Il blocco dei licenziamenti è stata una misura presa dal governo Conte per evitare che la crisi, accentuata e accelerata dal covid-19, scatenasse una crisi sociale, poi prolungata dal marzo 2021 al 30 giugno 2021 da Draghi; nella prima versione del “sostegni-bis” il blocco dei licenziamenti arrivava fino al 28 agosto, ma Confindustria ha fatto pressioni affinché fosse anticipata, addirittura accusando il ministro Orlando di “intese tradite”, per cui la norma di proroga è poi sparita nel decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Tutti convinti che l’Italia fosse in linea con gli altri paesi europei e che la cassa integrazione gratuita fosse l’incentivo per non licenziare.

Invece, appena siglato l’accordo il 29 giugno a Palazzo Chigi tra sindacati confederali, Confindustria, presidente del consiglio Draghi e ministro del lavoro Orlando, sono partiti licenziamenti di massa da nord a sud Italia, comunicati con una mail di posta elettronica certificata. Gli ammortizzatori sociali prima della “risoluzione dei rapporti di lavoro”, come oggi nella mistificazione del linguaggio si chiamano i licenziamenti, non sono serviti a fermare quella che sarà una catastrofe sociale e i lavoratori saranno privati anche di questa tutela. 

Le aziende che licenziano, eludendo gli accordi, sono multinazionali, legate a fondi d’investimento, i quali decidono tutto: strategie industriali, modelli produttivi, chiusure e delocalizzazioni in perfetta deregulation come piace al neoliberismo. 

Sembrano indignati gli esponenti del governo, specie il ministro dello sviluppo economico Giorgetti come i sindacati, ma le multinazionali sono nell’ambito della legge, perché lo consente il famigerato Job Act di Renzi approvato nel 2016, che spazza via anche lo Statuto dei Lavoratori: nella Brianza di Bonomi e Giorgetti, licenziamenti alla Henkel di Lomazzo, alla Giannetti Ruote di Ceriano Laghetto, all’aeroporto di Malpensa Air Italy; nel resto d’Italia a Riva di Chieri la ex Embraco, a Campi Bisenzio la GKN Driveline, a Marostica la ABB, a Napoli la Whirlpool. Tutte multinazionali legate a fondi d’investimento internazionali che arrivano in Italia, depredano marchi, usufruiscono degli incentivi statali, frutto dei contribuenti, poi licenziano e delocalizzano. E non è una sorpresa: è un film già visto, ma non per la politica italiana. Infatti Gianni Letta, ritornato con grande sacrificio per salvare il PD e la Patria, scopre che non si conoscono i datori di lavoro ed è, quindi, difficile tutelare i lavoratori! Ma dove sono le cifre delle profezie della crescita del 5%, “cifre da boom economico” di cui ha parlato il Commissario all’economia dell’UE Paolo Gentiloni? È informato dei dati del Ministero dello sviluppo economico che ha aperto 99 tavoli di crisi con in ballo 55.817 posti di lavoro? 

Si licenzia per delocalizzare, trasferire spesso nell’Europa dell’est, dove si sfruttano meglio i lavoratori: così accade per Elica di Fabriano in Polonia, per ex Embraco in Slovacchia, per Abb in Bulgaria; ma a Campi Bisenzio il sindaco Emiliano Fossi ha firmato un’ordinanza che introduce il divieto di avvicinamento dei mezzi pesanti al perimetro aziendale della fabbrica per evitare “che nemmeno una vite esca dallo stabilimento!”. Un gesto di coraggiosa solidarietà, ma a tutto questo bisognava pensarci prima, perché la crisi della pandemia ha solo accelerato quello che è un metodo della nuova economia neoliberista.

È il caso della Whirlpool della sede di Napoli, una vertenza iniziata il 31 maggio 2019, ben prima della pandemia e con chiusura dello stabilimento che produceva lavatrici lo scorso ottobre 2020; l’azienda ha deciso di non usufruire delle 13 settimane di cassa integrazione e procedere direttamente con il licenziamento di 340 operai. 

Tutto ci viene presentato con stupore, indignazione, ad iniziare dalla vice ministra al MISE Alessandra Todde; per Draghi è addirittura “uno sgarbo istituzionale” e promette ai sindacati confederali dei metalmeccanici e ai lavoratori un impegno personale. La multinazionale Whirlpool continua a sostenere che l’Italia sia strategica per la regione EMEA (Europa, Medio Oriente, Africa), ma altri stabilimenti in Italia avvertono cambiamenti gestionali, soprattutto è cambiato il lavoro e il settore dell’elettrodomestico subisce una forte concorrenza, come ha dimostrato l’Elica di Fabriano. 

Abbiamo incontrato un operaio, Domenico Carofiglio, che lavora alla catena di montaggio della Whirlpool Melano di Fabriano, un territorio oggi portato ad esempio di desertificazione industriale.

D. Lo stabilimento di Melano è tra le attività superstiti del polo industriale di Fabriano, come si sopravvive e come pensate al futuro? 

R. Migrai a Fabriano nel ’92 da San Giovanni a Teduccio, oggi area metropolitana di Napoli, insieme a 30 famiglie perché qui c’era lavoro e futuro per i nostri figli, oggi c’è un esodo al contrario, nato con il fallimento dell’Antonio Merloni, di tutto l’indotto e di altre realtà produttive: Fabriano da 30.000 abitanti, oggi ne conta 10.000. Dal 2016, da quando Indesit è diventata Whirlpool, altri posti di lavoro si sono persi attivando incentivi verso i pensionamenti. Noi produciamo piani cucina, io sto nel reparto su misura e durante la pandemia abbiamo lavorato molto, anche con l’attivazione di turni di notte, perché c’è stata molta richiesta, ma non ci sono grandi volumi di denaro. 

D. Con Whirlpool cosa è cambiato?

R. Capire le strategie di Whirlpool è molto difficile, sembra navigare a vista senza un progetto e una strategia aziendale, però si perdono costantemente posti di lavoro come per la sede di Albacina trasferita a Melano, dove gli impiegati sono diminuiti sempre incentivando i pensionamenti e senza rimpiazzare alcun posto di lavoro. La fabbrica non ha magazzino e per questo, durante il lockdown, a fronte della maggiore richiesta di piani cottura, l’azienda era impreparata e noi abbiamo lavorato molto, anche ricorrendo agli interinali, ma per il futuro non sappiamo prevedere; sicuramente gli investimenti per l’azienda 4.0 ha determinato il cambiamento del modo di lavorare.

D. Come è cambiato il lavoro?

R. L’azienda ha investito 9 miliardi sull’industria 4.0 per la robotizzazione, che velocizza il lavoro e riduce occupazione, e alla catena di montaggio, dove c’è ancora presenza umana, la velocità è tale che nessuno alza più neanche la testa e i lavoratori neanche hanno uno spazio minimo per appoggiare una bottiglia d’acqua. Questi cicli di produzione non sono mai stati concordati con il sindacato e stanno portando conseguenze importanti per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori in termini di stress, in quanto la nuova velocità richiede molta attenzione e anche fisicamente si è molto sollecitati.

D. In questo periodo ci sono assunzioni per lavoratori interinali, quindi, come sostiene l’assessore regionale al lavoro Aguzzi, c’è un aumento della produzione?

R. I lavoratori interinali servono a mandare in ferie gli addetti a tempo indeterminato, l’azienda considera le ferie un costo e vuole che vengano usufruite subito; inoltre, gli interinali sostituiscono i lavoratori “con ridotte capacità lavorative”, coloro che non riescono a sostenere fisicamente i nuovi ritmi di lavoro e che l’azienda mette in cassa integrazione.  

La Whirlpool, non la riconosco più, non è più l’azienda che anni fa a Napoli assunse la moglie di un operaio che era morto in un incidente stradale. Oggi siamo nelle mani dei fondi d’investimento internazionali e non sai neanche chi è il tuo datore di lavoro.

 Giovedì 22 luglio ci sarà sciopero generale di 8 ore della Whirlpool con manifestazione a Roma e saremo presenti, ma non vedo futuro. Mio padre migrò per lavorare, io ho fatto altrettanto e mia figlia ventenne dovrà farlo ancora in tempi ancora più difficili dove la crisi è mondiale. 

Tutta la redazione di Cumpanis ringrazia Domenico Carofiglio.