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Siria

Una vittoria esemplare che l’Impero non accetta

di Carlos Aznárez*

*giornalista e saggista argentino, direttore di Resumen Latinoamericano,

piattaforma multimediale di radio, tv, giornale.

traduzione di Nunzia Augeri

È realmente encomiabile la vittoria ottenuta in questi ultimi anni dal governo, dall’esercito e dal popolo siriano, contro un attacco massiccio da parte del terrorismo sostenuto dalle forze della NATO, spalleggiate dagli Stati Uniti con l’appoggio di Israele. Non è cosa da poco vincere l’ISIS e i diversi gruppi terroristici i quali, composti da mercenari armati poderosamente e addestrati in Turchia, Arabia Saudita, Giordania e Libia, con il denaro concesso dai governi europei, hanno dovuto mordere la polvere della sconfitta. Questi terroristi sono entrati a ondate nel territorio siriano fin dal 2012, dove già da un anno i cosiddetti settori dell’“opposizione” avevano provocato delle rivolte, all’inizio pacifiche ma presto giunte allo scontro armato. La grande maggioranza dei mercenari che in un primo momento si identificavano come “Stato Islamico” e poi si sono mescolati con diverse bande armate, si rifaceva a ideologie estremiste wahabite, salafite e takfiriste. In principio si erano autodenominati “Esercito siriano libero”, ma dopo si sono scissi per le continue sconfitte inflitte dai patrioti siriani, e hanno finito per formare il Fronte Al Nusra, che è la frazione siriana di Al Qaeda.

Più di mezzo milione di civili e militari assassinati, milioni di rifugiati e di esuli fuggiti dal paese, gran parte delle infrastrutture distrutte al pari dell’economia, città come Aleppo, Afrin, Homs e molti quartieri periferici di Damasco rasi al suolo dalla violenza terrorista sono alcune delle dimostrazioni evidenti di ciò che è stata questa guerra assolutamente diseguale. Il popolo siriano, trasformato in esercito, ha svolto certamente il ruolo fondamentale in questa autentica impresa di liberazione, ma non sono stati da meno l’apporto dei miliziani di Hezbollah, l’appoggio militare iraniano e quello dell’aviazione russa. A questa alleanza combattente, che ha lasciato molti dei suoi uomini migliori sul campo di battaglia, si sono aggregati centinaia di nazionalisti arabi di tutta la regione, che hanno costituito una milizia volontaria siriana, la Guardia Nazionalista Araba (GNA), per lottare a fianco del governo di Bashar al Assad. La GNA è stata creata nel maggio del 2013, dopo vari attacchi israeliani contro la Siria, ad opera di Abu Aid, un cittadino libanese della città meridionale di Yabal Amal. Aid, insieme con vari compagni del Campo della Gioventù Nazionalista Araba decise di lanciare la GNA per mantenere viva l’ideologia del panarabismo, che pensavano andasse distrutta con l’ingerenza occidentale in Siria.

Questo è un altro elemento importante sulla scacchiera del confronto a grande scala organizzato contro quella nazione mediorientale. Gli Stati Uniti e Israele, il suo socio di crimini brutali, si erano proposti di abbattere il presidente Bashar al Assad, considerato un epigono delle idee panarabiste del leader egiziano Gamal Abdel Nasser. Assad in tutto il suo mandato è riuscito a mantenere ottime relazioni con i paesi della regione, difendendo una posizione radicale di fronte ai nemici dell’unità araba. Come sempre è successo, la Siria ha appoggiato con tutte le sue forze il popolo e le unità combattenti palestinesi e ha continuato a mantenere buone relazioni con la resistenza islamica libanese, con i movimenti analoghi in Iraq e con la Repubblica Islamica dell’Iran. La sua azione disturba i piani più reazionari concepiti nella regione, soprattutto quelli della monarchia saudita, degli Emirati e del Bahrein, tutti sudditi degli Stati Uniti e amici di Israele. Assad ha preso una posizione di solidarietà anche con il movimento Ansarolà, della resistenza yemenita, che da vari anni viene attaccato dalla cosiddetta NATO araba, con a capo i gerarchi dell’Arabia Saudita.

Il popolo e il governo siriano hanno sconfitto, uno per uno, i propri nemici, buttando fuori dai territori che avevano occupato gli assassini dell’ISIS, attaccando poi le basi di Al Nusra e gruppi analoghi, che oggi resistono solo in alcuni quartieri di Idlib. In questo modo e con avanzate in profondità delle sue truppe, il governo di Al Assad ha potuto recuperare posizioni fondamentali per la sua economia come i campi petroliferi, e iniziare così una lenta ricostruzione che permette a tanti siriani, esiliati dalla violenza della guerra, di tornare al proprio paese natale.

 

 

 

Giro di vite dell’aggressione imperiale

 

Tuttavia, seppure l’imperialismo non è riuscito ad abbattere Al Assad, Donald Trump non smette di insistere nella sua opera di destabilizzazione della Siria. Da una parte, continua a fornire armi e denaro ad alcune sacche di resistenza terrorista a Idlib, e dall’altra ha autorizzato l’invasione da parte della Turchia di alcune zone del paese, con la scusa di inseguire le milizie curde del PKK. Così il governo turco di Erdogan è diventato un ulteriore protagonista indesiderabile, che porta dolore e sofferenze al popolo siriano in lotta per la sovranità sul proprio territorio.

Giudicando tutto questo insufficiente, Washington ha lanciato una nuova offensiva, questa volta nella forma classica che usa contro governi e paesi che non si piegano: il blocco economico della Siria attraverso una legge chiamata “Cesare”. Questa consiste in una decisione del Dipartimento del Tesoro e del Dipartimento di Stato di applicare un embargo contro il presidente Bashar Al Assad e sua moglie, e contro componenti del governo e delle forze armate, di entità finanziarie e collaboratori stranieri. Come si è scagliato contro Cuba per quasi 60 anni, e oggi contro la Corea del Nord, l’Iran e il Venezuela, il governo statunitense pretende di assediare e prendere per fame il popolo siriano, non solo impedendo ad altri paesi di accorrere in suo aiuto, ma anche imponendo sanzioni a ogni governo, impresa o individuo che non rispetti il blocco. L’applicazione di quella legge fa parte di una lunga lista di aggressioni economiche attuate dagli Stati Uniti, che impediscono la ricostruzione e la ripresa della Siria, dove da più di otto anni si soffre una guerra catastrofica a tutti i livelli. In coincidenza con l’inizio di queste sanzioni, alcuni gruppi terroristi hanno incendiato grandi estensioni di campi seminati, e l’aviazione sionista ha bombardato i dintorni dell’aeroporto di Damasco, ferendo molti soldati siriani e assassinando un dirigente di Hezbollah.

Il patriottismo siriano però non si lascia schiacciare dalla prepotenza di coloro che lo attaccano e ancor meno retrocede dai suoi propositi, in questo caso di difendere il governo e ricostruire il paese. Per aiutarlo e appoggiarlo, si è concretata la buona notizia che l’Iran ha firmato un accordo generale militare con la Siria, per cominciare a superare le sanzioni economiche degli Stati Uniti.

Ma questo non è tutto: recentemente Buzaina Shaaban, consigliera politica del presidente siriano Al Assad, ha dichiarato che “come il blocco ha rafforzato la Repubblica Islamica dell’Iran, così noi possiamo trasformare le sanzioni in una opportunità per rafforzarci”, informando che si stanno concludendo nuovi accordi economici con altri paesi del fronte di resistenza e con la Repubblica Popolare Cinese.

 

 

 

Un’importante vittoria elettorale

 

In questo contesto di blocco imperiale da una parte, e di ferrea resistenza e solidarietà fra i popoli dall’altra, il governo siriano ha appena affrontato con successo una nuova sfida elettorale. Si sono disputati i seggi parlamentari 1.656 candidati, fra cui 200 donne, e la lista di Unità Nazionale, inserita nel Partito Arabo Socialista Baath ha avuto la maggioranza, conquistando un’importante vittoria con 150 parlamentari. Alle elezioni ha partecipato il 33,17% degli aventi diritto, il che significa più di 6.200.000 persone, per eleggere i 250 deputati dell’Assemblea popolare (Parlamento). Le province con più parlamentari eletti sono quelle di Aleppo con 32, la capitale Damasco con 29 e 26 a Homs, mentre nelle altre la cifra oscilla fra 9 e 5, per la provincia meridionale di Quneitra.

Le elezioni sono state disturbate dagli Stati Uniti e dai loro alleati, in ogni momento e con vari mezzi (dalle notizie false sui mezzi di informazione occidentali fino agli attacchi terroristici in alcune città importanti); la zona del nord-est siriano, in particolare il distretto di Hasaka, ha sfidato tutti gli impedimenti, l’occupazione e l’autoamministrazione imposta dagli americani, e ha partecipato alle elezioni legislative per eleggere i rappresentanti all’Assemblea popolare della sua regione.

Questa partecipazione ci dà una serie di lezioni importanti, in questa fase in cui la Siria affronta i tentativi statunitensi di creare divisione nel nord-est del paese, nel contesto di un piano destinato a sfruttare alcune parti curde per raggiungere gli scopi coloniali degli Stati Uniti, e continuare a rubare il petrolio siriano e a ricattare lo Stato siriano, offrendo in cambio di facilitare una soluzione politica, porre fine alla guerra terroristica e non porre ostacoli alla ricostruzione. La partecipazione popolare alle elezioni ad Hasaka permette di trarre varie lezioni.

La prima lezione è la falsità delle accuse statunitensi che mettevano in dubbio la legittimità e la democrazia delle elezioni. L’ampia partecipazione in zone fuori del controllo dello Stato siriano dimostra la legittimità dei comizi, evidenzia quanto la propaganda americana sia slegata dalla realtà e sottolinea la decisione del popolo siriano di partecipare al processo elettorale e rifiutare gli appelli al boicottaggio lanciati dalle Forze Democratiche Siriane (FDS).

La seconda lezione è che è stata gettata la maschera delle cosiddette FDS, che hanno costituito una “auto- amministrazione” nelle zone sotto il loro controllo, nel nord-est della Siria, con la protezione e l’appoggio delle forze d’occupazione americane. La partecipazione alle elezioni ha confermato che quell’amministrazione non gode dell’appoggio della maggioranza della gente della regione. È un segno evidente del rifiuto opposto dal popolo siriano a qualsiasi autorità di fatto che funzioni come sostituto dell’autorità dello Stato, e a qualsiasi tentativo, da parte degli statunitensi e dei loro alleati, di fomentare il separatismo della regione.

La terza lezione è il rafforzamento del sentimento popolare che rifiuta l’occupazione statunitense e la sua autorità di fatto. La partecipazione alle elezioni si combina con l’aumentata risposta all’appello di capi e dignitari del nord-est per resistere alle forze d’occupazione americane. In molti villaggi della zona di Hasaka e di altre province la gente si è scontrata con le pattuglie statunitensi, a fianco dell’esercito siriano, per impedire il passaggio di convogli militari USA e obbligarli a tornare da dove erano partiti. Si sono verificati anche vari attacchi ai militari e ai convogli statunitensi.

La quarta lezione è che la partecipazione elettorale del popolo del nord-est siriano è una vittoria per lo Stato nazionale, per il sentimento patriottico e di appartenenza nazionale e per l’autentico arabismo che rifiuta di coesistere con l’occupazione militare e le sue conseguenze. Gli abitanti di quella regione, come il resto dei loro concittadini di tutte le regioni della Siria, sono per l’unità nazionale e l’unità della loro terra.

Questo patriottismo è lo stesso che hanno dimostrato i siriani trasferiti in Libano, con la loro forte partecipazione alle elezioni presidenziali siriane del 2014. Queste hanno assestato un colpo molto forte ai nemici della Siria, che avevano scommesso sulla riluttanza dei rifugiati a partecipare al processo elettorale e su una loro posizione contraria all’elezione de presidente Bashar al Assad. Oggi si ripete di nuovo lo schiaffo contro i nemici della Siria. Ma questa volta lo schiaffo è venuto dalla gente del nord-est del paese, che ha dimostrato il proprio rifiuto ai progetti di divisione e di autogoverno, e all’illegittima occupazione delle proprie terre da parte dei militari statunitensi.