti, hanno determinato un processo di centralizzazione del sistema bancario e ridotto il ruolo che i poteri locali potevano esercitare nei confronti delle casse di risparmio.

- Il Trattato di Maastricht del 1992 con cui, in vista dell’introduzione dell’euro si sono sottoposti gli stati dell’eurozona a vincoli finanziari pesanti, orientati esclusivamente al controllo dell’inflazione, senza nessun riguardo all’occupazione e alla crescita economica, queste ultime ritenute dalle teorie economiche dominanti come uno spontaneo prodotto dell’austerità e del dumping sociale. Il tutto in associazione con la perdita della sovranità monetaria.

- La svendita delle partecipazioni statali IRI e delle banche di interesse nazionale nella metà degli anni 90 del secolo scorso.

- L’introduzione dell’euro nel 2002. Da questo momento la Bce è diventata l’unica titolare della politica monetaria e la Banca d’Italia si è trasformata progressivamente in uno suo strumento.

Passo dopo passo, lo Stato si è privato ogni possibilità di governare il sistema bancario, eccettuati i salvataggi. La stessa Banca d’Italia non è di proprietà statale ma di banche, imprese di assicurazione e riassicurazione, fondazioni, istituti di previdenza e assicurazione. Oltretutto, questo assetto proprietario pone anche dei problemi di incompatibilità in quanto la baca centrale è l’organo di controllo del sistema bancario. Il controllore è controllato e da qui il ruolo dimostratosi inadeguato della sua sorveglianza. L’estromissione dello Stato, vista l’influenza delle banche sul sistema economico complessivo, lo priva di un valido strumento di politica economica. C’è da aggiungere che le direttive europee indicavano già da prima della fondazione dell’Ue l’obiettivo di una banca polifunzionale e in questa direzione si sono mosse le cose. La perdita di specializzazione e la possibilità di ogni istituto di credito di intervenire in vari contesti, compreso quello assicurativo, hanno determinato perfino ingerenze della finanza nel sistema pensionistico e nello stesso servizio sanitario nazionale. Tali ingerenze sono state favorite dalle (contro)riforme di tali settori, orientate a un ruolo crescente del mercato e a un restringimento delle prestazioni pubbliche, nonché dalla cedevolezza delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, come nel caso del welfare aziendale introdotto in diversi recenti contratti nazionali di lavoro e sottoscritti anche dal presunto barricadero Landini. La rivincita del capitale attuata negli ultimi decenni è passata, quindi, anche per la privatizzazione del sistema bancario.

Si sono capovolti i ruoli. La barra del potere, che era in capo allo Stato e che condizionava l’operato delle banche, passa ora a queste ultime, che tengono sotto pressione i poteri pubblici in virtù del crescente debito, la cui impennata è causata anche dai salvataggi bancari.

 

 

 

La provvista e il mercato parallelo

 

Una volta la fonte principale di raccolta degli operatori finanziari consisteva prevalentemente nei depositi dei risparmiatori o nell’emissione di obbligazioni, oltre che, in misura minore, al ricorso al mercato interbancario (prestiti fra banche o della Banca centrale). Oggi si ricorre molto di più al mercato interbancario e a forme che hanno una forte connessione con il mercato dei capitali, e quindi con la speculazione, inventando prodotti “innovativi”, il cosiddetto mercato parallelo. Esso è costituito dall’insieme di mercati, istituzioni e intermediari finanziari che operano nel credito senza essere soggetti ai vincoli di legge e ai requisiti patrimoniali previsti per le banche e sono esenti anche dalla vigilanza della Banca d’Italia.

Un esempio di simili operatori sono i fondi pensione che raccolgono risparmi dei lavoratori indotti dallo scippo del sistema previdenziale retributivo. I fondi raccolti vengono investiti in borsa e direttamente o tramite altri intermediari confluiscono in prestiti alle imprese o alle banche stesse. Il profitto realizzato è dato dal differenziale dei tassi attivi e passivi praticati e (sempre di più) dalle commissioni. Uno dei modi più comuni con cui le banche si procurano liquidità è il contratto pronti contro termine. In sostanza una banca vende a pronti dei titoli in suo possesso, realizzando il denaro che le occorre e s’impegna a riacquistarli a termine a un costo maggiorato. A fine 2007 nell’eurozona l’importo di questi contratti sfiorava i 10 trilioni di euro. Anche questi contratti sono soggetti a rischi, il principale dei quali deriva dalle oscillazioni dei prezzi nel mercato dei titoli. Inoltre, l’affidamento fiduciario fra banca e banca è solo un ricordo. La volatilità dei patrimoni e della solvibilità delle banche ha determinato anche una crisi di fiducia fra gli stessi istituti di credito e così, dal 2007, questi contratti sono stati “collateralizzati”. In sostanza chi presta denaro, il compratore a pronti, pretende, per mitigare il rischio, che la banca venditrice fornisca garanzie. La garanzia avviene di norma mettendo un vincolo a favore del finanziatore su altri titoli posseduti dal venditore, in genere titoli del debito pubblico, ritenuto meno rischioso. Le garanzie vengono aggiornate frequentemente (per lo più giornalmente) e possono essere cartolarizzate, cioè rappresentate in un titolo che affluisce nella proprietà del finanziatore ed è vendibile in caso di insolvenza del debitore.

Fin qui la cosa sta nei limiti della decenza, considerata la crisi di fiducia. Ma quando ci sono di mezzo i soldi la fantasia non ha limiti. Le Abs (asset backed security), sono una sorta di assicurazione “sostenuta dalle risorse”, cioè da crediti in garanzia, che riunisce i rischi di diversi altri crediti per trasferirli in un “veicolo” (special purpose vehicle, Spv). Quest’ultimo, che non figura nei bilanci delle banche, finanzia l’operazione emettendo titoli garantiti da altri (spesso un ente pubblico). Sugli Abs Possono poi essere emessi dei Cdo (collatelarized debt obligation), delle obbligazioni garantite da un portafoglio diversificato, composto per lo più da prestiti, altre obbligazioni o Cds (credit default swap, una assicurazione che trasferisce a terzi il rischio di solvibilità di un credito). Questi prodotti possono essere impacchettati, magari da un terzo operatore, in un altro contenitore cedibile che incorpora una notevole varietà di prodotti. Quindi, il titolo del debito in possesso viene posto a garanzia di un altro debito che viene trasformato in un altro prodotto finanziario (ancora debito) con possibilità di costruire anche impacchettamenti di impacchettati, dove, alla fine, nessuno ha un’idea precisa di cosa compra, ma si affida al rating, dimostratosi spesso inaffidabile, di agenzie in conflitto di interessi, visto che, operando in borsa, sparano sentenze – di grande effetto sul mercato – anche sui titoli oggetto della loro speculazione. Si comprende quindi perché, quando l’economia reale non riesce a produrre quote di plusvalore sufficienti a soddisfare il “buono sul plusvalore futuro” rappresentato dai titoli di credito (cfr. Marx), scoppi la bolla in maniera fragorosa trascinando anche banche importanti nel crack finanziario. Sempre Marx aveva trattato negli abbozzi poi pubblicati da Engels come terzo libro del Capitale il capitale fittizio, cioè il capitale costituito da montagne di carta dietro a cui non ci sta niente di reale. Non poteva il Moro, ai suoi tempi, osservare gli attuali sofisticati prodotti della fantasia umana, ma già aveva intuito la tendenza alla finanziarizzazione dell’economia come illusoria via per dare sbocco alla sovrapproduzione di capitale.

Trascurando queste forme estreme, pur utilizzate anche dalle banche, il ricorso al mercato interbancario può essere molto vantaggioso. Attualmente, per effetto delle misure espansive in materia monetaria, il tasso dei prestiti interbancari è negativo (-0,50%), cioè si viene ricompensati, anziché sostenere un costo, per prendere a prestito soldi presso le banche centrali. Gli istituti di credito si approvvigionano così dei mezzi di finanziamento guadagnandoci. A questo punto, anziché rischiare nell’economia reale, conviene loro investire in comodi titoli del debito pubblico che un tasso positivo, seppur moderato, lo assicurano. Le banche realizzano così un margine e possono utilizzare questi titoli acquistati per nuovi accessi al mercato interbancario, realizzando nuovamente profitti. D’altra parte non è compito della banca, l’impresa capitalistica per eccellenza, domandarsi da dove provenga questo utile o porsi problemi di tipo morale. Sarebbe, però, compito dello Stato almeno regolare questo mercato e prevenire fallimenti o drenaggio delle risorse finanziarie ai danni dell’economia reale.

 

 

 

Le banche, l’Unione europea e il debito pubblico

 

Le politiche e i criteri imposti con la costituzione dell’Unione Europea e ispirati alle teorie monetariste non potevano che incidere fortemente su sistema bancario e hanno determinato la svendita del patrimonio pubblico per accrescere gli spazi del capitalismo, nostrano e non, come nel caso del gruppo multinazionale francese Veolia e della società francese Suez che, direttamente o attraverso partecipazioni a società italiane, si sono impossessate di molti acquedotti, a dispetto dell’esito dei referendum del 2011.

L’economia degli ultimi decenni è caratterizzata da sovrapproduzione di capitale. I capitali eccedenti hanno così preso la via della finanziarizzazione, che è, quindi, originata da problemi dell’economia reale e ha determinando la bolla borsistica, o verso investimenti all’estero. Le banche hanno trovato molto vantaggioso investire nei derivati, compresi quelli legati ai mutui subprime degli Usa, il che concorre a spiegare l’elevata ripercussione della crisi del 2007-8 in Europa. Nel frattempo l’osservanza ossequiosa delle regole europee ha prodotto, oltre che crescenti disequilibri nelle bilance dei pagamenti con l’estero, di cui tratteremo fra poco, la moderazione salariale o meglio l’arretramento dei salari, se consideriamo anche quelli indiretti e differiti, a vantaggio dei profitti e delle rendite. Questo arretramento è stato compensato con il credito al consumo, che non è stato una caratteristica solo statunitense, ma ha riguardato anche il nostro continente. Quando è esplosa la crisi del 2008 le difficoltà dei consumatori e delle imprese indebitati e quelle delle banche sono comparse simultaneamente.

Anche l’asimmetria che si riscontra nell’economia reale fra i vari paesi dell’eurozona si ripercuote nei rispettivi sistemi bancari. L’esigenza di ricapitalizzare le banche per avere un patrimonio commisurato ai rischi non è la stessa nei diversi paesi. E questo non solo per l’andamento delle imprese, ma anche per il debito pubblico. Infatti, le banche, se detengono anche titoli del debito estero, in maggior misura possiedono quelli dello Stato di appartenenza. Alle banche è stato chiesto di contabilizzare i titoli del debito pubblico ai prezzi di mercato e non, come avveniva precedentemente, al loro valore nominale. Le quotazioni dei titoli variano in ragione inversa al tasso di interesse. In tal modo le banche che detengono i titoli meno “performanti”, per i quali il mercato pretende un maggior tasso di interesse hanno dovuto registrare in bilancio delle minusvalenze a differenza delle banche dei paesi forti che registrano plusvalenze o comunque minusvalenze meno importanti. Questo spiega l’annuncio dei primi di agosto di Unipol che venderà 9 miliardi di titoli di Stato italiani. Le sue riserve, composte per il 55 per cento di titoli italiani, devono vedere abbattere questa soglia fino al 40% in quanto gli indicatori patrimoniali, per come sono stati concepiti, risentono delle quotazioni di mercato e dello spread, e quindi “con grande rammarico ridurremo l’esposizione sull’Italia, privilegiando titoli di altri paesi, è una mossa necessaria per arginare la volatilità della Solvency: non possiamo fare diversamente perché il nostro mandato è amministrare al meglio i soldi degli assicurati e degli azionisti”.

La strategia dell’Ue, quella di privilegiare il salvataggio del sistema bancario attraverso l’intervento pubblico che ha provocato l’incremento del rapporto tra debito pubblico e Pil, si è poi ripercossa sul sistema bancario che lo detiene. L’errore è stato quello di voler salvare le banche anziché i paesi membri. Alcune vie di uscita individuate, la collocazione dei titoli sul mercato, l’intervento del paese d’origine e il Mes, presentano tutte delle criticità evidenti. Alcuni veneratori del mercato propongono una diversa soluzione. I bilanci delle banche troppo esposte verrebbero ripuliti conferendo i crediti cattivi, privi di valore di mercato, a una “bad bank” a un prezzo dettato da alcune regole contabili. Ma se si considera il mercato infallibile, perché c’è bisogno di stabilire dei prezzi che il mercato non è in grado di riconoscere? La risposta è semplice. Se per il mercato questi crediti valgono zero e si deve salvare la banca, bisogna realizzarci qualcosa, trasferendo i rischi a un altro soggetto. In ultima istanza, per salvare il sistema bancario bisogna tirare fuori dal cilindro tanti soldi, spesso, inevitabilmente, pubblici.

Altro strumento è il bail-in che, in base alle regole europee, disciplina gli interventi nei casi di crisi degli istituti di credito attraverso il rifinanziamento diretto interno, prevedendo una gerarchia di creditori da soddisfare in misura totale o parziale, in analogia alle ordinarie procedure fallimentari o di concordato preventivo. Questo meccanismo, che trasferisce le perdite ai risparmiatori, è stato applicato nei confronti di banche relativamente piccole, ma non del colosso Monte dei Paschi, “too big to fail”, la cui ricapitalizzazione ha richiesto l’intervento dello Stato ed è una delle cause dell’aumento del debito pubblico il quale viene collocato prevalentemente presso il sistema bancario. Quindi, mentre ci indebitiamo per salvare le banche, altre banche lucrano sul nostro debito e vi destinano una quota rilevante dei loro impieghi, sottraendoli agli investimenti produttivi. Nel contempo rischiano di vedere svalutato il proprio patrimonio a causa del medesimo debito. Un meccanismo perverso che solo un’Europa solidale, di cui non si vede l’ombra, potrebbe disinnescare. Oltretutto, il debito pubblico ha forti connessioni con le regole europee. La cosa può suonare scontata, ma va ricordato che il divieto posto alle banche centrali di acquistare titoli di Stato direttamente presso il Tesoro ha messo il debito pubblico alla mercé dei mercati, impedendo la calmierazione dei tassi di interesse. E si sa che la sostenibilità di un debito dipende in larga misura dal tasso di interesse a cui viene contratto. La perdita di sovranità monetaria, inoltre, impedendo le svalutazioni della moneta, toglie uno strumento alle economie meno competitive per rendere più a buon mercato le proprie produzioni per l’export e più onerose le importazioni. Mancando questa possibilità, i conti con l’estero si aggiustano, se l’innovazione latita, solo abbassando il costo del lavoro. In tal modo non solo le nostre merci divengono più competitive, ma si riducono i consumi interni e quindi il fabbisogno di importazioni. Ma in una realtà dove anche i paesi più competitivi praticano il dumping salariale, i massacri sociali compiuti da Maastricht in poi, non impediscono che i “frugali” abbiano crescenti avanzi nelle partite correnti con l’estero, vedi la Germania, avanzi che sono l’immagine speculare dei disavanzi delle cosiddette “cicale” o dei Piigs (acronimo che sta per Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). E qui interviene un altro aspetto meno divulgato. Cioè lo stretto rapporto fra la sostenibilità del debito pubblico e i conti con l’estero.

A questo proposito vanno considerati due fattori. Il primo, è che se un paese importa più di quanto esporta, significa che consuma più di quanto produce e che pertanto il risparmio interno è negativo o comunque insufficiente ad assorbire il debito pubblico. Lo Stato, quindi, si indebita maggiormente verso operatori stranieri. A lungo andare questa forbice che si allarga può divenire insostenibile e il paese debitore potrebbe essere costretto a uscire dall’euro e riacquistare la sovranità monetaria per poter svalutare la propria valuta. Potrebbe decidere anche di ridenominare il proprio debito nella nuova valuta e con questo anche i detentori stranieri (prevalentemente banche) vedrebbero ridurre il valore del loro portafoglio. Lo spread non è, quindi, solo un premio che i creditori richiedono per il rischio di default dello Stato debitore, rischio abbastanza remoto per nazioni importanti come l’Italia, ma anche per il rischio, più plausibile, che lo stesso Stato decida di denominare il proprio debito in una valuta destinata a essere svalutata. Questo spiega perché paesi come il Giappone, aventi un debito pubblico che in percentuale al Pil è un multiplo del nostro, circa il 250%, non sono sotto attacco della speculazione, mentre lo sono paesi che hanno un rapporto debito/pil molto inferiore addirittura al 60% stabilito a Maastricht.

Ma, mentre sarebbe necessario, nella misura in cui i conti con l’estero sono passivi, avere un debito più contenuto, entra in gioco l’altro fattore e cioè che in tale situazione occorrerebbe al contrario fare più debito per assicurare l’equilibrio macroeconomico. Infatti, se una quota dei consumi (finali o produttivi) viene soddisfatta da acquisti all’estero e in una misura superiore a quella con cui i consumatori esteri si rivolgono alla nostra produzione, lo sbocco di quest’ultima diviene problematico se non c’è una compensazione con la spesa pubblica in deficit. Quindi l’alternativa è fra la recessione e il deterioramento dei conti con l’estero abbinato alla lievitazione del debito pubblico. Esiste un ulteriore nesso fra debito pubblico e conti con l’estero. I pagamenti internazionali si fanno attraverso addebiti e accrediti fra le banche con l’intermediazione delle banche centrali. Il sistema bancario di un paese in disavanzo commerciale con l’estero risulta indebitato verso le banche straniere. Per fare fronte ai saldi passivi si ricorre alle riserve di valuta estera che garantiscono i depositi, riserve che in tal tal modo diminuiscono. Se parte del credito concesso ai clienti non rientra, le banche vanno a rischio di insolvenza e, se ne hanno contezza i depositanti, questi ultimi ritirano i depositi, approssimando il fallimento delle banche stesse. A questo punto, per salvare il sistema bancario, deve intervenire lo Stato trasformando il debito privato in debito pubblico.

Come abbiamo visto, gli squilibri crescenti che si determinano, non sono frutto di situazioni contingenti, ma strutturali e conseguenti alle regole europee. Il Quantitative Easing di Draghi e, forse, il recente accordo sul Recovery Fund tentano di mettere una pezza a questa lacerazione. Il primo ha permesso di togliere dalla pancia del sistema bancario titoli pubblici a rischio, di prevenire così il collasso del sistema bancario e di ridurre lo spread. Ma non ha colto l’obiettivo, se non in minima parte, di elevare il tasso di inflazione e anche i risultati nell’economia reale sono stati modesti perché la maggior parte della liquidità immessa è andata a finire nel sistema bancario che poi ha potuto acquistare altri titoli di Stato. In realtà l’immissione di moneta da parte delle banche centrali serve a fornire liquidità alle banche che possono indirizzarla, secondo la loro convenienza, sia verso investimenti produttivi che verso la finanza. E in epoca di profitti calanti l’investimento in borsa costituisce un buon espediente per lucrare. Solo che i profitti realizzati in tal modo non sono altro che o frutto di bolle destinate prima o poi a scoppiare o prelievi dal plusvalore complessivo prodotto o futuro e quindi sottrazione di ricchezza a qualcun altro, specialmente ai paesi più fragili, alle classi più povere e agli stati indebitati.

A differenza dei monetaristi, noi non crediamo che le banche centrali da sole, neppure con gli strumenti “non convenzionali” siano in grado più di tanto di guidare il sistema bancario, che si muove secondo la propria convenienza. Da qui l’importanza di un controllo pubblico del sistema bancario. L’immissione di liquidità ha, invece, accentuato la dipendenza del debito sovrano dalle banche.

Per quanto riguarda il Recovery Fund, siamo di fronte a un intervento definito al momento come eccezionale e limitato nel tempo per tamponare i danni indotti dal Covid-19 e quindi non riconosce, almeno esplicitamente, la natura strutturale della crisi. Oltre ad essere preoccupanti le condizionalità che vi sono previste, preoccupano l’abnorme aumento del debito e il rischio o la certezza che, terminata l’emergenza, siano ancora una volta chiamati i lavoratori a fare sacrifici per rimettere in ordine i conti. Non manca chi, anche a sinistra, vede in questo provvedimento eccezionale l’inizio di un nuovo porsi dell’Unione Europea di fronte alla crisi, ma noi non siamo così ottimisti e vediamo piuttosto che siamo di fronte a cambiamenti divenuti indispensabili per fronteggiare sia la situazione emergenziale, sia l’oggettiva perdita di egemonia dei paesi che hanno seguito l’impronta monetarista a vantaggio di quelli che hanno adottato un modello di sviluppo a forte direzione statuale. Ma questi cambiamenti avverrebbero per tutelare gli interessi del grande capitale: cambiare tutto per non cambiare niente come nel Gattopardo del Tomasi di Lampedusa. Del resto, nel nostro paese, i maggiori cambiamenti in direzione di un ruolo più pregnante dello Stato, se si escludono i pochi decenni di parziale attuazione della Carta costituzionale, fino alle soglie degli anni 80, sono avvenuti in epoca fascista e in vista di una terribile guerra. La proprietà pubblica e l’intervento dello Stato sono una condizione necessaria ma non sufficiente per una reale inversione di tendenza.

Intanto, mentre tarda la costruzione dell’Unione bancaria europea, non tutti i paesi europei sono immobili come il nostro. Oltre al Regno Unito, che ormai è fuori dall’Ue e che partecipa a ben tre banche pubbliche, lo Stato francese partecipa con 40 miliardi alla Banque publique d'investissement, l’equivalente della nostra Cassa Depositi e Prestiti che però vede il nostro Stato intervenire solo per 20 miliardi, e la Germania utilizza l’omologa banca, la Kreditanstalt für Wiederaufbau, interamente pubblica (80% Stato e 20% Länder), per praticare quello che è vietato ai governi, cioè gli aiuti di Stato alle imprese per promuovere le eccellenze tecnologiche. Questa banca risponde direttamente allo Stato come le banche centrali di decenni fa ed emette perfino biglietti di banca, un vero e proprio surrogato della moneta.

Pur nella convinzione che il problema vero è la gabbia dell’Ue e che quindi la vera soluzione è uscirne, servirebbe almeno un governo meno orientato al galleggiamento nel breve termine per motivi elettoralistici e più attento agli interessi del nostro Paese.

 

 

 

Le specificità del sistema bancario italiano in via di affievolimento

 

Il nostro sistema bancario è un po’ più legato, rispetto ad altri paesi dell’Eurozona, ad attività di tipo tradizionale e meno sofisticate. Una peculiarità che tenderà col tempo ad affievolirsi, ma che comunque allo stato attuale deve essere presa in considerazione. Questa caratteristica ha fatto sì che l’impatto dello scoppio della bolla dei mutui subprime sia stato inferiore a quello riscontrato in altri paesi europei. Tuttavia, l’altra faccia della medaglia sono stati i costi crescenti della raccolta, la conseguente maggiore onerosità dei prestiti alle imprese e alle famiglie, una minore redditività rispetto alla media europea e un aumento dei crediti a rischio di inesigibilità. Se a questi svantaggi sommiamo la svalutazione dei titoli del debito pubblico detenuti, e l’obbligo di ricapitalizzazione, il quadro complessivo è piuttosto preoccupante.

La concentrazione e il distacco delle casse di risparmio dal territorio sono avvenuti in presenza in Italia di un largo tessuto di piccole e medie imprese, tanto che, già nel 2004, il Governatore della Banca d'Italia Fazio ebbe a dire, in implicita polemica con lo slogan “piccolo è bello”, che “la frammentazione della struttura produttiva limita l'aumento della produttività, l'attività di ricerca, lo sviluppo di prodotti innovativi e tecnologicamente avanzati, la conquista di nuovi mercati”. La crisi del 2007-8, che ha determinato una selezione, ha certamente ridotto il peso delle imprese minori e molto di più è prevedibile che farà la crisi odierna, ma ciò non cancella del tutto il carattere peculiare del nostro sistema economico che in gran parte soffre del “nanismo” delle unità economiche. Tali ridotte dimensioni comportano che il sistema delle imprese ricorra in maniera considerevole all’autofinanziamento o al credito bancario, prevalentemente a breve termine, e non a strumenti finanziari più vantaggiosi, quali ad esempio l’emissione di obbligazioni o di azioni. L’indebolimento del rapporto fra piccole banche, verso cui prevalentemente si rivolgono in larga misura le piccole e medie imprese, e territorio, costituisce un’altra causa della “distruzione creativa”, osannata da Schumpeter ma che in Italia, in concomitanza con un processo di smantellamento della grande industria, vede prevalere la componente distruttiva su quella creativa. Non è il caso, tuttavia, di sbandierare il carattere positivo del rapporto fra banca e piccola impresa. Si tratta spesso di un legame opaco, fatto di rapporti prevalentemente informali e di diffidenza reciproca, che va a incidere sia sull’entità dei finanziamenti concessi che sul tasso di interesse preteso in carenza di informazioni adeguate sui rischi degli affidamenti.

L’arretratezza, che si manifesta con la caratteristica di un minore ricorso nel nostro paese alla separazione fra proprietà e controllo, si riscontra anche nella grande impresa, dove la proprietà delle grandi società è non raramente di pertinenza di alcune famiglie. I nomi più famosi che ci vengono in mente sono Agnelli, Riva, Berlusconi, De Benedetti, Benetton, Tronchetti Provera, Ferrero, Barilla, Menarini, Marzotto, Merloni, Pesenti. Questo tratto distintivo del capitalismo nostrano, il cosiddetto capitalismo familiare, sta certamente perdendo terreno ma tuttavia svolge ancora un ruolo rilevante e non manca chi ancora lo osanna vedendo nelle virtù di questi grandi “capitani” prospettive di rilancio del nostro sistema economico. La realtà è ben più cupa, come dimostrano gli esiti concreti delle nostre privatizzazioni, tra cui si ricorda solo a titolo di esempio le acciaierie date ai Riva e ai Lucchini e le autostrade ai Benetton.

Se la separazione fra proprietà e controllo delle imprese, già prevista da Marx e enfatizzata da Schumpeter, divenuta effettivamente prevalente nelle economie più sviluppate dell’Occidente, assume in Italia un carattere molto meno rilevante, ne consegue che è assai meno percorribile il finanziamento attraverso l’aumento di capitale, anche col ricorso ai mercati finanziari, mentre prevale l'autofinanziamento e il ricorso al credito bancario, soprattutto a breve termine, tant’è vero che in Italia quest’ultimo prevale nettamente sulle altre forme di prestiti e il ruolo svolto dalle banche riguarda in maggior misura le esigenze di cassa e la circolazione del capitale piuttosto che il supporto ai programmi di investimento. Quindi il finanziamento delle imprese italiane, sia le grandi che, in maggior misura le piccole e medie, dipende, più che nel resto dell’Europa, dal sistema bancario, sia per quanto riguarda il credito a breve che quello a medio e lungo termine. Le ingenti ricchezze finanziarie possedute da un vasto ceto proprietario – deteniamo il primato europeo nel rapporto ricchezza/Pil – non affluiscono verso le attività produttive ma verso il sistema bancario che così diviene quasi monopolista nella gestione del risparmio privato e nella concessione del credito alle imprese.

Il nostro sistema economico dimostra una dinamicità inferiore alla media della zona euro. Stabilmente il tasso di crescita è inferiore a quello di Germania, Francia e perfino Spagna. Prima della crisi da coronavirus la nostra economia era già in forte stagnazione e si preannunciavano scoppi di bolle finanziarie dovute al gap fra la stasi della produzione e la crescita sostenuta delle quotazioni borsistiche. Le stesse previsioni di Prometeia indicavano la stagnazione per i prossimi anni, nonostante la previsione di un bilancio e di un debito pubblico in espansione. La crisi, accelerata dal coronavirus, si abbatte quindi su un’economia sofferente e su un sistema bancario in problematica ristrutturazione. Alcune vicende significative sono quella della crisi del Monte dei Paschi, a cui abbiamo già accennato, la liquidazione coatta amministrativa della Banca Popolare di Vicenza (Bpvi) e di Veneto Banca, che ha permesso la loro cessione per un euro a Intesa San Paolo, il salvataggio della Banca Popolare di Bari, con un l’intervento dello Stato. Sempre Intesa San Paolo ha acquisito Ubi Banca, che già era il risultato di precedenti aggregazioni. Potremmo indicare altre vicende ma ci fermiamo qui per evidenziare come si vada modificando (perché senza dubbio il processo è ancora in corso) la struttura del sistema bancario, accentuandone la centralizzazione e potenziandone il carattere oligopolistico sotto l’impulso della crisi economica.

Gradualmente il nostro sistema si adegua a un mercato mondiale, ma lo fa in mezzo a battaglie fra gruppi (spesso familiari) senza una strategia dello Stato. Il legame delle piccole banche col territorio è un residuo che diverrà sempre più marginale e i capitali stranieri si impadroniranno di fette importanti del sistema finanziario.  Altri elementi importanti sono la difficoltà a smaltire le partite creditizie a rischio, i cosiddetti Non Performing Loans (Npl), e il calo della redditività, che però è differenziato e che produrrà l’assorbimento delle banche meno sane, accentuando la tendenza alla centralizzazione. Va infine segnalata la tendenza a un progressivo allargamento della sfera di intervento delle banche che abbraccia tutta la finanza in senso lato: credito ordinario, credito a medio e lungo termine, attività parabancaria, consulenza, assicurazioni, gestione dei fondi comuni, partecipazioni azionarie ecc. Ne consegue che gli strumenti di indirizzo e controllo della banca centrale andrebbero potenziati, pena la vanificazione della sua funzione.

 

 

 

Quale intervento dello Stato?

 

Uno Stato che non si limiti a tutelare gli interessi di classe del capitalismo parassitario e a supportarne l’attacco ai lavoratori (non oso dire che dovrebbe socializzare i mezzi di produzione) si dovrebbe inserire in questa situazione finalizzando le sue partecipazioni nei capitali delle banche alla direzione della politica monetaria e creditizia e anche della politica economica tout court, visto il carattere strategico del settore. Tutto ciò a partire dal pieno controllo politico della Banca d’Italia. Un obiettivo riformistico, lo sappiamo, ma che potrebbe felicemente conformarsi alle politiche dei paesi emergenti, la Cina in primis, che stanno vincendo la competizione internazionale con un un modello di sviluppo fortemente diretto dallo Stato. La stessa ipotesi di un ritorno alla sovranità monetaria presupporrebbe il controllo pubblico del sistema bancario, pena il disastro di fronte agli inevitabili attacchi speculativi. Una visione illuminata permetterebbe di adottare un piano per investire nei settori produttivi strategici e per il recupero del ritardo di alcuni territori, quale il Mezzogiorno, fornire le garanzie ai progetti che effettivamente vadano incontro a esigenze suscettibili di tutela pubblica, razionalizzare la rete degli sportelli, delle procedure e delle comunicazioni informatiche, centralizzare alcune prestazioni quali gli studi di mercato e l’organizzazione dell’assistenza alle imprese, ristrutturare il management, evitando sovrapposizione di ruoli e anche ristrutturando le relative retribuzioni, con la soppressione, tra l’altro, della stock option (compensi effettuati attraverso il conferimento di azioni gratuite), con cui la retribuzione dipende dalle quotazioni azionarie e quindi l’obiettivo dei manager diviene quello di mantenere elevate queste quotazioni, a prescindere da ogni altra considerazione.

E, invece, tutto questo è ben lontano dalle reali intenzioni del nostro governo che svolge passivamente il ruolo di socializzazione delle perdite.

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

K. Marx, Manifesto del partito comunista, in K. Marx, Opere scelte, Editori Riuniti, 1966, p. 313.

V. Lenin, Abbozzo di un programma di provvedimenti economici, in Lenin, Economia della rivoluzione, a cura di V. Giacché, il Saggiatore, 2017, p. 113.

K. Marx, Il Capitale, Libro III, Ed Riuniti, 1989, sez. quinta, pp. 561-609.

Dichiarazione del manager carlo Cimbri priportata dal Sole 24 Ore Finanza del 7 agosto,

https://www.ilsole24ore.com/art/unipol-l-allarme-cimbri-costretti-vendere-titoli-stato-italiani-ADxUlQi

Numero 293 della Città Futura (

https://www.lacittafutura.it/editoriali/recovery-fund-noi-non-brindiamo

)

A. Fazio, Considerazioni Finali, 31 maggio 2004, p.18.

Cfr. J.A.Schumpeter, Teoria dello sviluppo economico, Ed Etas, 2002.

Prometeia, Rapporto di previsione, dicembre 2019.