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Caro compagno Bruno, tu sei il segretario della sezione del PCI di Rotondella, in provincia di Potenza, e proprio da questa tua esperienza politica vorremmo iniziare questa intervista. Oggi, la Basilicata è caratterizzata da uno dei più bassi livelli di industrializzazione in Italia e dunque da una non vasta presenza di classe operaia; in questa fase, nella regione in cui operi, ma come in altre regioni d’Italia, il numero dei pensionati ha superato quello dei lavoratori; il tasso di attività lavorativa generale è di circa il 43%, il tasso di occupazione è del 52% e quello della disoccupazione è di circa l’11%. La povertà relativa famigliare è pari a circa il 18% (contro l’11% nazionale), mentre l’incidenza della povertà relativa individuale raggiunge il 19% (il 15% quella nazionale). La fonte di reddito principale delle famiglie lucane proviene dal lavoro dipendente (46,5%). Vi è poi il dato socialmente drammatico relativo alla percentuale di occupati all’interno di una famiglia: circa il 23% delle famiglie lucane non ha nessuna figura lavorativa al proprio interno (il dato nazionale è del 18,4%); le famiglie al cui interno lavorano almeno due persone sono nella tua regione il 28,7% (media nazionale 34,6%). Tutto ciò a dimostrazione di un quadro sociale regionale particolarmente difficile. Al quale va aggiunto un quadro territoriale anch’esso molto particolare: una popolazione complessiva di circa 580mila persone, un valore che rapportato all’estensione territoriale determina una densità demografica alquanto bassa, pari a circa il 58% di abitanti per kmq (spiegabile in parte con la vasta presenza di zone montuose, ma, con ogni probabilità, soprattutto per il mancato sviluppo industriale e generale); un livello di urbanizzazione che pone la Basilicata al 22° posto in Italia; una sorta di “dispersione” della popolazione (solo il 22% dei lucani vive nei due soli centri urbani superiori ai 22mila abitanti) e, conseguentemente, un’urbanizzazione tra le più basse d’Italia.

Tutto ciò, crediamo, può determinare grandi difficoltà oggettive all’agire politico dei comunisti in Basilicata. Concordi con questa nostra ipotesi? Hai vissuto esperienze politiche e organizzative che possono confermarla? E, soprattutto, come dovrebbe agire, a tuo avviso, un partito comunista per poter aspirare a svolgere un’azione di massa in una difficile regione come la Lucania?

Sì, concordo pienamente: le difficoltà oggettive sono tante, ho avuto e ho ancora grandi difficoltà ad organizzare e mettere in pratica una politica da comunisti, ma credo che ciò stia accadendo non solo per problemi soggettivi e legati al territorio e al nostro rapporto col territorio, ma perché da 30 anni – dopo il suicidio del PCI – le forze che si sono auto dichiarate e si dichiarano comuniste non sono riuscite a mettere in campo una linea e una politica di massa sul piano nazionale. A partire da questa deficienza primaria, tra i lavoratori, tra le masse, tra i giovani e gli studenti, nelle avanguardie l’opzione comunista sembra essere quasi scomparsa. Proprio in questa fase contrassegnata da un attacco durissimo del capitale contro il lavoro, da politiche dell’Unione europea che abbattono salari, diritti e welfare, da un dominio USA e NATO in Italia che trasforma il nostro paese in un’unica grande base militare imperialista, proprio ora che la pandemia da coronavirus produce miseria e disoccupazione di massa, gettando fuori dalle fabbriche gli operai e nel lastrico centinaia di migliaia di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori; proprio ora che l’esigenza di un partito comunista è più che mai oggettiva, proprio ora constatiamo quanto il partito comunista sia dimenticato tra le masse e i lavoratori e quanto sia dimenticata la legge secondo la quale l’economia e la ricchezza vengono create dai lavoratori. Se non vi è più questa consapevolezza la coscienza operaia si appanna, la classe operaia perde il senso del proprio ruolo storico e anche le lotte si indeboliscono, sino quasi a sparire. Vi è una responsabilità enorme e storica per il venir meno di questa coscienza operaia e questa responsabilità cade sia sulle organizzazioni sindacali, che da tempo – compresa la CGIL – hanno assunto politiche conciliatorie con il capitale, che sugli stessi partiti comunisti successivi al P.C.I., i quali o hanno svuotato di senso la concezione comunista e la sua pratica politica o sono stati completamente incapaci di mettere in campo una politica di massa.

Da trent’anni la sinistra, a partire dai dirigenti imborghesiti del disciolto P.C.I., hanno fatto e continuano a fare promesse a vuoto, portando avanti invece politiche neoliberiste che hanno stravolto persino lo statuto dei lavoratori. Anche a partire da ciò, da questo tradimento della “sinistra”, ora le masse hanno perso interesse per la politica, hanno perso passione per quella “sinistra” che erroneamente i media continuano a vedere nel PD. E questa disillusione di massa è certamente una delle basi materiali della crescita delle forze populiste e di destra. Ma proprio perché la “sinistra” neoliberista e filo-imperialista italiana ha tradito, lasciando uno spazio enorme sul suo fianco sinistro, ancor più grande è la responsabilità dei vari partiti comunisti (sempre più piccoli e ininfluenti) successivi al P.C.I. di non aver saputo colmare quello spazio lasciato dalle forze neoliberiste di “sinistra”. E non parliamo solo del PD, ma anche di forze neo-socialdemocratiche come SEL e Liberi e Uguali, incapaci di mettersi a fianco del movimento operaio complessivo. Io credo che oggi, in Italia, non vi sia nessuna forza comunista o di sinistra in grado di mettersi alla testa della “classe”, del proletariato. Non vi sia nessuna forza in grado di unire nel conflitto sociale la classe operaia, il ceto medio proletarizzato, i giovani e gli intellettuali, in una lotta di alternativa anticapitalista come la fase più che mai richiede. Noi, e credo che ciò non accada solo in Basilicata, parliamo e nessuno ci ascolta, in un contesto di enorme caduta di credibilità da parte dei comunisti. Ciò che è accaduto, credo, è essenzialmente questo: i comunisti e la sinistra italiana hanno abbandonato i temi centrali, strutturali della lotta per lo sviluppo, per la produzione di lavoro, hanno abbandonato i temi dei diritti sociali, subordinandoli ad una nuova ideologia piccolo borghese nella quale i temi prioritari del lavoro, della costruzione dell’occupazione, del salario e della difesa e l’allargamento dei diritti dei lavoratori sono temi ormai decentrati. La Basilicata avrebbe possibilità di uscire dal pantano della disoccupazione con il petrolio. Con una politica adeguata, si potrebbero creare almeno un migliaio di posti di lavoro. Estraendo il petrolio in sicurezza, con i dovuti accorgimenti, si potrebbe effettuare la raccolta delle fuoriuscite del greggio senza che vadano ad inquinare il terreno e questo si potrebbe e si dovrebbe fare. Nel mio lavoro nel mondo come dirigente nel settore industriale, ho fatto questa esperienza, ad esempio creando vasche di recupero in cemento nei pozzi e sotto le valvole, ma parlando di ciò con i compagni – compreso il nostro segretario regionale – sono stato deriso, e questa derisione penso derivi da una sbagliata concezione dell’ambientalismo, una concezione che porta subito a pensare che il petrolio sia la morte della natura. In verità la scienza mette a disposizione le modalità attraverso le quali il petrolio può essere sfruttato per lo sviluppo senza nuocere alla natura. L’importante è che non sia il profitto capitalistico, o la corruzione politica, a guidare i progetti di sviluppo.

I comuni interessati e la Regione, invece di intascare soldi per chiudere gli occhi, dovrebbero pretendere l’estrazione e il trasporto in sicurezza del greggio senza inquinare. Con il giacimento che c’è nel sottosuolo, in Basilicata si potrebbero risolvere tanti problemi. Di fronte a tutto questo il partito localmente è pressoché inesistente.

Anche a livello nazionale il P.C.I. non riesce a sviluppare una politica che possa metterlo a contatto con i lavoratori e le masse, non è visibile, non riesce ad organizzare le lotte, non scende in piazza a sostegno degli operai e dei lavoratori che perdono il posto, vedi i lavoratori della “Whirlpool” e dell’“Ilva”, quindi non essendo visibili non abbiamo credibilità. Ed è difficile fare politica di massa quando non dimostri di essere al fianco di coloro che rivendicano i loro diritti.

 

Qual è il rapporto della tua sezione con i giovani di Rotondella e qual è il rapporto dei comunisti con i giovani sul piano regionale? Qual è la tua riflessione generale dell’odierno rapporto tra comunisti e giovani generazioni? Cosa proporresti per rafforzare questa relazione?

La sezione, con i giovani, ha un rapporto pessimo, abbiamo solo due giovani iscritti perché sono figli di compagni. Abbiamo lasciato per troppo tempo i giovani abbandonati a se stessi, abbiamo confuso loro le idee, gli stessi comunisti italiani hanno appannato l’idea del comunismo, aggiungendo le loro, profonde, critiche alla storia comunista complessiva all’attacco anticomunista devastante portato avanti dalle classi dominanti. Da decenni non offriamo alle giovani generazioni un punto di vista certo e rivoluzionario e a partire da ciò non siamo in grado né di essere credibili ai loro occhi né, tantomeno, di coinvolgerli. Da quando è stato sciolto il P.C.I., nel 1991, i comunisti e la sinistra non sono stati più capaci di parlare ai giovani. I messaggi dei comunisti e della sinistra verso le giovani generazioni hanno preso via via una piega piccolo borghese, che poteva a volte, e in modo transitorio, affascinarli. Ma il grosso della gioventù, quella proletaria, quella di massa, non poteva essere toccata dai messaggi dei nuovi gruppi dirigenti imborghesiti, che non sono più riusciti a toccare le corde della vita concreta delle nuove generazioni: la mancanza del lavoro, delle garanzie sociali, dello studio gratuito, dell’università da poter frequentare senza svenare le famiglie, l’assistenza sanitaria gratuita, la casa. Mentre la vita reale delle giovani generazioni andava, anno dopo anno, decennio dopo decennio, in distruzione, i temi offerti dai nuovi comunisti e dalla sinistra si rivelavano sempre più temi sovrastrutturali, esistenziali. Non nel senso dell’esistenza materiale, ma, per così dire, “dell’anima”. I giovani hanno visto i genitori, nel nuovo contesto sociale segnato dalla sconfitta operaia, arrendersi, disilludersi, scoraggiarsi, e loro li hanno seguiti, disinteressandosi del mondo. Ora cercare di avvicinare questi giovani è molto difficile, sono attratti “dall’uomo forte”, quello che parla male del governo, e così credono che l’uomo forte abbia ragione. E ciò perché noi non siamo più capaci di offrire politiche, progetti concreti, materiali, che parlino di lavoro, di studio gratuito, di trasporti gratuiti o a basso prezzo per gli studenti, di case popolari, che per averle non serva accendere un mutuo assassino. La paura di che cosa fare dopo gli studi assilla tutti i giovani. E nessuno, nemmeno noi, lotta per togliere loro questa paura. I comunisti, argomenti dovrebbero averli, poiché è la cultura e la storia dell’intero movimento comunista internazionale che ce li ha dati, ma non siamo capaci, qui, ora, in Italia, di metterli in campo. Dove sono le nostre lotte, quelle che dovrebbero essere le lotte principali, per il lavoro e lo studio? In verità siamo invisibili, le fabbriche non ci conoscono, non ci conoscono i licei, le università, le piazze. Non siamo credibili e i giovani lo hanno capito. E finché non ritorniamo ad essere comunisti nel vero senso della parola e ad operare sul territorio, come faceva il P.C.I., credibili non torneremo più ad esserlo. La mia proposta per attirare i giovani?  Dimostrare che siamo dalla loro parte rimettendo al centro le questioni materiali (non le seghe mentali, direbbero gli stessi giovani) con azioni quotidiane, visibili e concrete. Per fare questo ci vorrebbero però gruppi dirigenti, regionali e nazionali, illuminati, all’altezza dei compiti, che promuovano politiche, lotte, ricerche, studi appropriati, convegni volti alla ricerca di soluzioni concrete per la vita dei giovani, specialmente per dare loro una speranza di occupazione una volta usciti dalle scuole. Solo in questo modo, recuperando la materialità delle cose, ci potrà essere un rapporto positivo tra comunisti e giovani. Devo dire che mi sento alquanto solo, nella mia sezione, nel partito regionale, a porre le questioni in questi termini. E quindi avanza il mio scoraggiamento.

 

Qual è lo stato della militanza comunista, ora, nel tuo paese, Rotondella, e in Basilicata?

Pessimo: abbiamo un centinaio di tesserati su una popolazione di 600.000 persone, in Basilicata. Un po’ pochino. Non abbiamo visibilità nazionale né regionale, non si opera in forma visibile e quindi le persone non si avvicinano e il nostro lavoro di convincimento cade nel vuoto perché il partito è una cosa nebulosa, come Dio “se ne parla e si venera ma non si vede”, non solo non sollecitiamo né organizziamo le proteste dei lavoratori, ma nemmeno siamo presenti alle loro manifestazioni con i nostri simboli, con le nostre bandiere e, soprattutto, credo onestamente di poter dire, non abbiamo proposte. In poche parole manca una guida forte a livello regionale e soprattutto nazionale. Avendo una direzione nazionale e una segreteria regionale deboli, come possiamo noi della base sopperire, avere credibilità? Se siamo un po’ credibili nei territori è perché credono nella nostra onestà e sincerità, perché ci conoscono, ma non basta. La mia sezione ha perso 10 tesserati anche perché il nostro simbolo non è stato presente nelle liste elettorali, locali ed europee; i compagni che volevano votare la falce e il martello hanno scelto il PC di Marco Rizzo, sostenendo poi che è inutile iscriversi ad un partito che non esiste. Hanno consegnato la tessera del P.C.I. e si sono tesserati al PC, anche perché Rizzo ogni tanto è in televisione mentre il P.C.I. è stato in televisione su “Coffee break” una volta sola con il segretario nazionale senza aver preventivamente informato le sezioni; almeno io non ho saputo niente altrimenti avrei invitato i compagni in sezione ad ascoltare il nostro segretario nazionale. Questo non è il modo di condurre un partito, nel silenzio assoluto. Dopo la ricostituzione, nel 2016, avremmo dovuto immediatamente scendere nelle piazze con i lavoratori e innanzitutto organizzare e aderire alle lotte. Invece niente. Come possiamo pretendere che coloro che si sentono ancora comunisti si avvicinino ad un partito che non è presente nella vita dei lavoratori?

 

Qual è il grado di preparazione politica e teorica dei militanti comunisti del tuo partito? E pensate alla costruzione di una scuola-quadri?

La preparazione politica è inesistente, i giovani non credono più nella politica, credono nell’uomo forte che noi non abbiamo; il resto dei militanti sono coloro che magari vogliono morire con la tessera comunista in tasca ma non hanno più la voglia e la forza di fare battaglie. Quindi, noi con la sola passione politica non è che possiamo fare tanto se non siamo organizzati, spronati, assistiti dai vertici. La scuola-quadri manca ed è indispensabile, non solo a livello nazionale ma soprattutto regionale. Sarebbe indispensabile per spronare i giovani a discutere del progetto politico e teorico comunista generale, del ruolo dello stato e dell’economia in uno stato comunista, del suo sistema scolastico, del suo sistema sanitario, del lavoro nel socialismo e naturalmente nel capitalismo, della questione dell’immigrazione e della sicurezza, del quadro internazionale, della natura dell’imperialismo e della NATO, dell’area cruciale del Mediterraneo.

In una società come la nostra, con la cultura dominante della proprietà e dell’iniziativa privata il partito deve spiegare come creare l’economia socialista e come gestire una fase tecnologicamente evoluta come la nostra. Tutto ciò è indispensabile per preparare i quadri e i militanti alla lotta ideologica e alla lotta politica e sociale. Senza studio e costruzione della coscienza non vi è nessuna possibilità di crescita complessiva del partito comunista. La mancanza di scuole-quadri nel mio partito, dunque, sia a livello nazionale che territoriale, rappresenta un deficit politico particolarmente grave.

 

Vi è la giusta attenzione, nel tuo partito, sulle questioni internazionali? Riuscite a sviluppare iniziative su tali questioni?

Non abbiamo sufficiente preparazione (e sufficienti forze) per promuovere iniziative sul piano internazionale; senza un dibattito del partito nazionale sulle questioni internazionali che sia trasmesso scientificamente alla base, senza un giornale o un sito in grado di svolgere un’azione “pedagogica” sulle grandi questioni internazionali che possano rispondere alla necessità della costruzione di una nostra coscienza internazionalista e antimperialista diffusa, è difficile costruire l’azione e l’iniziativa. Oltretutto manca una linea generale volta alla costruzione di campagne nazionali su questioni internazionali centrali. La rivista “Cumpanis”, il suo lavoro di ricerca sulle questioni politiche e teoriche del comunismo e sulle questioni internazionali è un buon esempio di ciò che occorrerebbe per costruire una coscienza comunista e antimperialista. Nell’immediato futuro è nostra intenzione costituire un circolo culturale nello spirito di “Cumpanis”, per poter dibattere sulla politica locale e internazionale, per una maggiore conoscenza e informazione sia delle questioni internazionali che della vita politica e sociale nei paesi socialisti e comunisti. Molti comunisti e nostri simpatizzanti oggi non conoscono più tali questioni e il rischio è che anche il loro punto di vista si costituisca attraverso l’informazione dei media del potere. La maggior parte dei compagni e simpatizzanti non conosce come si svolge la vita nella Repubblica Popolare Cinese, o in Vietnam o nei paesi dell’America Latina liberatisi dal giogo imperialista, non decodifica a sufficienza le grandi contraddizioni e le tensioni internazionali, non conosce il ruolo che il nuovo fronte antimperialista oggi svolge nel mondo e come ad esso risponde l’imperialismo. Alcuni dei nostri credono che in Cina ci siano contadini che percepiscono uno stipendio di 1 dollaro al giorno e non sanno dell’aumento dei salari e della qualità della vita che hanno ottenuto i lavoratori e le lavoratrici in Cina. Tutto ciò, questa mancanza di coscienza, è un problema serio per un partito comunista.

 

Come agite per la politica delle alleanze, sociali e politiche?

La mia sezione è per partecipare alle competizioni elettorali con il nostro simbolo, anche per renderci conto del seguito che possiamo avere nei nostri territori e nella regione. Non è stato possibile creare una lista alle ultime regionali perché non sono state raccolte le firme necessarie, ciò anche in virtù del fatto che la sezione di Rionero ha preferito entrare in un’altra lista, il cui capolista mandava via dai suoi comizi i compagni presenti con le nostre bandiere. Siamo disposti a discutere di alleanze a patto che siano presenti i simboli e il nostro simbolo comunista, (non per amore del “simbolismo”, ma perché da troppo tempo la falce e il  martello mancano dalle schede elettorali e si corre persino il rischio che l’elettorato non si ricordi nemmeno più della nostra esistenza), ma fino ad oggi questo non è stato possibile per mancanza di disponibilità degli altri, specie  del PRC, che ha motivato la scelta di non usare la falce e il martello perché questo simbolo “non è più ben visto” e allora è preferibile appoggiare Potere al Popolo, cosa che per noi è una scelta sbagliata, in quanto siamo comunisti e dobbiamo investire le nostre energie in una lista comunista oppure in un’aggregazione ove siano in evidenza tutti i simboli dell’aggregazione. Compresi i simboli comunisti.

 

Vi sono, oltre il PCI, altre formazioni comuniste a Rotondella e in Basilicata? Se vi sono, come vi rapportate con queste altre esperienze?

A Rotondella ci sono PD, LEU e Sinistra Italiana; con queste forze discutiamo sui temi che oggi possono far definire concretamente di sinistra una forza politica. E discutendo, comprendiamo che questi partiti di sinistra non hanno quasi più nulla. In regione ci sono altre formazioni comuniste con le quali io tuttavia non ho rapporti. Con Rifondazione Comunista non corre buon sangue, anche perché loro hanno un rapporto privilegiato e per molti versi totale con Potere al Popolo, linea che noi non approviamo. La mia intenzione era quella di organizzare la festa dell’unità dei comunisti invitando tutti i partiti che si autodefiniscono tali e hanno come simbolo la falce e martello. Non è stato possibile perché il nostro Sindaco ha posto il divieto di assembramento. Ci proveremo l’anno prossimo.

 

“Cumpanis” ha messo al centro della propria riflessione e della propria azione il progetto dell’unità dei comunisti, il progetto di unire – su basi ideologiche e teoriche affini – i comunisti e le comuniste in un’unica organizzazione, in un unico partito comunista. Qual è, rispetto a ciò, il tuo punto di vista?

Penso che sia ora di farla finita con questo sciupio di forze comuniste che guardano esclusivamente al proprio orticello. Ho provato ad avere qualche scambio con un paio di partitini come il nostro, ma il risultato è stato pessimo; ho constatato uno scarso interesse a collaborare e ad accendere anche un primo barlume di discussione unitaria. Se riuscissimo davvero ad avviare un processo unitario (certo, su basi ideologiche almeno affini) potremmo diventare più incisivi nell’azione politica e nelle lotte per i lavoratori. Da soli, partitino per partitino, non siamo niente, uniti possiamo contare molto di più. Ma occorrerebbe che i gruppi dirigenti dei partiti comunisti dessero con forza e chiarezza questa linea unitaria e facessero immediatamente unire nelle lotte territoriali e nazionali i diversi militanti, le diverse basi dei partiti, i diversi quadri dirigenti. Occorrerebbe che le cose fossero chiare, per far decollare il progetto dell’unificazione. Bisognerebbe che i comunisti delle diverse formazioni si riunissero nelle sezioni, o dove fosse possibile, al fine di iniziare una discussione politica unitaria, mettere a fuoco gli obiettivi di lotta unitaria sui territori, parlare di politica internazionale, politica interna, anche per capire le differenze e le possibilità di sintesi. Che a mio avviso sono molto alte. Però, se la spinta unitaria non viene dai gruppi dirigenti (e sinora da essi non viene) è un problema. E allora dovrà partire dal basso. Perché sono convinto che se la linea dell’unità dei comunisti iniziasse a prendere corpo – ripeto, una linea unitaria che si basi almeno su affinità generali, per non litigare subito dopo e dividersi subito dopo – questa linea fatta di una prima, piccola, accumulazione di neve diventerebbe una valanga. Poiché è innanzitutto la loro unità che i comunisti e le comuniste vogliono.