Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Sinistre mutazioni genetiche

Le scelte liberiste del PCI

di Francesco Cappello

Cumpanis, dicembre 2020

 

All’inizio degli anni ’80, in quell’Italia dominata dalla strategia della tensione, con gli elenchi della P2 da poco venuti alla luce, dopo 35 anni di opposizione, moralizzazione, contenimento dei consumi, austerità e lotta all’inflazione diventano parole d'ordine del PCI di Enrico Berlinguer.

La reazione di E. Berlinguer e del PCI a quella male intesa inflazione da costi (1) causata dalle prime crisi petrolifere degli anni ‘70, che accadeva nel seno di una economia generalmente espansiva, la quale aveva permesso al nostro paese di risollevarsi dalle macerie della guerra, crescendo con un ritmo vertiginoso del 5,5% in media per 35 anni è già leggibile in un intervento del 1976, in cui il segretario comunista era intervenuto sulle pagine dell’Unità denunciando il “pericolo inflazione“ rispetto al quale, peraltro, il potere d’acquisto dei lavoratori era già protetto dal meccanismo della indicizzazione di salari e stipendi, la cosiddetta scala mobile.

Che la causa dell’inflazione fosse prevalentemente esogena, legata cioè alle crisi petrolifere mediorientali, era inizialmente riconosciuto da parte di economisti, politici e media seppure nel seguito tale consapevolezza verrà progressivamente rimossa. Ad essere rimossa la differenza tra inflazione da costi, da domanda e inflazione da mancata, pronta risposta dell’offerta… e ancora inflazione da eccesso di moneta in circolazione rispetto alla forza dell’economia. In Italia, il 14 febbraio 1984 il decreto di San Valentino approvato dal governo Craxi tagliò 3 punti percentuali della scala mobile, accogliendo la proposta avanzata da Ezio Tarantelli nell'aprile del 1981 sul quotidiano La Repubblica. Contro questo provvedimento il PCI di E. Berlinguer propose un referendum abrogativo che si tenne il 9 e 10 giugno 1985 bocciato nelle urne dal 54,3% dei NO. Il pesante taglio fu così confermato. La scala mobile venne definitivamente soppressa in Italia con la firma del protocollo triangolare di intesa tra il primo governo Amato e le parti sociali avvenuta il 31 luglio 1992.

“Perché siamo contro l’inflazione”:

La nostra posizione è stata e rimane favorevole all'adozione di decise misure antinflazionistiche. L'inflazione, infatti, colpisce sempre e per primi i ceti più poveri e meno protetti: i lavoratori a reddito più basso, le popolazioni del mezzogiorno, i pensionati, ecc.

Ma il rischio incombente non è solo che continuino a manifestarsi tassi di inflazione uguali a quelli pur già così alti degli ultimi anni. Il rischio, che incombe, è che si precipiti in una inflazione selvaggia non più controllabile. Ed è evidente che, se ciò avvenisse, non solo salterebbero i bilanci delle famiglie dei lavoratori ma si andrebbe a un vero e proprio collasso economico, che sarebbe la catastrofe per la stragrande maggioranza delle famiglie, delle imprese, degli enti pubblici, delle banche, dello Stato stesso.

L'Italia precipiterebbe nel caos, si solleverebbero ondate di destra e verrebbe messo in forse lo stesso regime democratico. Si ricordi sempre, a questo proposito, che l'inflazione successiva alla prima guerra mondiale è stata tra le condizioni che hanno creato un terreno propizio alla riscossa reazionaria che culminò in Italia nel fascismo, e che anche in anni recenti, l'inflazione ha contribuito all'avvento dei regimi autoritari in alcuni paesi sudamericani. Ecco l'insieme delle ragioni che ci hanno spinto a mettere in primo piano l'esigenza di una energica azione contro l’inflazione. (E. Berlinguer L’Unità, 76)

Qualche anno dopo nel contesto di una ormai celebre intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari, ne “La Repubblica”, 28 luglio 1981  in cui enuncia la questione morale, E. Berlinguer, dopo essersi soffermato sulla lottizzazione e occupazione delle istituzioni dello Stato da parte dei partiti e del sistema clientelare da loro praticato, quando Scalfari chiede al segretario del PCI se anche lui pensasse, come in tutto il mondo occidentale, che il nemico per eccellenza da battere fosse l’inflazione egli risponde che «il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è, se vogliamo, l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili», e ancora a proposito della parola d’ordine dell’austerità:

«fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione […] Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività».

Fu Federico Caffè, nel “Processo a Berlinguer” (1982), a stigmatizzare il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione:

“[…] Nei fatti, malgrado ogni diversa apparenza, può dirsi che le forze progressiste del Partito comunista abbiano accettato un’effettiva, sia pure non dichiarata, politica dei redditi.

S’intende che ciò rispondeva al fine politico di una sempre attesa, e sempre rinviata, legittimazione del Partito comunista come forza di governo.

Ma ciò non toglie che alla critica sia stata associata una collaborazione che non può essere sottovalutata, in quanto ha contribuito, a mio avviso, al superamento delle vicissitudini congiunturali, pur lasciando irrisolti i nodi strutturali della nostra economia.

Gli effetti sull’economia italiana sono stati, pertanto, quelli di un apporto di rilevante importanza a una gestione dell’economia di corto respiro, che va avanti giorno per giorno, ma senza che siano in vista traguardi plausibili.

Frattanto, la critica del cosiddetto assistenzialismo, in quanto si presta a deformazioni clientelari; il ripudio di ogni richiamo alla valorizzazione dell’economia interna, in quanto ritenuta contrastante con la “scelta irrinunciabile” dell’economia aperta; il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito comunista, anche se in modo occasionale e non univoco, possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese.

In ultima analisi, ho l’impressione che l’acquisizione del consenso stia diventando troppo costosa, in termini di sbiadimento dell’aspirazione all’egualitarismo, della lotta all’emarginazione, dell’erosione di posizioni di privilegio: aspirazioni che si identificano in quel tanto di socialismo che appare realizzabile nel contesto del capitalismo conflittuale con il quale è tuttora necessario convivere”.

(Gli articoli dal 35 al 47, di matrice keynesiana, della nostra Carta costituzionale sono stati scritti con la consulenza di Federico Caffè, consigliere economico di Meuccio Ruini, presidente del gruppo dei 75 estensori a cui è dovuto il lavoro di messa a punto del modello economico-sociale recepito dalla nostra Costituzione all’interno della Commissione Economica della Costituente. Il modello economico e perciò socio-politico, è pertanto vincolante per Governo e Parlamento.  Nessun tipo di revisione è (sarebbe) possibile, neppure costituzionale).

Il controllo dell’inflazione, è sempre stato il cavallo di battaglia di liberisti e neo-liberisti. L’inflazione, infatti, erode i capitali dei Rentiers e ridimensiona il capitale che i debitori devono restituire ai loro creditori capitalisti.

(Si veda il mio https://www.francescocappello.com/2020/02/12/leconomia-che-piace-airicchissimi/).

Si tenga ora presente che i capisaldi dell’ordoliberismo (il neo liberismo nel contesto dell’Ue) vanno dalla politica dei redditi, usata quale strumento di controllo dell'inflazione attraverso la mercificazione del lavoro (lasciato al gioco della domanda e dell’offerta), per cui l’abbassamento del costo del lavoro si ottiene grazie ad un aumento della disoccupazione, insieme a una politica monetaria severa che comporta la demonizzazione dell'intervento dello Stato nell’economia e il collaterale ridimensionamento dello stato sociale (welfare). Sulla stabilità dei prezzi sono stati imperniati i trattati europei…

L’affermazione di Berlinguer secondo cui l’inflazione sarebbe il “terreno propizio all'avvento dei regimi autoritari” per quanto supportata da certa storiografia non regge all’analisi della storia economica che ne dà una lettura diametralmente opposta. (vedi https://www.attivismo.info/la-repubblica-di-weimar-non-fini-per-liperinflazione-ma-per-le-politiche-di-austerita-che-portarono-hitler-al-potere).

Walter Funk fu ministro nazista dal ’37 al ’45 … condannato a Norimberga, ma prima di lui H. Schacht (assolto a Norimberga) dal ’34 al ’37 risollevò le sorti della Germania indebitata (debiti di guerra) e distrutta dalle politiche di austerity (imposte dal cancelliere H. Brüning che spianarono la strada a Hitler), usando moneta non a debito (mefo) e baratto (non ancora multilaterale) negli scambi con l’estero, portando il paese ad una sostanziale piena occupazione e garantendo a Hitler un enorme consenso popolare…

H. Schacht si rifiutò, infatti, di assecondare il piano di militarizzazione forzata di Hitler (o cannoni o burro… disse … essendo già in regime di piena occupazione).

Fu sostituito da Walter Funk sino al ’45.

D’altronde, se si guarda con disincanto al processo di costruzione europea, condotto a spese della sovranità degli Stati nazionali, insieme a politiche di rigore sui conti pubblici e di austerity che provocano la distruzione progressiva dello stato sociale, coniugato ai processi di globalizzazione, non si può non notare che esso ha ridato vigore ai peggiori movimenti nazionalistici. Europeizzazione e globalizzazione, realizzate nel segno dell’ideologia neoliberista, hanno generato un habitat ideale, un humus, nel quale riemerge rigoglioso tutto il sacrario dell’ideologia neofascista, riportato alla luce dalle nuove destre europee: dall’Alba Dorata dei neonazisti greci, passando per il Front National di Marine Le Pen, in Francia, fronti nazionalisti a Budapest, in Norvegia, Polonia, Italia ecc.

Il PCI del 1978 si era opposto allo SME, saranno i partiti nati dal suo scioglimento ad assecondare l’ingresso nell'attuale moneta unica europea. Memorabile il discorso pronunciato alla camera da Giorgio Napolitano dal quale risulta evidente la piena consapevolezza dei sicuri e gravi svantaggi cui si andava incontro e ai limiti della costruzione europea, come si andava configurando, rispetto agli scopi dichiarati. Napolitano riporta le perplessità del governatore della Banca d’Italia, G. Baffi: “Un suo insuccesso comporterebbe gravi ripercussioni sul funzionamento del sistema monetario internazionale, sull’avvenire e sulle possibilità di avanzamento della costruzione economica europea e sulle condizioni dei singoli paesi”.

Eccone alcuni stralci particolarmente significativi:

“…E così venuto alla luce un equivoco di fondo, di cui le enunciazioni del consiglio di Brema sembravano promettere lo scioglimento in senso positivo e di cui, invece, l’accordo di Bruxelles ha ribadito la gravità: se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendosi un paese come l’Italia alla deflazione.

…Nulla ci è stato detto per confutare analisi come quella citata dal collega Spaventa secondo cui, di fronte ad una tendenza alla rapida svalutazione della lira rispetto al marco, che discende dallo scarto attualmente così forte tra tasso di inflazione italiano e tedesco, le regole dello SME ci possano portare ad intaccare le nostre riserve e a perdere di competitività, ovvero a richiedere di frequente una modifica del cambio, una svalutazione ufficiale e brusca della lira fino a trovarci nella necessità di adottare drastiche politiche restrittive.

...Il rischio è quello di veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita; di vedere allontanarsi, invece di avvicinarsi, la soluzione dei problemi del Mezzogiorno.

…Non si può parlare di politica agricola comunitaria solo per ricordarne il fine dichiarato di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali, e tacere sulle grandissime distorsioni che essa ha prodotto a beneficio dei paesi più ricchi a svantaggio di paesi come l’Italia, alla quale – se si calcola la differenza tra i prezzi dei prodotti CEE importati dall’Italia e quelli vigenti sul mercato internazionale – è stata addossata una tassa che da qualcuno viene calcolata (si tratta di calcoli probabilmente discutibili, ma non possediamo stime ufficiali) in 2 mila miliardi di lire.

…Queste preoccupazioni nascevano anche dall’esigenza finora non sodisfatta di collocare la creazione di un’area di stabilità monetaria in Europa nel più vasto quadro – ne ha parlato il collega Spaventa – di una ridefinizione dei rapporti con l’area del dollaro e di uno sforzo per giungere ad un nuovo ordine monetario internazionale e per contribuire ad una accelerazione, non ad un rallentamento, dello sviluppo economico mondiale.

…Naturalmente non sottovalutiamo la importanza degli sforzi rivolti a creare un’area di stabilità monetaria. Ma se è vero che le frequenti fluttuazioni dei cambi costituiscono una causa di instabilità e un fattore negativo per lo sviluppo del commercio intracomunitario (la crisi di questo commercio non può per altro essere ricondotta soltanto alle fluttuazioni nei cambi) è vero anche che esse sono il riflesso di squilibri profondi all’interno dei singoli paesi, all’interno della Comunità europea e nelle relazioni economiche internazionali. La verità è che forse – come si è scritto fuori d’Italia – si è finito per mettere il «carro» di un accordo monetario davanti ai «buoi» di un accordo per le economie”.

Il 13 dicembre 1978 l'Italia ratifica, con il voto contrario del PCI, l'adesione allo SME.
Il nuovo modello di sviluppo, declinato sulla costruzione europea, incorporerà l’accettazione del vincolo esterno inteso nel modo di G. Carli, quale necessità per l’Italia di assumere la guida costante dei trattati europei che con i vincoli e le sanzioni che prevede ci eviterà di continuare a sbagliare, ponendo rimedio a quei tratti di natura antropologica che ci penalizzerebbero: la nostra indole disordinata, indisciplinata, incline al clientelismo, alla corruzione con annessa invocazione di Riforma dello Stato e abbandono della via maestra indicata dalla Costituzione, basata sul principio lavoristico, e conseguente attacco alla Scala mobile, rea d’essere, essa stessa, causa d’inflazione, da sacrificare perciò alla lotta all’inflazione, ottenuta abbattendo la domanda interna, a partire dai salari; sullo sfondo la necessaria e progressiva cessione della nostra sovranità, insieme alla rinuncia all’esercizio della nostra sovranità monetaria, sacrificata, quest’ultima, alla costruzione del nascente organismo europeo (nessun partito della sinistra storica ha mostrato anche solo di capire le conseguenze né quanto di opporsi alla separazione tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia, il cosiddetto divorzio, attivo del 1981, che ha sancito una vera e propria sovversione della nostra finanza pubblica e un cedimento storico alle istanze della finanza speculativa liberista). All’introduzione progressiva della moneta unica corrisponderanno deflazione salariale, flessibilità e precariato. Le conseguenze sono state l’arenarsi del processo di elevazione della classe operaia a classe media e lo stallo della rivoluzione borghese. Dal 1979, anno dell'entrata in vigore dell’ecu e dell'ingresso dell'Italia nello SME, vanno infatti di pari passo sia l'irrigidimento del sistema dei cambi che la liberalizzazione del flusso dei capitali sui mercati finanziari (è evidente come cambi fissi e moneta unica siano funzionali alla libera circolazione dei capitali). Il cambio fisso ha messo in concorrenza sleale i Paesi dell’area euro favorendone i paesi economicamente più forti (competitivi), (si veda ad esempio «The Real Exchange Rate and Economic Growth» Dani Rodric - Harvard University); in modo particolare ne ha tratto giovamento la Germania che ha potuto più agevolmente integrare la Germania dell'Est nella sua economia senza subire troppo la concorrenza degli altri paesi europei. I dati mostrano come la produttività (prodotto medio per lavoratore) italiana, che era sempre cresciuta con lo stesso ritmo di quella tedesca, si arresti tra il ’97 e il ’99; in quegli anni, infatti, ci siamo agganciati all’ECU e poi all’euro. Come è noto, avere una moneta forte agevola negli acquisti di beni e servizi sui mercati esteri ma penalizza le esportazioni (circa un quarto del nostro PIL); l’euro ha alzato il listino prezzi dei nostri prodotti all’estero, facendoli risultare più cari e quindi meno competitivi. Con l’ingresso nell’euro, i disavanzi delle partite correnti di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia, Francia sono aumentati inesorabilmente e simmetricamente all’incremento inarrestabile del surplus olandese e tedesco, l’euro è parametrizzato alla capacità produttiva e di esportazione della economia tedesca. (Ecco come si sono sommati negli anni i disavanzi dei Paesi della zona euro alla fine del 2011: Grecia –234 miliardi di Euro; Portogallo –166 miliardi; Irlanda –35 miliardi; Spagna –665 miliardi; Italia –321 miliardi; Francia –36 miliardi; Germania +1.154 miliardi. Oggi siamo in leggero surplus grazie alla, seppur leggera, svalutazione dell’euro nei confronti del dollaro che ha abbassato il listino prezzo dei prodotti che esportiamo nel continente americano, compreso naturalmente alla facilitazione per il turismo degli americani nel nostro paese. La svalutazione dell’euro si somma all’effetto deleterio di svalutazione salariale e incremento dell’imposizione fiscale che insieme alla domanda interna sono stati in grado di abbattere anche le importazioni.

A fronte di questi squilibri tra le bilance commerciali, interne all’eurozona, non viene proposto il divieto di mantenerli né vengono adottate politiche di espansione fiscale mirate all’aggiustamento dei surplus registrati. Era stato introdotto il limite del 6% del Pil che è stato sinora continuamente disatteso). Non abbiamo più una valuta nazionale ma utilizziamo l’euro che rispetto alla nostra economia risulta una moneta tenuta artificialmente troppo forte ed impossibilitata a svalutarsi in modo fisiologico rispetto alle esigenze; viceversa la Germania, rispetto all’Italia, si è trovata in una condizione ideale perché l’intensità delle sue esportazioni non riescono a retroagire sulla “loro valuta“ semplicemente perché con l’euro si sono liberati di una loro moneta e quindi malgrado gli alti surplus registrati nella loro bilancia dei pagamenti la moneta che usano non si rivaluta potendo continuare a contare su una moneta per loro artificialmente debole, l’euro. Questa condizione, insieme ad altre di cui si dirà, ha portato ad una sorta di colonizzazione della domanda interna dei paesi più deboli dell'area euro contribuendo grandemente alla delocalizzazione, alla chiusura e alla svendita di molte aziende italiane. Il potere d’acquisto di una moneta forte è alto e rende conveniente acquistare all’estero prodotti che si producono anche in Italia ma che, a causa del cambio fisso, hanno perso competitività. In pratica è come se avessimo un listino prezzi della nostra produzione troppo alto rispetto a quello a buon mercato dei prodotti esteri. L'unica reazione possibile al fine di recuperare quella competitività perduta a causa della penalizzazione dei cambi fissi che ci ha costretto ad usare una moneta forte (l'euro) in una economia sempre più debole, è stata la possibilità di svalutare i salari (deflazione salariale). Rudiger Dornbusch, del MIT, nel 1996 a tal proposito così si esprime:

“la critica più seria all’Unione monetaria è che abolendo gli aggiustamenti del tasso di cambio trasferisce al mercato del lavoro il compito di adeguare la competitività e i prezzi relativi... diventeranno preponderanti recessione, disoccupazione”. (Da “Euro fantasies”, Foreign Affairs, vol. 75, n. 5, settembre/ottobre 1996).

Sotto il ricatto della perdita dei posti di lavoro i lavoratori hanno accettato decurtazioni salariali e riforme sempre più pesanti a carico del potere d'acquisto dei loro salari. La flessibilità, introdotta in Italia con la prima delle riforme del lavoro, la riforma Treu (giugno '97), accettabile se fosse stata premiata con remunerazioni maggiori rispetto a quelle consuete è diventata sempre più la norma di una flessibilità imposta a cui i lavoratori sono stati costretti a piegarsi

L’articolo 3 paragrafo 3 del TFUE afferma che la UE instaura un mercato unico in un’economia sociale di mercato fortemente competitiva fondata sulla stabilità dei prezzi che causa prevedibilmente deflazione salariale in contraddizione con il dichiarato intento di perseguire la piena occupazione. Gli aumenti salariali sono considerati i principali responsabili dell’inflazione. Nella stessa area valutaria la facilitazione nella circolazione dei capitali, l’assenza di rischio di cambio e gli inevitabili differenziali di inflazione tra un paese e l’altro faciliteranno il credito dai paesi più competitivi dell’area a quelli più deboli (sarà più conveniente fare credito ai propri importatori), provocando uno squilibrio permanente delle partite correnti (vedi l’esempio emblematico della Grecia).

I sistemi Stato europei indotti a competere tra di loro piuttosto che cooperare si ritrovano in una logica di effettiva separazione reciproca.

Così Luciano Lama, segretario della CGIL, nell’intervista concessa, il 24 gennaio 1978, ad E. Scalfari, in pieno accordo con il programma di austerità del 1976 promosso dal governo Andreotti:

“…Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea.

…Che la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi che debbono essere decisi di volta in volta dalle commissioni regionali di collocamento (delle quali fanno parte, oltre al sindacato, anche i datori di lavoro, le regioni, i comuni capoluogo). Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza”.

Anche Craxi, Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987 promuoverà la continuità dello SME, la scelta della lira pesante, le riforme per il superamento dell'assetto costituzionale del ’48.

Viene così spianata la strada alle riforme, sponsorizzate dai nuovi poteri sovranazionali, che dettano legge in nome dei mercati sempre più globalizzati.

Si passa dalla lotta di classe a riforme di chiaro impatto deflazionista sull’economia del Paese. La lotta per rendere effettivo il diritto al lavoro previsto dalla Costituzione, quale garanzia di diritto pubblico e quindi come obbligo indeclinabile della Repubblica, che governo-parlamento devono assicurare attraverso gli strumenti della politica economica e fiscale, compreso l’intervento pubblico nell’economia si fa sempre più debole perdendo la necessaria determinazione.

Si indeboliscono nel contempo la tensione verso la pubblicizzazione delle imprese di interesse nazionale, la regolazione del continuo apporto degli investimenti necessari, perché l’attività economica si svolga in armonia con l'utilità sociale (art. 41 Cost.) e in modo da non recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, indirizzata alla crescita del paese a garanzia della piena occupazione dei suoi cittadini. Si smette di difendere i servizi sociali che garantivano reddito indiretto e differito, non si riesce a difendere il potere d’acquisto dei salari; si torna piuttosto ad alzare l’orario di lavoro e l’età pensionabile.

 

Terminiamo offrendo al lettore l’analisi di questo grafico che mette a confronto la quota salari con il tasso d’inflazione.