Silenzio nelle strade, volti imbambolati. Molti ancora bardati con le loro tristi mascherine da film dell’orrore. Volti spaventati, sfuggenti, assenti.

Ma nessuno parla. Nessuno alza la voce. Non importa se c’è la guerra, non importa se la smorfia feroce della bomba atomica occhieggia crudele appena dietro l’angolo.

Non importa. Nessuno parla. Non importa se il lavoro è perduto, non importa se non si potranno pagare le bollette di luce e gas, non importa se pane e carne costano quasi il doppio del mese scorso.

Non importa.

Anzi, chi parla è un figlio di Putin, uno sporco no-vax, un complottista, un fascista, un comunista.

Già, un comunista. Ce ne fossero, di comunisti, capaci di scendere in piazza, capaci di unirsi, capaci di infondere nelle masse un briciolo di coscienza di classe e di spirito di ribellione. Già, ma dove sono finiti i comunisti?

Forse chiusi nelle loro case piene di polvere e muffa, rifluiti insieme al gregge in una disperazione senza parole, i libri di Marx e Lenin a marcire giorno dopo giorno sugli scaffali più alti e nascosti?

Oppure rimbecilliti pure loro davanti ad uno schermo pieno di calcio e Maria De Filippi, cercando nell’ipnotico oblio mediatico un balsamo estremo per le loro sconfitte?

No. Noi comunisti non ci arrendiamo. Mai. Perché la nostra non è fede, non è folle speranza. La nostra è spassionata, scientifica, testarda, lucida analisi della realtà concreta.

E allora dove siamo, noi comunisti, dove siamo oggi che la Storia sta presentando il suo conto terribile, il suo conto non più procrastinabile – socialismo o barbarie?

Siamo nelle piazze d’Italia, con tutte le nostre imperfezioni, con tutte le nostre divisioni, con tutte le nostre incoerenze. Siamo nelle piazze dove nessuno vuole più scendere, ci siamo anche se siamo pochi, anche se siamo démodé, anche se nessuno vuole ascoltarci.

Siamo nelle piazze a gridare forte che il governo Draghi uccide le nostre speranze e quelle dei nostri figli, siamo nelle piazze a gridare che non vogliamo un’Italia genuflessa alla brutalità dell’imperialismo yankee, siamo nelle piazze a gridare che un futuro migliore è ancora possibile.

E mentre gridiamo vediamo i volti imbambolati che si scuotono. Pochi, molto pochi, all’inizio. Ma si scuotono.

Intende l’orecchio, solleva la testa, avrebbe detto Don Lisander (soprannome di A. Manzoni) Un volgo disperso che nome non ha.

E invece, perdio, ce l’ha un nome questo cazzo di volgo disperso: proletariato! Il popolo di chi vive con la fatica delle sue braccia o della sua mente, il popolo che non possiede nulla se non la sua disperata voglia di vivere, la sua viscerale speranza nel futuro.

Proletariato del XXI secolo, magari con una casa di proprietà – una casa sempre a rischio, s’intende, la banca fa presto a togliertela se non paghi due rate del mutuo – magari col telefonino, dio non voglia, con l’iPhone! magari costretto a lavorare a partita IVA per non pesare contributivamente sul datore di lavoro, ma sempre in balìa del padrone, che oggi ti dà la gratifica e domani ti licenzia con uno SMS – anzi un whatsapp perché i messaggini non li usa più nessuno.

Questo volgo disperso che da anni, dopo il tradimento vile ed esiziale di ciò che fu il glorioso P.C.I. e la triste agonia di quel fantasma dell’opera che è la Rifondazione bertinottiana di cui Acerbo è l’ultimo, esangue epigono, non ha più una rappresentanza politica realmente degna di rappresentarne gli interessi più profondi. Questo volgo disperso che vaga inquieto (e non è purtroppo solo, con lui vagano inquieti fior di intellettuali e persino dirigenti politici) tra la Scilla del sovranismo di destra e il Cariddi dello spontaneismo pentastellato.

Un volgo disperso che ci chiede, ci implora, ci ordina di buttare dietro le nostre spalle, incurvate dal peso dell’età e delle responsabilità troppe volte tradite, i nostri snobismi, le nostre antipatie, il nostro egoismo, il nostro essere irrimediabilmente, incoscientemente, ineluttabilmente gruppettari.

E dunque siamo qui, noi comunisti. Siamo qui per lottare, siamo qui per unirci, siamo qui per dar voce a chi la voce non ce l’ha più.

Siamo qui per discutere, litigare, spaccare il capello in quattro, ma finalmente trovare la quadra che possa offrire alla classe complessiva di lavoratori una prospettiva che non sia solo opportunismo elettoralista da una parte e stolide parole scarlatte dall’altra.

Siamo qui per lottare, lavoratori tra i lavoratori, contro il ghigno beffardo di Draghi e della sua cricca del partito unico del capitalismo, contro chi predica la “pace” ma vota per l’invio di armi in Ucraina, contro chi straparla di “dignità del lavoro” ma ad ogni giro di giostra erode i diritti e i salari di chi fa fatica a tirare alla fine del mese.

Siamo qui, noi comunisti. Mai sconfitti, mai a capo chino.

Siamo qui, e non intendiamo arrenderci. Caduti sette volte, rialzati otto.

A testa alta fino al mattino in cui sorgerà il sol dell’avvenire.