I dati ufficiali del rapporto OCSE Education at a Glance 2021 presentano un quadro preoccupante dell’Italia sul fronte scuola, in continuo costante peggioramento da anni, oggi ancora più evidenziate dalla pandemia, ma riserva anche sorprese: 

1) tra il 2020 e il 2021 il nostro paese ha applicato chiusure più prolungate, durante la pandemia, rispetto agli altri stati UE, 13 settimane di chiusura totale, a fronte della media degli altri di 10 settimane, 22 settimane di chiusure temporanee, contro le 16 degli altri, con conseguenze e ripercussioni di tipo socio-affettivo e sullo sviluppo delle capacità cognitive; ma non solo: questa mancata formazione comporterà una perdita di reddito del 2,5% dell’intera vita lavorativa, e un PIL inferiore dell’1,5% nei prossimi 80 anni;

2) l’università italiana è tra le più costose d’Europa, subito dopo quelle inglesi e olandesi, ma in tema di diritto allo studio come borse di studio, alloggi e altri servizi è tra le ultime perché lo Stato spende il 4,1% del PIL per il sistema educativo, mentre i paesi OCSE il 5%; inoltre è penultima per numero di laureati in Europa, che poi regolarmente sono costretti a migrare all’estero per lavorare; in questo modo le famiglie e lo Stato italiano forniscono forza lavoro qualificata ad altri paesi europei a costo zero;

3) le ragazze italiane ci forniscono un primato inaspettato: sono il 65% dei diplomati liceali contro la media OCSE del 55% e in seguito tra la fascia tra i 25 e 34 anni, il 35 % chi si laurea è donna, contro il 23% di uomini. Ma persiste il dato discriminatorio che vede le ragazze autoescludersi dalle facoltà tecnico-scientifiche, le più ricercate nel mondo del lavoro, mentre hanno la maggioranza assoluta negli indirizzi che abilitano all’insegnamento;

4) infatti emerge che agli uomini non conviene fare l’insegnante perché a parità di titolo di studio, un docente guadagna la metà; 

5) un altro dato molto interessante è che nelle università italiane c’è un boom di studenti cinesi stabili, ben 12000, seguiti subito da quelli indiani, grazie anche ai progetti Turandot e Marco Polo, a dimostrazione che le nostre università, nonostante tutto, forniscono ancora una buona preparazione;

6) inoltre i docenti italiani hanno un livello iniziale d’istruzione più elevato rispetto agli altri paesi europei: il 78% dei docenti della secondaria di I grado possiede una laurea magistrale, mentre la media OCSE è del 44,2; il 4,2% ha anche un dottorato di ricerca a fronte della media OCSE del 1,3%. 

Anche nel settore scuola, la pandemia ha solo accentuato quello che già era un sistema né efficace, né efficiente, per usare il linguaggio delle susseguite “riforme/controriforme della scuola”; infatti il rapporto OCSE-Pisa aveva rilevato nel 2018, analizzando i dati INVALSI, un divario netto tra nord e sud, un divario di genere tra maschi e femmine, così tra licei e istituti professionali, fotografando una popolazione scolastica non in grado di leggere e comprendere un testo: rilevazione in costante peggioramento da anni… ormai l’italiano è una lingua straniera; ugualmente gravi sono i dati per le conoscenze di scienze, ma non per la matematica, dove non c’è peggioramento, questo perché la disciplina è sempre più insegnata come un automatismo e non come un pensiero problematico. 

Questa è la fotografia di un’Italia da anni in emergenza povertà educativa, dove la scuola non sblocca più l’ascensore sociale e vengono tramandate ai figli le diseguaglianze sociali e culturali, le scuole sono frequentate da studenti con la stessa provenienza socio-economica e culturale con effetto segregazione; già anni fa l’OCSE aveva evidenziato in Italia, con preoccupazione, il ritorno all’ereditarietà del titolo di studio, dove chi nasceva in una famiglia con poche opportunità e da genitori poco scolarizzati, aveva scarsa possibilità di intraprendere un lungo percorso scolastico, mentre chi era figlio di laureati molto probabilmente sarebbe diventato “dottore”; segnalava anche come l’Italia fosse in controtendenza, tra i paesi OCSE, rispetto al fatto che il titolo universitario rappresentasse, in periodi di crisi, una protezione aggiuntiva: infatti è in aumento la disoccupazione tra i laureati, azzerando così il meccanismo di “ascensore sociale” dell’istruzione. 

Già nel 2014 il ritratto generale che ne usciva era sconcertante: una scuola impoverita e inceppata nella sua funzione formativa e nella possibilità di far decollare le opportunità di lavoro, e soprattutto aumentavano i neet, l’acronimo inglese che indica i giovani tra i 15 e 29 anni che non studiano, non lavoravano, non ricevono formazione. L’Italia non è un paese per vecchi, ma tantomeno per giovani, visto che negli ultimi anni ha lasciato che la forza lavoro giovane e formata scegliesse la migrazione. Infatti nel 2019 prima della pandemia, 250000 giovani tra i 25 e i 35 anni sono stati costretti a scegliere la migrazione per trovare lavoro: sono diplomati e laureati. Però l’Italia “accoglie”, o meglio ha accolto prima del covid, con tutti i luoghi comuni del caso (risorse, fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare, fanno figli), altrettanti migranti, quelli registrati e conosciuti, ma sappiamo quanti rimangono sconosciuti, di cui a volte ne veniamo a conoscenza solo quando vengono ammazzati o arrestati. Inoltre per avere dati certi e in tempi brevi, ancora dobbiamo ricorrere a quelli raccolti della Caritas che sono sempre aggiornati. Un fenomeno di cui nessuno parla: la migrazione italiana supera l’immigrazione straniera nel nostro paese: un argomento di cui discutere senza pregiudizi sentimentali; o vogliamo lasciarlo strumentalizzare alla becera destra xenofoba ed imperialista? 

Inoltre l’Italia, non si è neanche avvicinata a quella parte del Trattato di Lisbona del 2000 dell’UE, che puntava entro il 2010, ad arrivare ad un’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economicamente sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale, basata su crescita e competitività. Gli obiettivi del trattato di Lisbona sui saperi, sull’educazione e la formazione erano ambiziosi: apprendimento permanente come risposta alla globalizzazione ed economia basata sulla conoscenza, misure attive e preventive rivolte ai disoccupati e alle persone non attive, riduzione del 10% dell’abbandono scolastico, aumento del 15% dei laureati e superamento della disparità di genere, portando così il completamento del ciclo d’istruzione all’85%. 

Tutto finalizzato alla crescita economica, in quanto l’UE aspirava a divenire polo strategico economico e le istituzioni scolastiche avrebbero dovuto organizzarsi con forti e mirati investimenti in programmi didattici per sviluppare le competenze chiave come: la conoscenza delle lingue, la matematica, le scienze, la tecnologia digitale, capacità di aggregazione sociale e civile, lo spirito d’iniziativa e d’impresa; tutto a sostegno del capitale.

In questo contesto s’inserì la Riforma della scuola di Luigi Berlinguer, varata frettolosamente nel 2000, durante il primo governo Prodi, senza intervenire sui contenuti e sui programmi, pur dichiarando la volontà di annullare la distinzione tra formazione culturale e formazione professionale, mentre il resto dei paesi dell’UE da anni preparavano una nuova scuola, con importanti investimenti, “per essere” in Europa. 

L. Berlinguer, da comunista pentito e devoto al neo-liberismo, introdusse per primo il linguaggio economicistico e bancario, che pensava la scuola come azienda-impresa, dove il preside diventava un dirigente-manager, gli alunni e i docenti si muovevano tra crediti e debiti formativi, in un gioco di offerta formativa, dove gli studenti-utenti-clienti venivano attirati con offerte speciali, in perfetta coerenza con la concezione mercantilistica di domanda-offerta, che ha mercificato in questi 20 anni i beni comuni come salute, ambiente, istruzione per favorire i traffici commerciali, che ledono i principi di democrazia e i diritti all’istruzione, alla salute e al lavoro. La riforma ridisegnò i cicli scolastici, intaccò l’unico segmento della scuola italiana giudicato il migliore del mondo: la scuola primaria, grazie ai programmi dell’85, pensati dai più grandi pedagogisti italiani e creò uno scatolone di segmenti scolastici, senza mettere mano ai contenuti, ai saperi disciplinari, che andavano invece rivisitati in chiave epistemologica; la scuola diventò un progettificio, unico sistema per accedere ai finanziamenti, perdendo la sua connotazione di luogo della cooperazione, per trasformarsi in luogo della competizione e concorrenza, diffondendo una falsa idea di meritocrazia contrapposta a un diritto di tutti e per tutti. Ci furono “sperimentazioni assistite” in tutti gli indirizzi di scuola secondaria superiore di secondo grado come la “sperimentazione Brocca”; ma il danno più grave fu l’introduzione del sistema integrato tra scuola pubblica e scuola privata alla quale si riconosceva il principio di parità e i relativi finanziamenti, quando con l’escamotage del diritto allo studio già ne usufruivano. Ma non solo: introducendo l’autonomia scolastica, si concedeva alle scuole cattoliche di restare scuole ideologiche, in barba alla Costituzione. Oggi fanno parte del sistema nazionale dell’istruzione e svolgono un servizio pubblico, senza alcuna verifica sul funzionamento effettivo e sul rispetto delle regole: come il reclutamento dei docenti, la selezione degli alunni… perché l’handicap e gli scolari stranieri costituiscono un turbamento. L’autonomia scolastica, legge 30/2000, sempre introdotta da Berlinguer, ispirata dalla legge sulla Funzione della Pubblica Amministrazione Legge delega 59/97, nota come riforma Bassanini, fu il fulcro di un sistema di “governance” territoriale, basato sul decentramento amministrativo e il trasferimento di funzioni dello Stato agli enti locali, e ha creato in Italia una scuola a macchia di leopardo per l’offerta formativa (POF); si tradusse soprattutto nel cercare da parte del nuovo dirigente-manager autonomamente finanziamenti esterni per il fondo d’istituto per realizzare i progetti, come nel sistema scolastico angloamericano, mentre si finanziava però la scuola privata, prevalentemente cattolica. Un governo di centro-sinistra che rincorreva gli obiettivi della destra italiana ed europea di modernizzazione, liberalizzazione, destatalizzazione, privatizzazione, decentramento, autonomia, riuscendo a fare quello che nessun governo democristiano aveva mai osato proporre, soprattutto grazie alla presenza di un forte partito comunista, il PCI, di una CGIL ancora su posizioni di classe e di una strutturata cultura laica. 

Ne derivò “una modernizzazione” senza cultura, una professionalizzazione tutta localistica e subalterna alle immediate esigenze della produttività speculativa, una liberalizzazione generatrice di squilibri. Sul piano dei contenuti, ci fu la dismissione e l’alleggerimento di alcuni saperi/discipline formativi, una dannosa separazione tra discipline umanistiche e tecnico-scientifiche, alimentando la confusione tra pensiero scientifico e tecnico, centralizzando tutto sull’informatica, vista come una panacea; ci fu invece e soprattutto una rinuncia al rigore necessario a formare persone con menti critiche, puntando su una minore richiesta cognitiva, considerata anche un’azione efficace per contrastare la dispersione e l’abbandono scolastico. Neanche l’università si salvò e furono introdotte le lauree triennali, seguite dalle specialistiche, che dopo anni di distanza confermano la loro inefficacia.

Tutto questo con il placet della CGIL che non doveva contrastare il governo di sinistra, e aprì poi la strada ai ministri dei governi Berlusconi nell’attacco alla scuola pubblica: le signore Moratti e Gelmini furono facilitate nell’apportare altri danni come diminuire il tempo scuola, cancellare il pericoloso insegnamento della geografia, tentare di cancellare il tempo pieno alla scuola primaria dove con l’INVALSI s’introdusse la valutazione del sistema d’istruzione, aumentare i poteri al dirigente scolastico, immettere in ruolo migliaia di insegnanti di religione cattolica senza concorso. Soprattutto la Moratti, con il decreto 53/2003, smantellò molto della Riforma Berlinguer e introdusse le famose “3 i”, informatica, inglese, impresa, e poggiando proprio sull’autonomia scolastica ridimensionò l’intervento pubblico dei finanziamenti statali; ne fecero le spese le ore di compresenza nel primo ciclo scolastico e promosse invece le scuole private, enfatizzando un’ipocrita libertà di scelta. Inoltre abolì la riforma dei cicli, ripristinò il maestro unico, tentò di smantellare il tempo pieno, anticipò l’età per entrare nella scuola dell’infanzia, affidò l’istruzione professionale alle regioni, contro il titolo V della Costituzione, grazie ad un pasticcio creato dalla riforma Berlinguer. 

Dopo la Moratti, nel 2006 con il ritorno del centro-sinistra il nuovo ministro Fioroni innalzò l’obbligo scolastico a 16 anni, arginò la riforma Moratti e si concentrò anche lui sull’istruzione professionale, un nodo che interferiva tra le competenze dello Stato e quelle regionali; ma perseverò nel danno, estendendo il finanziamento alle scuole private, oltre che nella scuola dell’obbligo, anche alle superiori, a patto che si fossero autocertificate di operare senza fini di lucro; progressivamente si diminuiva ancora il finanziamento alla scuola pubblica per dirottarlo alle private.

Nel 1950 Piero Calamandrei, nel famoso discorso in difesa della scuola pubblica, metteva in guardia i cittadini dallo Stato che trascurava le scuole pubbliche, lasciando che esse andassero in malora, impoverendo i loro bilanci e ignorando i loro bisogni, e oggi aggiungiamo, grazie alla sedicente sinistra, ormai iper-liberista che decise di finanziare le scuole private in nome di false libertà di scelta e diritto allo studio. 

Nel 2008 ritornò Berlusconi e la nuova ministra M. S Gelmini con G. Tremonti con la legge 133/2008 tagliarono altri fondi alla scuola pubblica, come risposta alla crisi finanziaria, agendo soprattutto sul personale scolastico, ridimensionando cattedre e tempo scuola, eliminando le sperimentazioni Brocca, aggravando le famose “classi-pollaio”. Addirittura, diminuendo il tempo scuola, furono tagliate le ore delle discipline professionalizzanti negli istituti tecnici: un danno incalcolabile, di cui oggi portiamo le conseguenze.

In quegli anni, tra l’abiura del pensiero marxista e il trionfo del modello berlusconiano del “mercato dell’istruzione”, e la propaganda delle reti Mediaset, è stata umiliata la cultura, soprattutto quella umanistica in nome dell’informatica e dell’inglese, sdoganando l’ignoranza, diffondendo volgari modelli edonistici, che hanno danneggiato intere generazioni, annullando la coscienza di classe e la partecipazione dei cittadini, con disastrose conseguenze nella mutazione genetica del modo di vivere nel nostro paese, centrato pervasivamente sull’individualismo d uno squilibrato concetto di libertà, associato alla furbizia e alla rincorsa verso modelli estetici paradossali; tutto in funzione del libero mercato del nuovo capitalismo ultra-liberista, che vuole consumatori acritici. 

In seguito il ministro Profumo, durante il famigerato governo Monti, ritenne prioritario il registro elettronico, rispetto alla sicurezza degli edifici scolastici, che già l’ordine dei geologi nel rapporto sullo stato di sicurezza degli edifici scolastici, aveva evidenziato che erano 27.920, quelli nelle aree ad alto rischio sismico e 6.122 quelli nelle aree a rischio idrogeologico. Altri edifici scolastici erano fatiscenti e pericolosi perché da anni mancavano finanziamenti per la manutenzione ordinaria e straordinaria per la messa in sicurezza. 

Se parliamo di università già dal 2004 al 2011 si registrava un -15% d’immatricolazioni: soltanto il 29% dei neodiplomati chiedeva l’iscrizione all’università. Infatti con l’ultimo governo Berlusconi le finanziarie avevano sottratto alle università pubbliche 1 miliardo dei 7 che ricevevano, così molti atenei aumentarono le tasse e diminuirono i servizi. 

L’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, un altro ex comunista, nel 2008 in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico al Quirinale, difese i tagli alla scuola, per il contenimento della spesa pubblica, considerandoli indispensabili e nel 2011, il governo Monti, con il decreto Fornero tagliò il 90% dei fondi destinati alle borse di studio e ne furono cancellate 145.000 di quelli aventi diritto e nell’anno accademico 2013/14 si registrò il più basso numero d’immatricolazioni. Lo stesso Napolitano volle “inchiodato” in Costituzione il pareggio di bilancio, che ha impedito e impedisce di spendere per il bene pubblico; alla faccia della strategia decennale Europa 2020 che prevedeva per il decennio 2010-20 una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva con una dimensione europea dell’istruzione, con obiettivo prioritario di abbassare il livello europeo dell’abbandono scolastico; ma in Italia ha significato solo “Youth on the move”, ovvero i progetti Erasmus-università.

Ma il governatore della Banca d’Italia, I. Visco, sottolineò invece come l’Italia fosse un paese arretrato nella valorizzazione del capitale umano e che questo fosse tra le principali cause del nostro basso tasso di crescita. Al capitalismo italiano non interessava una scuola di qualità, che favorisse menti brillanti in grado competere… era tutto proteso a delocalizzare con l’aiuto dei soldi pubblici. Gramsci, già ai suoi tempi, lo aveva definito “il capitalismo straccione”; i tempi non sono cambiati e molti economisti lo hanno apostrofano come “nano-capitalismo”, per la miope visione strategica, che non investe in ricerca, delocalizza e si accontenta di ricavare profitto inasprendo lo sfruttamento dei lavoratori e oggi soccombe ai fondi d’investimento, creando in Italia la desertificazione industriale.

Solo nel 2019 sono risalite le iscrizioni all’università con le immatricolazioni nelle città di medie dimensioni, ma ancora non ci avvicinano agli obiettivi di “Europa 2020”, perché la quota laureati in Italia in fascia 30-34 anni è pari al 27.8% a fronte della media 40,7% dei paesi europei. Dopo la pandemia non si sono registrati grossi contraccolpi nelle iscrizioni, perché le scelte si sono orientate verso gli atenei di prossimità per ovviare alle spese fuori sede.

Ritornando allo storico della scuola italiana, il colpo di grazia fu la legge 107/2015 la cosiddetta Buona scuola del governo Renzi con la ministra Giannini e ricordando un pensiero di Antonio Gramsci, che affermava che tra scuola, educazione e politica c’è una stretta connessione perché da come un governo organizza il proprio sistema educativo, conosciamo gli obiettivi che vuole realizzare nel futuro…quindi era proprio chiaro chi fosse Renzi; ma in Italia “l’egoico rottamatore” ha fatto presa e così abbiamo subìto ulteriori danni, come se al peggio non ci fosse mai fine.

La legge 107/2015, fortemente voluta da Renzi, sbandierata come un fiore all’occhiello con un linguaggio calcistico, dopo i tagli del centro-destra, ha investito importanti risorse pubbliche, ma è stata un grande fallimento e ha procurato ulteriori danni alla scuola, tanto che con il successivo governo fotocopia di Gentiloni, subentrato a Renzi, non fu conferma la Giannini, sostituita dalla Fedeli, proprio per arginare la L. 107… ma i disastri sono rimasti.

Il danno più grave va rilevato nel carattere autoritario di tutta la “riforma/controriforma” con la figura del dirigente scolastico super-manager con 3 poteri assoluti: 

1) scegliere i neo-assunti dall’albo territoriale e decretarne il risultato dell’anno di prova; 

2) formare la squadra dei collaboratori; 

3) premiare i docenti migliori.

La destinazione dei neo-immessi in ruolo, per la prima volta negli ambiti territoriali, invece che in un istituto specifico, grazie alla chiamata diretta dei dirigenti per il potenziamento dell’offerta formativa, fu un vero cambiamento di paradigma nelle assunzioni: infatti, il potere di assunzione diretta del dirigente scolastico, di una parte di docenti, fu di fatto un’espropriazione della programmazione e progettazione didattica, come sancita dall’articolo 33 della Costituzione, che né il piano triennale e né il voto del collegio docenti riuscirono a tutelare, per cui le scuole italiane sono a tutt’oggi un feudo del dirigente. Inoltre le assunzioni di massa a tempo indeterminato di vecchi e neo-docenti precari (circa 90000), nel tentativo di stabilizzare il precariato, hanno eluso il passaggio del confronto con le organizzazioni sindacali e il mondo dell’associazionismo scolastico; questo ha comportato che molti neo-docenti non avessero la cattedra e fossero a disposizione e utilizzati principalmente per supplenze. Ma non solo, l’assunzione prevedeva il blocco della mobilità dei docenti: altro che scuola flessibile sbandierata da Renzi e Giannini! Infatti per la conseguente insostenibilità, la ministra Fedeli ha dovuto modificare la legge per tentare di sanare situazioni paradossali verificatesi in tutta Italia e il ministro Bassetti del governo Conte 1 ha anche eliminato la chiamata diretta dei dirigenti, ma gli irriducibili renziani vorrebbero riproporla con la “chiamata per competenze”!

L’introduzione del “bonus merito” dei docenti con criteri decisi dal dirigente scolastico, al quale fu assegnato un misero finanziamento di 20000 euro a istituto, ha scatenato una competizione e una rivalità tra docenti e la sudditanza verso il “dirigente con super poteri”, nel luogo dove la postura pedagogica dovrebbe essere quella della cooperazione e non della competizione. Superfluo dire che andava invece finanziato un nuovo contratto di lavoro, che riconoscesse economicamente le numerose nuove mansioni con relativi nuovi aggravi di lavoro richiesti a tutti i docenti. Inoltre la valutazione di un docente non può essere fatta con i parametri della produttività economica o amministrativa e soprattutto non a breve termine e soprattutto se gli viene tolta la libertà didattica.

La riforma ha introdotto anche la formazione obbligatoria per i docenti, pochissimo finanziata che ha costituito un peso per i tempi di lavoro e anche un aggravio economico per gli insegnanti. Sconcertante è stato anche il “bonus docente”: invece di provvedere ad un riconoscimento economico contrattuale (contratto fermo dal 2008), la riforma elargisce un bonus di 500 euro da spendere in prodotti digitali, libri, teatro, cinema, formazione, favorendo una fetta di mercato di consumi, invece di preoccuparsi del sostentamento dei tanti docenti con le retribuzioni più basse d’Europa.

Ad aggravare questo quadro c’è anche l’ASL, alternanza scuola lavoro, innalzata a 200 ore nei licei e 400 nei tecnici e professionali: un’operazione bugiarda e mistificatoria, che ha sottratto ore preziose di lezione a scuola agli alunni delle superiori, in un momento in cui molte aziende chiudevano, gli studi professionali altrettanto; in altri casi l’ASL ha favorito addirittura lo sfruttamento del lavoro minorile. Un’illusione per trovare un futuro lavoro, svalorizzando i saperi formativi in nome di un insulso sviluppo di competenze. La parola “competenza” era già apparsa con la riforma Berlinguer, provocando un’assurda contrapposizione tra conoscenza e competenza, ignorando che uno degli obiettivi della scuola che è proprio favorire lo sviluppo della capacità metacognitiva, cioè saper mettere in relazione tutte le conoscenze, trasformandole in saperi da spendere nella vita, che oggi richiede flessibilità di tipo psicologico e cognitivo, per cui è importantissima la formazione data dalle discipline umanistiche; in questo modo sono cambiati anche gusti e vissuto del tempo libero: la lettura è stata soppiantata da una vera e propria mania sportiva, legata ad un grosso business economico del culto del corpo; la creatività sembra potersi esprimere solo in cucina, moda pilotata per un business molto importante; la musica, quella peggiore, altro business onnipresente, più che un ascolto è un sottofondo per fare altro. Tutto ciò che il capitalismo tocca si trasforma in consumo esasperato, affinché si producano profitti all’infinito. Ormai nella scuola-azienda, tutta utilitarismo, sottomessa al neoliberismo, asservita ad un’economia di corto respiro, “la competenza”, esprime proprio il bisogno del momento, ma purtroppo è penetrata nel tessuto scolastico, dove ci si vergogna di pronunciare la parola “conoscenza”. Inoltre i docenti sostengono un nuovo carico di lavoro per organizzare l’ASL, rinunciando ad insegnare letteratura, storia, scienze, filosofia e altre discipline nell’illusione di aiutare i propri alunni a trovare un lavoro per il futuro. E l’introduzione dell’ISO 9001, la cosiddetta qualità nella trasparenza, ha solo trasformato i docenti in impiegati, imprigionati in protocolli e moduli da compilare, che sottraggono tempo prezioso alla progettazione didattica.

La Buona scuola prevedeva anche una spesa per l’edilizia scolastica, ma mai realizzata se non per interventi di maquillage. 

Per la didattica si puntavano tutti gli investimenti sull’innovazione digitale, senza pensare ad una nuova visione epistemologica dei saperi, senza pensare a sviluppare un pensiero scientifico, investendo su laboratori di scienze, fisica, molto meno costosi di quelli d’informatica e più duraturi. 

La riforma di Renzi fu un pessimo investimento che non diede i frutti sperati, criticata proprio da chi avrebbe voluto favorire, i grandi capitali: la fondazione Agnelli ne diede un giudizio molto negativo. Possiamo affermare che la Buona scuola con le metafore calcistiche, l’ASL e la “scelta dei docenti” ha illuso molte famiglie e incentivato gli egoismi genitoriali da scaricare sui docenti, che in questi anni sono stati vituperati in tutti modi da tutta la società, ma purtroppo è storicamente una categoria di lavoratori senza coscienza di classe che raramente ha partecipato in massa a grandi lotte. Inoltre si carica la scuola di grandi responsabilità create da una società malata, generata dai guasti del neoliberismo, ma nel corso degli ultimi 20 anni si è fatto di tutto per spuntargli le armi: la scuola e soprattutto lo studio erano stati l’alternativa, la salvezza per tanti bambini e giovani, nonostante le carenze e il nozionismo. 

Possiamo sostenere che dalla riforma Berlinguer fino alla Buona scuola di Renzi, sia il centro destra, che il centro sinistra si sono preoccupati di smantellare la scuola pubblica per sottometterla al neoliberismo, l’hanno trasformata in un’impresa privata ma senza investimenti, i cui obiettivi erano competere nel “mercato dell’istruzione”, in una scelerata visione virtuosa della competizione e della concorrenza del libero mercato, dove sarebbero emersi i migliori, la cosiddetta “eccellenza”, senza la consapevolezza che non si parte dagli stessi blocchi di partenza e che così ci priviamo di un’eccellenza diffusa o meglio “democratica”! 

Oggi questo sistema-scuola ha creato una visione individualistica ed egoica della società, invece che collettiva volta verso lo sviluppo di un senso civico di bene per la collettività e sono stati dismessi tutti i valori democratici su cui si fonda la nostra Repubblica nata dalla Resistenza. 

Ora con il governo del banchiere Draghi si annuncia una rivoluzione copernicana nella scuola! Nel documento “Patto per la scuola al centro del Paese”, che guarda al 2030, si parla di un nuovo modello culturale per una nuova organizzazione del lavoro nelle scuole, associato all’innovazione tecnologica per il miglioramento del benessere collettivo, e tal fine si punta ancora una volta sull’autonomia scolastica, considerata garanzia dell’unitarietà del sistema scolastico, volto a ridurre i divari territoriali e la dispersione scolastica, anche se finora ha generato il contrario, e si punta tutto sull’istruzione tecnica e professionale, favorendo anche sinergie tra le università ed enti di ricerca. Il 15 settembre l’atto d’indirizzo è diventato il DM 281 e ha declinato le priorità politiche in 23 aree di azione con piani triennali. Chissà come verranno investiti i soldi, giudicati un’opportunità irripetibile del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) all’interno del programma Next Generation UE, da spendere nel periodo 2021-26? Sul totale degli investimenti destinati all’Italia 191,5 ml euro, per il potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione dagli asili-nido all’università si prevedono tra risorse fresche e già stanziate circa 32 ml di euro, articolata in 8 misure:

  • piano asili-nido e scuole per l’infanzia;
  • piano di estensione tempo pieno e mense;
  • Potenziamento infrastrutture per lo sport;
  • Intervento straordinario finalizzato alla riduzione dei divari territoriali nei cicli I e II della secondaria di II grado;
  • Sviluppo del sistema di formazione professionale terziaria (ITS);
  • Orientamento attivo nella transizione Scuola-università;
  • Alloggi per gli studenti; borse di studio per l’accesso all’università, potenziamento dei dottorati di ricerca. 

A questi interventi viene associato un ventaglio di riforme, soprattutto concentrato sulla riforma degli ITS, come annunciato con enfasi più volte da Draghi, ma soprattutto nessuno dice che sarà un investimento che riguarderà principalmente la popolazione maschile in termini di formazione scolastica e lavoro, eludendo l’obiettivo del superare il divario di genere; le altre riforme riguarderanno l’organizzazione del sistema scolastico legato ai cicli e l’università con addirittura le classi di laurea e le lauree abilitanti alle professioni.

Altra linea d’investimenti saranno per il reclutamento e formazione dei docenti che punta ancora una volta sull’acquisizione e sviluppo delle competenze digitali, ormai elevati a “saperi unici”. Le competenze digitali sono associate al potenziamento delle infrastrutture per la riqualificazione dell’edilizia scolastica per una Scuola 4.0. Si parla anche di nuove competenze e nuovi linguaggi con le discipline STEM, science, technology, engineering, mathematics (scienze tecnologia ingegneria e matematica) comprensive anche delle neuroscienze per creare una cultura scientifica e la forma mentis. Un evidente sbilanciamento formativo tutto utile però alle esigenze del mondo del lavoro. Infatti è totalmente assente tutta l’area delle discipline umanistiche, determinanti per la formazione della personalità e il vivere sociale, specie in momento storico come l’attuale che ha visto, causa pandemia, per 2 anni scolastici i nostri bambini e ragazzi in dad, privati della socialità, accentuando le già gravi povertà educative, che vediamo trasformarsi in esclusione sociale, emergenza violenza tra giovani e giovanissimi, cresciuti senza valori etici di riferimento e modelli socio-culturali molto discutibili. Inoltre, non una parola sul grande cambiamento in atto da anni della scuola italiana, ormai scuola multi-etnica, multi-religiosa, multilingue, che vede in prima linea docenti far fronte a nuove forme di immigrazione, senza alcuna preparazione e sostegno. 

Sembra proprio che i soldi che arriveranno dall’Europa, e che non sono un regalo ma che pagheranno come sempre i lavoratori e i pensionati, saranno spesi non per una crescita sociale e civile, ma saranno funzionali al capitalismo chiamato a rinnovarsi nella competizione globale.

C’è da lavorare molto sulla formazione della coscienza di classe!