C’era una volta un tempo nel quale il mondo del lavoro, quello di fabbrica ma anche dei servizi, in definitiva quello dei Lavoratori, godeva della considerazione, oserei dire del rispetto, da parte di una intera società. Rispetto che si addiceva a chi stava sorreggendo, pagando prezzi altissimi, lo sforzo collegato allo sviluppo del Paese così come si andava strutturando nel secondo dopoguerra. Bisogna dire, per onestà intellettuale, che per una certa, non trascurabile fase dell’industrializzazione italiana, anche pezzi rilevanti della pur sgangherata borghesia nostrana, furono in grado di comprendere (obtorto collo) la necessità di poggiare lo sviluppo, dentro il conflitto capitale-lavoro, su solide basi redistributive. Nella fattispecie quelle garantite, oltre che dai Contratti Nazionali di categoria, dal “meccanismo” del quale ci occupiamo in questa sede: la Scala Mobile e il “punto di Contingenza”. 

Conviene però precisare, da subito, per non farsi soverchie illusioni, che nel breve volgere di tempo che ci separa da quella stagione i due strumenti sopra citati sono stati largamente sterilizzati.

Il CCNL di categoria è ormai, da anni, diventato un sacco vuoto tanto che i lavoratori più che auspicarne il rinnovo, lo temono. I sindacati concertativi infatti, a partire dall’ormai lontano 1993 con la firma del famoso accordo interconfederale, hanno assunto una posizione ancillare rispetto a Confindustria e barattano, da anni, la loro sopravvivenza con il cedimento totale sul terreno rivendicativo. Si strutturano così, con precise responsabilità i due pilastri propedeutici alla distruzione del welfare e alle conseguenti inevitabili privatizzazioni. Il primo riguarda le pensioni integrative, il secondo la Sanità integrativa. Due bombe ad orologeria inserite nei Contratti nazionali che scardinano il sistema pubblico e soprattutto consentono alle imprese di utilizzare risorse dei lavoratori per offrire prestazioni assicurative legate alla sussistenza del rapporto di lavoro, invece che universalmente riconosciute.

Per approfondire un po’ il secondo strumento quello della Scala Mobile, fondamentale per il trattamento economico dei lavoratori italiani diventa a questo punto obbligatorio descriverne le caratteristiche principali, proprio in considerazione del fatto che si tratta di meccanismi risalenti nel tempo. Spero di contribuire a fare un po’ di chiarezza in modo sintetico facendo alcuni cenni alla storia di questo Istituto, sviluppatosi in modo originale nel nostro Paese.

La Scala Mobile nasce il 6 dicembre 1945 a seguito dell’accordo tra la Confederazione Generale dell’Industria italiana e la Confederazione Generale del Lavoro. L’accordo era settoriale, in quanto era riferito unicamente agli operai dell’industria che lavoravano nell’Italia settentrionale. Le parti convennero di “istituire un sistema di Scala Mobile sull’indennità di contingenza, opportunamente perequata per rendere automatici, in relazione all’andamento del costo della vita, gli adeguamenti di retribuzione che risultassero necessari”. 

L’articolo 11 di tale accordo stabilì che l’indennità di contingenza sarebbe variata nel tempo in proporzione alle variazioni del costo della vita, risultanti dai numeri indici appositamente calcolati per tutte le province interessate all’accordo. Gli indici erano calcolati in base a precise norme tecniche fissate da una commissione paritetica, costituita a Milano e composta da due rappresentanti della confederazione dell’industria e due rappresentanti della confederazione del lavoro. 

Fu costituito un paniere di prodotti e servizi denominato “paniere costo vita”, che rappresentava il consumo di una famiglia tipo, composta di 2 coniugi e 2 figli. Il calcolo della variazione della contingenza avveniva trimestralmente e per provincia in relazione alle variazioni dell’importo del bilancio. L’indennità di contingenza costituiva, così, un elemento aggiuntivo alla paga base ed era un elemento variabile della retribuzione complessiva in relazione alle variazioni del costo della vita. 

Questo accordo venne successivamente esteso al centro e al sud d’Italia con il concordato di perequazione del 23 maggio 1946. In quella data fu concluso il primo accordo a carattere nazionale denominato “accordo di sistemazione e tregua salariale”, finalizzato a normalizzare numerose situazione retributive dei dipendenti dell’industria e a ridurre la conflittualità sindacale. Con questo accordo il sistema della Scala Mobile subì rilevanti modifiche e grazie all’azione incisiva delle organizzazioni sindacali furono ottenute delle modifiche importantissime e impensabili oggi: fu unificata per tutto il territorio nazionale la nuova base per il calcolo della contingenza, abolendo la precedente distinzione tra le province settentrionali e meridionali; fu ridotto a due mesi, anziché a tre il periodo di variazione della contingenza, con l’intento di conseguire un più rapido adeguamento della contingenza al costo della vita.

Si instaurava quindi, un meccanismo di adeguamento automatico dei salari che consentiva agli strati sociali medio bassi di affacciarsi al mondo dei “consumi” trasformandoli in consumi di massa con effetti particolarmente favorevoli sulla produzione industriale, stimolata così anche dal mercato interno oltre che dall’aumento delle esportazioni dovute alla possibilità di svalutazione della moneta nazionale.

Il mondo del lavoro, si prepara così, anche per questa via, a diventare protagonista importante della politica italiana con le grandi lotte operaie che ci portano fino ai primi anni ’70 del secolo scorso nei quali i salari e gli stipendi del lavoro dipendente risultano statisticamente tra i più alti in Europa. In contrasto, conviene subito rilevare che ci troviamo ora, ma ormai da decenni, nella condizione di affermare, dati alla mano, che gli stipendi italiani sono tra i più bassi dei Paesi EU. Sarà successo qualcosa in questo arco di tempo che ha provocato il drastico peggioramento delle condizioni dei lavoratori? Centra forse Maastricht e la pseudo Unione europea?

Ma torniamo negli anni Settanta e ad un passaggio cruciale dei rapporti capitale-lavoro. Dal punto di vista della borghesia italiana, dei suoi rappresentanti nel Paese e nel Parlamento, lo sviluppo della lotta di classe, i risultati da essa raggiunti portati avanti da forze politiche e sindacati ancora consapevoli (sempre meno) delle loro funzioni di tutela degli interessi dei lavoratori, non potevano più essere tollerati in quanto erodevano sistematicamente i profitti delle Imprese. 

L’attacco alla Scala Mobile, pertanto doveva essere portato con tempestività e determinazione. Le risorse per preparare il terreno, come sempre quando serve, non mancano di certo al padronato italiano. Anche se dobbiamo tener conto che ci troviamo negli anni ’70 e ’80, quando ancora non si era compiutamente realizzato un vero monopolio dell’informazione mainstream, mass media, economisti, politici, e parte dello stesso sindacato, si incaricarono di iniziare quel lavoro “ai fianchi” del diritto del lavoro che ha preparato le condizioni dell’attacco finale.

Le forze in campo a partire dagli anni ’80, ormai completamente sbilanciate in senso imprenditoriale procedono speditamente al ridimensionamento degli automatismi salariali e successivamente alla eliminazione definitiva della “Contingenza”. 

Uno dei terreni di scontro più fertili per gli interessi di cui sopra, ha riguardato il dibattito che si è sviluppato nei media mainstream incentrato soprattutto sull’accusa esplicita, che tutelare in modo automatico e garantito gli stipendi dei lavoratori, determinasse l’innalzarsi dell’inflazione e che pertanto, la scala mobile, andasse rivista e possibilmente cancellata dall’ordinamento italiano. 

Ovviamente basta recuperare, ad esempio, un autorevole parere come quello dell’economista Augusto Graziani, per smentire l’accusa di meccanismo inflazionistico rivolta alla “Contingenza” che del resto era stato sollevato in modo palesemente strumentale:

“l’inflazione degli anni Settanta e degli anni Ottanta non fu generata dalla Scala Mobile, ma dalla svalutazione esterna della moneta. Ma la reazione della sinistra fu debole di fronte a questa spregiudicata politica governativa di inflazione e redistribuzione verso l’alto. Paradossalmente la sinistra (si fa per dire N.d.R.) condivideva la diagnosi dominante che attribuiva l’inflazione alla spinta dei salari e finiva con l’ammettere che era necessaria una politica dei redditi. L’unico punto fermo delle sinistre (e su questo gli articoli di Claudio Napoleoni sono particolarmente eloquenti) era che la politica dei redditi non andasse semplicemente concessa, nel nome della stabilità monetaria, ma contrattata”.

Ma i lavoratori avevano capito tutto della fase che si andava sviluppando pertanto: 

“non accettavano la centralizzazione delle relazioni sindacali, gli accordi di vertice e soprattutto il moderatismo delle rivendicazioni. Un punto sul quale la sinistra dell’epoca non si soffermava a sufficienza era che un’economia come quella italiana non poteva limitarsi a svalutare la moneta per sostenere le esportazioni. Sarebbe stata necessaria una rivoluzione tecnologica, con l’obiettivo di collocarsi nelle fasce più alte delle tecnologie avanzate. Invece, l’industria italiana puntò (e continua a farlo anche oggi) soltanto sulla compressione del costo del lavoro, imputando l’inflazione galoppante di quegli anni agli incrementi stipendiali frutto della Scala Mobile, senza considerare che l’inflazione era la causa e non l’effetto. L’esperienza degli anni Settanta è particolarmente importante, perché da quegli anni partì una massiccia campagna organizzata dalla Confindustria e sostenuta da tutti i maggiori mezzi di informazione che ha portato all’abolizione della Scala Mobile”.

È ormai assodato che la politica industriale non puntò sull’evoluzione tecnologica ma soltanto sul basso costo del lavoro, con i continui attacchi al salario e quindi alla Scala Mobile. Si tratta dell’embrione degli imminenti interventi voluti e pensati da una politica che porterà prima al decreto del 14 febbraio 1984 del governo Craxi (cui seguirà il referendum perso dai lavoratori) e poi alla definitiva eliminazione della Scala Mobile. 

Mi sembra utile soffermare l’attenzione sul 14 febbraio 1984, quando il presidente del consiglio Bettino Craxi trasformò in decreto l’accordo separato con il quale CISL, UIL, Confindustria e tutte le associazioni imprenditoriali, comprese le cooperative e lo stesso governo, tagliarono quattro punti della Scala Mobile. Un anno prima dell’accordo di San Valentino, il ministro del Lavoro Scotti aveva firmato con le tre confederazioni sindacali un protocollo di intesa che definiva un primo patto sociale. Si riduceva il valore del punto di Scala Mobile, si concedevano gli straordinari obbligatori, si dava il via, con i contratti di formazione lavoro, alla precarizzazione del rapporto di lavoro. 

Il “de profundis” definitivo sul meccanismo di indicizzazione automatica dei salari viene cantato dal primo Governo Amato con la firma del protocollo triangolare di intesa con le parti sociali del 31 luglio 1992.

Interessante notare che, mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti, paesi nei quali fu ideata e applicata per prima la distruzione delle conquiste operaie del secondo dopoguerra, le forze politiche incaricate di far questo provenivano dai settori appartenenti alla Destra più becera e conservatrice con rappresentanti come la Thatcher e Reagan, in Italia è un socialista, o sedicente tale, a fare il “lavoro sporco”; sarà un caso?

Non si possono qui analizzare, neanche superficialmente, le involuzioni del “Sistema Lavoro” italiano negli ormai 40 anni che ci separano dagli anni ’80, basti, in questa sede, rimarcare il progressivo e sistematico peggioramento delle condizioni dei lavoratori italiani che ci conduce dritti fino al Jobs Act renziano. I lavoratori non solo sono stati privati di un qualsiasi meccanismo che potesse consentire loro di percepire salari dignitosi nel rispetto della nostra Costituzione laddove all’art. 36 recita: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, ma anche sottoposti ad una atomizzazione precarizzante capace, almeno fino ad ora, di impedire o ridimensionare qualsiasi consapevolezza dei loro interessi di classe.

Mi pare evidente, da questa breve disamina della storia drammatica dei lavoratori italiani e del loro e nostro progressivo ma inarrestabile peggioramento delle condizioni materiali di vita, che ci si trovi di fronte ad un bivio dal quale non è più possibile scantonare. 

Le strade che abbiamo di fronte sono appunto due, se ne può imboccare solo una e stavolta non se ne esce con artifici dialettici per quanto sofisticati. 

Una strada, quella che conduce al tentativo di recuperare un ruolo centrale per il mondo del lavoro che passa inevitabilmente per il recupero di diritti sociali tra i quali anche la Scala Mobile, diritti individuali, salari, stipendi e identità operaie (gli operai e gli studenti sono tutt’altro che scomparsi come si è visto il 18 settembre a Firenze), l’altra via conduce alla definitiva sconfitta dei lavoratori con conseguenze negative veramente inimmaginabili e senza ritorno.

Qui le cose si complicano perché ci si muove nel campo del “che fare” nel quale è difficile cavarsela a buon mercato come quando si ragiona di questioni più o meno storicizzate. 

Ci si trova dunque in un campo aperto che deve avere però comunque dei presupposti non negoziabili, a meno che non si ipotizzi la possibilità, alquanto remota, di una fase rivoluzionaria in senso classico. I presupposti sono quelli che si riferiscono alla costruzione di un Partito che non si vergogni di essere definito e di definirsi Comunista e di un Sindacato conflittuale che, anche in questo quadro così complesso, sappia comunque mantenere la sua autonomia. Abbiamo le scatole piene delle cinghie di trasmissione e dei sindacati concertativi che hanno contribuito a determinare la condizione nella quale versa attualmente il mondo del lavoro.

Se questo dovesse essere considerato un percorso possibile e auspicabile occorreranno sforzi continui di elaborazione anche teorica sulle fondamenta che dovrebbero sorreggere un cambiamento di paradigma della portata ipotizzata, contributi che, in tutta modestia, tentiamo di dare anche attraverso la rivista “Cumpanis”.

Davvero non si comprenderebbe, per quanto riguarda l’aspetto politico, un ulteriore tentennamento nell’operare la scelta di andare rapidamente verso un processo di unificazione in un solo partito dei comunisti e delle comuniste in Italia anche per rendere credibile il comunismo come nucleo di aggregazione di tutte le forze che, oltre a condividere i temi del lavoro, abbiano come obiettivo l’uscita dalla NATO, dalla UE, e dall’Euro.