Il punto di partenza della discussione è legato alla presunta causa dell’assenza di un salario minimo ossia alla presenza, in Italia, di contratti nazionali largamente diffusi. Ma i quasi 1000 contratti certificati non sono sovente una reale tutela del potere di acquisto e di contrattazione, tanto che molti di loro prevedono una paga oraria inferiore anche all’ipotetico salario minimo. Secondo una notizia riportata dal Corriere della Sera, l’INAPP (fa capo al ministero del Lavoro), parla dell’88,9% dei dipendenti di imprese del settore privato extra-agricolo con almeno un dipendente coperto da un contratto nazionale.

Ma se guardiamo ai salari italiani in rapporto a quelli europei sono i soli in decrescita negli ultimi 25 anni, a conferma che la presenza di un contratto nazionale non salvaguarda il potere di acquisto e ancor meno quello di contrattazione.

Nell’arco di pochi lustri le materie oggetto di contrattazione per i 3,2 milioni di dipendenti della PA sono state ridotte al lumicino a favore di un generico confronto se non addirittura alla mera informazione; verrebbe quasi da rimpiangere la madrina di ogni male, quella concertazione nel nome della quale è iniziata la débâcle sindacale.

Se le parti sociali giudicano storicamente inutile una legge per introdurre il salario minimo, dovrebbero spiegare per quale ragione i contratti dei quali vanno tanto fieri abbiano determinato perdite effettive di potere di acquisto e di contrattazione. Ci pare evidente che la questione del salario minimo va posta sul corretto binario, ossia dentro un’azione che non potrà essere solo legislativa ma conflittuale, per recuperare potere di acquisto e di contrattazione rivedendo l’intero sistema con il quale si calcolano gli aumenti contrattuali, quel codice IPCA ormai palesemente incapace di salvaguardare gli stipendi adeguandoli al reale costo della vita.

La direttiva europea non attuerà un salario minimo uguale per tutti i paesi Ue, lasciando ai singoli parlamenti il compito di stabilire una cifra in base a innumerevoli fattori, non ultimo lo stato di salute dell’economia. Se anche stabilissimo un salario minimo di 9 euro lordi orari, avremmo in ogni caso quasi il 20 per cento della forza lavoro sotto questa soglia prendendo in considerazione salario di base e tredicesima. Stando ai rapporti Istat un salario minimo di 9 euro non riguarderebbe una buona fetta di lavoratori contrattualizzati con paghe orarie decisamente più alte.

Alcuni economisti liberal parlano di oltre 800 mila lavoratori/trici con paga oraria inferiore all’ipotetico ammontare del salario minimo con alcuni settori, vedi agricoltura e lavoro domestico, particolarmente penalizzati.

Secondo la vulgata padronale il salario minimo avrebbe, invece, effetti solo negativi perché scoraggerebbe le imprese per l’eccessivo costo del lavoro e, nel caso degli stagionali, ritengono che le difficoltà di reperire forza lavoro sia invece da attribuire al reddito di cittadinanza.

Per i padroni, quindi, eccessive tutele avrebbero effetti nefasti sull’occupazione, graverebbero eccessivamente sulle imprese scoraggiando l’offerta di posti di lavoro.

La direttiva europea dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e poi dal Consiglio per essere poi pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Da quel momento gli Stati avranno due anni per recepirla e mettersi in regola, quindi passeranno almeno 24 mesi prima dell’approvazione di leggi nazionali sul salario minimo.

La direttiva Ue per “un equo salario minimo” abbiamo detto che sancirà un salario minimo con importo diverso da paese a paese, aggiungiamo noi che potrebbe non correggere la tendenza al ribasso dei salari che ha colpito alcuni paesi e soprattutto l’Italia.

Il salario minimo per noi rappresenta l’inizio di una forte rivendicazione salariale destinata ad accrescere i salari e il potere di acquisto; nella realtà, per abbattere povertà e disuguaglianze salariali, servirebbe anche ben altro ossia un sistema fiscale diverso con tante aliquote e una tassazione maggiore per i redditi elevati. La direttiva parla di un accordo a livello comunitario su “un equo salario minimo” sapendo che il salario minimo non sarà uguale in tutti paesi; si trova un accordo di massima lasciando campo libero ad ogni nazione di decidere l’importo lasciando ampio spazio ai contratti collettivi, molti dei quali prevedono paghe orarie assai basse.

Cosa non va allora?

Intanto cosa intendiamo per soglia di povertà? In teoria, il 60 per cento del reddito familiare mediano disponibile sapendo che molti lavoratori con contratti a tempo indeterminato risultano già poveri e indebitati.

Non si guarda al sistema fiscale che, con l’abbattimento delle aliquote, ha favorito i redditi elevati, la leva fiscale dovrebbe essere un argomento dirimente, costruire l’impalcatura di un sistema equo avrebbe bisogno di ben altro, ossia: aumento del potere di acquisto e di contrattazione, un nuovo sistema di calcolo degli aumenti contrattuali, una tassazione ben diversa da quella partorita negli anni neoliberisti.

Da dove iniziare?

Intanto dalla constatazione che i sindacati maggiormente rappresentativi stanno difendendo il loro orticello evitando di mettere in discussione un operato che ha prodotto il sostanziale arretramento salariale e delle tutele collettive.

Poi, urge rimettere mano ai contratti nazionali al ribasso con paghe orarie irrisorie.

L’intervento comunitario non affronta le vere cause delle disuguaglianze causate dai meccanismi contrattuali e salariali vigenti, non esiste certezza alcuna che il salario minimo sia applicato alla totalità della forza lavoro con le immancabili scappatoie e deroghe. Un atto comunitario rinvia ai Parlamenti nazionali e quello italiano, non ha rappresentanze sensibili verso le istanze delle classi lavoratrici.

A detta di alcuni il salario minimo spingerà verso il basso i salari, opinione di altri è che rappresenti uno strumento finalizzato a ridimensionare il ruolo dei sindacati.

La verità è invece ben altra, ossia che dopo anni di “moderazione salariale” la domanda è scesa ai minimi termini e rilanciare la parola d’ordine di “salari equi” potrebbe essere di aiuto per l’economia e soprattutto ricostruire un patto sociale più solidale dopo l’ubriacatura del libero mercato.

Se il salario minimo potrà essere una conquista, non è detto che da solo possa spingere verso l’alto i salari più bassi, anzi potrebbe essere un fatto isolato e non l’inizio di un’azione conflittuale destinata a scardinare le politiche di contenimento del potere di acquisto e di contrattazione.

E qui entrano in gioco i rapporti di forza che sappiamo essere sfavorevoli per la classe lavoratrice da ormai decenni.

Ci auguriamo di avere inquadrato il problema, resta ineludibile la questione del potere di acquisto e di contrattazione che riguarda non solo salari e pensioni ma anche il potere effettivo della classe lavoratrice e delle sue rappresentanze conflittuali.