Le violenze e gli abusi della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dell’aprile 2020 in piena pandemia, documentate dalle telecamere della videosorveglianza, hanno fatto il giro del web e ad un anno di distanza è in corso un’inchiesta che ha visto già 52 persone, tra agenti e figure istituzionali, raggiunte da misure cautelari; la ministra Cartabia ha dichiarato: “Le violenze sono un’offesa e un oltraggio alla dignità della persona e alla divisa”. Ma in Italia, negli ultimi due anni, sono state avviate sedici inchieste per tortura, pestaggi e lesioni a carico di agenti della Polizia Penitenziaria, a fronte di centinaia di denunce presentate dai detenuti di tutta Italia, che fanno pensare ad “un metodo” diffuso e replicato, più che a episodi imputabili a “poche mele marce”. La magistratura fa difficoltà ad indagare e trovare responsabilità per omertà e frettolose archiviazioni, date dall’impossibilità di riconoscere chi ha alzato le mani e il manganello, perché senza filmati o coperti dal casco i colpevoli non sono riconoscibili. Episodi simili, durante la pandemia, sono accaduti a Modena e Rieti dove neanche sono intervenuti i soccorsi; ma anche a Melfi dove, nel marzo scorso, sono morti 13 detenuti, si dice per overdose da farmaci in quanto assaltate le farmacie interne; altrettanto da Palermo a Milano Opera, da Pavia a Sollicciano, dove addirittura sono imputati due medici; a Foggia 72 reclusi sono scappati aprendo le porte del carcere. Per Santa Maria Capua Vetere si è parlato di rappresaglia “per mandare un segnale forte” ed è coinvolta l’intera catena di comando dell’amministrazione penitenziaria della Campania.

Possiamo dire che la pandemia ha evidenziato carenze strutturali croniche del nostro sistema penitenziario: il sovraffollamento, che nel febbraio 2020, prima del lockdown, aveva una popolazione carceraria di 61230 detenuti a fronte di una capienza di 50931 posti – e per il quale l’Italia viene condannata e paga sanzioni all’UE – e che ha impedito di fatto la regola del distanziamento fisico imposta dalla pandemia; la manutenzione degli edifici, dove spesso la carenza di igiene dovuta alla mancanza di acqua nelle celle e soprattutto di acqua calda, ha impedito l’igiene raccomandata per combattere il virus. 

È evidente che il sistema penitenziario italiano non assolve affatto all’articolo 27 della nostra Costituzione e su ciò abbiamo rivolto alcune domande a Gianpietro Pegoraro, coordinatore regionale della polizia penitenziaria FP-CGIL Veneto.

D. Proviene da “un sistema”, quello che è accaduto a Santa Maria Capua Vetere e come si è arrivati a tanto?

R. Le cause partono da lontano, quando esattamente 20 anni fa ci furono i sanguinosi fatti di Genova al G8 dove, nella caserma Bolzaneto, contro i manifestanti in stato di fermo intervennero forze speciali con violenza inaudita senza alcuna motivazione e giustificazione; quelle azioni non hanno avuto le dovute condanne e le conseguenti rimozioni d’incarichi e questo ha sdoganato gli atti illegittimi violenti, violando il regolamento che giustifica l’assetto anti-sommossa con casco, scudo e manganello che va usato  solo se minacciati con corpi contundenti; ma quelle persone in stato di fermo non rappresentavano alcuna minaccia, eppure subirono pestaggi, umiliazioni e torture, tanto che in Italia si è dovuto procedere all’introduzione nel codice penale del reato di tortura con L. 110 del 2017, nonostante fosse stata ratificata la Convenzione ONU contro la tortura nel 1989.

Alla casa circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere sono andati oltre ogni limite, lo documentano i filmati delle telecamere e ci sono diversi livelli di responsabilità: chi ha dato l’ordine, chi ha picchiato, chi ha osservato; è coinvolta tutta la catena di comando della Campania. 

D. Si è parlato di “rappresaglia” con la scusa della perquisizione, dopo una protesta per i mancati dispositivi di protezione e il divieto dei colloqui in presenza.

R. Il problema sta tutto nella gestione, nel coordinamento di chi ha la responsabilità del comando; negli istituti dove i direttori hanno incontrato gli agenti di polizia penitenziaria e i detenuti per spiegare l’emergenza di tutto il Paese in lockdown con le conseguenti difficoltà in ogni settore e si sono adoperati per la sicurezza e la protezione, anche assicurando le videochiamate con i familiari, non è accaduto nulla di grave. In caso di proteste e rivolte, chi dirige l’istituto e chi coordina gli agenti deve procedere per il ripristino dell’ordine secondo il regolamento per la sicurezza dei detenuti in custodia e deve saper scegliere gli agenti all’altezza, quelli con grande autocontrollo nei momenti critici, quelli capaci di rispetto per i detenuti e per la divisa che indossano. Il covid ha evidenziato brutalmente come tutto il sistema carcerario sia da riformare e quanto sia urgente un nuovo ordinamento penitenziario. Purtroppo, proprio quando stava per essere discusso un nuovo ordinamento penitenziario in Parlamento, dopo anni di studio e lavoro, iniziato con il ministro Orlando, ma poco attenzionato da tutte le forze politiche,  compreso il ministro Bonafede, c’è stato il cambio di governo e per Draghi non sembra essere una priorità, anche se la ministra Cartabia ha convocato i sindacati del personale penitenziario per il 15 luglio ed ha avuto parole di dura condanna per i fatti di Santa Maria Capua Vetere. 

D. Quali principi dovrebbero ispirare una nuova organizzazione del sistema penitenziario e quale formazione per gli agenti penitenziari?

R. Bisogna partire dall’articolo 27, comma 3, della Costituzione, il cui principio cardine è la finalità rieducativa; la riforma carceraria del 1975 ne teneva conto, ma fu calata dall’alto in un sistema vecchio, abituato a rispondere solo a istanze di custodia e in strutture edilizie concepite per forgiare un buon detenuto, mentre la riforma pensava di offrire anche l’opportunità di diventare un buon cittadino. Ma nel corso degli anni nell’opinione pubblica si è andata strutturando, grazie anche alle destre, un’idea solo punitiva del carcere.

Inoltre, noi agenti di Polizia Penitenziaria siamo impreparati perché, negli ultimi anni, non solo è cambiata la società ma di conseguenza anche la popolazione carceraria: sono in aumento i detenuti con gravi disagi psicologici e psichiatrici e la popolazione carceraria è per il 75% composta da extracomunitari migranti. È necessario fare formazione, ma non basta, occorre verificarne costantemente la ricaduta e soprattutto è urgentissimo un dialogo, un confronto, una collaborazione tra istituti di pena e territorio: sanità territoriale per una medicina giudiziaria, enti locali, università che fanno ricerche sociali e medicina del lavoro, associazioni di volontariato. Mancano il personale e i direttori delle carceri: per esempio, la direttrice del carcere di Santa Maria Capua Vetere dirige 3 istituti, perché la legge Brunetta blocca le assunzioni. 

Inoltre, la legge Meduri n. 154 del 2005 trasforma i direttori in dirigenti con grandi poteri, per cui negli istituti è il dirigente che fa la differenza, dipende tutto dalla sue scelte e questo spiega come in alcune case circondariali i detenuti possano lavorare, frequentare la scuola e i laboratori d’arte, seguire corsi di formazione al lavoro e progetti di varia natura per vivere una nuova socialità: dallo sport al giardinaggio, alla coltivazione di orti, che avvicinano il più possibile alle modalità di vita del mondo esterno; mentre in altri istituti non vengono attivati progetti che possono dare opportunità di cambiamento della propria vita. Nell’ottica di una “giustizia riparativa” nella riforma, che il nuovo governo ha messo da parte, era prevista “la stanza dell’affettività”, presente già in molti paesi europei, un aspetto molto importante che va verso “il rispetto della persona e il senso di umanità” come ribadisce la Costituzione.

C’è anche chi spinge affinché i commissari penitenziari dirigano le carceri, ma sarebbe un grave errore perché sono funzionari di polizia senza esperienza progettuale e organizzativa per le attività, mentre in carcere c’è bisogno assoluto di organizzare il tempo e lo spazio, perché quando si aprono le celle i detenuti devono trovare opportunità e occasioni per conoscere e cambiare la propria vita, sia per affrontare meglio la pena, sia per evitare la recidiva quando escono. La FP-CGIL lavora contro i pregiudizi e i luoghi comuni per cambiare “la cultura sociale” della detenzione e della pena e per questo c’è bisogno di quel dialogo con tutte le agenzie del territorio.

D. I dati ci dicono che tra gli agenti di polizia penitenziaria c’è un alto tasso di suicidi, con una media di 12 all’anno. Il carcere diventa un sistema totalizzante anche per voi? Come lavoratori quali sono le vostre esigenze?

R. Infatti abbiamo una media quattro volte superiore rapportata alla media della popolazione nazionale. È un lavoro duro, stressante, con responsabilità enormi per la vigilanza, ma soprattutto per i carichi emotivi, in quanto a continuo contatto con la sofferenza, che si porta anche “fuori”, nelle proprie case; per questo è importante la formazione, invece della “legge del branco”, come c’è stata a Santa Maria Capua Vetere. Inoltre, noi abbiamo l’arma in dotazione per cui è anche “facile” farla finita. La FP-CGIL ha organizzato convegni per parlare del sistema-carcere anche dal punto di vista dei lavoratori, denunciando e studiando le problematiche, proponendo e sostenendo una riforma penitenziaria globale, che ripensi la filosofia della detenzione, che venga poi sostenuta con interventi nell’edilizia, riprogettando spazi e tempi; così si crea un luogo di lavoro migliore, dove la polizia penitenziaria può svolgere adeguatamente il proprio compito. Ma su questo, le altre sigle sindacali (siamo il settore più sindacalizzato della Funzione Pubblica), sono molto corporative e hanno principi e prospettive molto diverse, fomentate dai cavalli di battaglia di politici come Salvini e Meloni che alimentano paure e capri espiatori.

Ringraziamo Giampietro Pegoraro per il suo contributo e per il suo lavoro, svolto con coscienza nel rispetto dei valori della Costituzione.

Noi ragioniamo anche sul fatto che in Italia oscilliamo tra un giustizialismo e un’ingiustificata indulgenza verso preoccupanti misure di favore verso le mafie con allentamenti del regime 41 bis. Occorre rivedere anche quegli automatismi di riduzione della pena, che non sono indicatori corretti di un vero percorso di cambiamento, perché basati sul reato e non sulla persona. L’idea cardine, come ci ha evidenziato Pegoraro, è quella di una funzione rieducativa della pena con un progetto individualizzato di risocializzazione per trovare un nuovo ruolo sociale. 

Ma siamo solo in ritardo di 70 anni sull’attuazione della Costituzione anche in questo delicato settore.