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Si può scrivere che la Russia è in ginocchio? Forse sì, ma potrebbe anche rialzarsi. Dipenderà dalle scelte politiche ed economiche che stanno dinnanzi alla sua classe dirigente. Perché i nodi stanno arrivando al pettine.

 Da più decenni il paese vive di un’economia capitalista alquanto debole in cui lo Stato sopravvive grazie all'esportazione delle proprie enormi risorse di petrolio e gas naturale. I governi che si sono succeduti, da Gorbačev fino a Putin, hanno privatizzato gran parte dell'industria nazionale divenuta terreno di caccia di pochi oligarchi. Quasi tutti i governi hanno seguito politiche neoliberali sfrenate, solo parzialmente frenate da Putin per i suoi fini populisti e come conseguenza della crescente forza dell'opposizione comunista in grado di mobilitare milioni di lavoratori del braccio e della mente e di governare immense regioni del paese più esteso del pianeta.

 Nel dicembre 2019 il presidente Putin ha dovuto cedere alle pressioni dei comunisti e ha fatto dimettere il governo del suo tradizionale sodale Medvedjev, sostituendolo col capo dei servizi fiscali Mišustin. Un governo apparentemente svincolato dal grande capitale che ha conservato nelle mani dell'esperto Lavrov la politica estera russa.

 Putin nel frattempo aveva annunciato una riforma costituzionale che prevedeva che il capo del governo non fosse più nominato dal presidente della repubblica, ma eletto direttamente in parlamento. In cambio ha ottenuto un'interpretazione giuridica che gli avrebbe consentito di ricandidarsi alla massima carica della federazione. La nuova costituzione, per entrare in vigore, doveva essere ratificata con un referendum popolare il 22 aprile.

 Poi le cose hanno cominciato ad andare a rotoli. La Russia si stava preparando alla celebrazione del 75° anniversario della vittoria sul nazifascismo come momento di esaltazione patriottica e della potenza militare del paese, ma l'irrompere sulla scena della pandemia da coronavirus ha costretto alla cancellazione sia del referendum costituzionale che della grande parata militare per il “Giorno della Vittoria nella Grande guerra patriottica” che avrebbero dovuto essere per Putin i principali momenti trionfali. Dovevano essere la prova del ruolo della Federazione russa come grande potenza mondiale, ma proprio in questi giorni ha dovuto ingoiare la conferma delle sanzioni economiche che stava subendo in seguito all'annessione della Crimea imposta dai veti degli USA, dell'UE, Israele e Ucraina. La diplomazia russa aveva infatti proposto una moratoria sulle reciproche sanzioni economiche anche come reazione ai problemi sorti dall'epidemia da coronavirus.

 I dati sui contagi e le morti per Covid19 sono in un certo senso molto modesti: circa 150 mila contagiati e duemila morti, due decessi su un milione di abitanti. La responsabile per la lotta al coronavirus, Melita Vojnovič, ritiene che a metà maggio sarà possibile un allentamento delle restrizioni attuali.

 Ciò e dovuto anche all'immediato aiuto inviato alla Russia dalla Cina auspicato in particolare dai comunisti.

 L'impatto della quarantena sulla fragile struttura sanitaria ed economica è stato comunque drammatico. Ne ha fatto le spese persino Putin che ha dovuto ritirarsi in quarantena dopo aver incontrato il dirigente della clinica Kommunarka risultato positivo al virus. In seguito è rimasto contagiato anche il premier Mišustin.

 Sono esplose le contraddizioni sociali tra ricchi e poveri, la sanità pubblica e quella privata. La borghesia cittadina ha cercato cure e tamponi nelle cliniche private mentre la sanità di base, pur essendo estesa a rete in tutto il paese, risente dei tagli degli ultimi 30 anni e spesso è inadeguata ad affrontare una pandemia di questa portata. Va considerato che l'URSS nella sua storia non ha conosciuto pandemie, nemmeno in tempi di guerra ed il colera comparso in Asia centrale nel 1970 è stato debellato immediatamente.

 Il contagio si estende molto lentamente per la vastità del territorio e le grandi distanze, ma anche per la decisione di trasferire gli anziani nelle “dacie”, seconde case in campagna e tra i boschi. Nelle grandi città (Mosca e San Pietroburgo) il contagio è esploso in breve tempo dopo l'arrivo di persone positive dall'Italia e dall'Austria. Non dalla Cina i cui confini sono stati immediatamente chiusi. Peraltro si tratta di territori molto estesi e poco abitati.

 La quarantena è stata definita come regime di “arresti domiciliari con controllo elettronico per chi esce”.

 Molte migliaia di lavoratori hanno perso il loro impiego malgrado le vane minacce iniziali di Putin di negare gli aiuti alle imprese che avessero licenziato.

 Dopo quasi due mesi il 60% dei cittadini ha esaurito i propri risparmi e lo Stato si trova nella situazione di poter fare ben poco vista la carenza di mezzi finanziari nel bilancio dello Stato dovuta al crollo dei prezzi del petrolio e delle altre fonti energetiche sui mercati mondiali.

 La risorsa principale dei russi in casi come questi rimane la solidarietà umana, il mutualismo di matrice sovietica, e non a caso la gente rivendica il passato dell'URSS e del suo sistema di servizi sociali. Il 22 aprile, giorno in cui si sarebbe dovuto tenere il referendum costituzionale, la gente ha ricordato simbolicamente il 150° della nascita di Lenin. E un sondaggio ha registrato che i “millenials” russi tra i 18 e 30 anni di età lo apprezzano per il 57%, mentre solo il 14% ne esprime un giudizio negativo. E tutto ciò mentre l'establishment e gli oligarchi danno fiato ad una sfrenata campagna anticomunista e contro la Cina con cui si cerca di arginare la crescita di consensi al PCFR.

 Il piano è noto e chi vuole mantenere il sistema pensa addirittura di “riesumare” il blogger Navalnij come leader dell'opposizione conservatrice pronta anche a sacrificare Putin se non dovesse mantenere il ruolo di “padre della nazione” equidistante e disinteressato allo scontro di classe in corso nel paese.

 Putin intanto cerca di barcamenarsi nello scontro in corso tra l'“elite” monetarista e quella che guarda all'economia reale. Così, mutuando dal linguaggio leniniano, egli parla della necessità di una “nuova NEP” che si sostanzia banalmente in aiuti a pioggia alle piccole e medie imprese e ammortizzatori sociali da elemosina per chi perde il proprio lavoro. “Se è tutto qui,” commenta Sergej Obuhin, sociologo e dirigente del partito comunista, “si tratta di vuota propaganda. Per realizzare un simile programma ci vorrebbe un nuovo governo che goda della fiducia nazionale”.

 I comunisti intanto non stanno con le mani in mano. Le celebrazioni del 150° anniversario della nascita di Vladimir Iljič Lenin, pur non potendo svolgersi con iniziative e pubblici raduni, hanno avuto lo stesso caratteristiche di massa. In tutte le città e regioni della vasta federazione russa, comprese le provincie etniche nell'estrema periferia, i comunisti hanno dato vita all'iniziativa denominata “Non sarete mai soli”. Alle persone anziane, sole, indigenti, ai disoccupati, ai precari sono stati portati pacchi viveri e altre forme di aiuto morale e materiale. Gli attivisti hanno distribuito milioni di mascherine, donato respiratori agli ospedali, contribuito col lavoro volontario a risolvere problemi pratici delle famiglie colpite dal contagio. Hanno indirizzato e coordinato gli sforzi delle amministrazioni regionali e repubblicane da loro governate e nelle quali il PCFR ha 20 mila deputati e consiglieri. Denunciando una politica per cui ogni responsabilità nella realizzazione del contenimento sociale per arginare la pandemia veniva praticamente scaricata sulla popolazione.

 Nel contempo hanno diffuso tra la gente le proprie parole d'ordine e le rivendicazioni sostenute anche a livello parlamentare: strumenti di protezione sanitaria gratis per tutti, gratuità e rafforzamento dell'assistenza sanitaria pubblica, blocco dei licenziamenti, dimezzamento degli affitti e delle bollette per i servizi pubblici.

 Il PCFR propone, inoltre, l'immediata nazionalizzazione dei settori produttivi strategici, in primo luogo dell'industria alimentare e farmaceutica, forti investimenti nel settore agricolo e negli istituti di ricerca finora trascurati.

 Solo così la proposta di “nuova NEP” avrà senso e non sarà uno slogan propagandistico. I mezzi finanziari si possono trovare troncando ogni aiuto alle compagnie finanziarie degli oligarchi russi e delle multinazionali operanti in Russia, attingendo invece alla leva fiscale per fargli restituire almeno una parte del maltolto accumulato nei decenni di liberalismo sfrenato.

 Per dirla con lo slogan che i comunisti inalberano per le festività del Primo maggio, “l'uscita dalla crisi è possibile soltanto con il socialismo”. Perché il capitalismo ha dimostrato in questo caso tutta la propria inadeguatezza a risolvere i veri problemi dell'umanità.

 Stavolta però non si tratta della fine di un periodo particolarmente difficile, ma dell'inizio di uno scontro politico e di classe in cui si deciderà il futuro del paese e del suo sistema economico e sociale per i prossimi decenni. Uno scontro di classe mai sopito e riacutizzatosi dopo il tentativo del precedente governo Medvedjev di riformare il sistema pensionistico erede del periodo staliniano. Milioni di cittadini hanno partecipato per mesi e in tutte le città, da Vladivostok a Mosca, alle manifestazioni di protesta indette dai comunisti costringendo il presidente Putin a una parziale retromarcia.

 L'alleanza con la Cina popolare è in questo senso una scelta geopolitica importante se considerata nel contesto dello scontro preannunciato da Donald Trump. La Russia ha tutto l'interesse ad allargare la cooperazione economica, politica e militare nello scacchiere euroasiatico sostenendo l'idea della “via della seta” lungo tale asse e nei mari artici. Non a caso si parla già di un piano di cooperazione sanitaria tra Cina, Federazione russa e Bielorussia.

 La Russia è ad un bivio e dovrà compiere una decisa svolta, in un senso o nell'altro, che influirà comunque sulle future sorti del nostro mondo. In questo sarà determinante la capacità dei comunisti russi di unire le forze patriottiche e la classe lavoratrice affinché non ci sia un ritorno alla normalità neoliberista, ma si faccia un salto di qualità che esprima le pulsioni reali di questa grande nazione.

Russia e Covid-19:

dramma e potenzialità

 

di Stojan Spetič

Giornalista; già Senatore della Repubblica (PCI)