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Secchia, il PCI e il carattere della Resistenza italiana

di Ferdinando Dubla

relazione di Ferdinando Dubla al Convegno su “La figura di Pietro Secchia nella storia del comunismo italiano”, organizzato dalla redazione toscana della rivista “l’Ernesto” (direttore Fosco Giannini) a Carrara il 25 ottobre del 2002

25 ottobre 2002

 

L’espressione “guerra civile” è un’espressione terribile: rimanda, nell’analisi storica, a lotte fratricide, a conflitti intestini, a battaglie tra fazioni dello stesso popolo e della stessa patria. La storiografia marxista che ha interpretato la Resistenza antifascista, ha teso a negare il carattere di “guerra civile” del periodo 25 luglio 1943/25 aprile 1945. Anzi, in qualche modo ha legato il termine ad un uso inaccettabile, ‘revisionistico’, quasi che la categoria potesse ‘legittimare’, per dir così, l’altra parte politica, formata da coloro i quali combatterono la resistenza alleati dei nazisti che occupavano e terrorizzavano il nostro paese. Oggi che il revisionismo storico è all’offensiva, nonostante la povertà dell’analisi o la pochezza documentaria di supporto, nonché  molte volte si riveli una cialtroneria iperideologica di nessun valore solo amplificata e riprodotta dai mass-media, la categoria ha ripreso vigore, sebbene in un senso e con un significato tali, volti a una finalizzazione neanche tanto scoperta: la pacificazione, la conciliazione, la cancellazione del passato (doloroso perché fratricida) in un’indistinta marmellata in cui torti e ragioni, ideali e tradimenti, annegano nella notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere. C’è però un altro possibile utilizzo della categoria, che potrebbe rivelarsi fecondo: separata dalla sua finalizzazione ‘revisionistica’ e legata invece agli altri due caratteri della Resistenza antifascista: il carattere di guerra popolare (progressivamente popolare) e quello di lotta di classe. (Si deve fondamentalmente alle ricerche dello storico Claudio Pavone la ripresa della categoria di “guerra civile” nell’ambito di studi storiografici di impronta progressista ed esenti dal ‘revisionismo’. Già Pavone aveva contestato, in sostanza, l’espressione abusata della Resistenza come ‘secondo Risorgimento’ (cfr. Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento, in Passato e Presente, 1959, pp. 850-918). Negli studi più recenti ha rilanciato la categoria di ‘guerra civile’ (cfr. Una guerra civile: saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, 1991) e ha analizzato le varie categorie interpretative alla luce degli sviluppi successivi della storia d’Italia (cfr. Alle origini della Repubblica: Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri, 1995). Sul carattere di lotta ‘popolare’ della Resistenza italiana, vedi il nr. speciale del 2002 de L’Ernesto toscano e in particolare gli articoli di B. Bracci Torsi, Riflessioni sulla Resistenza, che confuta con sintesi efficace le tesi defeliciane dello scontro tra due fazioni ‘esigue e ideologizzate’, e di M. Musu, una delle protagoniste di via Rasella, Lotta di popolo o terrorismo?).

In una riappropriazione, quindi, nell’ambito degli studi storici e storiografici di tendenza marxista, seguendo una linea che emerse spontaneamente dalla memorialistica documentaria di alcuni importanti protagonisti dello stesso PCI (l’inibizione di questa categoria, per la storiografia di sinistra e comunista in particolare, si data all’inizio degli anni Sessanta, per motivi tutti politici). È che quella categoria, “guerra civile”, non può assolutamente separarsi dalle altre che connotano la Resistenza antifascista italiana: guerra di liberazione popolare e lotta di classe. Non può cioè essere indifferente all’impronta che ne dette il PCI, che con la sua organizzazione lasciò un segno indelebile nella sua caratterizzazione storica. La vicenda della Resistenza, e in essa della forza e degli ideali che vi immise il PCI, furono l’oggetto di ricerca più studiato e analizzato da uno dei protagonisti di allora, Pietro Secchia.

 

 

 

Secchia e la dialettica resistenziale

 

Pietro Secchia (1903/1973), dirigente di primo piano del PCI e poi, esautorato delle sue dirette responsabilità politiche di partito (dal 1954), storico attento della guerra popolare di liberazione nazionale, ha sempre calato il suo giudizio interpretativo nella diretta verifica degli avvenimenti e dei processi innescati dalla Resistenza, non solo dalle sue avanguardie (alle quali apparteneva), ma anche, per così dire, dalle forze oggettive in movimento. Per cui la Resistenza gli apparve, e subito, già nel fuoco della battaglia in corso, contemporaneamente guerra civile, lotta nazionale e lotta di classe.

L'esito finale, naturalmente, fu l'intrecciarsi di questi tre elementi e il concorso non di contraddizioni, ma di una prassi che si era sviluppata ai due livelli, politico e militare. Guerra progressivamente popolare al Nord, e altrettanto progressivamente, sotto l'incalzare degli avvenimenti, di liberazione nazionale per l'intero territorio del nostro paese, ma con diversi condizionamenti oggettivi, in difensiva e in controffensiva più generale ogniqualvolta l'egemonia dell'iniziativa si sviluppava dalla classe operaia e dalle avanguardie militari più avanzate.

Fu aspra guerra civile, come in tutti i paesi occupati dall'hitlerismo e “anzi da noi più che altrove, poiché i nazisti trovarono in Italia l'appoggio di non pochi fascisti”. (Cfr. gli Annali dedicati a questi anni (1943/45), scritti per la Fondazione Feltrinelli ed editi nel 1973 (v. XIII) con il titolo Il Partito Comunista Italiano e la guerra di Liberazione - Ricordi, documenti inediti e testimonianze, Annali (XIII), p. XL. Secchia riporta anche dati significativi sulle Brigate ‘Garibaldi’: su 1673 nominativi censiti di quadri partigiani combattenti e organizzatori della Resistenza, 168 provenivano dall'esercito o dalla vita civile, mentre ben 1505 erano dirigenti e militanti comunisti che avevano già fatto anni di carcere o di confino. Le formazioni partigiane nel loro complesso raggiunsero i 70/80.000 effettivi nell'estate del 1944 e toccarono i 250.000 al momento dell'insurrezione nazionale, ivi, pp. 1064 e sgg.). In ogni regione, in ogni provincia, in ogni villaggio, finanche all'interno delle stesse famiglie, drammaticamente, italiani combatterono contro italiani. Non erano stati i carri armati tedeschi a portare il fascismo in Italia: dunque fu indubitabile il carattere di guerra civile. Ma la Resistenza non fu prevalentemente questo: essa unificò la lotta contro l'oppressore straniero con la specificità antifascista, lotta guidata dalla classe operaia, dal proletariato di fabbrica: “pertanto, la guerra di liberazione fu lotta nazionale e al tempo stesso lotta di classe”. (Ivi, p. XLI)

Fu proprio l'aspetto sociale della lotta operaia che pose alla testa della guerra partigiana il Partito Comunista, la forza politica che aveva resistito maggiormente con la sua organizzazione prima del 25 luglio ‘43 e che per i suoi obiettivi avanzati e la rappresentatività politica attiva, conquistò la leadership militare (in quantità e qualità), non più in mera posizione di 'resistenza',  termine in voga in Francia ed entrato nell'uso corrente solo nel dopoguerra, ma in quella di massima controffensiva possibile, spostando i rapporti politici su terreni più avanzati. Partigiani, membri ‘di una parte’, banda, distaccamento, brigata d'assalto, ecc.., non semplici ‘resistenti’. L'esperienza storica nazionale e internazionale, entrava nell'esperienza vissuta sul campo:

“Nell'organizzare la lotta partigiana noi comunisti traemmo insegnamento dai classici del marxismo, dagli scritti di Marx, di Engels, di Lenin e di Stalin, dalle gloriose tradizioni del Risorgimento; specialmente le ardite imprese garibaldine furono lievito e stimolo per la nostra guerra di liberazione; tuttavia gli insegnamenti scaturiti da quelle imprese leggendarie, per quanto preziosi, erano patrimonio di pochi; l'opera degli eroi popolari del Risorgimento, le azioni audaci e geniali di Garibaldi, di Mazzini, di Pisacane, dei Bandiera, la letteratura della lotta per bande e dei classici del marxismo erano pressoché sconosciute alle larghe masse”. (Ivi, pp. XLI/XLII)

Connaturata alla prospettiva del socialismo che si costruisce nel processo rivoluzionario, concependo la democrazia non come insieme di regole formali, ma nell'intima sostanza di autogestione popolare, come nella vicina Jugoslavia, il potere del popolo doveva sgorgare dalle modalità stesse della liberazione dei territori occupati, nel rafforzamento progressivo e continuo delle ‘zone libere’: “L'esempio della creazione delle ‘zone libere’ ci venne dai partigiani jugoslavi, che sin dal primo anno di guerra si erano organizzati in vista di uno sviluppo continuo, passando alla liberazione di larghi territori che andarono via via ampliandosi, collegandosi, rafforzandosi, diventando basi politiche e militari per la creazione del nuovo potere popolare, di un esercito regolare, di un nuovo stato nel corso della guerra stessa”. (Ibidem)

È così che militarmente si passava dalla difesa all'attacco, è così che politicamente si costruivano ‘fortezze’ e ‘casematte’ nella società civile, istituti della democrazia sociale, cuore della società socialista che diviene. Proprio perché consapevoli dell'importanza dell'autogestione popolare nelle zone liberate autonomamente e ‘manu militari’ dalle brigate partigiane, le forze conservatrici frapporranno ostacoli di non poco conto alla realizzazione conseguente di forme istituzionali schiettamente democratiche. Si prenda l'esempio, caro a Secchia e naturalmente a Cino Moscatelli, della liberazione della Val d’Ossola nella tarda estate del '44:

“I garibaldini operarono attivamente perché venissero designati dai CLN locali, nei diversi comuni, i sindaci al posto dei commissari prefettizi, perché avessero luogo comizi, assemblee sindacali e le elezioni delle commissioni interne nelle fabbriche. Sciolti i sindacati fascisti, venne ricostituita a Domodossola la Camera del Lavoro. Si riorganizzarono i partiti (specialmente comunista, democristiano e socialista) e le associazioni di massa. Il Fronte della Gioventù costituì delle sezioni a Villadossola, Domodossola e a Varzo. Notevole attività venne sviluppata dai Gruppi di difesa della donna. In ogni comune si andavano costituendo dei consigli comunali popolari”. (Cfr. P. Secchia/C. Moscatelli, Il Monte Rosa è sceso a Milano, Einaudi, 1958, p. 389)

Ricostruendo la partecipazione popolare intorno ai nuovi istituti di democrazia diretta, i comunisti ritenevano di rafforzare la loro prospettiva, stavano edificando il partito ‘nuovo’ radicato nelle masse popolari, non più forza di mera agitazione e propaganda. Ma nel caso della Val d’Ossola il coraggioso tentativo durò trentaquattro giorni, esperimento politico parabola dell'intero slancio resistenziale non solo in chiave difensiva, ma in controffensiva di classe e popolare, politica e militare: battuta dai condizionamenti oggettivi, dalla reazione violenta del nemico, a causa dello scarso aiuto alleato e dell'innegabile debolezza interna della stessa repubblica.

Fu allora un errore militare, una sopravvalutazione incosciente, come allora qualcuno sostenne? Secchia non ha dubbi, e al riguardo, scrive anche una grande pagina di guida alla guerra partigiana, da lui mai concepita in termine di passiva resistenza e attesismo:

“Non è possibile separare l'azione politica dall'azione militare. Se si riconosce che politicamente la liberazione dell'Ossola portò un grande impulso alla guerra di liberazione nazionale, entusiasmò le popolazioni, accentuò la demoralizzazione nelle fila fasciste, dimostrò che si poteva insorgere e liberare intere zone, se tutto questo è vero, è evidente che non si trattò di un errore nemmeno dal punto di vista militare”. (Ivi, p. 399)

Se le battaglie partigiane, dunque, non devono avere mai un carattere avventurista, dosando sapientemente uomini e mezzi, la tattica della guerriglia deve prevedere anche la liberazione, seppure temporanea, dei territori in mano al nemico. Altre le debolezze, altre le insufficienze, altri i condizionamenti oggettivi: “Quel che è certo, è che non vi fu allora una visione del tutto chiara degli obiettivi e delle possibilità, né un impegno sufficiente di tutti i movimenti patriottici per realizzare un'effettiva profonda unità delle forze in lotta, per dare impulso alla vita democratica, per promuovere un più largo movimento di massa nella zona libera, per valorizzare internazionalmente la lotta del popolo italiano”. (Ibidem. Cfr. anche G. C. Pajetta, rapporto su L'esperienza dell'Ossola liberata, in Movimento di Liberazione in Italia, nn.12/13, maggio-luglio 1951)

La dialettica resistenziale può essere compresa tutta nella liberazione, formazione della Repubblica e nuova perdita del territorio della Val d’Ossola. E nell’analisi dello scontro concreto, le categorie degli storici ritrovano la loro fecondità solo per meglio esprimere un processo non lineare e immediato, non privo di contraddizioni, come tutti gli eventi umani, specie perché filtrato dalla passione, dai sentimenti, dalla coscienza dell’intero popolo italiano. Guerra civile, lotta nazionale, liberazione popolare e lotta di classe; qui, appunto, si scopre la fecondità della marxiana dialettica materialista nell’analisi e nell’interpretazione storica: sempre la realtà è più complessa delle rappresentazioni descrittive con cui ci si sforza di comprenderla.

Unità delle forze popolari, di tutti i democratici e gli antifascisti per sconfiggere il comune nemico, il nazismo e il tardo-fascismo suo ascaro: questa la linea che Togliatti espone al suo ritorno in Italia, nel marzo 1944 e che si collegherà strettamente ad una visione strategica che avrà come capisaldi la democrazia progressiva e il partito nuovo. Compito dei dirigenti comunisti della Resistenza sarà quello di coniugare, nell'azione concreta, la linea politica del partito (la tattica contingente, come l'abbandono della pregiudiziale antimonarchica e la disponibilità ad entrare nel governo di Badoglio) e la necessità di preparare l'insurrezione, contro la cui evenienza si scateneranno le resistenze dei reazionari e moderati presenti nei CLN (in molte regioni senza avere alcuna parte sul piano militare) e, soprattutto, degli Alleati anglo-americani. Chi valuta l'esito della Resistenza non deve mai dimenticare questi due pesantissimi condizionamenti: la differenziazione Nord/Sud e l'intervento alleato. Chi operava al Nord, come Secchia e Longo, non avrà quasi nessuna difficoltà ad accettare quella che poi passerà alla storia come ‘la svolta di Salerno’, in quanto piegherà la linea politica all'esigenza dell'azione concreta e dell'insurrezione; diversa la situazione del centro di direzione di Roma, guidato da Scoccimarro, il più fiero ‘resistente’  (almeno inizialmente) di quella che sembrava una tattica fin troppo arrendevole nei confronti dei conservatori e dei complici dei fascisti, e cioè le forze monarchiche. Paradossalmente, sembra a noi, che la lettura data da Scoccimarro alla linea togliattiana fosse più propriamente politica, in quanto prefigurava una possibile involuzione del partito sul piano dei princìpi e un cedimento grave alla prospettiva strategica, la lotta per il socialismo.  Per cui Scoccimarro si vide ‘scavalcato’ da una leadership, quella togliattiana, che era maturata comunque fuori dalle lotte nel paese, anche se aveva ora l'imprimatur, l'assenso o la concordanza preventiva con Mosca. E l'assenso del centro di direzione di Milano fu prevalentemente dettato, oltre dall'elemento-azione  (l'unità  all'interno del CLNAI era necessaria e indispensabile per raccogliere il massimo delle forze e stendere al massimo il vigore dell'organizzazione combattente), anche dalla considerazione di Longo sull'inattendibilità per la guida al più alto livello del partito da parte di Scoccimarro e dal dissapore con quest'ultimo sulla questione del centro unico di direzione (che Scoccimarro voleva fortemente a Roma). Secchia è d'accordo con Longo e per tutte e tre le ragioni che abbiamo riportato. Ma ciò non significa una pedissequa sua accettazione delle direttive di Togliatti sulle prospettive strategiche: le considera in quel momento secondarie rispetto all'azione concreta da svolgere e le giudica in rapporto alle necessità dell'insurrezione, che può avere successo solo con il massimo dell'unità delle forze dell'opposizione antifascista e antinazista, superando le resistenze che si manifestano con l'attendismo e nella volontà di restaurazione delle forze conservatrici, spalleggiate dagli Alleati, e perciò sovrarappresentate e considerate rispetto al loro apporto concreto alla Resistenza. Secchia naturalmente rifletterà poi a lungo su questo momento cruciale della vita e della storia del PCI: da quel momento, infatti, egli sarà costretto ad entrare nella linea politica del segretario, per spingerla il più avanti possibile nell'interpretazione strategica, che per lui non cambierà mai: l'instaurazione di una società socialista.

Qual era la situazione concreta che si presentava al partito nel 1944 e prefigurava i suoi nuovi compiti durante e dopo la Liberazione? Certamente, non era possibile un radicamento del partito se questo avesse mantenuto i connotati del partito di propaganda e agitazione che lo avevano caratterizzato fino all'organizzazione della Resistenza: non bisognava disconoscere che quel partito aveva avuto grandi meriti storici, ma bisognava mutarne la fisionomia come forza politica di massa. La linea politica, allora, non poteva non avere il respiro unitario che Togliatti le dava, tanto più che questo agevolava il compito dei comunisti all'interno degli organismi del CLN e faceva venir fuori con evidenza le sedimentazioni reazionarie dei raggruppamenti moderati, i liberali e i democristiani in primis. Ciò che non poteva venire a mancare era l'obiettivo di prospettiva: ma di prospettiva appunto bisognava parlare, non essendoci le condizioni oggettive per trasformare l'insurrezione in rivoluzione popolare per il comunismo, dovendosi lavorare ancora innanzi tutto per la stessa insurrezione, con il concorso di quelle stesse forze che pur le remavano contro. Nella lettura di Secchia, l'unità delle opposizioni era funzionale alla democrazia progressiva, terreno più favorevole per la prospettiva strategica, che avrebbe permesso il radicamento popolare del ‘partito nuovo’, senza che questo mutasse le caratteristiche di partito di classe: nel senso di non smarrire mai anche la funzione di avanguardia da parte dei quadri e la ricerca della direzione (egemonia) della classe operaia sull'intero movimento delle masse. Secchia era infatti ben consapevole delle insufficienze e limiti del partito cospirativo, specie per quanto riguardava l'organizzazione e il rapporto con le masse durante gli anni del regime mussoliniano:

“L'errore fu di non aver portato rapidamente il centro di gravità di tutto il lavoro di massa nelle file stesse del nemico, di non aver portato nelle forme opportune la nostra azione politica in seno alle organizzazioni di massa create o controllate dal fascismo (sindacati fascisti, dopolavoro, mutue, associazioni sportive, culturali, cooperative) utilizzando largamente per lo sviluppo della nostra azione ogni più piccola possibilità legale. Il partito doveva sì rispondere come aveva risposto all'offensiva reazionaria fascista, ma mentre si poneva alla testa delle avanguardie più coscienti e combattive doveva proporsi con nuovi metodi di lavoro di non perdere, anzi di allargare il contatto con tutti quegli strati popolari che il fascismo si sforzava in mille modi di ‘conquistare’ e influenzare”. (Cfr. P. Secchia: La generazione di Porto Longone, su Rivista storica del socialismo, nn.15/16, gennaio-agosto 1962; in La Resistenza accusa 1945/1973, Mazzotta, 1973, p. 365)

La ‘svolta di Salerno’, dunque,  fu letta in questa chiave da Secchia e l'interpretazione fu rafforzata dalla convinzione che la linea politica fosse stata, se non concordata preventivamente, sicuramente condivisa da Mosca: ciò non poteva non rafforzare il convincimento che l'azione combattente in quella fase potesse trarre giovamento dalla tattica del partito, sebbene potesse (e così fu) interpretarsi in diversi modi (‘una linea politica è costituita da diversi punti’ scriverà in seguito) la più complessiva dimensione strategica della democrazia progressiva, che doveva accelerare, secondo la sua lettura e non ritardare il processo rivoluzionario necessario in occidente. Questi principi entrano, sebbene naturalmente non nella forma di compiuta riflessione che si avrà solo posteriormente, nella risoluzione del 17 aprile 1944 della direzione del Nord del PCI, in appoggio all'iniziativa di Togliatti, opera soprattutto di Longo e Secchia:

“La direzione del partito per l'Italia occupata approva all'unanimità l'iniziativa presa dal compagno Ercoli (P. Togliatti) tendente alla costituzione immediata di un governo nazionale democratico non escludente la collaborazione governativa con Badoglio, e la linea politica che ne risulta, fissata e illustrata dalle dichiarazioni e dal messaggio dello stesso compagno Ercoli. (...) Il Partito comunista italiano pone la necessità della creazione di un esercito italiano potente e grande che combatta e vinca, pone l'esigenza di epurare definitivamente la vita nazionale dal fascismo, come condizione elementare per la condotta della guerra e condizione primordiale per la rinascita nazionale. (...) Si deve lavorare per mobilitare tutto il partito alla realizzazione dell'unità di tutte le forze nazionali, per portarle alla lotta di liberazione nazionale e alla vittoria e trovare così nel lavoro, nella lotta e nell'elaborazione delle comuni esperienze la via per realizzare l'unità organizzativa, politica e ideologica di tutto il partito, per fondere in un solo blocco tutti i compagni, i nuovi reclutati come i vecchi militanti”.

 

 

 

Secchia e la dialettica nel PCI in rapporto alla Resistenza

 

Unità del partito, dunque, e il riferimento è implicitamente rivolto ad Amendola, Negarville e Novella, che avevano utilizzato ‘la svolta’ per aggravare, ‘appesantire’ le loro critiche alla leadership di Mauro Scoccimarro, a sua volta però in polemica nei confronti della direzione del Nord; il gruppo dirigente milanese, si collocò a mezza strada tra le posizioni sostenute da ‘Scocci’ (con cui si aveva una polemica personale e una critica che potremmo definire di natura ‘attendista’ o comunque un giudizio sul ruolo del partito non all'altezza dei compiti che gli derivavano dall'essere in una situazione di ‘guerra’) e quelle di altri autorevoli membri del centro romano (Novella, Negarville, Amendola), che interpretarono sempre di più ‘la svolta’ in chiave strategica e non tattica, piano che non poteva trovare consenzienti, almeno in quel periodo e per quella fase, né Longo né Secchia, né altri compagni dirigenti impegnati a guidare il movimento partigiano. (Cfr. L. Longo, I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Roma, 1973, pp. 413/415. L'anno di pubblicazione dell'opera è quello della morte di P. Secchia, che non poté vederla editata, pur avendo fattivamente collaborato alla stesura con il suo archivio. Così viene presentato il testo in prima pagina: “Nella preparazione di questo volume, Luigi Longo aveva strettamente associato al suo lavoro Pietro Secchia, che con lui era stato alla direzione del partito comunista nel nord e delle brigate Garibaldi. La morte sopravvenuta quasi improvvisa (il 7 luglio di quell'anno N.d.R.) ha tragicamente impedito a Pietro Secchia di seguire il lavoro fino al termine e di partecipare alla stesura definitiva dell'introduzione; è per questo che l'editore deve rinunciare a mettere il suo nome sulla copertina di questo volume. Si vuole però di Pietro Secchia, della cui presenza è traccia quasi in ogni documento della direzione del nord, ricordare qui l'azione di dirigente in quel periodo e successivamente l'attenzione costante ai problemi della storia del movimento operaio e della Resistenza”).

I ‘milanesi’ sono preoccupati che tutto ciò porti non ad un rafforzamento delle capacità organizzative e di mobilitazione dei comunisti, ma, proprio mentre si richiedono dibattiti e dibattiti, prese di posizione e ragionamenti articolati sulla fase, ecc.., ci si sclerotizzi in un immobilismo, questo sì burocratico e incapace di articolare l'azione all'esterno, che deve invece diventare il proposito principale. Anche se il caso Venegoni dimostra dell'insofferenza di ampi strati del partito ad una linea politica i cui tratti sono decisi troppo dall'alto e quindi suscettibili di troppo ampia manovra tattica, a seconda delle convenienze del momento dei gruppi dirigenti. Ne è esempio la pregiudiziale anti-monarchica, che diventa più fievole solo dopo il congresso di Bari dei CLN il 28 e il 29 gennaio del '44 “quando divenne sempre più evidente” – annota Secchia – “l'incapacità della giunta esecutiva dei CLN (essa avrebbe dovuto rappresentare l'anti-governo) di uscire e fare uscire le forze antifasciste dal vicolo cieco in cui si trovavano”. (Cfr. P. Secchia, Annali, a. XIII, op.cit., pp. 390/391)

È vero che già vi erano le premesse di un mutamento di linea politica, ma quando il 9 gennaio i dirigenti di Napoli, Velio Spano e Eugenio Reale, si erano incontrati con i componenti del Consiglio consultivo alleato in Italia e avevano ribadito la necessità della formazione, in tempi ravvicinati,  di un altro governo, guidato da una personalità non compromessa con la monarchia, non potendosi accettare, per questo motivo, le profferte di Badoglio di un ingresso dei comunisti nel suo governo, unanimemente si crede così di interpretare correttamente e le deliberazioni della Conferenza di Mosca e le opportunità politiche legate al rapporto tattica/strategia.

L'iniziativa di Togliatti si situa in questo contesto, solleva reazioni, approvazioni, riprovazioni, intrecciandosi con la situazione del momento e con quella del passato, e non solo recente, come abbiamo cercato di evidenziare; comunque “scoppiò come una bomba suscitando negli altri partiti della giunta e del CLN vivaci discussioni, ma i più non potevano disconoscerne il realismo, ne accettarono l'impostazione e comunque ne subirono l'influenza”. (Ivi, pag. 397)

La ricezione della nuova linea togliattiana fu favorita, all'interno del PCI (nel suo gruppo dirigente, in quanto a livello di base sarebbe una storia da analizzare più compiutamente, sicuramente comunque e alfine assunta per quel profondo ‘senso di disciplina’ politica,  caratteristica saliente del partito ‘bolscevico e leninista’, come rivendicano orgogliosamente  Secchia e Longo) dalla sua interpretazione in chiave tattica dal gruppo di direzione del Nord, che se ne giova sul contingente piano politico, perché bisogna confermare la leadership di Togliatti rispetto a quella di Scoccimarro (elemento su cui concorda una parte del gruppo dirigente di Roma, che dà però alla ‘svolta’ un respiro strategico e non meramente tattico, che pretende profonda ‘autocritica’ rispetto alla linea politica perseguita fino a quel momento) perché, ma non ultimo, questa è evidentemente la linea concordata con Mosca e che quindi risponde ad una più larga visione che guarda ai rapporti di forza internazionali. Ed in effetti, il 14 marzo il governo sovietico stabilisce rapporti diplomatici con il governo Badoglio, andando oltre i protocolli dell'armistizio e della Conferenza di Mosca. E il 30 marzo (lo stesso giorno della Conferenza nazionale del PCI a Napoli) l'Isvestia pubblica un lungo articolo sulla situazione italiana in cui “Si precisa che l'attuale scopo degli sforzi dell'Unione Sovietica è di far sì che tutte le forze antifasciste italiane si riuniscano intorno al governo Badoglio per la lotta contro la Germania hitleriana”. (Cit. in Secchia, ivi, pag. 395)

Togliatti delinea tre condizioni per la formazione di un governo di unità nazionale, condensabili in 1) unità delle forze democratiche; 2) parola d'ordine dell'Assemblea Costituente; 3) coerente programma di guerra. “Rivoluzionario”, ammonisce, ben consapevole evidentemente della breccia che poteva aprirsi così a sinistra, “non è colui che grida e si agita di più, ma colui che concretamente si adopera per risolvere i compiti che la storia pone ai popoli e alle classi, e che essi devono assolvere se vogliono aprire il cammino allo sviluppo della civiltà umana”. (Cfr. P. Togliatti, Opere, v. 5 (1944/55), Roma, 1978, pp. 22/25, da cui è ripresa la citazione precedente e successiva)

Sono queste le basi su cui il massimo dirigente del PCI innesterà poco dopo la strategia della ‘democrazia progressiva’ e dei caratteri del ‘partito nuovo’. Nel luglio 1944 la ‘svolta’ è già completa:

“Democrazia progressiva è quella che guarda non verso il passato, ma verso l'avvenire. Democrazia progressiva è quella che non dà tregua al fascismo, ma distrugge ogni possibilità di un suo ritorno. Democrazia progressiva sarà in Italia quella che distruggerà tutti i residui feudali e risolverà il problema agrario dando la terra a chi la lavora; quella che toglierà ai gruppi plutocratici ogni possibilità di tornare ancora una volta, concentrate nelle loro mani tutte le risorse del paese, a prenderne nelle mani il governo, a distruggere le libertà popolari e a gettarci in un seguito di tragiche avventure brigantesche. Democrazia progressiva è quella che liquiderà l'arretratezza economica e politica del Mezzogiorno, spazzando i gruppi reazionari che di essa sono l'espressione e vivono di essa; è quella che riconoscerà i diritti della Sicilia e della Sardegna a un reggimento autonomo in una Italia unita e indipendente. Democrazia progressiva è quella che organizzerà un governo del popolo e per il popolo, e nella quale tutte le forze sane del paese avranno il loro posto, potranno affermarsi ed avanzare verso il soddisfacimento di tutte le loro aspirazioni”.

Per l'applicazione di questa linea politica era necessario un partito comunista rinnovato, un ‘partito nuovo’:

“(...) un partito nuovo, un partito il quale, animato da un nuovo spirito, sia quello che noi non siamo mai stati in Italia, cioè un grande partito di massa e di popolo, solidamente fondato sulla classe operaia, ma capace di inquadrare tutte le energie progressive che vengono a noi da tutte le parti, gli intellettuali, i giovani, le donne”. (Cfr. P. Togliatti, dal discorso pronunciato a Roma al teatro Brancaccio, il 9 luglio 1944, ivi, pp. 76/77)

‘Democrazia progressiva’ e ‘partito nuovo’ sono elementi caratterizzanti della svolta richiesta al PCI da Togliatti, certamente conseguenza della presa di posizione nei confronti del governo Badoglio, ma non immediatamente percepibili ancora nell'aprile del '44, se è vero che gli ‘svoltisti’ più entusiasti, come Negarville, Amendola e Novella, impostano i loro interventi, come quelli alla riunione della direzione romana del 3 aprile e alla riunione delle due delegazioni delle direzioni tenutasi a Milano il 12/13 aprile, più con la testa rivolta al recente passato e alla critica alla guida politica di Scoccimarro, che  alle implicazioni profonde che saranno rese esplicite solo di lì a poco. Tant'è che si intreccia ancora il dissidio con i compagni milanesi. Nella riunione del 3 “Amendola ammette che egli stesso ha preso una posizione erronea contro Novella e, in un primo momento, anche contro Negarville, i quali erano per non escludere una collaborazione politica con Badoglio, ma ultimamente, aggiunge, è stato Scoccimarro a impedirci di lavorare per una nuova formula che permettesse l'accordo con la monarchia. Quanto ai compagni di Milano, l'accusa di Amendola è ancora più aspra di quella che ha loro mosso Novella: la linea dei ‘milanesi’ è una linea che tende a realizzare l'unione della nazione direttamente attorno al PCI, ad esclusione degli altri partiti”. (Cfr. P. Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, v. V (La Resistenza, Togliatti e il partito nuovo), Einaudi, 1975, pp. 316/317)

E Negarville, spiega Scoccimarro alla riunione del 12/13, introduce un altro elemento, la diversa esperienza e formazione, dunque un'angolazione politica differente, tra i compagni che hanno scontato carcere e confino e gli altri: “Egli pensa che vi sono nella direzione due gruppi, quello proveniente dal carcere e confino e quello preesistente nella direzione: il primo non ha potuto assimilare ancora l'esperienza degli ultimi anni. Questo spiega il dissenso”. (Cfr. P. Secchia: Annali, a. XIII, op.cit., pag. 403). Ma ciò che interessa i compagni della direzione milanese in quel momento, non è la dimensione strategica o tattica della nuova linea, anzi, propenderebbero per la seconda consentendo con Scoccimarro, ma l'organizzazione dell'azione combattente e il suo miglior risvolto politico. Lo si evince, sempre nella riunione del 12/13, dall'intervento di ‘Gallo’ (Luigi Longo) e ‘Vineis’ (Pietro Secchia). Affermerà quest'ultimo:

“Noi siamo favorevoli a tutto ciò che rafforza la guerra contro la Germania e contrari a tutto ciò che la indebolisce. (...) L'unità di tutte le forze nazionali non la si realizza allargando solo verso destra, ci sono ancora notevoli forze di massa che non sono rappresentate nei CLN, di qui la necessità della creazione dei CLN di massa. (...) Ritengo che l'iniziativa presa dal compagno Ercoli non significhi affatto condanna della linea politica seguita dal partito. La linea politica seguita dal partito è stata fondamentalmente giusta. Affermare questo non significa rifiutarsi di fare l'autocritica, perché l'autocritica si può fare anche se una politica è stata fondamentalmente giusta. (...) A Roma si è parlato di errore di tutta la nostra politica passata (si riferisce a Novella, Amendola, Negarville, N.d.R.). Questo giudizio non è giusto. Ma in che cosa consiste per i compagni di Roma la politica del partito? Sono parte fondamentale di questa politica gli scioperi che abbiamo condotto, culminati nello sciopero generale di marzo, le azioni dei gap, l'organizzazione delle brigate Garibaldi e la condotta della guerra partigiana”. (Ivi, pp. 411/412)

La discussione doveva prendere una piega tutt'altro che accademica, per il gruppo dirigente milanese, che già considera tutte quelle diatribe e chiarimenti una perdita di tempo rispetto ai compiti impellenti che urgono, i compiti della direzione generale e del coordinamento della lotta partigiana e delle Brigate Garibaldi. La dimensione strategica della nuova linea togliattiana apparirà dopo e significativo è che ‘custode’ di quella ne diventerà Mauro Scoccimarro, più di Amendola, sicuramente più di ‘Botte’. Il quale, in sede di ricostruzione storica, dimostra tutta la sua distanza, coeva e posteriore, alla ricezione che della ‘svolta’ ne avevano fatto gli entusiasti del gruppo romano:

“Noi non eravamo per il ritorno alla democrazia borghese tout-court e non potevamo rinunciare ad operare ed a batterci perché la classe operaia e le masse lavoratrici potessero esercitare una funzione dirigente nel corso della resistenza e nel rinnovamento dell'Italia all'indomani della guerra. (...) l'autocritica si esprimeva in realtà in una critica severa, radicale, al ‘gruppo di compagni provenienti dal confino’ (Scoccimarro, Longo, Secchia, Li Causi) responsabili di avere fatto deviare il partito”. (Ivi, p. 399)

Ad ogni modo, il 17 aprile 1944, una risoluzione della direzione del PCI per l'Italia occupata viene approvata all'unanimità, laddove si plaude all'“iniziativa presa dal compagno Ercoli tendente alla costituzione immediata di un governo nazionale democratico non escludente la collaborazione governativa con Badoglio e la linea politica che ne risulta, fissata e illustrata dalle dichiarazioni e dal messaggio dello stesso compagno Ercoli”. (Ivi, pp.421/422)

Per Longo e Secchia la linea della democrazia progressiva non è niente differente da quella precedentemente propugnata con l'espressione ‘democrazia popolare’; l'impostazione togliattiana si traduce così: “nessun irrigidimento sull'estensione di un fronte di lotta, spregiudicatezza nel fare politica unitaria e insieme costante sforzo per spostare i rapporti di forza all'interno di un movimento reale, di uno schieramento effettivo, trasformazione dall'interno di una coalizione politica e ancora più sociale e militare. Non per un machiavellico travestimento ma per allargare la base popolare, di massa, della democrazia e della guerra di liberazione”. Alfine per “la creazione di un potere popolare che sia espressione diretta della volontà di lotta delle masse nelle zone che i partigiani riusciranno a liberare con l'estate”. (Cfr. P. Spriano, op.cit., p. 324)

Tutti gli sforzi, dunque, per l'organizzazione del partito combattente, semmai le differenze appariranno dopo: “una linea politica costituisce sì un tutto, ma non un blocco monolitico”, non è “una massa d'acciaio inerte”, scriverà Secchia posteriormente. Di tutte le parti di una linea politica, alcuni elementi possono essere considerati poco in un momento, molto in un altro “presentare crepe (elementi d'errore), (alcuni elementi, N.d.R) sono suscettibili di logorarsi prima di altri, destinati a cadere presto, ad essere superati”. (Cfr. P. Secchia, Archivio 1945/1973, Annali Feltrinelli a. XIX, 1978, p. 559)

Per Togliatti e per Secchia, e allora certamente per Luigi Longo, la linea politica della ‘democrazia progressiva’ non viene interpretata univocamente, e di questo s'è cercato di dar conto dei motivi. Ma anche ‘Ercoli’ è cosciente delle difficoltà che un'interpretazione in chiave di modifica strategica può presentare nella ricezione complessiva fuori, ma specialmente dentro il partito, se nella lettera della direzione romana del 1 aprile era contenuta la seguente affermazione: “1. preparare con senso politico il partito alla svolta tattica senza precipitazioni: battere il chiodo contro eventuali resistenze settarie”. E se nella risoluzione della direzione del Nord in appoggio all'iniziativa di Togliatti, datata 17 aprile, si sottolinea che “i rilievi autocritici, che mettono in rilievo insufficienze della nostra azione politica, non intaccano la sostanza della linea politica del partito (...) È da respingere pertanto ogni interpretazione della politica attuale del partito come una sconfessione della linea politica fin qui seguita, come tacito riconoscimento della sua sostanziale erroneità, come l'affermazione di un conflitto ideologico e di principi” (che è in sostanza la posizione assunta da Scoccimarro). E se infine, sempre la direzione del Nord per l'Italia occupata, nel documento licenziato il 25 aprile 1944, accanto ad un palese riecheggiamento delle stesse parole di Togliatti:

“Il partito comunista (...) riafferma però i suoi principi repubblicani ed il suo proposito di rivendicare domani con la repubblica democratica un regime di nuova democrazia progressiva, capace di realizzare un rinnovamento radicale e profondo di tutta la vita politica economica e sociale del nostro paese, che renda impossibile ogni ricaduta nel passato e schiuda la via alle forze popolari verso tutte le conquiste dell'avvenire”, rivendica subito dopo il legame della ‘svolta tattica’ con l'affermazione piena e coerente dei propri principi, la battaglia per la società socialista:

“Sotto la guida del partito comunista la classe operaia, lottando oggi all'avanguardia delle forze nazionali nella guerra di liberazione e d'indipendenza, operando domani quale artefice massimo della ricostruzione nazionale, acquisterà coscienza della sua funzione di classe dirigente della nazione e alla testa di tutti i lavoratori del braccio e del pensiero muoverà verso le più alte conquiste del socialismo”. (Cfr. L. Longo, op.cit., p. 423 e, per i documenti precedenti, pp. 403 e 415)

La ‘svolta di Salerno’ destinata ad alimentare quella che è stata definita ‘la doppiezza’ del partito togliattiano? O piuttosto interpretazioni della stessa che rendevano funzionali alla contingenza politica ora un aspetto (quello tattico) ora un altro (quello strategico), senza un legame fisso tra l'uno e l'altro e senza che né l'uno né l'altro potessero offrire un'univoca lettura dei compiti presenti e delle prospettive? Una linea politica, questo in realtà, come ammonirà Secchia, non è “una massa d'acciaio inerte”. Certo, Togliatti, con ‘democrazia progressiva’ “intendeva indicare una prospettiva temporalmente indefinita di radicali cambiamenti nell'ordine dei rapporti istituzioni-potere-società, per la fondazione dell'egemonia operaia: fare intervenire nella realtà italiana ‘come elemento nuovo di direzione di tutta la nazione, la classe operaia e attorno ad essa, serrata in un fronte unico, le grandi masse lavoratrici del paese'” (cfr. G. C. Marino, Autoritratto del PCI staliniano, 1946/1953, Ed. Riuniti, 1991, p. 23), ma, riguardo alla storia successiva, in specie al rapporto Togliatti/Secchia, non si può concludere semplicemente definendo “varianti interpretative di una comune linea politica da non mettere in discussione” le diverse visioni del rapporto tattica/strategia, lettura della realtà sociale/principi, organizzazione/processo rivoluzionario. (Ivi, p. 88. O nella abusata chiave di lettura della ‘doppiezza’ buona a tutti gli usi, ora ultrarivoluzionari ora ultrariformistici: “La linea togliattiana fu infatti costantemente interpretata, e seguita dai compagni, non come una linea che allontanasse dalla prospettiva del socialismo, bensì come la strada maestra che avrebbe inevitabilmente condotto al grande salto rivoluzionario e alle favolose conquiste del 'paese libero e felice'”, ivi, p. 208. Ma di questo, e del ruolo di Secchia, che secondo Marino (op.cit., p. 211) “guidava le passioni rivoluzionarie dei 'duri'”, restii e recalcitranti ad “un ordinato e paziente lavoro politico” (proprio Secchia, il più convinto assertore e propugnatore, nella pratica!, di codesta tipologia di lavoro, certo rivoluzionario) ce ne siamo occupati in Ferdinando Dubla, Da Gramsci a Secchia-Il primato dell’organizzazione nella costruzione del PCI del dopoguerra (1945/51), Cesdom, 2001. Fondamentale poi, a riguardo delle diverse visioni di questo rapporto, risulta la lettura degli scritti di Secchia dal 1947 al 1949, cfr. I quadri e le masse-Per un Partito comunista radicato nel popolo (1947/49), con introduzione e a cura di Ferdinando Dubla, ed. Laboratorio Politico, 1996).

Torniamo a ripeterlo ancora, ‘la linea politica non è un cavo d'acciaio inerte’ e non lo sarà neppure nel periodo 1946/54. V'è una coerenza importante che Secchia rivendicherà sempre riguardo gli aspetti politici della sua azione nel '43/45 e che coinvolgerà tutti gli esponenti della generazione dei ‘combattenti proletari’, coerenza che è il filo comune tra le sue posizioni di allora, la linea di classe propugnata come responsabile dell'organizzazione fino al '54 e la sua posteriore riflessione storica. Nel suo celebre saggio su Nuovi argomenti del marzo-giugno 1962 (La Resistenza italiana - Nord e Sud), scrisse significativamente:

“Io concepivo e concepisco il ‘partito nuovo’ come un partito che non deve mai perdere di vista i suoi obiettivi programmatici generali, ed è altrettanto vero che ci tenevo e tengo tuttora a sottolineare il carattere di classe e l'ideologia rivoluzionaria del partito. Nella nostra concezione del partito non vi è posto per i dogmi e per gli schemi fabbricati una volta per sempre (lottando per modificare una data realtà, il partito modifica anche se stesso) ma tengono il loro posto i principi perché un partito senza obiettivi programmatici non sarebbe neppure un partito e senza carattere di classe e ideologia rivoluzionaria non sarebbe un partito comunista. Non credo che su questi concetti possa esserci dissenso tra comunisti”. (Cfr. P. Secchia, in La Resistenza accusa, op.cit., p. 144).

Il tema è trattato nell'ultimo lavoro di Ferdinando Dubla La Resistenza accusa ancora. Pietro Secchia e l'antifascismo comunista come liberazione popolare e lotta di classe (1943/1945), Nuova Editrice Oriente, 2002.