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Ricordando

Sergio Ricaldone.

Come ricominciare

 

di Bruno Casati

Presidente del Centro Culturale Concetto Marchesi

«Come, dove e con chi ricominciare il lavoro di ricostruzione di un nuovo Partito Comunista». Così si interrogava, è Sergio Ricaldone che lo racconta (1), quel gruppo di non più giovani compagni che, ogni estate, si ritrovavano in qualche località di montagna dove, alle lunghissime passeggiate nei boschi, alternavano discussioni interminabili. Con Ricaldone, lui che però era un vero appassionato di scalate impegnative alle quali spingeva la moglie Tina, il figlio Luca e il fratello Spartaco, sedevano attorno a un tavolo Alessandro Vaia con Stellina, Giovanni Pesce con la Nori e poi Nella Marcellino e la Jone Bagnoli. Si possono immaginare le chiacchierate lunghe e appassionate in cui ognuno di loro aveva episodi da raccontare, ma poi si arrivava immancabilmente a quel quesito: “come, dove e con chi ricominciare…” e la discussione ripartiva. Ora quella compagnia si è sciolta, l’ultima di loro che ci ha salutati è stata la Jone Bagnoli, ma quella domanda, implacabile, è oggi girata a noi. A noi che non disponiamo del ricchissimo bagaglio di esperienze di quei compagni, di quella “guardia partigiana” che dopo la Liberazione, si era schierata subito in prima linea nella costruzione del “Partito Nuovo” che significava, ricordava Togliatti, «creare un Partito Comunista, rompendo con le organizzazioni, la ideologia e le tradizioni socialdemocratiche» (2). Proprio quel Togliatti che, è sempre Ricaldone che lo ricorda (3), lui incrociava mentre camminava spedito per i sentieri della Val Veny, in quei lontani mesi di agosto. Sergio, forse, ci regala anche qualche spunto prezioso per provarsi ad avviare una prima risposta al famoso quesito, ed è quando, è l’ottobre del 2011, si trova a ricordare la Stellina (Vecchio Vaia) e, per una delle rarissime volte, parlando di se stesso, dice: «… Mi sento più di ieri partecipe della nuova difficile scommessa che mira a ricostruire in Italia un vero partito comunista che, mantenendo saldo il filo conduttore delle grandi rivoluzioni che hanno cambiato il mondo, sappia dare le giuste risposte alle grandi sfide che stanno di fronte al movimento operaio europeo» (4) . C’è quindi l’Europa nelle preoccupazioni di Ricaldone, ma c’è anche altro che espone con straordinaria lucidità in uno dei suoi ultimi interventi pubblici. È il 6 gennaio 2012 quando Sergio parla agli studenti e ai Docenti della Scuola “Arte § Messaggio” di Milano, manifestando dinnanzi a loro tutto il suo timore per il dilagare di movimenti neo-nazisti in molti Paesi d’Europa e soprattutto la sua angoscia per l’assuefazione con cui oggi questi fenomeni sono guardati. Arriva a dire che: «riappaiono i fantasmi dei 4 Cavalieri dell’Apocalisse che hanno funestato il Ventesimo Secolo: il nazifascismo, l’antisemitismo, il razzismo, la guerra. Il guaio è che ciò che rimane dell’illusorio progetto di Unione Europea è l’immane disastro che stiamo vivendo e pagando. Abbiamo una magnifica Costituzione (forse la più avanzata del continente) ma subiamo senza via di scampo, come tutti i Paesi della UE, il potere delle banche, centrali e non. La destra, intesa come braccio secolare del capitale finanziario (e madre prolifica dei movimenti neo-nazisti), è al potere in mezza Europa e, quindi, la vostra ultima trincea è la Costituzione della Repubblica così come è stata scritta con il sangue di 48.000 partigiani caduti perché l’Italia rispettasse il futuro delle giovani generazioni» (5). È qui che Sergio Ricaldone pare consegnarci le prime pietre di fondazione indispensabili per quel nuovo lavoro di ricostruzione: nel presente, la difesa intransigente della Costituzione; per la prospettiva, lo studio per non perdere mai di vista né il filo conduttore delle grandi rivoluzioni che hanno cambiato il mondo, né il pensiero dei grandi maestri che le hanno ispirate, da Marx a Lenin. Senza lo studio ci si arrabatta generosamente sulla cronaca di giornata, si opera senza disporre di una propria prospettiva di riferimento ma solo in replica, di controbalzo, rispetto ai fatti che gli altri producono. E si arriva paradossalmente oggi alle “sardine” che hanno positivamente mobilitato decine di migliaia di persone con l’obbiettivo modesto di cambiare non lo stato delle cose presenti nel lavoro e nei diritti, ma solo le modalità della comunicazione. Ricaldone con noi sarebbe perplesso e, credo, penserebbe sempre con noi, che comunicare oggi è certo decisivo più di ieri ma ancora più decisivo è avere cose, valori da comunicare e su questi mobilitare, lottare, cambiare i rapporti di forza. E qui non ci siamo e la ricostruzione non esce dai documenti. Non è facile orientarsi certo, ma quel gruppo di compagni, quella “guardia partigiana” si trovò in situazioni ben più difficili e potrebbe essere oggi utile capire come loro si orientarono tanti anni fa. Prendiamo Ricaldone. Va ricordato che, pur giovanissimo, Sergio già alla Liberazione poteva vantare una biografia di partigiano combattente e poi deportato. Infatti fu partigiano arruolato da Raffaele De Grada nelle file del Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel, arrestato e spedito nel Campo di Bergen-Belsen sfuggendo per qualche ora alla selezione nel carcere di San Vittore di quelli che, fucilati, saranno i martiri di P.le Loreto. Alla Liberazione, con il 5° Congresso del PCI, il primo nell’Italia libera, Sergio entra nel Comitato Direttivo della Federazione di Milano e, pochi mesi dopo, quando venne ricostituita la FGCI, viene confermato nel Direttivo in quanto diventato primo Segretario dei giovani comunisti e, come tale, entrerà nella Segreteria Federale con Alberganti Segretario, Montagnana, Carrà, Nella Marcellino e Armando Cossutta. Ma il suo brillante percorso politico subisce una brutta interruzione quando, nel 1956, con l’8° Congresso, si apre a Milano un aspro confronto al termine del quale, un paio di anni dopo, un gruppo di giovani compagni, i cosiddetti “innovatori” tra i quali si distinguono la Rossana Rossanda e Cossutta, prevalgono e allontanano la “guardia partigiana” che aveva sin lì diretto la Federazione, bollandone sbrigativamente i componenti come “i conservatori”. L’accusa che veniva loro rivolta era quella, strumentale, di non aver saputo cogliere i processi della terziarizzazione avviata a Milano. E così Alberganti e altri, tra i quali appunto Ricaldone con Vaia, Sacchi e Nigretti, si trovano allontanati dai gruppi dirigenti, come del resto era già successo qualche anno prima a Pietro Secchia cacciato dalla Direzione senza però aver commesso, i compagni di Milano, gli errori nella scelta dei collaboratori in cui era incorso Secchia. Però questi compagni non si abbandonano a recriminazioni e rimpianti e scelgono, e vi si gettano, un altro terreno di impegno. Non così Alberganti che si sente offeso e si chiude nel silenzio, poi abbandonerà il Partito trovando nuovi stimoli nel Movimento Studentesco. Ma compagni come Sacchi e Nigretti passano invece alla Camera del Lavoro dove già, nel ’60 dopo i moti di luglio, daranno vita alla più avanzata lotta operaia di tutto il dopoguerra italiano, la straordinaria vertenza degli elettromeccanici, una vertenza che per contenuti, forme di lotta e riconquista di quell’Unità Sindacale che si era lacerata nel ’48 dopo l’attentato a Togliatti, anticipa sia la stagione dell’autunno caldo come i temi fondanti dello Statuto dei lavoratori del 1970. Con questa lotta la verità del contenzioso dentro il PCI emerge in tutta evidenza: i “cosiddetti conservatori” definiti anche operaisti settari, appaiono loro come i veri innovatori e i “cosiddetti innovatori” si rivelano del tutto incapaci di comprendere il mondo del lavoro, così come si rileveranno incapaci, qualche anno dopo, di cogliere  i fermenti che poi esploderanno nelle Università milanesi. La loro innovazione si riduce alla ricerca di alleanze istituzionali indifferenti a tutto il resto. Cosa ispira Sacchi, Nigretti e gli altri che scelgono invece la fabbrica come terreno privilegiato d’impegno? E cosa ispira Ricaldone che sceglie l’impegno Internazionale? È, il loro, il tentativo di portare le grandi idee dell’emancipazione e del riscatto dove c’è, o ci sarà, il conflitto e tra i soggetti del conflitto. Furono loro gli interpreti di una politica «concepita come luogo della trasformazione sociale per opera di milioni di lavoratori» (6) in cui la ricerca delle alleanze politiche e sociali fosse sospinta dalle lotte di massa. E come Sacchi, Nigretti ma anche Pirola, Muzzana, la Jone che, passati in CGIL, costruiscono una leva numerosa di giovani sindacalisti combattivi, così Sergio Ricaldone, forte delle esperienze da allora vissute in Algeria, Cuba, Vietnam e negli stessi USA, diventa riferimento per tanti giovani e con loro fonda Comitati e Associazioni di Amicizia. I due percorsi di iniziativa, nel campo del lavoro dove lottano gli operai e nel campo internazionale dove sono i popoli che lottano contro il colonialismo, si connettono in Italia nella battaglia politica condotta per impedire la degenerazione del grande Partito di Gramsci e Togliatti. E qui Ricaldone ritrova Vaia, Sacchi e con loro promuove le iniziative che porteranno alla Fondazione della Cooperativa Aurora, del Centro Culturale Concetto Marchesi (CCCM) e di quella straordinaria esperienza che fu Interstampa. Si trattava insieme di ricostruire le idee e le pratiche che il PCI, a trazione riformista, stava abbandonando. Ma, novità sorprendente, in questa battaglia i vecchi “conservatori” si trovarono fianco  a fianco con taluni antichi “innovatori” del 1956 che, a loro volta, erano stati messi ai margini da una nuova generazione di innovatori rampanti abbagliati dal miraggio del Governo da conquistare ma che non volevano  condividere. In verità Ricaldone, come del resto anche Arnaldo Bera, manifestava qualche diffidenza politica nei confronti di Cossutta, ma poi tutta la “guardia partigiana” e i giovani che aveva allevato (giovani che ormai si avvicinavano ai cinquant’anni), converge dentro il Partito della Rifondazione Comunista, non così Arnaldo Bera. In seguito Cossutta ritornerà alle origini dopo passaggi controversi. La storia di Rifondazione, delle sue scissioni e delle scissioni dentro le scissioni, è dolorosamente nota e oggi, più che mai, si ripresenta attuale il famoso quesito “come, dove e con chi ricominciare…”. In quegli anni i compagni di Milano, dove la lotta alla degenerazione del PCI era cominciata appunto nel ’56, chiesero un contributo teorico a Gian Mario Cazzaniga che allora li rappresentava nella Direzione del PCI. Il lungo saggio che Cazzaniga, il 19 settembre 1990, invia a Saverio Nigretti fu oggetto di una serrata discussione alla quale partecipò anche Ricaldone. Rileggendo quel saggio e gli appunti del dibattito che ne seguì, ci si accorge della loro attualità, sempre al fine del “come, dove e con chi ricominciare…” (7). Forse può essere stimolante ripassarli perché (e qui estraggo dal testo di Cazzaniga) non si tratta di discutere tanto della forma politica, questione che diviene ineludibile solo dentro una discussione che sappia rilevare come gli strumenti marxisti di analisi, se non sono stati innovati per il socialismo, questa è la verità, continuano però a funzionare egregiamente in rapporto al ciclo capitalistico. Ecco il punto: se si aggira la questione del “ritorno a Marx” e, ammesso pure che si trovi un progetto di ricomposizione, ebbene ogni forma politica se nasce senza radici è destinata a scomporsi, come del resto sta succedendo da venticinque anni a questa parte. Oltretutto non disporrebbe oggi, ogni forma politica che si potrebbe manifestare, della gigantesca capacità propositiva e di attrazione che esercitava il PCI di Togliatti, che si metteva in campo come baluardo antifascista, pace e lavoro, giustizia sociale e liberazione dei popoli dal colonialismo. Metteva in campo questo, il PCI di Togliatti, ma scelse, limite o capolavoro, di non offrire un progetto sociale alternativo con differenti meccanismi di accumulazione, tema questo che oggi è assunto, pur con molte contraddizioni, nelle tematiche ambientali. Però è venuta meno l’analisi sulle classi dominanti che non è certo l’analisi delle classi politiche che le rappresentano o si illudono di rappresentare nelle istituzioni nazionali. Ma domandiamoci: chi compone gli organismi finanziari internazionali e i Consigli di Amministrazione delle grandi Corporation e delle Banche d’Affari? Che relazioni intercorrono con i signori che solo da qualche decennio hanno inventato e ora controllano le tecnologie, dalla microelettronica al digitale, traendo immensi profitti? Come è conseguentemente definibile oggi quella che un tempo era la classe operaia? E infine, è ancora vero che borghesia e classe operaia crescono dicotomicamente?  Si colloca qui, da molto tempo, la nostra arretratezza mentre l’avversario si è organizzato proprio sul terreno della teoria, che spesso accettiamo (si veda su Industria 4.0), e delle ricadute pratiche che subiamo da tempo. Eppure l’Europa, che stava a cuore a Ricaldone, ci offre ancora la possibilità per un’analisi ravvicinata su strutture, alleanze, scelte della grande borghesia, industriale e finanziaria, nel campo di una CEE a trazione tedesca. Ed è a trazione tedesca perché la Germania, dopo l’annessione dell’Est, ha mantenuto la grande industria e l’ha innovata con l’intervento e anche la presenza diretta e indiretta dello Stato. Le grandi Banche crescono con la grande Industria. Abbiamo perso definitivamente oppure vogliamo almeno ragionarci, se non per costruire una nuova ipotesi di via italiana al socialismo, almeno per dotarci di un punto di vista che si proponga di organizzare una controspinta delle classi subalterne? È il minimo che si possa fare. Ma facciamolo.

 

 • Scritto Ricaldone, archivio CCCM

 • P. Togliatti, Problemi del movimento operaio internazionale (1956-1961), Editori Riuniti, 1962

 • Scritto Ricaldone, archivio CCCM

 • Id.

 • Da Milan 9, ottobre 2013. Archivio CCCM

 • Dall’Ernesto, archivio CCCM

 • Lettera Cazzaniga, archivio CCCM