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Contraddizioni capitalistiche

e unità dei comunisti

Non sprecare l’ennesima occasione

di Stefano Verzegnassi

Segreteria regionale PCI-Friuli Venezia Giulia

Il tema dell’unità dei comunisti, tanto invocata quanto disattesa, ritorna periodicamente nel dibattito interno fra quanti ancora ritengono tale opzione non solo praticabile, ma sommamente necessaria per poter cambiare lo stato di cose esistenti.

Converrà allora provare a indagare i motivi degli esiti a dir poco deludenti degli appelli in tal senso, promossi da intellettuali, formazioni politiche, quadri operai e rappresentanti sindacali e dei conseguenti tentativi fatti in passato per tradurli in realtà: se cioè derivino da lacune e insufficienze soggettive, o se la questione comunista è semplicemente un anacronismo e come tale viene percepito e giudicato a livello della classe di riferimento, perlomeno in Italia.

Nella domanda è già insita la risposta. Probabilmente mai come in questo momento storico si avverte l’esigenza di un diverso modello si sviluppo, che metta al centro i bisogni sociali e che ponga fine al rapporto predatorio con la natura. Ma appunto, si tratta di cambiare l’attuale sistema economico e sociale. Abbattere, si sarebbe detto solo qualche anno fa…

Ad onta della profonda crisi che attanaglia ormai da decenni il movimento comunista occidentale, e che ha nel nostro Paese la situazione più drammatica, gli strumenti teorici del socialismo scientifico sono ancora lì per essere utilizzati.

Sarà quindi il caso di riprenderli, per capire la fase storica che stiamo vivendo e attrezzarci di conseguenza. Con la consapevolezza che, allo stato attuale, nulla di quanto accade dipende da noi, ma che questo non è un destino ineluttabile.

Conoscere la realtà per poterla cambiare, appunto. Già questo primo passo si incaricherà di dimostrare quali e quante sono le energie che, nell’analisi e nelle lotte, si troveranno a marciare insieme, sufficientemente omogenee per cultura politica da poter costruire l’unità su contenuti e finalità.

 

 

 

Un abbozzo di analisi della fase

 

La crisi strutturale del capitalismo è ormai conclamata, al netto dell’emergenza Covid-19, che ne accelera semmai le dinamiche.

Si può azzardare anzi che la pandemia (vera o presunta, ma trattata come tale su scala mondiale) si sia assunta il compito di distruggere capitale in eccesso, per far ripartire il processo di accumulazione tramite centralizzazione senza concentrazione; non a caso i centri di potere dell’occidente capitalistico ne parlano come di una guerra, con il corollario di richiami alla mobilitazione straordinaria, alla collaborazione fra le classi (siamo tutti sulla stessa barca) al rimettersi di buona lena al lavoro, con impropri paragoni storici con il secondo dopoguerra. E se siamo in guerra, certe libertà diventano un lusso, financo le libertà borghesi. Non parliamo poi dei diritti dei lavoratori, visti come un attentato alla ripartenza economica, e perciò da comprimere ulteriormente.

In questa crisi, che si innesta sulle precedenti – ultima quella del 2007/2008, da cui non siamo ancora usciti – sempre più ravvicinate e sempre più dirompenti, l’egemonia dell’impero usamericano subisce un ulteriore processo di erosione, tanto da metterne in discussione il ruolo di unico attore globale.

L’emergere impetuoso della Repubblica Popolare di Cina, il cui sviluppo economico incrina alleanze e rapporti consolidati e stravolge aree d’influenza e meccanismi di sfruttamento (basti pensare al suo ruolo in Africa);

la postura internazionale della Federazione Russa, che aumenta in protagonismo e assertività, costretta a essere grande potenza o a sparire;

la resistenza a boicottaggi, blocchi, tentativi di colpi di Stato e guerre di aggressione di Nicaragua, Cuba, Venezuela e Siria, solo per citarne alcuni.

Paesi con sistemi economici, sociali e politici diversi, che si pongono fuori da e in contrasto con la catena di comando imperialista.

Che ne minano la potenza.

A fare la differenza ormai sono rimasti solo il signoraggio del dollaro e l’arsenale. L’uno al servizio dell’altro, a costo di scatenare una guerra (vera) mondiale, che solo grazie all’equilibrio del terrore non è ancora scoppiata.

 

 

 

Unione europea?

 

Qualora ce ne fosse ancora bisogno, il virus ha scoperchiato l’essenza della costruzione europea, la sua natura ferocemente classista e di competizione fra borghesie nazionali che lottano, chi per imporre la propria primazia, chi per la propria sopravvivenza. E chi solo per poter raccogliere le briciole: ogni riferimento alla borghesia italiana è puramente voluto.

A chi, anche a sinistra, continua a ritenere che l’Unione possa essere riformata dal di dentro, giova far presente che non si può riformare una cosa che non esiste, nel senso che non c’è e non c’è mai stata un’Unione in predicato di diventare un organismo federale. Il recente pronunciamento della Corte Costituzionale tedesca lo ha chiarito oltre ogni ragionevole dubbio. Esistono degli Stati sovrani (in realtà nessuno lo è, non la Germania piena di basi militari USA e NATO, non la Francia da quando ha abbandonato il Franco e da quando è rientrata nella catena di comando della NATO) in una cornice di regole tagliate su misura per la frazione di capitale che, anche grazie a queste regole, è la più forte e strutturata. Non ci sarà nessuna condivisione del debito, nessuna sua mutualizzazione, perché non ci può essere, stanti gli attuali rapporti di forza fra gli Stati borghesi europei e fra le classi all’interno dei singoli Stati.

È possibile, se non altamente probabile, che questa UE non reggerà alle spinte centrifughe e alle pressioni esterne: di sicuro non dipenderà da noi come e quando staccarne la spina, le dinamiche essendo tutte all’interno del campo avverso.

 

 

 

Questione nazionale, questione di classe

 

Se quanto sommariamente detto finora ha una sua ragion d’essere, si pone per i comunisti il compito di analizzare correttamente i processi storici in corso e le loro ricadute nel quadro politico nazionale.

Cominciamo quindi col chiarire che in Italia non vi è alcuna forza politica – non in Parlamento – che si ponga quale obiettivo il recupero della sovranità nazionale. Men che meno che miri in qualche modo a tutelare il mondo del lavoro dipendente, compreso quello finto autonomo.

Le chiacchiere su sovranismi e populismi sono perciò solo cortine fumogene.

Per farvi filtrare la luce bisogna come sempre andare all’essenza dei fenomeni, alla loro struttura.

Ci manca, o è solo abbozzata, un’analisi della società italiana.

Soprattutto abbiamo bisogno di studiare che cos’è e cosa sta pensando di sé la borghesia italiana, e non ne capiremo molto se ci limitiamo ai suoi rappresentanti – tutti – nelle istituzioni.

Proviamo a mettere in fila un po’ di fatti, e a trarne delle possibili chiavi di lettura.

Dall’implosione dell’URSS e del campo socialista, la borghesia nostrana ha visto restringersi ulteriormente i suoi spazi di manovra, che prima le erano concessi limitatamente a scacchieri che non ne mettessero in discussione la fedeltà atlantica, ma in cui aveva saputo destreggiarsi con una relativa autonomia (Mediterraneo, Vicino e Medio Oriente, Africa; ma anche strette relazioni economiche con l’Unione Sovietica e i Paesi del COMECON).

La tragica dissoluzione della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia e la criminale aggressione della NATO a ciò che ne era rimasto, la Repubblica Federale di Jugoslavia, partendo proprio dalle basi situate in territorio italiano, hanno dimostrato plasticamente che quegli spazi non esistevano più. Al massimo le era concesso di partecipare alla spartizione del bottino, ma in seconda battuta, da gregaria.

Il registro non è cambiato in tutte le guerre che si sono succedute e si succedono – Iraq, Libia e Siria, tutti Paesi dei quali l’Italia era fra i primi partner commerciali.

Ci sono poi le sanzioni – illegittime e illegali – che colpiscono gli affari con la Federazione Russa e la Repubblica Islamica dell’Iran. Ciliegina sulla torta, i dazi che ostacolano il nostro export negli USA.

Nel mentre procedeva il processo di (dis)integrazione europea, a cui la borghesia italiana ha aderito entusiasta, barattando il disciplinamento sociale interno con lo smantellamento dell’industria di Stato e consegnando pezzi significativi dell’apparato produttivo nazionale agli oligopoli stranieri, segnatamente francesi e tedeschi. Banche e assicurazioni, energia, telecomunicazioni, municipalizzate, agroalimentare, chimica, siderurgia, meccanica.

Ancora evidentemente non basta, se i nostri borghesi sono gli unici in Europa a voler accedere al MES, cioè a dire a stringere al collo dei lavoratori italiani il cappio delle “condizionalità” (oltre a svendere il Paese, ne violentano anche la lingua, più servi dei servi).

Si pone quindi la domanda del perché lo fanno.

L’unica risposta plausibile è che non hanno più nessun ruolo nazionale da svolgere, e ne sono consapevoli.

Con l’Italia sottomessa al doppio vincolo esterno – USA/NATO e UE – da Stato a sovranità limitata a semi-colonia, non rimane che il ruolo di borghesia compradora.

Che il vincolo esterno venga visto quale unica opzione percorribile per poter continuare a esistere come classe, in assenza di una situazione di rottura rivoluzionaria, senza cioè un antagonismo sociale di massa organizzato e consapevole, al cui interno il movimento operaio e le sue organizzazioni si pongano l’obiettivo della presa del potere, è un mistero solo se si dimentica la storia italiana dal lungo ’68 alla sconfitta davanti ai cancelli della FIAT nell’80.

Evidentemente il ricordo del pericolo corso in quegli anni è ancora presente nelle classi dirigenti e ne informa ancora le scelte politiche.

I padroni coltivano la memoria e ne traggono ispirazione.

Dovremmo farlo anche noi.

La classe operaia italiana ha dimostrato allora che, liberando se stessa, ha liberato tutta la società; la sua sconfitta, la nostra sconfitta, ha ricacciato indietro le lancette della storia.

Ci sono le condizioni oggettive, oggi, di riavvolgere il nastro: sta a noi non sprecare l’ennesima occasione.